MA HOUELLEBECQ HA GIOCO FACILE.

Leggo molte, se non unanimi, critiche all’intervento di Houellebecq ma la demonizzazione del principio rappresentativo va avanti da decenni ad opera di molti e anche insospettabili (e spesso inconsapevoli) protagonisti. 

Nel mio libro sul tema ne ho indagato le radici scientifiche, politiche e culturali e  – en passant – ho dato prova che nessun leader politico italiano degli ultimi trent’anni se n’e’ tenuto lontano. Il populismo ha vinto da tempo. E’ senso comune e ha conquistato il Palazzo. Un intellettuale dovrebbe essere critico, mentre il francese, ritenuto un provocatore, esprime un’opinione vincente e sulla cresta dell’onda.

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Un day after sconsolante.

​Neanche il day after abbiamo parlato di Costituzione, come se davvero tutto potesse essere letto col pensiero esaltato ed autoconsolatorio dell’assalto scongiurato alla Carta dei Padri. Non era questo il caso. Parlare, dico, di quanto ci costerà in termini di costi e diritti tenerci una seconda parte con i difetti storici di cui gia’ i costituenti erano consapevoli e chiedevano alle generazioni future di farsi carico; con un Parlamento che è una babele e un governo che non ha strumenti ordinari per governare; regioni causiliche e incapaci di esercitare le proprie competenze ma prontissime a ostacolare lo Stato quando esercita le sue; diritti sociali sempre più ineffettivi e sistemi regionali sempre piu’ divaricati; un’attrattività per gli investimenti (quindi per opportunita’ lavorative) pari quasi a zero. Non per rivendicare ragioni postume, ma per tenere accesa la fiammella del futuro.

No ma continuassero, la politica e’ quello che dicono loro, e solo quello: chi candida il centrodestra, quale legge elettorale al Senato, se Renzi deve restare segretario o no, se si debba votare subito o tra un anno. 

Forse non è cosi’ chiaro che in Italia votare sta diventando inutile, in assenza di una precondizione che e’ di avere un sistema istituzionale autorevole per far sentire e pesare la nostra voce a Bruxelles: li’ dove vengono elaborate (giustamente, inevitabilmente) quasi tutte le decisioni che poi calano sugli stati nazionali. Siamo gia’ oltre. E’ li che gli altri tutelano i propri interessi e quindi le loro sovranita’, mentre noi siamo impegnati in questo eterno gioco dell’oca. Con un sistema istituzionale e una politica incapaci di far ripartire il paese e scalare la montagna del debito pubblico che ruba il futuro – dopo averlo fatto a noi – anche alle prossime generazioni.

Le contraddizioni del No sulla composizione del nuovo Senato

Giustamente ci viene chiesto di comunicare nel modo più comprensibile i contenuti nella revisione costituzionale in modo che il cittadino si possa formare un giudizio il più consapevole possibile. Senza andare troppo lontano, se si legge un manuale di diritto pubblico comparato (ad esempio Mario Comba, sugli Stati Uniti nel manuale collettaneo di Laterza) si puo’ facilmente appurare che il Senato degli Stati Uniti e’comunemente inteso come la Camera degli Stati in quanto formato da senatori (due per ogni Stato), che si suppone rappresentino gli interessi dei singoli Stati. Tuttavia tale funzione di difesa degli interessi statali, prosegue l’autore e noi con lui, ha sostanzialmente cessato di esistere nel 1913 quando un emendamento alla Costituzione ha mutato le modalità di elezione. E in che senso? Udite udite: i senatori non sono più nominati dai corpi legislativi degli Stati-membri, ma sono eletti direttamente dal corpo elettorale.

In altre parole spesso i rappresentanti nel No sostengono l’esatto contrario delle risultanze scientifiche comuni: che un Senato composto da consiglieri regionali (cioe’ dei legislativi, appunto) rappresenterebbe soltanto interessi particolaristici, per non dire personalistici, e invece un Senato eletto dal corpo elettorale regionale rappresenterebbe per definizione di interesse dell’istituzione territoriale. Quando al limite sarebbe vero, al piu’, che rappresenterebbe la comunità regionale, non le sue istituzioni. Ma, a tale proposito, vista la inutilita’, se non dannosita’, di rappresentare un (inesistente) popolo regionale, perché investire di questa funzione elettiva il corpo elettorale regionale, che gia’ elegge gli organi della Regione? Mistero. Per questo, invero, alcuni sostenitori del No sostengono che non vi sarebbe alternativa che rappresentare gli esecutivi regionali (e possibilmente con vincolo di mandato): cioè coloro che rappresentano istituzionalmente e legalmente l’ente. E’ il modello tedesco, che infatti e’ ritenuto soddisfacente, ma sul quale non si e’ coagulato il necessario consenso e su cui anzi pendeva fin dall’inizio il veto di Forza Italia (…). Rinunciare alla riforma per un veto su una soluzione ottimale, e non ripiegare su una comunque adeguata? Ma soprattutto quello che non puo’ sfuggire e’ che la soluzione è l’esatto opposto di quella elezione diretta dei senatori che viene salutata come la quintessenza della sovranità popolare (e non ce n’eravamo accorti, in verita’, finora).

Credo che non si debba aggiungere altro, se non qualche parola sulle sue potenzialota’ del testo della revisione che voteremo.
Primo, nel testo della revisione non è preclusa la possibilità di un recupero di un ruolo popolare nella scelta dei senatori. Se ne sta discutendo, senza ovviamente intaccare il dato della formale derivazione dei senatori dai Consigli regionali.
Secondo e soprattutto, che essendo il Senato composto per gran parte di consiglieri regionali ed essendo il Presidente della Regione un consigliere regionale, che quest’ultimo possa andare al Senato portando con se’ l’autorevolezza di ruolo di chi rappresenta legalmente l’ente Regione.

Mi pare che non ci sia altro da aggiungere, tali e tante sono le contraddizioni e le obiezioni in cui incappa il fronte del No.
Ora si tratta soltanto di decidere se il superamento del bicameralismo perfetto e il nuovo ruolo del Senato siano un passo avanti rispetto alla situazione attuale oppure no. La parola agli elettori ma speriamo di aver offerto qualche utile elemento.di riflessione su questo specifico punto.

SRADICATI DEL PENSIERO

(​In margine al rinnovo dei Consigli delle città metropolitane). 

Siccome il populismo è una malattia della ragione, e’ suo tipico affermare una cosa e il suo contrario contemporaneamente senza accorgersi della contraddizione e anzi ravvisando in ogni obiezione la conferma di una protervia di chi viene additato come un imbroglione del popolo sovrano.

Così ci raccontano che ci sono troppi politici. Benissimo. Ma anche che non va bene la soluzione a questo problema, ovvero di rendere alcuni livelli di governo e alcuni organi entro uno stesso livello di governo  formati con elzioni indirette o di secondo grado.Casi insomma in cui una stessa persona fisica riveste due cariche. Si toglie potere agli elettori.

Quindi? 

Quindi si dovrebbe abolire forse la Provincia, o il Senato? Direbbe monsieur La Palisse per uscire dalla contraddizione. 

Niente da fare: sarebbe un crimine pure questo, anzi il peggiore dei crimini.

Eleggiamo direttamente solo il presidente dell’Area Metropolitana? Modello del sindaco peggiorato: e’ dittatura 

Quindi facciamo la forma di governo parlamentare? Vecchia politica, accordi, compromessi, instabilita’, corruzione. 

Allora fate una bella cosa: spiegateci le regole della vostra logica e risponderemo alle vostre rimostranze. 

​PILLOLE DI REFERENDUM. 3/. 

Nella puntata precedente abbiamo visto perché il referendum costituzionale venga chiamato anche referendum confermativo o, all’opposto, oppositivo. Ebbene, dal punto di vista tecnico e neutrale esso è “approvativo”. La scheda che si trovera’ davanti  l’elettore è estremamente semplice. Consiste in un quesito esposto entro.un riquadro: “Approvate la legge costituzionale concernente disposizioni …?”. I puntini indicano il titolo (il termine tecnico e’ “rubrica”) della legge in questione, che pur non avendo un contenuto normativo sintetizza in ogni caso con buon margine di approssimazione i contenuti della legge (a tale proposito ricordiamo ancora che non e’ ancora tale, ma un deliberato in attesa di conoscere il suo destino: entrata in vigore o finire nel nulla). 
Il deliberato sul quale ci esprimeremo infatti si intitola: ” disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte Ii della Costituzione”. 

Il titolo di una legge viene scelto dai presentatori e in questo caso il disegno di legge e’ stato presentato nel 2014 dal governo pro tempore, tanto che si parla di d.d.l. costituzionale Renzi-Boschi, dal nome del presidente del Consiglio e del Ministro competente per materia. Precisato – in replica ad una frequente obiezione – che non esiste alcun ostacolo di tipo giuridico alla possibilità del governo di presentare disegni di legge in materia istituzionale e costituzionale, e che ciò è già avvenuto più volte negli anni passati, bisogna ricordare che il disegno di legge in questione è stato modificato in punti sostanziali durante l’iter di approvazione parlamentare, tanto che alcuni suoi oggetti qualificanti – come la nuova disciplina di alcuni istituti di democrazia diretta, o la modifica delle norme sulla elezione del Presidente della Repubblica – non si ritrovano nel titolo della legge. Tuttavia il titolo della legge resta l’unico riferimento materiale che gli elettori avranno esplicitamente presente sulla scheda e nel rimandare in modo approssimativo ai contenuti esso rappresenta sicuramente un buon punto di partenza circa l’oggetto della votazione. Il resto dipende dalla cura del cittadino di informarsi circa i reali contenuti del disegno di legge (gli oggetti ulteriori e in ogni caso i termini esatti di disciplina giuridica degli oggetti citati nel titolo della legge) quindi dell’oggetto del quesito referendario a cui rispondere con un Sì o con un No con produzione degli effetti sui quali già ci siamo intrattenuti. 

E’ pertanto il momento di entrare nel merito del disegno di legge illustrandone i suoi contenuti essenziali. Lo faremo nella prossima puntata della rubrica.

La bufala del “combinato disposto”.

​Un consiglio gratis a quelli del No. Non continuate con la storia del “combinato disposto”, fate solo figuracce. Nel linguaggio giuridico – e mi scuso con i puristi per le semplificazioni – per combinato disposto si intende una norma (quindi una novita’) che giunge ad esito dell’interpretazione congiunta di due o piu’ disposizioni (attenzione) …-secondo le regole che presiedono il sistema delle fonti. Piu’ precisamente e’ il surplus normativo derivante dalla messa in relazione che giunge ad esito dell’interpretazione  di ciascuna disposizione e forse impropriamente – ma efficacemente in senso figurato – definita come interpretazione “congiunta”. 

Non esiste un combinato disposto tra Italicum e revisione costituzionale. Non e’ possibile un combinato disposto tra una norma superiore – come la norma costituzionale –  e la norma inferiore, qual è la legge elettorale in quanto legislazione ordinaria. La norma inferiore rispetta la norma superiore. Può integrarla ma non può contraddirla e quindi non puo’ interagire in senso proprio. 

Certo, fanno parte di uno stesso sottosistema e ognuna fa il proprio lavoro. Si può parlare al massimo di interazione in senso lato, dell’operare di ciascuna secondo la propria forza in un medesimo ambiente, che nel caso sarebbe quello della forma di governo (se non della forma di stato, per gli impassibili fautori del rischio autoritario). 

Dopodiché nessun dubbio che la legge Acerbo travolse la forma di governo prevista dallo statuto e integrata per via consuetudinaria. Ma non fu combinato disposto. Fu uno strappo allo stato di diritto consentito tra l’altro per l’assenza della rigidità costituzionale e quindi l’impossibilità di controllare la legge. 

Nel nostro caso non solo abbiamo una Costituzione rigida e garantita da un signor organo, ma quello stesso organo se – e solo se – la revisione costituzionale passerà sarà chiamato ad esprimersi PREVENTIVAMENTE (rispetto alla sua applicazione) circa la legittimità della legge elettorale e quindi in rapporto alla Costituzione (artt.1, 3 e 48 in primis). Questa è la sola vera interazione che esiste tra revisione costituzionale e legge elettorale. Per il resto  l’Italicum non è e non puo’ essere oggetto della nostra votazione sul referendum.

In conclusione la legge elettorale si limita a dare una più larga base parlamentare iniziale (e ripeto iniziale) ad un governo i cui poteri non vengono toccati praticamente per nulla (salvo un modesto aspetto), e cio’ vale proprio a distinguere la revisione costituzionale in parola da quelle precedentemente provate.

Quindi? Quindi mi pare un elemento di igiene del dibattito pubblico di rimuovere questo argomento dalla campagna referendaria. Se vi impensieriscono gli effetti dell’Italicum prendete in seria considerazione la possibilità di votare SI al referendum, in modo che la legge elettorale possa essere sindacata per tutti i suoi possibili vizi prima della sua applicazione. E se proprio perseverate per il No, ricordate che in ogni caso c’è un giudice a Berlino, perché anche oggi le leggi elettorali possono essere controllate, sia pure in modo più farraginoso. Ma da questo punto di vista votare Si è la via maestra per essere certi di eleggere un Parlamento legittimo che possa esprimere un governo legittimo.

​PILLOLE DI REFERENDUM. 2/.

Esistono alcune differenze fondamentali tra i referendum costituzionali (relativamente rari: il primo della Repubblica fu nel 2001, il secondo e ultimo e’ del 2006)  e i referendum abrogativi (con cui abbiamo maggiore dimestichezza, essendovene stati parecchie decine). Il referendum costituzionale consente o meno l’entrata in vigore di una deliberazione, che diventa pertanto – nel caso di voto favorevole – legge; il referendum abrogativo fa venir meno la vigenza e quindi la produzione di effetti giuridici per il futuro di una legge o sue parti, e quindi ha ad oggetto norme già vigenti. Il referendum abrogativo può tenersi su una legge anche se questa è entrata in vigore decenni addietro. Peculiare del referendum costituzionale e’ invece che il corpo elettorale si pronuncia su una deliberazione parlamentare (non ancora legge) entro un unico procedimento, proprio al fine di decidere l’entrata o meno in vigore della decisione parlamentare. Per questa ragione la ipotesi, ormai superata per carenza di richiesta, del cd. spacchettamento del quesito referendario in distinti quesiti appariva stridente con la logica del referendum costituzionale che è “un voto (su) una deliberazione”. L’espressione popolare ha e non puo’ che avere a oggetto il compromesso parlamentare così come si è realizzato e senza possibilità di manipolazioni (come avverrebbe se si potesse accettarne alcune parti e rifiutarne). La natura confermativa o, diversamente detto, oppositiva del referendum costituzionale sul lavoro fatto dal Parlamento e’ più pronunciata rispetto al referendum abrogativo perché attiene quasi fatalmente al lavoro di quello specifico Parlamento in carica.

Una volta deliberato il compromesso parlamentare, con una maggioranza almeno assoluta dei componenti in ciascuna Camera in seconda deliberazione, il referendum costituzionale può essere richiesto 1) da un quinto dei componenti di ciascuna camera, 2) da cinquecentomila elettori o 3) da cinque consigli regionali. Nel caso attuale sono stati attivati una pluralità di canali di richieste sia da parte  di componenti della maggioranza di governo che da parte  di minoranze parlamentari. Come e’ ovvio l’attenzione si è finita per appuntare soprattutto sulle firme raccolte presso gli elettori. A tale proposito va ricordato che nonostante la precoce costituzione di ben  tre diversi comitati nazionali per il No nessuno di questi ha raggiunto le firme sufficienti da presentare alla Cassazione per il vaglio. La Cassazione si è pertanto concentrata sulle firme raccolte dal Partito Democratico e dal Comitato nazionale per il sì-Basta un Si’. 

Così veniamo alla questione dello stato attuale della procedura e della data del referendum.

La procedura per arrivare a stabilire la data è articolata. Attualmente e’ stato superato il primo e decisivo step, con la decisione con ordinanza dell’ufficio centrale del referendum presso la Corte di Cassazione di ammettere la richiesta presentata in quanto conforme alla legge: nel caso che la richiesta fosse corredata da un numero di firme sufficienti, superiori a 500.000 di elettori. Ora siamo nelle more della indizione del referendum, da effettuarsi con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza di ammissione. Quale data deve scegliersi nel decreto di indizione? La data va fissata in una domenica compresa tra il 50° ed il 70° giorno successivo alla emanazione del decreto di indizione. La stima più probabile attuale porta a fine novembre la data del voto. 

Riguardo la logica del voto, per le ragioni che abbiamo spiegato nel referendum costituzionale appare rovesciata rispetto a quella abrogativo. Chi è favorevole al prodotto parlamentare vota Si’ (effetto confermativo: si intende della decisione parlamentare e quindi della entrata in vigore). Chi è contrario vota No (effetto oppositivo), ponendo nel nulla, ed infatti esplicitamente bocciando, il lavoro parlamentare con l’effetto di non consentire la produzione di alcuna innovazione normativa nell’ordinamento.

Lo stringente legame che esiste tra il deliberato parlamentare e il voto popolare chiarisce una ultima e fondamentale differenza tra i due tipi di referendum: nel referendum costituzionale la votazione del corpo elettorale è sempre valida, non occorrendo alcun numero minimo di partecipanti al voto. Riguarderà semplicemente tra i votanti se ha prevalso il Si o il No. Per questa ragione non ha motivo di esistere come posizione politica organizzata o individuale un atteggiamento astensionistico (non potendosi attraverso questa via vanificare la votazione): chi non va a votare lascia semplicemente decidere agli altri. Il referendum costituzionale presuppone e richiede la più ampia mobilitazione del corpo elettorale qualunque cosa se ne pensi del quesito. Sì o No. Piu’ Si’ o piu’ No. Una valutazione necessariamente per grandi linee.