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ADDIO A CICCARDINI, UNO DEI PADRI DEL RIFORMISMO ISTITUZIONALE ITALIANO

E’ morto a ottantasei anni Bartolo Ciccardini, marchigiano dal volto gioviale come i politici di un tempo, deputato per sei legislature e più volte sottosegretario negli anni ‘80. Oggi il suo nome non dice quasi nulla, ed è un peccato perché l’Italia repubblicana gli deve non poco. La sua presenza nella vita pubblica italiana non è stata, certo, quella di un grande protagonista. Appartenne tuttavia, benchè di formazione dorotea, alla parte culturalmente più aperta e curiosa della Democrazia Cristiana ed ebbe notevoli intuizioni che non esitò, il suo carattere irruente, a proporre nel dibattito dentro o fuori del partito. Ed in effetti in quegli anni i dorotei non erano ancora quello che furono in seguito, mero fattore di conservazione. Durante l’XI congresso della Democrazia Cristiana (1969), sull’onda della grande trasformazione del’68, ebbe una parte significativa nel dibattito cui presero parte da protagonisti, con posizioni diverse, Piccoli e Moro sulla ristrutturazione della Dc. Fu “contraente” con i coetanei quarantenni Forlani e De Mita del cosiddetto “patto di San Ginesio” Che poi oltre che un patto generazionale per emarginare la generazione precedente (la Seconda generazione) fu anche un convegno da cui partì la proposta velleitaria ma significativa per il superamento (lo “smantellamento” diceva Ciccardini) delle correnti, che cominciavano ad essere considerate non solo il sistema sul quale si reggeva il potere della Dc ma, in prospettiva, elemento di irrigidimento del dibattito interno e delle forme di partecipazione, se non la sua possibile tomba. Era il cuore dell’iniziativa forlaniana (“ora è venuto il momento di operare una profonda trasformazione”, andava dicendo, sia con riferimento alla situazione del partito che alla crisi del centro-sinistra), e le polemiche e gli effetti immediati non mancarono. I dorotei, che già nel 1969 avevano perduto Moro sciolsero il mese successivo la corrente “Impegno democratico” ma in verità nulla cambiò veramente e la sensazione presto fu che si era prodotto null’altro che l’ennesimo atto della perenne guerra tra leaders (Rumor e Piccoli, i tutori dei  giovani di San Ginesio fondarono subito dopo “Iniziativa popolare).

Ciccardini allora, come e più di De Mita (che in quegli anni prefigurava l’opportunità di un “nuovo patto costituzionale” e molto si interessava alla forma istituzionale che avrebbero preso le Regioni), percorse una via meno politica e più istituzionale. Trasformò la sua pioneristica proposta di elezione diretta del segretario politico (e dei segretari regionali) che, con caparbietà e un pò di bizzarria, ripresentava pressocchè ad ogni appuntamento congressuale, sempre col fine ultimo di disarticolare le correnti, in proposta di riforma istituzionale. Fu infatti tra gli ispiratori e forse il vero animatore (fino ad essere riconosciuto un pò come la “testa d’uovo” del gruppo), con Zamberletti e altri, del gruppo chiamato “Europa 70”, al quale si deve una chiara e precoce diagnosi della crisi politica e istituzionale italiana e proposte fino ad allora inedite che avrebbero avuto le gambe lunghe. Il gruppo presentò disegni di legge per l’elezione diretta del Sindaco (la proposta, vagamente ispirata alle ricette “duvergeriane” mai realizzatesi di elezione diretta del Presidente del Consiglio, raccolse ben settanta firme), nonché, ancora su suggestione culturale francese, di proposte di elezione delle camere con collegio uninominale doppio turno e – senza fortuna – per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica.

E Ciccardini infatti un “direttista” convinto, che non si tirava indietro alla prospettiva di declinare le sue proposte anche in senso esplicitamente presidenzialista, in anni in cui il solo nominarlo evocava spettri di golpe e piano di rinnovamento delle istituzioni in senso autoritario. Esauritosi il gruppo “Europa ’70” Ciccardini continuava, spesso in compagnia di sempre Zamberletti e Segni, la sua battaglia e nel 1981 riusciva, a dieci anni di distanza dalla clamorosa precedente, a far presentare al capogruppo Dc alla Camera dei deputati, Gerardo Bianco, una nuova proposta di legge per l’elezione diretta del sindaco che arrivò a raccogliere cento firme, tanto che nel 1987 la proposta venne ufficialmente assunta dal partito e inserita nel programma per le elezioni politiche, anche se quando fu tirata fuori, dopo il ’90, per modificare l’appena approvata legge n. 241 sulle autonomie locali, con la convergenza dei comunisti e dei missini, susciterà furibondi contrasti con Gava, allora ministro dell’Interno e i dorotei.

Con lui se ne va, si sarà capito, un vero precursore del riformismo istituzionale. Quel riformismo che si dispiegherà nel corso degli anni ’80 e ’90 con prodotti legislativi, riforme regolamentari e, soprattutto, con i referendum elettorali del 1991-1993, dei quali fu tra i promotori e componente dei consigli direttivi. Una stagione troverà il momento più alto di realizzazione dei propositi con l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco e del presidente di Provincia (e poi dal 1999 del Presidente di Regione). Quella stagione merita, è vero, un giudizio probabilmente più severo rispetto alla mitologia tuttora esistente, e molti di guasti di oggi vengono da quegli anni, dal loro lessico e dalle loro idee. Tuttavia fu una stagione animata da una sincera speranza di rinnovamento di un sistema esausto e comunque non sarebbe corretto imputargli tutti i guasti per le posizioni dei tanti, grandi e piccoli, improvvisati e strumentali “nuovisti” di quegli anni. La sua “prima giovinezza” fu in sostanza un’azione ispiratrice e instancabilmente animatore di un dibattito culturale in anni di politica asfittica e che ebbe brevissima vita sul piano parlamentare ma che scavò come una talpa. Ciccardini, sempre attivissimo, conobbe una “seconda giovinezza” negli anni ’90, quando ebbe un ruolo nei Popolari di Segni, il più giovane collega di tante battaglie di cui divenne ascoltato consigliere (nel giugno ’92 firmò un noto appello per l’azzeramento della Democrazia Cristiana e per un congresso “costituente”, in cui si riconosce perfettamente il suo tratto), ma per ragioni anagrafiche ormai era più che altro una specie di padre nobile del riformismo italiano. La parte più interessante della sua opera è proprio quella che precede la piena maturità. A suo onore va ascritta soprattutto la lucidità con cui pose sul tappeto con un anticipo di più di venti anni la questione istituzionale. Ancora per tutti gli anni ’70 quasi tutti dentro e fuori il suo partito (ad eccezione di due messaggi di Leone, di cui il secondo, del ‘75, gli costerà non poca ostracizzazione da parte del partito) continuavano a negarla – Moro in primis – pensando che i gravi sintomi di involuzione del sistema politico-istituzionale e il succedersi degli scandali fossero da affrontare e risolvibili come una questione meramente politica. Che bastasse un rinnovamento interiore della vita dei partiti (magari al contempo negando l’esigenza di una legge per disciplinarli) secondo l’impostazione che risaliva alle analisi degli onorati ma ormai superati convegni della Dc degli anni ’60.

Negli anni a noi vicini la questione istituzionale è stata certamente sovradimensionata rispetto alle sue potenzialità e la “politica” istituzionale caricata quasi di capacità taumaturgiche verso il “malato” Italia. Il tema tuttavia c’era tutto, a prescindere dalle – spesso dannose – “ricette”. Capirlo prima di ogni altro cercando anche drastiche soluzioni improntate all’esigenza di conferire un maggior peso alla “sovranità” del cittadino ecco, questo è un misconosciuto ma notevole merito che va ascritto a questo intelligente uomo politico. Ciccardini fu del resto indubitabilmente uomo di partito e di solida cultura democratica e rappresentativa, anche se forse sottovalutò sempre quanto le ricette “direttiste” potessero contribuire a deprimere lo spazio della rappresentanza e non contribuire, come immaginava, a ri-legittimarlo. Al contrario di molti personaggi piccoli e grandi in cerca d’autore della “Seconda Repubblica”, un po’ suo figli degeneri senza saperlo (loro) e volerlo (lui). R.I.P.

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GIACOMO MATTEOTTI, SOCIALISTA MODERNO

Oggi ricorre un simbolico anniversario della morte di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924).
Un socialista italiano atipico.
Riformista come Turati, e come lui culturalmente ben attrezzato, non parolaio. Ma, rispetto a Turati, leader d’azione, ben altrimenti brillante oratore parlamentare e polemista, battagliero e deciso, moderno nel modo di fare politica (eloquentissime le foto qui sotto)
L’Italia perse un uomo che – ammesso e non concesso che si possa fare la storia con i “se” – sarebbe stato un grande protagonista della transizione dalla dittatura alla democrazia. Essendo infatti nato nel 1885, nel 1946 avrebbe avuto sessanta anni, otto più di Togliatti, quattro in meno di De Gasperi.
Forse la storia della sinistra italiana – e non solo – sarebbe stata diversa, meno drammatica e anomala.

Come scrisse nel suo testamento politico, sapendo di andare incontro a probabile morte, “la mia idea non muore”,

Una fonte di ispirazione, ancora oggi

 

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