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DAL CAPO DELLO STATO UN MESSAGGIO CHIARO

Dal saluto di ieri del Capo dello Stato alle Alte cariche in occasione delle festività sono giunti, al solito, messaggi chiarissimi che possono riassumersi in questa esortazione: torni la serietà. Serietà nel modo di interpretare il proprio ruolo: gli attori sociali facciano gli attori sociali, le minoranze facciano le minoranze, il governo faccia il governo e il parlamento faccia il parlamento. Quest’ultimo, in particolare, sia la sede della discussione costruttiva e della decisione politica. Quel “passare ai fatti” non è certo una sordina al dispiegamento di dialettiche interne ai partiti, del libero confronto parlamentare o, anche, della conflittualità sociale, ma semplicemente un invito ad un’azione costruttiva, leale e non finalizzata all’interdizione, allo stallo, a mandare tutto in malora. La decisione politica come premessa per il ristabilimento dell’autorità della politica contro il chiacchiericchio inconcludente (della politica, prima che dei media…) o quell’aria di paralisi che alimenta fatalmente l’antipolitica.
Non si può non prendere atto che l’apertura di credito verso l’azione del governo, sia pure tra tutte le incertezze manifestate, è chiarissima, e forse supera anche ogni aspettativa. Ma sarebbe riduttivo. L’alternativa vera è questa. Da un lato chi si danna – dal governo, nei partiti, tra le minoranze – per ristabilire la credibilità del paese anche a costo di assumere rischi e sbagliare, dall’altro i furbi delle poltrone e delle manovre, i difensori dello status quo e chi butta sempre la palla in tribuna. Ancora una volta, forse per l’ultima, la politica è chiamata a rispondere a quest’appello in una finestra ristrettissima di tempo. Un paio di mesi.

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LA RIELEZIONE DI NAPOLITANO, ENNESIMO FALLIMENTO DELLA POLITICA

Nello smentire formalmente la notizia di sue imminenti dimissioni, il Presidente della Repubblica ha ribadito che resterà in carica almeno fino alla fine del semestre Ue a guida italiana (31 dicembre 2014). Dopo, ha aggiunto, seguiranno valutazioni che non devono intrecciarsi con l’attività legislativa e di governo, ma fino a quel momento – è il sottinteso della dichiarazione che tutti hanno sottolineato – nessun alibi per le riforme. Siamo ancora a questo; ad un punto tale, cioè che l’ultimo escamotage della politica è utilizzare le medesime dimissioni del Presidente per mettere in scena l’ennesimo balletto tattico avente ad oggetto l’intreccio della vicenda riformatrice con le scadenze dei Quirinale, le dimissioni del Presidente con le sempre meno improbabili elezioni, esercitandosi in calcoletti sull’interazione tra semestre bianco, vincoli “tecnici” tra chi vuole certe riforme e chi altre o non le vuole affatto, tra chi è per Renzi e chi contro, chi è per le elezioni e chi per proseguire la legislatura, e così via.

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IL PREMIO ALLA LISTA E’ UNA SVOLTA MA E’ UN GIANO BIFRONTE.

Fatta rientrare per il momento ai box la revisione della Costituzione, il clima di diffusa tensione presente in parlamento e nel nostro sistema politico si riflette nella nuova centralità della discussione sulla legge elettorale. Attualmente, scontando l’estraneazione del Senato dal circuito fiduciario, essa si occupa soltanto della Camera dei deputati (cd. emendamento Lauricella-D’Attorre) ma se il clima dovesse peggiorare e a qualcuno dovesse venire la voglia di staccare la spina, non appena si profilerà la via delle urne verrà in rilievo la necessità di emendare la legge. Non si tratta una necessità in senso tecnico-giuridico. Una legge funzionante per il Senato, allo stato c’è e non è neanche malaccio. E’ quella risultante dalla sent. n 1 del 2014 della Corte costituzionale: prevede la distribuzione proporzionale dei seggi, sbarramenti e preferenze. Non prevede però, e questo non piace ai più, un premio di maggioranza. Un istituto che ormai è entrato a far parte del nostro paesaggio e a cui non si vuole affatto rinunciare, neanche avesse dato un buon rendimento. Berlusconi e Renzi, più di tutti, tengono molto a preservare lo scenario di un governo con numeri certi “la sera delle elezioni”. Capisco bene le esigenze di Berlusconi, meno quelle di Renzi. Comunque. Basterebbe dunque aggiungere il premio di maggioranza, con gli opportuni aggiustamenti. Ma che tipo di premio? E già, perché da qualche giorno si sarebbe avviata una riflessione a riguardo – con riferimento al sistema elettorale Camera – che  segnala potenzialmente anche una discontinuità di idee e soluzioni. Finora il totem, ribadito ad ogni nuovo incontro tra i due protagonisti delle riforme, era che il premio di maggioranza dovesse essere necessariamente assegnato alla lista o alle liste apparentate. Il che, in presenza di soglie di sbarramento differenziate e più alte per chi correva da soli, rendeva fatale la prospettiva che andasse alle liste apparentate (la cd. coalizione). Oggi si starebbe riflettendo, per la prima volta, di conferirlo alla lista più votata, il che rende irragionevoli soglie plurime e meno favorevoli per le singole liste. La prospettiva cioè di un partito “maggioritario”, sebbene per creazione legislativa. Infatti il premio di maggioranza, una tradizione italiana che già è un unicum al mondo, da un po’ di anni (2005, su modello delle elezioni locali) garantisce maggioranze, cioè le “fabbrica”. C’è del buono e del meno buono in questa possibile svolta. Il buono: vengono depotenziate le coalizioni. Prive di riferimenti costituzionali, ma ormai previste in sede legislativa, esse contribuiscono non poco ad appannare l’identità partitica e, contrariamente a quello che si pensi, per essere pre-elettorali (a causa del premio) non favoriscono affatto la governabilità perché sono create in vista di cogliere il bonus di seggi e sono dunque eterogenee. Inoltre puntare sui partiti è un bene in sé, e va incontro ad una precisa indicazione costituzionale (art. 49 Cost.). Un deciso passo avanti, dunque, perché la cd. Seconda Repubblica, che è stata regno di confusione e malgoverno (o, meglio, non governo) è stata una Repubblica di coalizioni. Anche questa un’anomalia mondiale. L’appendice che ne consegue, altrettanto buona, è l’eliminazione della stramberia degli sbarramenti plurimi, a forte sospetto di irragionevolezza.

Il meno buono di questa possibile svolta. Lo so è un pensiero che può apparire radicale (o conservatore), ma credo, ancora una volta, in linea con la Costituzione: è proprio il premio di maggioranza in quanto tale. A coalizioni o partiti conferire una forza artificiale con un meccanismo distorsivo che non ha nulla a che vedere con quelli correnti (non è una soglia di sbarramento, non è un gioco sull’ampiezza delle circoscrizioni e così via) non va bene. Da questo punto di vista, anzi, preoccupa più un premio di maggioranza al partito che non alla coalizione. Con questo scenario le critiche (comunque senz’altro eccessive) circa i rischi di una possibile involuzione autoritaria della nostra forma di governo sono destinati ad accentuarsi. E, da un certo punto di vista, non senza ragione, perché tutti sanno che le coalizioni sono un modo per dividere il potere, un efficace antidoto – certo – al decisionismo, come anche, però, alle decisioni. Se il premio di maggioranza è discutibile (con ogni probabilità illegittimo in sé) lo è ugualmente, ed anzi a maggior ragione, se dato ad una unica lista, con l’effetto di sovrarappresentarla ancora di più e di renderla del tutto artificiosamente arbitra del gioco politico. Dunque un passo avanti sull’identità partitica, uno indietro sulle garanzie democratiche. E’ il premio che non va. Il “vincitore certo” la sera delle elezioni non vale questa violenza usata ad un sistema politico. Sbarramento cospicuo e circoscrizioni piccole (qualche che sia il sistema di voto) sono necessarie e sufficienti. Forse non per creare una maggioranza “nelle urne” (che è comunque un’astrazione), ma per garantire una migliore governabilità. Se queste distorsioni, in uso dappertutto, non fossero sufficienti per creare il governo mono-partito (infrequente anche all’estero), ebbene, non sarà una tragedia una coalizione post-elettorale tra due-tre partiti sulla base di comprovata affinità programmatica. Non sarà possibile, magari, invocare il mitico “mandato popolare”, ma il patto di coalizione dovrebbe risultare preciso e puntuale e le verifiche periodiche inevitabili e, se non si esagera, salutari. Se nessuno farà il furbo si andrebbe avanti bene. Del resto contano molto le condizioni politiche: c’è qualcuno che se la sente di affermare che il problema dell’attuale governo è costituito dalle bizze del Nuovo Centrodestra, partner ritrovato in parlamento di un leader non baciato dalle urne? Su, siamo seri.

SE IERI AVESSE PARLATO IL LEADER DI PARTITO E NON IL PRESIDENTE

Da quando si è appreso che il progetto di revisione costituzionale sarebbe stato incardinato presso il Senato si è capito che la via prescelta dal governo era quella di una prova di forza quale banco di prova, non privo di aspetti simbolici, dell’azione di governo. Approdato dalla commissione all’aula, il disegno di legge è gravato da quasi 8.000 emendamenti, in buona parte di provenienza della “seconda sinistra”, quella Sel che peraltro nei giorni scorsi ha perso un pezzo con la neonata “Libertà e diritti-Pse” di Migliore. Ieri con un uso piuttosto spinto delle norme e delle prassi parlamentari sono stati superati con la tecnica del “canguro” 1.400 di questi emendamenti, a costo di una seduta tesissima. In serata un tweet, non felicissimo a nostro avviso, del Presidente del Consiglio ha accusato i “frenatori” (ma l’espressione non è in questo caso utilizzata) di andare contro una precisa richiesta degli italiani “di cambiare un sistema politico che non funziona più”, che “le sceneggiate di oggi [ieri] dimostrano che alcuni senatori perdono tempo per paura di perdere la poltrona”, e che il governo non si sarebbe mai fatto “ricattare da nessuno”. Non entro nel merito di quanto fondamento abbia una posizione del governo da protagonista in un processo di consistente revisione del testo della Costituzione. Anche se si avesse un convincimento non restrittivo, il messaggio (un tweet) è parso un po’ sopra le righe, frutto esso stesso di un clima parlamentare concitato e gladiatorio al quale il Presidente del Consiglio dovrebbe rimanere per quanto più possibile estraneo. Dopo l’approvazione eventuale le dichiarazioni e le interviste saranno inevitabili. Oggi meglio tacere. O al massimo dire quel che le circostanze imporrebbero di dire, nelle opportune vesti di chi è in grado di dire certe cose.

Matteo Renzi avrebbe dovuto da tempo dotarsi di due profili privati ma più chiaramente distinti sui social. Per dire, ieri ha parlato il dottor Matteo Renzi ma abbastanza esplicitamente nelle vesti di Presidente del Consiglio (per quanto, ripetiamo, su un profilo privato di un social; ma non è che un leader del maggiore partito italiano sia, diversamente, un quivis de populo). Non ha parlato solo o soprattutto il leader di partito. Uno spazio in cui, peraltro, può parlare più liberamente, laddove un Presidente del Consiglio non può andare molto oltre la minaccia, più o meno credibile, di chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere. E dal partito sono venuti spunti. I suoi, giustamente, affermano che sono a rischio le future alleanze con Sel (sì, siamo ancora a questo, dopo venti anni di tira e molla con dazi onerosissimi per la governabilità). Renzi ha adottato fino una linea istituzionale. Ha lasciato intravvedere nei giorni scorsi che in cambio di una linea più morbida sulla revisione della costituzione avrebbe preso in considerazione, almeno entro certi limiti, la possibilità di rivedere alcuni dettagli del convitato di pietra della legge elettorale, a partire dall’abbassamento o da una rimodulazione delle soglie di sbarramento (o alle preferenze, e così via). Ora, io dico: non si mischiano pere e mele. Se legge elettorale e riforma della Costituzione avranno dei legami strutturali, ovviamente, tuttavia non è corretto implicare l’esito della discussione su alcuni aspetti apparentemente marginali della legge elettorale, ma in realtà qualificanti, in un baratto che abbia ad oggetto  la revisione della Costituzione.

In primo luogo perché l’esperienza ci insegna che mischiare questioni diverse non ha mai avuto fortuna (si pensi solo al tentativo veltroniano del 2008 e alla cd. Bozza Bianco).

In secondo luogo e soprattutto perché ogni oggetto ha le esigenze proprie, e una buona legge elettorale non può essere messa in discussione e pericolo per un’altra buona causa.

Un compromesso, se lo si vuole cercare, lo si fa solo entro la discussione della legge elettorale. Non so (o forse so) perché i maggiori partiti non afferrino un punto fondamentale: l’interesse dei grandi partiti e quello dei piccoli partiti saranno sempre contrastanti. E’ un gioco a somma zero. Uno guadagna l’altro perde. Sarebbe questione di parte, se non dovesse prendersi atto che una democrazia non funzionerà mai in modo decente se continua a incentivare, come fa, la frammentazione partitica (e parlamentare). E’ quello che, in sostanza, ha promesso, o lasciato intendere come possibile, Renzi. Soglie più basse-uguale-frammentazione. Le coalizioni pre-elettorali (dunque con soglie che penalizzano il correre da soli) avvantaggiano i piccoli partiti, la corsa solitaria dei partiti avvantaggia i grandi, che più credibilmente presentano agli elettori proposte di governo, mentre i piccolo sono impegnati a sopravvivere attaccando alle spalle un avversario che guarda altrove. Non mi sembra difficile comprenderlo, se ci liberiamo di una visione della governabilità che punta solo all’immediato del “vincitore certo”, ma che poi non riesce a … governare. Vogliamo ancora prove? Non sono bastate quelle degli ultimi venti anni? Renzi, anziché sbattere i pugni sul tavolo ieri sera (o rivolgersi al destino cinico e baro, eventualmente domani), avrebbe dovuto fare un’altra cosa, molto più semplice rivolta a Sel e alla cittadinanza tutta (ma senza quella fastidiosa sensazione di tirar per la giacchetta i cittadini, che mi è rimasta appiccicata addosso). Prendere atto della realtà, ovviamente come ognuno ovviamente la ricostruirà. A Renzi è chiara: Sel ostacola l’azione riformatrice del governo, e del resto non lo sostiene. Le due sinistre sono ai ferri corti. Un Pd sensato chiederebbe l’inserimento di un’unica soglia di sbarramento, al 5%. Ragionevole, efficace ma non punitiva. Niente coalizione (e niente premio, suggerisco). La parola all’elettore quando si tratterà di scegliere una prospettiva di governo: voterà la prima o la seconda sinistra, dato che saranno in concorrenza? Lo fece (solo in parte) Veltroni nel 2008, rinunciando ad una coalizione che pure le norme, non dissimili a quelle attualmente in discussione, invogliavano. Non si alleò con Sel e questa forza finì fuori dal parlamento. Pare che non ne abbia tratto molti insegnamenti, visto che approfittando della concezione ecumenica di Bersani è rientrato in una maggioranza nel 2013 ma subito si è separata dal Pd per seguire sentieri suoi.

Il Pd, dicevamo. Quel partito sfibrato, acciaccato nella leadership e del tutto logorano nella credibilità di governo, prese l’ormai famoso 33%, rinunciando all’alleanza con Sel. Un risultato che non dice tutto, perchè Veltroni si alleò con Di Pietro (e i radicali) con il risultato semplicemente di dislocare una buona parte dei voti di Sel dentro la coalizione di governo ma sempre sull’alleato minore (ripetiamo le coalizioni ingrassano i partiti minori, sia sul piano delle candidature che dei voti). Ebbene, quando sarebbe in grado potenzialmente di prendere il Pd di Renzi? Lo so, si richiedono idee nuove per tempi nuovi. Invece si propongono ricette vecchie (e fallimentari) per tempi nuovi. Manca un pensiero adeguato al progetto di un grande partito (qualcuno direbbe “a vocazione maggioritaria”, cioè tendenzialmente autosufficiente) che le elezioni europee ci hanno fatto intravvedere.

VIROLI, “COSTITUZIONALISTA” ALLO SBARAGLIO.

E’ proprio vero quel che affermava un grande intellettuale liberale di cui non ricordo il nome (forse Popper). Quando un intellettuale o comunque uno specialista entra in un campo che non è il proprio le sue opinioni non sono più autorevoli di quelle di un quivis de populo (mi pare che la citazione in questione diceva, “di un bambino”).

Maurizio Viroli è un importante teorico della politica, e quindi studioso del potere, della “libertà” e della “servitù”. Temi affascinantissimi. Ieri ha deciso, e non è la prima volta, di dire la sua su questioni di attualità: su come opera il potere oggi e in Italia (“Il Fatto Quotidiano”).

Si accomodi, ormai tutti si sentono autorizzati a parlare di tutto ex professo, anche il barista. Tutti ovviamente possono dire la propria su una riforma che avrà un riflesso sul funzionamento delle istituzioni ma bisognerebbe avere almeno la consapevolezza che ogni valutazione in tema dipende dal possesso di precisi e sofisticati strumenti di analisi propri e tipici del giurista e non di un certo QI oppure di titoli altisonanti ma, per il tema, inconferenti.

Viroli non è il dominus e arbitro supremo di quando una norma giuridica o un insieme di norme giuridiche siano “illiberali”, per molte ragioni, ma innanzitutto perché quest’affermazione, calata nella concreta realtà, vuol dire interrogarsi su parametri costituzionali: cioè, in pratica, comprendere cosa “dice” la Costituzione, cosa consente, quali suoi contenuti possono essere modificati ed entro quali limiti. Lo ricorda lui stesso (ci vuole poco, per questo) affermando che una cosa è il potere costituente, altra il potere costituito. Poi però mostra di ritenere, con salto logico inaccettabile, che lui non solo conosce la differenza tra i due aspetti in teoria (ma su un piano per forza molto generico; quello che è il tema della “legittimità” del potere), ma li sa riconoscere in concreto. Che “il loro intento [dei riformatori]  non è la revisione, bensì la scrittura di una nuova costituzione”. La distinzione tra potere costituente e potere di revisione diventa il suo insindacabile giudizio sulla qualificazione hic ed nunc se la revisione attuale (formalmente una modifica, attraverso soppressione e integrazioni) di decine di articoli sia esercizio o meno di potere costituente. Comodo ragionare così, perché si evita di entrare nel merito, si rimane nelle petizioni di principio (con pretesa di auto-evidenza). In un’inarrestabile sequela di errori concettuali, da una premessa sbagliata – cioè che lui sa che questa in realtà sarebbe una nuova Costituzione – formula grossolanità su grossolanità. Così riassumibili: state facendo una nuova Costituzione, per farla ci vuole l’autorizzazione del sovrano, il sovrano è il popolo (“che lo vogliate o no”) e – capolavoro tra le sciocchezze  – “a voi è stata conferita soltanto l’autorità, in virtù delle elezioni del 2013, di governare e approvare le leggi entro la costituzione vigente, mai quella di scrivere una nuova costituzione”. Una sequenza con botto finale che contiene una tale quantità di errori concettuali, inesattezze tecniche e ambiguità di discorso da far spavento che uno così insegni in qualche università (per fortuna all’estero). Il problema è così formulabile: non occorre solo possedere una metodologia della propria disciplina, ma anche capirne i confini, i limiti invalicabili. Viroli si sente capace di parlare a tutto campo. Benissimo, i multiformi ingegni esistono. Solo che lui, evidentemente, non lo è.

Dunque? “una costituzione approvata in spregio alle minoranze non può essere una costituzione”. E chi l’ha detto che c’è “spregio”? E chi l’ha detto che una Costituzione non possa essere approvata a maggioranza, come previsto e, peraltro, inevitabile? E chi l’ha detto che è una nuova Costituzione? E che il “popolo” (già il popolo, per Viroli qualcosa di incarnato; un limite tipico del suo approccio) abbia dato un “mandato” (ma perché il corpo elettorale dà mandati?) per governare ma non per “cambiare”, modificare o sostituire che sia, la Costituzione? Lo dice Viroli. Ipse dixit.

Nella sua disciplina tutto è forza e consenso. Qui Viroli vede solo la forza (non il consenso) dell’operazione e allora, ecco, che ci deve essere in giro, oggi, in Italia, un Leviatano, un figlioletto di Hobbes o di Schmitt, meglio se con cadenza toscana.

Lo studioso in realtà dimostra, tra l’altro, che la sua disciplina (la teoria politica, il pensiero politico) è, ahimè, pressocchè totalmente ideologica e nulla ha  a che vedere con la scienza politica, che è una “scienza”. Ma ci mette del suo. Perchè lui (problema al limite esteso ai suoi studenti), pretende di calare le sue teorie nella realtà per offrire spunti (insegnamenti?), essendo totalmente a digiuno di elementi di diritto pubblico.

Viroli, dicevo, è studioso della legittimità del potere, non della sua legalità (conformità a procedure e regole; ratio di istituti). Anche se dice “ho a cuore prima di tutto le regole e le procedure” non è minimamente in grado, come è evidente, di entrare in tema. La sua è un’affermazione astratta nella quale crediamo. E salviamo, con molti sforzi, la buona fede. Ma mentre non si avvede che dalla legittimità (in senso filosofico) è passato a discettar di legalità, pur conoscendo in teoria molto meglio di me la differenza tra questi due aspetti, fa veramente la figura del cialtrone. Bobbio, il “suo” (e, se consente, anche un pò nostro) Bobbio, si rivolterà nella tomba.

E SUL RAPPORTO TRA DISCIPLINA DI PARTITO E TUTELA DEL DISSENSO UN INUTILE POLVERONE

Sulla disciplina di partito si continua a far confusione e le accuse di autoritarismo fioccano a profusione.

In occasione della revisione della Costituzione attualmente in discussione si dice: ma allora! … non ci si può dissociare in commissione, non lo si può fare neanche in aula … cosa resta del libero mandato parlamentare?!?

A mio avviso resta tutto. Immacolato, integro. Non intaccato per nulla nella sua portata di garanzia.

Quel divieto del partito di cui si parla, il cd. diktat, non tocca la garanzia costituzionale del mandato parlamentare e la scelta del partito si è manifestata in due momenti distinti e per due situazioni in realtà molto diverse, che oggi vengono assimilate impropriamente in una sorte di … mania di persecuzione. In un caso come impedimento dell’espressione di dissenso, nell’altro come perentoria indicazione di una linea di partito anche per i dissenzienti.

La Costituzione e i regolamenti parlamentari creano un assetto del seguente tipo. Non offrono una “garanzia” al parlamentare di esprimersi in dissenso rispetto al gruppo nella sede della commissione. Siccome in commissione il parlamentare rappresenta il gruppo, essendo da questo designato, potrà essere revocato (tecnicamente, sostituito) in qualunque momento e senza formali spiegazioni (ad libitum e ad nutum, direbbero i romani) se la dirigenza del gruppo parlamentare ha l’impressione che voterebbe contro su un dato progetto di legge. E questo è accaduto nel cd. caso Mineo – Chiti, anche se il Presidente del Senato ha voluto investire la Giunta per il regolamento della questione per un approfondimento sulla ratio delle norme e la Giunta in questione non si è pronunciata ancora.

Veniamo all’aula, al plenum. La situazione è completamente diversa. Esiste una garanzia costituzionale (che non opera in commissione, come abbiamo visto), che si chiama tradizionalmente “libero mandato parlamentare”, per cui il parlamentare rappresentando la Nazione, ed operando per previsione costituzionale espressa senza “vincolo di mandato”, ha alcune precise facoltà (o diritti) conferiti dai regolamenti tra cui, in particolare, quello di intervenire in dissenso rispetto alla posizione espressa dal gruppo e, non potendo essere sostituito (l’aula è la sede plenaria, per definizione composta da tutti i parlamentari che ne fanno parte) di votare contro il progetto nei singoli articoli e nella votazione finale.

Attenzione. Con riferimento all’aula – e siamo alle vicende di queste ore –  il partito o, meglio, il gruppo potrà dichiarare, come è avvenuto, di non considerare quella specifica votazione o quel progetto di legge come una “caso di coscienza” con le conseguenze del caso che avrebbe questo riconoscimento (concessione di una libertà di voto per tutti oppure uti singuli per ciascuno che fosse in dissenso rispetto alla linea ufficiale che pure esiste ma con tolleranza – politica –  del dissenso, cioè di fatto con una pubblica rinuncia del gruppo e del partito di azionare meccanismi sanzionatori sul piano disciplinare o politico in senso ampio).

Non entro nel merito se il caso in questione sia un caso in cui il partito debba preferibilmente riconoscere il ricorrere della materia di “coscienza”. La coscienza peraltro è coscienza. Non esiste una coscienza super-individuale. Per cui in ultima analisi ciascuno ne è supremo giudice. Quindi la questione vera è un’altra. E cioè che, presupposto che il parlamentare possa sempre invocare la ricorrenza della coscienza del caso secondo propria sensibilità, laddove esista una linea di partito e si invochi la compattezza (in questo senso, si disconosca l’esistenza di una materia di coscienza), l’invocazione della “coscienza” da parte del parlamentare è più che altro una clausola di stile: in primo luogo perché alla fin fine la coscienza è del singolo ma il coltello dalla parte del manico ce l’ha sempre il partito; in secondo luogo perché – come abbiamo visto –  il parlamentare in aula può sempre parlare e votare in dissenso.

Strana idea quella per cui il parlamentare possa invocare liberamente la coscienza e al gruppo parlamentare non tocchi che prenderne atto, e magari non resti che applaudire per l’alto senso di eticità con cui il parlamentare svolge la funzione.

V’è un equilibrio saggio tra disciplina e dissenso.

Il parlamentare avrà la garanzia del dissenso (e potrà ottenere consensi nell’opinione pubblica, attenzione di altri partiti, vedersi riconoscere una primazia nel caso di un ravvedimento postumo del partito e chissà cos’altro…), il partito utilizzerà, se ritiene, eventuali meccanismi sanzionatori, tra i quali è indisponibile la revoca dal mandato parlamentare finchè la legislatura avrà corso.

Dopo, liberi tutti. Ognuno farà le sue valutazioni: il parlamentare (che potrebbe decide anzitempo di lasciar il partito e il gruppo per il venir meno di un rapporto che non può che essere, innanzitutto, di riconoscimento di massima nelle liee del partito, di fiducia reciproca e di convinzione), del partito, degli elettori (nella misura in cui la loro scelta incida nell’ambito del meccanismo elettorale; è questo è punto, allo stato, delicato); dell’opinione pubblica.

In occasione della conclusione della legislatura, se il parlamentare sarà ancora interessato ad essere inserito in una lista che concorre alle elezioni (del suo partito originario o di altro), tutti trarranno, come potranno, delle conclusioni. Sarà desiderasse di essere ricandidato dal “suo” partito, sarà il partito a decidere se ricandidarlo o no; se lui o il suo partito non lo volessero, potrebbe essere candidato eventualmente da altra formazione; o da nessuno. La vita continua e la politica si può fare in mille modi.

In tutto questo invocare formali o sostanziali violazioni del libero mandato parlamentare o la scorrettezza di una parola (del partito) non mantenuta ci sembra del tutto fuori luogo. Quando dal partito fu detto: se vorranno si esprimeranno in dissenso in aula, si descriveva puramente e semplicemente il funzionamento costituzionale del sistema, e meno male che il partito se ne ricordò (la politica in questi anni non sempre ha ricordato cosa c’è scritto in Costituzione). Non si anticipava, evidentemente, la posizione che avrebbe assunto il partito a riguardo: disciplina o tolleranza del dissenso. Ora il nodo è sciolto. E se qualcuno si volesse esprimere in dissenso in aula, nessuno – infatti – glielo impedirà. Né potrebbe mai.

 

E SULL’ ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SIAMO A RISCHIO “AZIONE PARALLELA”.

Nel genio musiliano l’Azione Parallela è un’organizzazione creata per festeggiare il regno dell’imperatore Francesco Giuseppe. I membri dell’organizzazione sono in continuo impegnati a trovare un’Idea (che non troveranno) da porre a base dell’Azione. Nel frattempo si susseguiranno amori, tradimenti, passioni, e tutto il resto. L’emendamento Gotor rischia di innestare nelle nostre istituzioni la creazione di un’Azione Parallela ogni volta che si deve eleggere il Presidente della Repubblica.

In quegli giorni si sta sviluppando un’importante mobilitazione contro l’approvazione della legge di revisione costituzionale attualmente in discussione, tra l’altro riferimento all’assenza di adeguati contrappesi al potere del governo. Qui, in modo solo lontanamente connesso (e comunque con diversa ispirazione), poniamo il problema, per certi versi opposto, del barocco istituzionale italiano. Di un certo modo ingenuo e macchinoso di immaginare le riforme e i loro effetti e del loro presunto “garantismo”.

L’emendamento approvato ieri in tema di elezione del Capo dello Stato è solo un esempio tra i tanti possibili.

Detto che la maggioranza assoluta per eleggere una così alta carica ad un certo punto deve pure essere prevista, per quanti timori vi possano essere relativamente a quorum ormai a disposizione di qualunque governo (grazie al premio di maggioranza), l’innovazione intende raccogliere alcuni timori circa la prospettiva che con le regole attuali la maggioranza abbia gioco fin troppo facile per eleggere con i soli propri voti la più alta carica dello Stato. L’emendamento Gotor, ormai parte del testo (ma non ancora definitivo), innesta una fase nuova, che però potenzialmente allunga i tempi rispetto ad un evento – quello della richiesta di maggioranza assoluta – che, se si vuole, accadrà: una specie di condizione potestativa. Efficace o controproducente? Vedremo. Per ora spieghiamo. Tra le prime tre votazioni (con la riforma quattro) attualmente previste, che richiedono i due terzi dei voti delle due camere (e parliamo, per il Senato, di quello verosimilmente riformato), e la fase della votazione a maggioranza assoluta (nel testo attuale dalla quarta votazione, per il futuro dalla … nona), viene introdotta una lunga fase “cuscinetto”, con quorum decrescente ma ancora elevato, e non scontatamente disponibile alla sola maggioranza (ma non è detto). Questa fase intende incentivare la convergenza di consenso tra schieramenti. Dalla quinta votazione alla ottava votazione per eleggere il Capo dello Stato occorreranno i tre quinti dei voti degli aventi diritto, pari al 60% all’incirca del corpo (dopo che già la maggioranza di due terzi, come abbiamo detto viene richiesta non più “solo” per tre scrutini, ma per quattro). 

Lo capisco da me che il diritto cerca di supplire alle difficoltà della politica. Il problema è l’efficiacia di singole misure e gli effetti che comunque dispiegano. Teniamo intanto conto che la prassi ha registrato i più diversi risultati: dalle 21/23 votazioni per eleggere Saragat e Leone all’unica votazione richiesta in altri casi. La seconda elezione di Napolitano è avvenuta al sesto scrutinio.

Il problema essenziale a me pare il seguente: c’è volontà della politica di accettare la ratio della regole? Se sì, non mi pare che tra i due terzi e i tre quinti cambi molto. Se no, allo stesso modo, non mi pare che tra i tre quinti e la maggioranza assoluta cambi molto (dato che la maggioranza effettiva a disposizione in virtù del premio di maggioranza è sempre significativamente più ampia).

Del resto chi mastica qualcosa di teoria dei giochi sa bene che quando la procedura è nota, con un consenso decrescente, la voglia di contrattazione di chi ha il coltello dalla parte del manico può essere del tutto strumentale, funzionale a far trascorrere il tempo invano, col rischio di arrivare allo stesso risultato (un Presidente eletto dalla maggioranza di governo) e per di più sentirsi dire che le opposizioni non hanno mantenuto un atteggiamento realistico e costruttivo (mentre forse è il contrario, chi lo sa…). L’esito più probabile di una soluzione di questo tipo è solo di allungare i tempi, in un momento in cui l’efficienza viene considerata un valore preminente rispetto ad altri. Sarebbe sbagliato far prevalere l’efficienza se le lungaggini garantissero qualcosa d’altro. Il problema è che non è garantito proprio nulla se non l’allungamento dei tempi in sè.

Otto,  nove votazioni possono essere uno psicodramma, ma anche un teatrino inutile. I promotori della riforma sembrano presupporre che con il susseguirsi delle votazioni la graniticità della maggioranza potrebbe venir meno. Ma va detto in primo luogo che la situazione drammatica determinatasi con l’elezione di Napolitano, come certe elezioni gestite dai notabili democristiani in anni lontani (vere partite di scacchi senza vincitore prefigurato; si pensi per tutte a quelle che elessero Scalfano sotto il suono delle bombe), sono oggi e saranno destinate ad essere sempre più casi eccezionali. Il paese sta cambiando mentalità, certe cose non le tollera più. Inoltre, siamo ormai al ritorno dei partiti (sono ancora deboli ma sono tornati), e partiti ampiamente “lideristici”, dove c’è una linea e la si attua.

Ma poi, in secondo luogo, si vuole davvero questo? Si vuole che, sempre ammesso che una maggioranza di governo voglia mettere cappello sul Presidente senza cerca consenso più ampio, questa maggioranza si laceri, tra l’altro sapendo bene che rimanendo compatta raggiungerà con certezza l’obiettivo (non condiviso)? Allora o è il partito è unito, e allora non si farebbe certo spaventare da qualche votazione in più (lo sa da prima), o è diviso e allora tutto può accadere fin dalla prima votazione (chiedete a Bersani & co.).

Insomma il rischio è che si allunghino solo i tempi, dando uno spettacolo brutto, quanto più esso è una falsa rappresentazione. Si crea una procedura macchinosa (a che servono quattro votazioni con la medesima maggioranza!) più facilmente che lacerante. E, anche se fosse, si vuole portare la logica Civati-Minieo-Chiti, di invocare voti di coscienza a ogni piè sospinto anche nel solenne momento dell’elezione del Presidente della Repubblica. Ci sarà un deliberato di partito o no? si sarà discusso o no?

Del resto di una procedura così articolata non vi è alcuna traccia (al solito…) nelle democrazie repubblicane parlamentari consolidate. L’art. 54, co. 6 della Legge fondamentale di Bonn è di una sconcertante semplicità. I tedeschi sono gente pratica, il barocco amano solo ascoltarlo, non praticarlo. “È eletto chi riceve i voti della maggioranza dei membri della Assemblea federale. Se tale maggioranza non viene raggiunta dopo due votazioni da nessun candidato, viene eletto chi raccoglie il maggior numero di voti in una successiva votazione”. Due votazioni a maggioranza assoluta e poi elezione con voto del maggior numero. Al massimo alla terza votazione hanno eletto il Presidente. Si potrebbe dare uno sguardo anche alla Costituzione ceca e ad altre ancora, il risultato non cambierebbe molto.

Ed è un pensiero essenzialmente italico – frutto del complesso del tiranno e della diffidenza reciproca tra le parti politiche, più che della ratio oggettiva delle norme – che chi venga eletto da un voto “di parte” sarà un presidente, allo stesso modo, … di parte. Dove sta scritto, e dove è mai avvenuto, che un Presidente eletto si sentirà “politicamente” espressione della maggioranza che lo ha espresso? A parte il ruolo che gioca la personalità, il Presidente ha nella Costituzione degli argini precisi che limitano la sua discrezionalità. Infine le dinamiche politiche oggi – se il sistema riprenderà a funzionare (il che presuppone pochi partiti coesi, non lacerati) – ridurrà la discrezionalità dei Presidenti nel gioco politico, i quali, comunque, di grande massima sono sempre stati all’altezza del loro compito a prescindere dalle maggioranze. 

Dunque, se i partiti più rappresentativi l’accordo lo vogliono davvero, già oggi dispongono di ben tre votazioni per cercarlo, bastano e avanzano. E’ sufficiente che due dei tre maggiori partiti si accordino su un nome, magari con convergenza di qualche scheggia attualmente in parlamento. Sarebbe facile, ma in Italia – il paese del complesso del Tiranno – tutto diventa oscuro e difficile.