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NAPOLI, LA CAMPANIA E UN REDDE RATIONEM DA EVITARE

In termini economici Napoli e la Campania sono realtà che brutalmente possono definirsi moribonde, ove il dinamismo alligna in sparute sacche di imprenditoria e di società. E’ il riflesso di una gravissima crisi politica e di classe dirigente e di un impoverimento senza precedenti del tessuto civile. La sinistra nell’ultimo ventennio non è stata all’altezza delle sfide, e le alternative, da quelle populiste alla de Magistris a quelle con venature quasi tecnocratiche alla Caldoro , non si sono rivelate neanche lontanamente adeguate alle necessità. Il Partito Democratico in Campania non è mai nato. La sua pur folta pattuglia parlamentare è quasi irrilevante sul piano nazionale. Quanto al partito propriamente detto, sulle macerie di organizzazioni e bricioli di militanze pregresse, è ad oggi un arcipelago di una quindicina di notabili (parlamentari, consiglieri regionali, qualche sindaco) con le loro truppe. Una confederazione di piccoli potentati priva di centro decisionale e, spesso, anche solo di momenti di sintesi. Non esiste una dialettica democratica degna di questo nome praticamente ad alcun livello dell’organizzazione, né può apprezzarsi un funzionamento regolare degli organismi dirigenti. Non si pratica da anni un tesseramento che abbia la più lontana parvenza di regolarità e, immagino, l’incameramento delle quote e la stessa vita economica del partito ne subiscono i riflessi. Le primarie che si sono svolte sono sempre state all’insegna del far west delle regole (soprattutto sull’uso delle risorse) ed è mancato qualunque controllo ex post (noto l’episodio delle schede delle “parlamentarie” buttate nell’immondizia prima di qualunque riscotnro; nessun Albo degli elettori è esistente). Il centro ha provato a intervenire, ma non hanno sortito alcune effetto i commissariamenti (ben due hanno interessato Napoli) degli ultimi anni. Ne è emblema la direzione regionale del partito, che non si riunisce da sette mesi.

In questo quadro, ci troviamo davanti a qualcosa di prossimo ad un’anarchia istituzionale (e, a Napoli, sociale). Un comune capoluogo di regione che ha un sindaco sospeso. Una città metropolitana dagli incerti contorni appena insediata con i suoi organi e il suo corredo di nuovi luogotenenti dei ras. Una regione che si approssima al voto con un bilancio più sano ma con una eredità sul piano sociale raccapricciante (che peraltro sarebbe indebito collocare per inteso, anche maggioritariamente, sulle spalle di Caldoro). L’atteggiamento di laissez faire del Partito nazionale, che si limita a stigmatizzare qui e lì singole vicende locali che passano il segno della decenza (come a Vibo Valenzia), non sembra più dare adeguati frutti perchè i gravi problemi locali – di cui Napoli e la Campania sono un emblema – rischiano ormai di appannare gravemente gli sforzi rinnovatori del partito e del governo nazionale. In particolare, la prospettiva di voti disgiunti da campagne elettorali nazionali (come le elezioni politiche anticipate, che sono il convitato di pietra del 2015) appare foriera di disastri nonostante il vuoto di offerte politiche alternative, con la crisi del berlusconismo e il vuoto grillino. L’opinione pubblica napoletana è semplicemente indifferente al Pd e forse, ormai, alla politica. Una fetta assai piccola ma qualificata ha seguito o si è ritrovata, nelle settimane scorse, all’evento della Fonderia delle Idee, ma di questo si dirà subito.

Tra qualche giorno, il diciotto ottobre, si svolgerà (ma il condizionale sarebbe d’obbligo, dati i precedenti) la Direzione regionale del Partito democratico  chiamata a votare sul regolamento e la fissazione della data per le primarie. Al momento ci sono tre candidati ufficialmente in campo, ma già altri scaldano i motori secondo insistenti voci. I candidati allo stato sono Vincenzo De Luca, Andrea Cozzolino e Angela Saggese. Molti protagonisti della vita politica regionale, con ruoli istituzionali locali o nazionali, si mantengono prudenti, in attesa di comprendere gli sviluppi e gli eventuali movimenti dal “centro” (di cui avvisaglie sono state, non si sa con quanta “copertura” effettiva, in discorsi ed esternazioni di Orlando e Delrio). Le primarie, se ci saranno, si annunciano più che movimentate: la tempesta perfetta. Il sostanziale dualismo De Luca – Cozzolino (l’erede politico di Bassolino di maggiore consistenza) appare una riedizione con vent’anni di ritardo di un congresso regionale pidiessino. Se la candidatura della Saggese, in quota Letta (secondo schemi che appaiono obsoleti), appare per ora come frutto della necessità di misurare la forza di una componente che all’ultimo congresso era apparsa assai consistente, ma non pare irrevocabile, solo una iniziativa ha provato a smuovere le acque e, a detta di molti, avrebbe fallito. Una giovane generazione quasi per intero – e non era mai avvenuto – si è ritrovata nell’esperienza organizzativa della “Fonderia delle idee”, con impulso preminente di Pina Picierno e di Francesco Nicodemo (ma associando anche i parlamentari Valente, Impegno, Migliore) e ha realizzato con sapienza e spirito di apertura alla società un evento che è stato tutt’altro che fallimentare se non alla luce di una presupposizione che non era nei programmi ed anzi è sempre stata espressamente esclusa. Ovvero che l’evento dovesse formalmente concludersi non già con la messa in sistema delle forze migliori della regione, un lavoro tematico e la sintesi in un programma che si per sé era un progetto (tanto che sia Caldoro che De Luca l’hanno sostanzialmente assunto a punto di partenza), ma fatalmente e necessariamente – e con tempi serrati –  con l’indicazione di un nome atto a rappresentarlo e che occupasse il campo. E’ evidente che il rischio involutivo e la disillusione appaiono tanto più forti alla luce dei larghi consensi e dell’attenzione che ha registrato l’evento. Eppure appare prematuro ravvisare un esito fallimentare quando non si è fatto null’altro che mantenere la coerenza di un impegno (prima il programma, poi – a tempo debito – il nome) e, comunque, quando le primarie appaiono non ancora deliberate, né le date fissate e, a dirla tutta, non fatalmente già messe in cantiere. E’ possibile che il nome non ci sia, come raccontano i retroscenisti dai giornali e lamentano intellettuali, ma questo si vedrà presto. Personalmente mi rifiuto di credere che un evento di questo genere, con tremila presenze accreditate, quasi settecento contributi tematici, 180 interventi dal palco e in video, in un contesto affamato di buona politica, sia destinano a scoppiare come una bolla di sapone dopo appena tre settimane e, soprattutto, senza neanche abbozzare un tentativo di imprimere una svolta alla vita politica della Regione. E ciò anche alla luce della circostanza che alcuni organizzatori della “Fonderia”, avendo preso posizioni autonome, di fatto si sono allontanati dal progetto, rendendolo più omogeneo dal punto di vista della coerenza culturale, che era uno dei veri limiti di una operazione anche generazionale che era nata per includere e non per escludere, per unire e non per dividere.

Sabato saranno deliberate le primarie? Forse sì, forse no. Ma non è affatto detto che, quando anche fossero deliberate, che si terranno effettivamente.

E’ impossibile che il Nazareno non stia quantomeno raccogliendo segnali e monitorando la situazione, che si presenta già a livelli di guardia e che, temo, si presenterà presto come esplosiva. Sarà anche improbabile, alla luce delle condotte pregresse (che non prevedono né interferenza nelle contese né endorsement, e, di regola, neanche veti), ma non è del tutto escluso, che si decida di porre rimedio anzitempo ad un disastro annunciato che rischia di travolgere tutto e tutti, tranne chi è ancora in fasce, lasciando un terreno che scotta per altri dieci anni.

Le primarie dei prossimi mesi replicherebbero, e certamente in peggio, l’infausta esperienza che spalancò le porte a Luigi de Magistris. Prevedibilissime le forzature, le esagerazioni di candidati e “ras” a supporto (tanto più senza un quadro di regole affidabile); più che probabili le denunce di irregolarità non solo in sede politica ma anche nelle più qualificate sedi deputate alla verifica delle illegalità, e, dunque, verosimile l’attenzione e i riflettori che le Procure presto accenderebbero sull’evento. Il Pd non può permetterselo, perché già è in posizione vulnerabile. Quanto più sono alte le aspettative nei suoi confronti, tanto maggiore il rischio di passi falsi. E i due candidati più attendibili allo stato non offrono, da questo punto di vista, le migliori credenziali.

Cozzolino fu protagonista delle primarie napoletane che furono sospese, quindi (sostanzialmente) annullate e, a torto o ragione, ne ha riportato un non lieve offuscamento dell’immagine. Da un ulteriore danno di questo genere ogni sua prospettiva politica resterebbe stroncata. Senza dimenticare che, su altro piano, grava sulla sua candidatura un importante conflitto di interesse (meglio, di interessi) che lo investirebbe un domani su molteplici dossiers sia come candidato governatore che come candidato sindaco di Napoli, in conseguenza di un legame acquisito con una facoltosa famiglia di imprenditori napoletani (con affari anche spinosi, come l’ecomostro di Alimuri, la cui sorte è ancora incerta).

De Luca, da parte sua, è stato il protagonista assoluto e, presto, incontrastato, della vita politica salernitana ma non è mai riuscito a sfondare né a livello regionale né nazionale, ed è all’ultima spiaggia. Dal ventennio di (sostanziale) amministrazione (1993-2014) ha ricavato consenso, osanna, una candidatura sfortunata alla regione (ma si era “prenotato” già nel lontano 1999!), ma ingloriosamente archiviata con le subitanee dimissioni da capogruppo dell’opposizione e, infine, alcuni filoni di indagini i cui possibili esiti rischiano di vanificare immediatamente un’eventuale vittoria e alle primarie e alle elezioni regionali. Le precedenti primarie nel salernitano non si sono distinte molto, per stile, da quelle napoletane, ed anzi è ormai tipico di quella realtà l’assenza di qualunque contropotere (fatta eccezione una significativa presenza di Vaccaro) che, in un modo o nell’altro, magari attraverso patti scellerati come procedendo per risse e resse, a Napoli calmiera i tentativi egemonici. Salerno, del resto, oggi è una realtà in crisi non meno di Napoli. Quando passa, passa.

Dunque. Se il dossier non è sul tavolo di Renzi e dei due vice-segretari dovrebbe arrivarci presto, perché la Campania è la seconda regione italiana per popolazione e senza ripartire dalla Campania qualunque tentativo di aggredire il problema del divario territoriale tra il Meridione d’Italia e il resto del paese è del tutto vano, perchè l’area metropolitana di Napoli è (bisogna onestamente ammetterlo, anche se è doloroso) una zavorra.

La mia opinione personale è che la “Fonderia delle idee” dovrebbe in ogni caso giocare la propria partita con coraggio e determinazione con una leadership collettiva (più che con un Renzi napoletano, che mi pare non ci sia) per quanto completata, come inevitabile, da un front man, un’espressione esteriore che, come la generazione che dovrebbe rappresentare, non dovrà apparire logorato da mille battaglie politiche e che piuttosto potrebbe connotarsi nel senso di un solido e affidabile know how per amministrare una realtà difficilissima affrontando, a differenza di Caldoro (che si è limitato, in qualche modo perfino encomiabilmente, a fare il lavoro “sporco”), alcuni nodi strategici, dall’uso produttivo dei fondi comunitari al rilancio della manifattura, del turismo e dell’enogastronomia e così via. Ciò per mantenere, se non altro, un lumicino di speranza da cui iniziare una ricostruzione e un rammendo di un tessuto politico, culturale e civile gravemente malato.

Ma questa è, appunto, null’altro che un’opinione personale.

Il resto è, purtroppo, assai più di un’opinione, una facile profezia.

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