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LA FINE DEL TEOREMA A CINQUE STELLE

Il Movimento 5 Stelle non è un partito, ma un movimento di cittadini, che è cosa ben diversa.
I partiti non sono fatti di cittadini ma da militanti, portatori di interessi in contrasto con la cittadinanza (di cui rappresentano – se va bene – la parte rinnegata).
Livorno è sommersa di rifiuti. E’ governata da un’amministrazione a Cinque Stelle, quindi da cittadini. I cittadini di Livorno, tra cui i loro “commissari” del Movimento 5 Stelle, sono incapaci.
Così finisce, quando si butta nel gabinetto la rappresentanza (e la responsabilità) politica.
In realtà i cittadini di Livorno sanno benissimo di chi è la colpa. Della cattiva politica.
Di qualunque colore sia, è facile riconoscerla dai risultati.
La cattiva politica non dà le risposte sperate.
Poi se parla a nome dei cittadini, beh, questa è non solo un’appropriazione indebita, ma un’aggravante.
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PRIMARIE: IL SUCCESSO E’ NELL’AFFLUENZA ?

I quotidiani di oggi condensano in modo tendenzialmente convergente il dato di senso politico insito nell’esito del doppio appuntamento delle primarie per l’individuazione del candidato Presidente delle Regione Puglia e Veneto, che hanno visto prevalere rispettivamente Michele Emiliano e Alessandra Moretti. La Puglia tiene, il Veneto cede; in Puglia un successo (140.000 votanti come in Calabria, ove si ebbero 100.000 votanti), in Veneto flop come in Emilia. Il termine di paragone è l’antipolitica, la disillusione, la disaffezione crescente della cittadinanza.
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IL CASO DI STEFANO E L’AUTONOMIA DELLA POLITICA

Il garantismo è una cosa, e riguarda la corretta valutazione dei fatti processuali e le sanzioni sociali, e il campo dell’autonomia della politica è altro, connotato da libere valutazioni e determinazioni nell’esercizio di selezione della classe dirigente quali presupposti per oneste condotte ed efficaci policies. Se la sanzione politica si appiattisce su quella giuridica o su quella sociale (che può essere tanto spietata quanto improntata all’indifferenza: la sanzione sociale è anorganica e non tipizzata per definizione), allora la politica è finita.

La politica è au-to-no-ma dal sociale come da qualunque altra sfera dell’agire umano, e in questo è il suo primato. Quanto al piano dei rapporti con il diritto, in particolare, la politica deve essere assai più … garantista del doveroso garantismo giuridico. In questo senso: la politica non è il diritto, e il fatto elementare che debba rispettare le regole giuridiche che essa stessa si dà – aspetto negativo, il diritto è un limite per la politica, che non può fare ciò che il diritto le vieta  – non può voler dire che essa debba necessariamente assumerne le conclusioni. Ecco un aspetto della tematica contemporanea della “supplenza” della magistratura. Di una politica, cioè, che si consegni mani e piedi agli accertamenti e alle conclusioni della magistratura limitandosi a giustificarli o, al massimo, a prenderne atto. Politica e diritto sono invece due piani diversi (argomento anche qui: https://marcoplutino.com/2014/07/10/caso-errani-un-delicato-equilibrio-tra-garanzie-e-primato-della-politica/)

La politica si basa sul consenso, e per catturare il consenso occorre avere la fiducia dei consociati. Battaglie impopolari per sostenere persone che si ritengono innocenti potranno anche essere fatte, e saranno meritorie (pensiamo al caso Tortora, e al ruolo che svolsero i radicali, quando alcuni media, la nostra cattiva coscienza, e l’impreparazione rispetto a nuove sfide imposte dalla democrazia “del pubblico” e dalla tecnologia, ci fecero dubitare anche di nostro padre e perdemmo l’innocenza). La politica deve saper sfidare gli umori popolari nel nome dell’interesse pubblico. Ma per farlo deve essere credibile.

Ecco, allora, che vicende come quelle che investono il deputato Di Stefano ci rimandano all’esigenza di costruire partiti che sappiano selezionare in entrata e, vogliamo chiamarle così?, nelle progressioni di carriera.

Non c’è bisogno che i fatti contestati siano provati. E’ ampiamente sufficiente il marciume e lo squallore che ne fa da contesto, fatto di lusso, valigette di soldi, puttane, puttanieri e intermediari; la biografia politica, fatta di più cambi di partito che anni dedicati alla cura dell’interesse pubblico; le dichiarazioni al telefono (“Ho fatto le primarie con gli imbrogli, ma ora tiro tutti dentro”), siano o no utilizzabili in sede processuale (tanto per capirci ancora una volta che il diritto è una cosa, la politica, nel formulare i suoi giudizi, altro). A fronte di questo quadro il fatto che l’ex assessore della Regione Lazio (giunta Marrazzo) sia accusato di aver preso una tangente da 1,88 milione di euro per una gara d’appalto truccata appare perfino un dettaglio; lo appurerà la magistratura.

A noi interessa, perchè la politica sia credibile, che la politica abbia più l’odore della lavanda che non il tanfo della fogna. Che rievochi, per dire, la concezione e la prassi che ne ebbe un Brunetto Latini e non quello della banda della Magliana.

Basta tutto questo, per farci comprendere che è stato commesso un grande errore ad ammettere subitaneamente e senza un periodo di attenta osservazione (e non escludo – sia chiaro – che altri consimili siano ben pasciuti nelle file della sinistra, fin dai calzoncini corti) il politico in questione nel partito. E a dargli lo spazio che i free raider dei nostri tempi percorrono davanti alle strambe regole (leggi cd.parlamentarie) che i partiti pongono a se stessi per non voler o saper regolare i conflitti e assumersi la responsabilità di selezionare. Ora il deputato si è autosospeso. Nell’apprendere la notizia dell’autosospensione magari qualche comunicato gli avrà dato atto dell’atto di buon senso. Macchè autosospesione. Sbattere fuori quelli chiacchierati come lui, subito. Questo è il compito di un dirigente politico. Anche di fronte agli eletti. Anzi Eletti.

In ciò la politica mostra di essere ingessata sullo stesso punto che condanna il paese: i dirigenti non si assumono responsabilità, per quieto vivere o altro. Non decidono. Ratificano troppo spesso le prepotenze. Su queste cose ascoltai cose forti di Matteo Renzi, e le condivisi. Vorrei fossero sempre valide e che la forza rivoluzionaria di un discorso di verità conseguente non appaia sempre più sfumato nel pragmatismo dell’arte di governo all’insegna del non disturbare il manovratore. Il prezzo sarebbe altissimo. Già il paese muore lentamente, tra i lestofanti e gli esodi di massa all’estero. Morirebbe anche la speranza.

LA SINISTRA (AL GOVERNO) E LA PIAZZA. UN DILEMMA MAI SCIOLTO.

In queste ore tiene banco il derby Leopolda (l’evento annuale fiorentino organizzato da Renzi, quest’anno dal 24 al 26 ottobre) – Piazza (la manifestazione pubblica dei sindacati prevista per il 25 ottobre contro le politiche del governo). Gli esponenti del Partito democratico sono chiamati a sciogliere il dilemma e pochissimi troveranno il modo di conciliarlo con una compresenza ma neanche sceglieranno di stare, in quei giorni, al Nazareno, che poi sarebbe la sede del partito di cui tutti fanno parte, o a casa con i propri cari. Dunque, di qua o di là. Fossi un dirigente, io, se non fossi interessato ad andare alla Leopolda (magnifica la battuta involontaria di Bersani: andrei alla Leopolda se la facesse il Pd. Hai capito tutto, Bersani), e se non concordassi con l’azione del governo, quel giorno me ne andrei, appunto, al Nazareno a lavorare, a produrre documenti e riflettere, o, più semplicemente, me ne starei a casa. Come si potrebbe, del resto, stare alla Leopolda e in piazza?

Ma, aggiungo, provocatoriamente: è possibile comunque passare il lunedì al Nazareno o occupare i banchi del Partito democratico in parlamento o, ancora, andare nei circoli a spiegare e discutere l’azione del governo, se il sabato si è stati in piazza a manifestare contro le politiche del governo? Perché esattamente di questo si tratta. Che credibilità avrei io come dirigente e, per colpa mia, anche il partito?

Sembra una forzatura porre in modo così drastico la questione.

Prima considerazione. La questione è tutt’altro che nuova. E’ anzi annosa. Il dilemma della sinistra tra istituzioni e piazza (quando è al governo, perchè altrimenti il discorso muta, in parte) viene da lontano e si è posto ogni volta in maniera lacerante e alimentando – soprattutto dagli anni ’60 – polemiche a non finire. Rimonta al Pci (e al Psi) che erano al governo prima del maggio ’47 e che anche dopo restarono tra i partiti che scrivevano la Costituente mentre, per altri versi, usavano bastone e carota verso quella parte dei propri partiti che era per fare subito “come in Russia” (la cd. doppiezza, o un suo aspetto storicamente peculiare). Riguardò, e siamo in una fase già di consolidamento della democrazia, i socialisti per tutta la fase di avvicinamento e poi di presenza al governo, che durò un ventennio. Poi i comunisti nella fase della solidarietà nazionale (1976-79), nella quale erano comunque nella maggioranza (senza i socialisti!). Poi, come noto, mutò in parte di significato, ma fu pur sempre presente, con i socialisti al governo per tutti gli anni ’80 e fino al 1992-93.

Per il Pds e i Ds, la questione è stata, poi, quasi un tratto identitario, con particolare riferimento ai contrastatissimi mesi del governo D’Alema (I e II), ma non solo.

Questione vecchia e trita, dunque. Potrebbe sorprendere che se ne parli ogni volta. Ma sarebbe impressione sbagliata, quella di farsi cogliere dalla sorpresa, perché, a ben vedere, la questione non è mai stata risolta con un ragionamento di principio che funga anche da canone operativo.

Seconda considerazione. Dopo il 1992-1993 è crollato un sistema dei partiti (le cui sinistra furono e restarono almeno fino a Craxi, sempre immature anche quando ammesse nella maggioranza e al governo) e negli anni seguenti fino ad oggi partiti (e un sistema) non sono stati più ricostruiti, con la parziale eccezione di Pds e Alleanza Nazionale. Di conseguenza, deficitario è stato il dibattito nei cosiddetti partiti (pure il Pds lo è stato un soggetto di massa, e partito vero, ma col trascorrere degli anni sempre meno partito, sempre più federazione di leaders), deficitarie le forme di governance che avrebbero dovuto far esprimere quel dibattito, deficitari, se non bacati – se posso dirlo –  i modi di ragionare di leaders che provenivano dall’esperienza comunista (si, vabbè, comunista italiana) e che mai l’avevano rimeditata (non diciamo rinnegata) ad eccezione dei cosiddetti miglioristi.

Ora, qualcuno sostiene che come criterio operativo di massima si potrebbe distinguere tra dirigenti (a cui la piazza sarebbe preclusa, senza distinguere se sono o no in minoranza nel partito) e iscritti e militanti (cui sarebbe sempre aperta). Sul piano di una riflessione sulla natura dell’associazione la distinzione ha poco senso: certo maggiore potere, maggiore reponsabiiltà, ma non molto più di questo, come dirò subito. Sul piano dello stretto diritto statale, ovviamente che ciascuno faccia ciò che voglia. Ma il diritto partitico, gli organi di garanzie, gli statuti? Devono restare indifferenti? Tutto si rivolverà in una partita pari e patta? Sarà. Certo, non sembra il tempo per ragionare da partito serio quando, per l’appunto, non ci sono i partiti (il Pd lo è a malapena, come party on the ground), figuriamoci se possiamo fare i rigorosi.

Però ragioniamo “a babbo morto”. Secondo me la questione non investe affatto solo la dirigenze (dove pure viene contestata in quanto tale) ma riguarda anche il militante e l’iscritto perchè, sanzioni a parte (ripetiamo: del tutto irrealistiche, ma almeno per i dirigenti mi sembre rebbi un esito piu’ che ovvio), se si va in piazza contro una misura del tuo governo, per quanto quella misura ti sia sgradita e ti sembri preludere alla fine del mondo, non si scappa da queste tre possibilità:

1) Non ti è chiaro cos’è un partito e cosa è la tua membership quale che sia. E rilancio: membership ad un’associazione qualunque. Sarebbe come far parte di un’associazione amici di Spielberg e manifestare rumorosamente durante un’assemblea dell’associazione perché l’ultimo suo film non ti è piaciuto affatto e secondo te il registra si sta rincretinendo: qualcuno prima o ti chiederebbe, non a torto: ma tu ci vuoi stare, o no?

2) E’ frustrazione. Problema serio. Il partito magari non funziona o non consente di esprimersi a dovere. Questo tema, tuttavia, può valere al massimo per la militanza di base (le dinamiche di circolo effettivamente, immagino, sono diventate ben poca cosa rispetto a un tempo);

3) Sei spinto, che te ne accorga o no, irresponsabilmente dai tuoi referenti nel partito (se sei intruppato) o comunque dai dirigenti cui presti maggiore attenzione (se sei un libero militante, ammesso che tu esista, e mi piacerebbe conoscerti), mediante l’assicurazione della loro stessa presenza, al fine di usare la piazza come un’arma impropria di scontro politico interno.

Solo la seconda questione potrebbe avrebbe un qualche senso (e ne ha, grandissimo, se guardiamo a quel che ci sarebbe da fare) ma, ripeto, tutti sanno che nella Direzione nazionale del Partito democratico si sviluppano dibattiti che magari sono di tenore culturale piuttosto magro (se non avvilente), ma durante i quali tutti – tutti – sono rappresentati e si esprimono. C’è una pluralità di posizioni in cui ogni iscritto può riconoscersi.

Piuttosto direi: caro dirigente che dissenti dalla linea maggioritaria del tuo partito ho una domanda da farti: sapresti rappresentare in un circolo o in Tv lealmente la questione – da uomo di partito e di governo – se il tuo partito di chiedesse di comunicare l’azione del governo? E’ questa una delle grandi funzioni dei partiti. Fare da cassa di risonanza. Non del dissenso, ma delle “politiche”. E’ giusto, allora, mettere “in piazza” (metaforicamente) dissensi che di per sé incidono sulla percezione dell’attività del governo? E’ peregrino che il signor Franco seduto fantozzianamente sul divano con birra e telecomando si chieda: beh, se lo dice lui che è un dirigente di quel partito, figuriamoci io che posso, forse debbo, pensare su questa misura?

Andare in piazza, insomma, è un po’ come quando D’Alema e Amato, nell’ambito di due ministeri di taglio riformista (ma pieni di complessi), mandarono a fare il Ministro del Lavoro Cesare Salvi, un illustre esponente dell’opposizione interna (che poi uscì dal partito). Allora misero il “sabotatore” – uso provocatoriamente un’espressione forte, ma potrei dire un “frenatore” (in “renzese”) – in casa, in bella vista in mezzo all’argenteria: con quali effetti sull’azione e l’immagine del governo? Domani, quando il “sabotatore” andra’ nelle piazze – cioè nel circo mediatico, perché oggi di questo si tratta – sarà intervistato mentre cammina accigliato tra bandiere variopinte (magari rosse, magari pure del partito) ma di fatto presidierà un insediamento sociale. Va bene cosi’? E chi l’ha deciso?

E non è, badate, “centralismo democratico” (o “soviet”, come delicatamente dice D’Attorre), che sono tutt’altra cosa. E’ la logica della politica democratica, e, prima, serietà e senso delle istituzioni.

Avere esponenti dello stesso partito al di qua e al di là di una linea Maginot, mentre il governo (con effetti che ognuno potrà valutare) sta ambiziosamente cercando di scardinare alcune rendite di posizione (giuste o sbagliate) o, se volete, “diritti acquisiti”, con effetti che tendono ad elidersi, per me genera giustamente smarrimento nel comune elettore (magari non nel militante, che è spesso un consumato dirigente in sedicesimo). Comunque non è comportamento degno di un partito serio e responsabile. Poi fate quello che volete.

RENZI O DELLA PUISSANCE DE LA POLITIQUE

Ieri si è svolta una direzione del Partito Democratico dedicata quasi esclusivamente alla forma-partito. Già una notizia, in questi tempi di anti-politica e ideologia anti-partito. Un partito che non teme di definirsi e farsi riconoscere come tale, che riflette su se stesso, sui segmenti problematici della propria vita (come l’ottimizzazione tra linea di partito democraticamente scelta e tutela del dissenso), sulle proprie deficienze (ad esempio sui territori, come onestamente ha ammesso Renzi, anche riflettendo sullo strumento delle primarie), e lo fa nel momento del trionfo, quando è l’unico soggetto collettivo degno di questo nome in campo e con un leader che gode di livelli di gradimento inusitati, nonostante la fine della cosiddetta “luna di miele” e il passaggio a forme di consenso meno scontate e passive.

Ebbene, la relazione introduttiva e le conclusioni di Matteo Renzi liberano il campo definitivamente da letture semplicistiche per cui Renzi sarebbe essenzialmente, se non solo, un fenomeno comunicativo e che cerca nel partito, al massimo, un’amplificazione della propria leadership secondo il modello (presidenzialista) del “comitato elettorale”. E’ bastato ascoltarlo ieri, dove le questioni di governo non erano in primissima vista, per avere la sensazione di ascoltare un solido e autorevole dirigente di partito che sa interpretare il ruolo di leader di un partito al governo.

Contrariamente ad una lettura ancora assai diffusa, chi scrive ha sempre ritenuto che Renzi, lungi dall’essere una manifestazione demagogica, populistica, magari con una malcelata vocazione plebiscitaria, sia, anzi, al contrario, un argine alle peggiori tendenze degenerative della democrazia, che si manifestano ovunque e anche da noi. Sarebbe sufficiente concedersi l’esercizio plutarchesco delle “vite parallele”, nell’ultimo anno, di Renzi e Grillo, con le rispettive parabole per notare tutta la differenza tra un febbrile, anche se magari non privo di ingenuità, riformismo del “fare”, da un lato, e l’impotenza declamatoria, se non violenta (e venta xenofobamente), dall’altro, con una presenza parlamentare sterile, se non ridicola e comunque gravemente lesiva dell’immagine del parlamento. O, ancora, la mano tesa per il dialogo dentro e fuori il partito da un lato (tale da ammettere che il voto in dissenso sia tollerabile anche in caso diversi da quelli di coscienza, in un rapporto peraltro di relativa autonomia tra partito e gruppo parlamentare e lasciando intendere, perfino, che il dissenso debba essere regolato essenzialmente solo quando è in ballo in modo dilemmatico l’esistenza del governo: dobbiamo “darci delle regole sul voto di fiducia”), e i diktat e le espulsioni con i post-scriptum sul blog dall’altro. Due modelli di interpretazione della politica moderna al tempo della democrazia “del pubblico”, per stare ad un’espressione di Bernard Manin.

Non meno patetici, sull’altro versante, i paralleli con il leader del centro-destra, come se Renzi fosse (siamo ancora a questo con certi commentatori attardati) una variante del berlusconismo che supplisce all’assenza di debordanti risorse economiche con un surplus di affidamento ad un’organizzazione partitica o di presenza in Rete, o di giovanilismo a furiadi selfies. Basti questa frase di Renzi, sempre di ieri: “la destra in questi anni non si è unita su un valore ideologica ma si è unita su una persona”, mentre, ha aggiunto poco dopo Renzi, la sinistra si definisce proprio per “cosa vuol dire essere di sinistra”, a partire dal tema delle opportunità. Il Pd è tutto, tranne che un partito personale. Non lo sarà mai e non potrebbe, anche volendo, esserlo.

E Renzi ieri ha fatto risuonare nella sala parole che perfino i precedenti leader della sinistra avevano dimenticato, a partire dalla “formazione politica”, vista come una esigenza ineludibile per un partito al fine di comprendere come si possano sviluppare “pensieri lunghi e larghi in grado di formare la qualità delle donne e degli uomini che formano questa comunità”. E, se non bastasse, ha richiamato l’esigenza della promozione nella vita del partito di (cito testualmente) “studio, elaborazione, discussione, e capacita di ascolto e rispetto”. Ha ricordato che il partito è un’associazione “che seleziona”, e non necessariamente con primarie, e che, per riprendere un tema che abbiamo già sfiorato, non può ridursi né a comitato elettorale né ad una confederazione o “club di anarchici liberi pensatori”.

(Ho trattato i temi della forma-partito, in particolare qui https://marcoplutino.com/2014/10/08/il-tesseramento-limportante-e-costruire-un-partito e https://marcoplutino.com/2014/10/08/il-tesseramento-limportante-e-costruire-un-partito )

A parte il tema del finanziamento ai partiti (le cui scelte in tema posso comprendere, ma non condividere, solo in chiave comunicativa, per recuperare un rapporto in gravissima crisi con l’opinione pubblica quale era quello che appariva nel 2013, del Pd e non solo) l’unico punto sul quale nutro delle perplessità, da sempre, è la visione di una legge elettorale a premio di maggioranza, o “con vincitore certo”, come prospettiva ineludibile. Perché la ritengo una scelta miope e sbagliato.

(Argomento meglio qui: https://marcoplutino.com/2014/09/19/il-premio-alla-lista-e-una-svolta-ma-e-un-giano-bifronte e qui https://marcoplutino.com/2014/09/12/prove-generali-di-legge-elettorale-nazionale-il-caso-toscana )

Non, si badi, il progetto di un partito maggioritario nel voto degli italiani (comunque lo si definisca, non mi interessa la discussione stucchevole a riguardo), ma la via istituzionale al suo perseguimento con – discutibili e controproducenti – escamotage giuridici ed in particolare con il conferimento del premio ad esito di un ballottaggio invece di una assai più proficua, eppure quanto più difficile, costruzione di un progetto politico che appare in questo momento non fuori portata, beninteso con le opportune strategie di alleanze e una legge meno drasticamente, e in modo più tecnicamente ineccepibile, ma pur sempre distorsiva.

Su altri piani invece Renzi ha fatto affermazioni di grande importanza e valore dopo due, se non tre, decenni di “discorso” istituzionale opposto. Pur mostrandosi debitore delle costruzioni (politiche) del “mandato popolare”, ha ricordato che i “mandati” devono essere corretti, integrati, interpretati secondo le circostanze (e tanto più, ha aggiunto, in risposta, quando le elezioni sulla base di quei mandati non sono state vinte!) e, in secondo luogo, ha detto espressamente – e forse è la prima volta – quello che pensiamo da sempre. Ovvero che la conquista del partito non sarebbe avvenuta se un pezzo del gruppo dirigente non si fosse aggregato, condividendolo, al progetto renziano e che, pertanto (aggiungiamo noi) le primarie straordinarie furono quelle del 2012, quando Renzi, senza contare sull’appoggio di alcun autorevole dirigente del partito (tranne Fassino, se non ricordo male), colse uno straordinario 35,5% dei consensi pari a 1.104 958 voti complessivi. Dunque grande rispolvero del partito e delle logiche politiche.

E infatti, a tale riguardo e a proposito di luna di miele finita. C’è qualcuno che ricorda ancora che Renzi non è stato “eletto” o “votato” (espressioni comunque tecnicamente scorrette) dal popolo italiano? C’è qualcuno che nell’azione di governo coglie la differenza tra chi vi arriva “baciato” dalle urne e chi, invece, da segretario del partito, con una legittimazione politica, assume per vie perfettamente parlamentari la guida del governo? Ecco, questa  è la cartina al tornasole della discussione. La puissance de la politique. Ovvero, con qualche minima grossolanità che è nulla rispetto al contributo che sta dando alla riabilitazione della politica in Italia, Matteo Renzi.

TRISTE, SOLITARIO Y FINAL. LA PARABOLA DI GRILLO

La parabola del Movimento 5 Stelle, fatte le dovute e inevitabili differenze, ricorda molto quell’Uomo qualunque. Un partito, anzi un movimento (non vollero mai chiamarsi e ritenersi partito) che crebbe sulle macerie di un fallimento di regime. Nacque subito grande, prima nell’opinione pubblica, poi nelle urne. Faceva del rifiuto delle culture politiche tradizionali e del professionismo politico la base del suo invero incerto e oscillante profilo identitario. Aveva un leader, piuttosto carismatico, che conosceva il pubblico e i suoi gusti. Un uomo di spettacolo, sempre con la battura pronta, qualche volta greve. Ad un certo punto sembrava che l’Italia fosse nelle loro (e di Lui) mani. Tutti li cercavano, tutti li vezzeggiavano. Colsero un risultato storico ma, chiamati a scrivere le nuove regole di un paese distrutto da una classe politica prepotente e ignorante, non riuscirono minimamente a incidere sui contenuti di quella svolta. Provarono in seguito a condizionare l’attivita’ di governi con risultati quasi nulli anche se di tanto in tanto rivendicavano per il loro orgoglio qualche improbabile risultato. Vennero i tempi difficili. Non erano politici navigati, molti erano solo opportunisti. La maggior parte gente senza ne’ arte ne’ parte. Si divisero sulla linea, furono permeati dalla sindrome, e qualche volta dalla pratica, del complotto. Il Fondatore fece partire raffiche di espulsioni anche  nei confronti dei piu’ autorevoli dirigenti.
Venne il secondo congresso, il movimento era sfibrato, l’opinione pubblica si volgeva rapidamente altrove. Nonostante cio’ il Fondatore infiammo’ (in verita’ tra le crescenti perplessita’) la platea e fu rieletto alla guida del movimento, per acclamazione. Le urne erano sempre piu’ amare. Le folle di elettori erano diventate sparuti plotoncini. Un loro compagno di strada, piu’ furbo e possidente degli altri, fece transitare rapidamente gli ultimi, o quasi, verso il suo nascente movimento. Il Fondatore provo’ a manovrare in parlamento. A destra, a sinistra. Mancava pero’ completamente non solo di capacita’ politiche ma anche di analisi, per quanto l’uomo fosse intelligente e per certi versi nient’affatto sgradevole. Semplicemente non comprendeva quello che accadeva attorno a lui. Non riconosceva piu’ quel paese. Erano trascorsi solo due anni dal trionfo al tonfo. Ne passarono quasi altri dieci, sempre piu’ patetici e malinconici. Il Fondatore diventava seguace di suoi antichi seguaci, chiedeva ospitalita’ a quelli che aveva sempre considerato nemici, si diede alle sempre piu’ frequenti, e penose, apparit0zioni televisive. Affogo’ tra i debiti e le recriminazioni. Convinto di essere stato tradito da tutti, di non essere stato capito. Torno’ allo spettacolo, ma anche li’, i gusti del paese erano cambiati. Fu un triste tramonto.
Mi e’ sembrato di rivedere questo “film”, vedendo Beppe Grillo affannarsi e sbavare tra battute e imprecazioni, sul palco del Circo Massimo davanti a militanti sempre piu’ perplessi.
Grillo, cinico e avido quanto era candido perfino nel suo opportunismo Giannini.
Grillo un uomo quasi solo avviato verso il tramonto, mentre ribadisce la sovranita’ del movimento e si attribuisce, con linguaggio da Internazionale, il compito del controllore, del Guardiano contro gli opportunisti e le deviazioni. Mentre afferma che chiudera’ il Parlamento appena potra’ (Giannini era uomo di formaziome, nonostante tutto, liberale).
Ma perfino nel movimento dove non si puo’ parlare liberamente ammettono ai microfoni dei tg, ormai, che sono impotenti e in stallo, che non si puo’ andare avanti cosi’. E qui viene il bello perche’ alcuni l’hanno capito. Loro non possono farci niente, anche volendo.
Allora fu la Dc che svuoto’ impietosamente il movimento dell’Uomo Qualunque. Oggi lo stesso sta avvenendo da parte del nuovo Pd, di Matteo Renzi.
Il pallino, ora come allora, ce l’ha il partito al governo. E’ inutile che ti sgoli, Beppe.

IL TESSERAMENTO? L’IMPORTANTE E’ COSTRUIRE UN PARTITO

Il dibattito (ma dovrebbe dirsi bagarre) che si è sviluppato dopo che, in un articolo a firma di Goffredo De Marchis del 3 ottobre scorso, si è appurato che il Pd allo stato avrebbe appena un quinto degli iscritti dello scorso anno, sarebbe interessante se non fosse brandito come un tema di polemica immediata ma si nutrisse di analisi e respiro, ovviamente non fini a se stesse ma pur sempre destinate ad avere una ricaduta operativa.

Tra un Cuperlo che vuole fermare il tesseramento e un Emiliano che vuole abolire del tutto la membership, tra un Civati che minaccia di lasciare un partito del quale non ha condiviso fin dall’inizio della legislatura alcuna decisione di un qualche rilievo, votando sistematicamente in dissenso dal gruppo (con ciò ponendo la contigua questione dei limiti rispettivi della disciplina e del dissenso) e un Mineo che minaccia addirittura dimissioni dalla funzione parlamentare, la questione viene fatta rifluire pressocchè in modo assorbente come un aspetto, magari il negativo, dell’effetto-Renzi.

Da un lato, accanto alle dichiarazioni che la disciplina di partito, dopo discussione collegiale e votazione, è un dovere di ogni militante e dirigente, si ribadisce che il metro di salute di un partito sono e non possono che essere, in ultima analisi, le urne, come afferma Renzi nell’ultima sua “e-news”: “A me pare che un partito che arriva dove non arrivava nessuno dal 1958, vince tutte le regionali in trasferta (Piemonte, Abruzzo, Sardegna), stravince nei comuni è un partito che gode di buona salute”. Avendo certamente una parte di ragione, in quanto ad un partito non si partecipa per partecipare ma per incidere, per “determinare le politiche nazionali”, afferma l’art. 49 Cost.; e mai nessun partito in Italia è stato potenzialmente in grado di scrivere il futuro di questo paese come il Partito democratico attuale.

Dall’altro, magari adombrando che quell’esito felice sia solo contingente (e che sia tutto da consolidare non è, invero, discusso da alcuno), si paventano i rischi del partito-comitato elettorale del leader, dove si svuota la funzione dei gruppi dirigenti e tutto diventa un megafono del leader in un’arena di competizione tra leaders che ricorda molto gli scenari schumpeteriani, ove sarà solo una sconfitta elettorale a segnare, primo o dopo, il suo tramonto. La legittimazione elettorale quale alfa e omega della leadership, che presuppone, almeno secondo una versione, mandati credibilmente conferiti e partiti che non ne ostacolino ed anzi ne consentano più agevolmente la realizzazione (anche se a tale proposito si registra la divaricazione col pensiero di Schumpeter, ben lontano nella sua idea di mercato elettorale dall’immaginare mandati popolari, se non altro perché non ammetterebbe mai l’esistenza di una entità così impalpabile come il “popolo”).

In una discussione dalle mille sfaccettature e che andrebbe riproposta in un contesto tutt’altro che provinciale, possiamo limitarci a porre alcuni punti fermi (o che ci appaiono tali):

  • Ha ragione Renzi quando afferma, alla Leopolda, che “Leadership non è una parolaccia”. Tale è stata in Italia quando al massimo ha significato coesione di gruppi dirigenti (linea decisa collettivamente). E parlo proprio di leadership, dunque, personalizzata. Quest’affermazione è coerente con la più autorevole riflessione politologica. E in Italia v’è certamente un difetto di cultura di leadership, sopravanzata sempre da altri valori considerati premianti in nome della “democrazia”, come la co-decisione spinta fino all’eventuale veto, la partecipazione anche al limite inconcludente, il coinvolgimento ampio anche a costo di pagare un grave scotto in termini di tempestività e incisività delle decisioni. Su questo occorre una messa a punto teorica e un opportuno bilanciamento nella vita pratica del partito;
  • Il Pd non è un partito personale, o, peggio, padronale: non ha le caratteristiche né dell’uno né dell’altro, com’era evidente prima della segreteria Renzi e com’è ancora oggi. Come ha affermato Diamanti, per contrapposizione con l’etichetta citata, è un partito “impersonale”. Cioè un partito a tutti gli effetti, per quanto difettoso. Non si potrebbe dirlo per gli altri “partiti” italiani, tali solo di nome e spesso neanche di nome. O hanno forme organizzative del tutto evanescenti, o non sono altro che simulacri ed espressioni di singole personalità politiche senza alcuna pratica realistica di democrazia interna o, come Ncd, meri cartelli di personalità: la questione semmai, anche qui di ottimizzazione, è quella di realizzare un fine tuning tra disciplina e dissenso, tra preservazione dell’identità del partito e trasformazioni imposte dal leader, tra le necessità della personalizzazione della politica e la preservazione del carattere collettivo dell’organismo partitico, tra responsabilità elettorale del partito e sue dinamiche interne;
  • Un punto dirimente, che è parte della cultura della leadership è, ha ragione a insistere sul punto Ceccanti, il problema del cumulo, nel Pd, tra leadership politica e leadership istituzionale: questo cumulo è oggetto, per remore e timori atavici, di incessanti contestazioni. Solo rimuovendo la questione di principio dal tavolo (ma bisogna proprio farlo senza riserve, accettando l’idea di avere il proprio leader al governo e remando tutti nelle stessa direzione), ci si potrà dedicare ad una discussione se Renzi o i suoi vice siano svolgendo in modo adeguato le funzioni partitiche e se le dinamiche di funzionamento interno del partito (un partito dove si è preso a votare in modo sistematico) siano o no soddisfacenti. Altrimenti non si andrà lontano dal muro contro muro;
  • La questione del tesseramento. E’ eclatante per i titoli dei giornali ma in realtà sovrastimata rispetto alla sua portata effettiva. Tesserarsi per fare cosa? Il tesseramento (e più in generale la membership) sono variabili di un framework assai più ampio.

Ha ragione il mio amico Tommaso Ederoclite quando, da buon allievo di Mauro Calise,  scrive qui:

http://www.huffingtonpost.it/tommaso-ederoclite/calo-tesseramento-pd-partito_b_5926150.html

che le ragioni del crollo del tesseramento sono ben spiegabili senza far riferimento a letture drammatizzanti ma con appello al realismo (1) non è periodo di congressi; 2) il Pd si basa su primarie e “aperte”, che dequotano la membership: il partito “è costituito da elettori e iscritti”, recita l’attuale art. 1 dello Statto del Pd; 3) i micronotabili, una delle constituencies del Pd, non ha più interesse a fare le tessere). Tutto vero, ma – attenzione – non edificante e, in punto di conclusioni rispetto all’analisi, nulla di rassicurante.

Esistono dei convitati di pietra che vanno affrontati e, lo, è scomodo farlo e per certi versi anche solo dirlo.

Quello che è pregiudiziale rispetto a qualunque altro problema: la retorica demagogica e antipartitica in cui siamo immersi da venti e più anni a questa parte, di cui il Pd è un crinale e ago della bilancia: un po’ ne partecipa (con tante scelte e posizioni e, direi, perfino ne è esso stesso frutto, rinunciando ad initio ad una profilo identitario netto per una generica confluenza di riformismi: un’ambiguità peraltro che si sta sciogliendo gradualmente), un po’ la ostacola (con un orgoglioso e rinnovato discorso sul primato della politica). Da questo problema, che non esiste nella cittadinanza se non di riflesso a quanto ad essa arriva per quanto è radicato nella mentalità della classe politica e nei suoi conseguenti comportamenti, è discesa la mancata ricostituzione dei partiti dopo il grande crollo del 1992-93.

Solo dopo, e per conseguenza, ne derivano problemi organizzativi e problemi legati al rapporto tra politica e denaro.

Quanto al primo piano aspetto: anche un partito reale e per certi versi perfino in salute come il Pd manca di un corretto e stabile rapporto tra centro e periferia, e ciò non può che danneggiare alla lunga anche l’immagine della leadership: ad oggi questo rapporto è del tutto episodico e occasionale. Una parola strappata in privato andando in trasferta da un dirigente romano o, nel dibattito pubblico, un’indicazione perentoria, uno stop, un via libera, un’intervista o un intervento con toni pedagogici e/o avvertimenti, una garanzia di rimanere neutri o spettatori di una contesa locale. Il tutto con l’interminabile corredo di illazioni su quanto queste esternazioni rispondano, sia vicino o lontane dal pensiero del leader, sia note o ignote, presenti o meno alle sue volontà. (un processo che in sedicesimi, naturalmente, riguarda anche il rapporto coi territori dei leader di minoranza). Nel caso di un massimo sforzo organizzativo qualche conferenza programmatica priva di seguito, una pseudo scuola di formazione per i giovani (memorabile una voluta da Bersani al Sud: ne sono usciti centinaia di agguerriti quadri). Qualche volta ci scappa un commissario che obtorto collo viene mandato a sedare faide locali e frettolosamente se ne va appena può da tutt’altre faccende affaccendato senza aver risolto, in realtà, nulla.

Non si può continuare così. E parliamo dell’unico partito degno di questo nome che c’è.

Il partito, qualunque partito, ha bisogno di una profusione di energie e professionalità serie e applicate continuativamente alla machine (e retribuite a questo scopo). E l’impegno al partito non è secondario al lavoro istituzionale. Perché un partito sia credibile agli occhi dei suoi dirigenti non basta qualche rimborso spese, tanta neve in tasca, una telefonata da Roma (nel Pds degli anni ’90 erano tantissime…) e soprattutto non è più tollerabile l’assenza di qualunque sforzo di analisi e di elaborazione culturale, sulla base dell’assunto che tutto è stato detto e scritto e che bisogna solo fare o, comunque, che ci pensi il leader, sulla base evidentemente di un suo investimento culturale, organizzativo e del suo patrimonio di relazioni. Diciamo la verità. Il livello dei dibattiti assembleari anche nazionali è veramente sconsolante, le banalità e i luoghi comuni sono gli architravi della gran parte degli interventi, il tono culturale e intellettuale è di una insopportabile sciatteria e inconsistenza, e scarso è, di conseguenza, quello politico, che alla fine si riduce alla immancabile sagace battuta per posizionarsi politicamente o segnare i rapporti di forza.

Infine la questione dei soldi e, più in generale, delle regole. Essa ha una dimensione acuta nel Meridione, fino a contribuire a segnare la fisionomia quasi integrale del partito, ma non è affatto estraneo al resto d’Italia, dove magari cambiano le forme ma non la sostanza (vedi caso Penati o caso Mose, con il corredo di fulminee ascese).

Pacchetti di tessere o pacchetti di voti alle primarie, cambia poco (questo è il mio appunto all’analisi di Ederoclite): la macchina locale è sempre in mano alle risorse possedute da notabili. Risorse organizzative e, sempre più, finanziarie. E’ una questione di tipo di consenso e di forma dello “scambio politico”, che non di rado arriva a configurare in modo netti ed esemplare fattispecie da codice penale. I notabili risparmiano i soldi delle tessere (spesso del resto virtuali e non conferiti effettivamente; come virtuali spesso sono i voti alle primarie e gli Albi degli elettori), per destinarli ad altro uso, che siano primarie o no.

Se la Dc era un partito che passava le proprie giornate “a contare le tessere” (copyright Martinazzoli), e se questo era certamente l’epifenomeno di molti aspetti negativi, non è detto che meno tessere uguale meno problemi. Il discorso “meno ma più buoni” val bene per i parrocchiani, come la Chiesa ha da tempo capito, ma per i partiti la questione è più complessa. Se non ci interessano le tessere, vogliamo almeno riportare a far politica le persone sia pure nelle forme in cui sono disponibili, fisicamente o altrettanto realmente nelle forme consentite dalla Rete?

Il punto vero è dunque, ed è lo stesso dal 1993, ricostruire un sistema di partiti e, prima, una pluralità di partiti. Certamente, nei limiti in cui sarà possibile, visto che la crisi dei partiti è globale. Eppure altrove in qualche forma ci sono. Da queste macerie abbiamo tratto un vantaggio per il quale vantiamo ormai un primato in Europa: siamo avanti con il partito “a rete” e “mediatizzato” (Pd netword e Pd community). Facciamo ora un passo avanti anche nel recupero del senso di un’appartenenza, nella membership, in una partecipazione non del tutto episodica e discontinua. Da una notevole leadership e da un mezzo partito che abbiamo (il Pd-machine) facciamo un partito intero (Fabbrini lo chiama il leader-con-partito: tutte le etichette possono andare bene purchè si ricongiungano leadership e partito). E, via facendo, cerchiamo di adottare tutte quelle misure che consentano o incentivino lo strutturarsi di tre-cinque soggetti medio-grandi, leaderizzati quanto si vuole, ma aperti, trasparenti, competitivi e accettabilmente democratici al loro interno.

Suggerirei di cominciare con una legge organica sui partiti, non esclusa una disciplina totalmente nuova rispetto a quella appena varata, con la tecnica del rattoppo e cedendo a sirene demagogiche, sul finanziamento dei partiti e della politica (tanto gli esiti saranno fallimentari, se non gravemente patologici, come ci si accorgerà dal 2017, anno di entrata a regime). Entro questa disciplina potrebbe trovare posto, se si vuole, anche una regolamentazione, statale, della primarie (in forma eventuale) dimodochè chi volesse praticare l’istituto, che rivela importanti segni di estenuazione nella vita interna del Pd, lo possa e debba fare in un contesto in cui ne sia garantita la qualità del processo, la fattura democratica, il rispetto delle regole e dei diritti dei partecipanti.

Abbiamo una situazione singolare che di fatto realizza un ritorno, per quanto ambiguo, dei partiti. Da un lato tre leadership extraparlamentari per i tre maggiori soggetti politici (partiti sarebbe troppo almeno in due casi). Dall’altro un partito con una livello potenziale di consenso che si colloca nella parte alta della forchetta dei suoi omologhi europei. Impegniamoci per ripristinare con il loro ritorno, anche l’autorità dei partiti, E’ un presupposto, insieme alle qualità delle leadership, per avere un sistema che funzioni in modo soddisfacente. Ricostruiamo la politica in Italia.