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RENZI E LA SUA FASE “TRE”

Su questo blog, mesi e mesi fa, contestavo una communis opinio. Sostenevo che Renzi non era nato “nelle” primarie – come era usuale sentire dire – ma che era nato nella forza di un progetto e che quel progetto avrebbe comunque conquistato il Pd. E che pertanto le primarie erano state solo un accidente. Ebbene, raccoglievo perplessita’ (perfino quelle di chi non comprende cosa vuol dire l’interlocutore,  dove vuole arrivare a parare), imbarazzo e qualche invito – affettuoso e protettivo – a parlare a voce piu’ bassa.
Invece a me era chiaro che Renzi e’ nel bene e nel male il ritorno del primato della politica e dello strumento partito. In forme nuove, certo. Ma il loro ritorno prepotente.
Allora Renzi e il Pd possono utilizzare le primarie, magari in modo selettivo e regolandole, ma – ecco – definirle un atto o mito fondativo e’ stato ed e’ frutto di una imperdonabile mancanza di fiducia in se stessi e nel ruolo della politica e del partito. C’e’ un’altra verità, piu’ credibile, che non crea alcun imbarazzo, se la si sa cogliere nella oggettivita’ delle cose alla luce di una lettura politica appena un poco attrezzata.
E’ una verita’ semplice. 
Renzi ha conquistato il Pd e iniziato a creare speranze nel paese con le prime primarie, quelle perse in modo straordinariamente esaltante, solo contro tutti (tranne un po’ di noi…). La prova di Renzi lascio’ un segno indelebile nel bollito gruppo dirigente Pd, come e piu’ dell’arrivo dei Galli a Roma. Renzi non “vinse” il partito quando lo conquisto’ formalmente, nel rito delle seconde, in cui molti di noi si sono sentiti in disagio, se non in cattiva compagnia – oltreche’  di qualche persona poco raccomandabile – di tanti militanti che votavano Renzi per ordine di scuderia senza capire ne’ fenomeno nè il progetto, se non ancora con macerata ostilita’ e prevenzione. Li’, le seconde primarie, sono state quasi solo una gara nel gruppo dirigente su come prendere le misure a Renzi. Chi portando in modo solerte in dote i pacchetti di voti necessari ad una forte vittoria, chi per prepararsi a fronteggiarlo fino all’ultimo sangue. Subendolo, respingendolo o provando ad assimilarlo.  Il piu’ rapido e acuto di tutti, fu Franceschini, con la sua grande Areadem, lasciata anzitempo solo da Fassino fin dalle prime primarie (e non e’ un caso che Franceschini sia nel governo e D’Alema, Veltroni e Bersani ai giardinetti). Li’, nelle seconde primarie, il voto di opinione fu assai ridotto. I giochi erano fatti. Furono primarie di (ri)posizionamento, tutte anticipatarie dei problemi e dei temi del cosiddetto Renzi due, quello con le ceneri del (fumoso, velleitario) “partito della nazione”.
Ecco perche’ il Renzi uno, il ciclone – Renzi,  il trasformatore di energia, e’ durato poco ed e’ stato presto risucchiato dai meccanismi del Renzi due.
Ecco l’esigenza del Renzi “tre” di cui parla il mio amico Fabio Avallone su HuffingtonPost, in cui Renzi puo’ e deve muoversi senza riguardi,  retaggi e zavorre, recuperando lo spirito originario non solo a parole (la cui efficacia declamatoria si logora rapidamente …) ma con decisioni e fatti.
Oggi questo mio pensiero – gia’ espresso molti mesi fa In alcuni pezzi di queato mio blog wordpress – appara finalmente “sdoganabile” e chiaro, e voglio ribadirlo a eventuale beneficio dei miei lettori piu’ recenti.
Renzi non e’ nato dalle primarie ma da un progetto straordinariamente coraggioso di conquista del partito e di cambiamento del paese. Un ciclone che si e’ abbattuto al momento giusto su un gruppo dirigente connivente e sfibrato. Quel patto fu rotto dall’esterno dalla energia brutale di Renzi e il maggiore azionista di quel patto – Areadem –  sposo’ il progetto di Renzi rompendo il patto dall’interno, ponendolo nel nulla (chi ricorda appena qualche mese prima il vergognoso foglietto con tutte le cariche istituzionali divise per accordo riservato e inconfessabile nel “caminetto” Pd?). Franceschini (e com lui molti ex Margherita, anche esterni alla sua area, esclusi i pochi amici di Letta) lo fece alle primarie, ma lo avrebbe fatto nelle sedi di partito con esiti non dissimili. Il surplus di forza politica di Renzi vera e’ poi venuta dai risultati delle europee, una vittoria tutta riposante sulla speranza diffusa nella realizzazione del progetto (piu’ che del programma) di Renzi per l’Italia.
Poi? Renzi quando ha potuto ha tirato dritto, ma qualche volta non ha voluto aprire fronti dolorosi o dagli esiti imprevedibili. Molte sono state le ingenuita’ politiche e comunicative; comprensibili, in parte inevitabili. Molti anche i successi e le prove di forza e, per così dire, di carattere.
Oggi pero’ siamo ad una svolta. Cambiare o … o?
E allora ecco che nell’endorsement di un pezzo di quel gruppo dirigente tra le prime e le seconde primarie, come nella resistenza ad oltranza di un altro pezzo, irriducibile, ci sono alcuni dei problemi della fase “due” di Renzi: un partito in mano – non senza realta’ pesantemente inquinate e inquietanti – a prepotenti capibastone all’occasione in combutta o in lotta tra loro e poco disciplinato, quindi incapace di offrire un’immagine di coesione, a livello nazionale.
Ora Renzi ha avuto la conferma che se non cambia tutto nel suo Pd, non cambia abbastanza il paese. Non svuota il bacile della rabbia (e quindi il M5S resta vitale e pronto ad approfittarne), non prosciuga l’astensionismo (con l’entita’ del quale diventa grottesco prendersela con un Pastorino qualunque),  non produce sufficiente buongoverno e i risultati, che pure non mancano, sono inferiori alle attese, offrendo il destro alle incursioni antipolitiche di quasi tutto lo spettro delle forze parlamentari. Credo che Renzi lo abbia capito.
Partito rifondato e nuove classi dirigenti. Le due sfide da vincere rapidamente per rivoltare il paese come un calzino. Forse un anno ancora di tempo avanti – non di piu’ – per poi tirare tutti, Renzi per primo, le somme.

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LA RIELEZIONE DI NAPOLITANO, ENNESIMO FALLIMENTO DELLA POLITICA

Nello smentire formalmente la notizia di sue imminenti dimissioni, il Presidente della Repubblica ha ribadito che resterà in carica almeno fino alla fine del semestre Ue a guida italiana (31 dicembre 2014). Dopo, ha aggiunto, seguiranno valutazioni che non devono intrecciarsi con l’attività legislativa e di governo, ma fino a quel momento – è il sottinteso della dichiarazione che tutti hanno sottolineato – nessun alibi per le riforme. Siamo ancora a questo; ad un punto tale, cioè che l’ultimo escamotage della politica è utilizzare le medesime dimissioni del Presidente per mettere in scena l’ennesimo balletto tattico avente ad oggetto l’intreccio della vicenda riformatrice con le scadenze dei Quirinale, le dimissioni del Presidente con le sempre meno improbabili elezioni, esercitandosi in calcoletti sull’interazione tra semestre bianco, vincoli “tecnici” tra chi vuole certe riforme e chi altre o non le vuole affatto, tra chi è per Renzi e chi contro, chi è per le elezioni e chi per proseguire la legislatura, e così via.

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CORTE: ORA VEDREMO DI CHI E’ LA COLPA DELLO STALLO.

Con una lettera dai toni molto amari Luciano Violante ha ufficialmente ritirato la propria disponibilità ad essere votato per l’elezione dei giudici costituzionali spettanti al parlamento in seduta comune. Il ritiro è certamente tardivo ma resta un dubbio: per quanto sia vero che il parlamento in simili occasioni “parli” con le votazioni e non con le dichiarazioni è possibile che non si comprenda davvero perché queste elezioni hanno preso questa piega? Lo stallo è solo un problema di nomi? Siamo sicuri che il problema sia solo Violante, il candidato che ha resistito al ritiro su ben tre candidati voluti dallo schieramento avverso? Spiegazione rassicurante, ma certamente parziale. Violante era certamente un nome autorevole ma troppo “forte” per la Corte, come ho argomentato qui:

https://marcoplutino.com/2014/09/22/corte-la-cooptazione-parlamentare-ha-ancora-un-senso/

Ma da qui ad attribuirgli tutte le colpe per la situazione attuale ce ne passa. Come se tutto fosse riducibile ad un suo incaponimento. Magari. Nell’ultima votazione, la diciottesima, il quorum dei 570 voti non è stato raggiunto ma la stragrande parte dei voti è stato espresso nella forma di una scheda bianca, sono state 524. Ed è già un segno di disciplina, nella sua drammaticità. Nelle precedenti votazioni era andato anche peggio, con voti letteralmente e chiaramente in uscita libera.

Ora, trovo risibile – e non corroborato dal calcolo dei voti e dalla situazione degli schieramenti parlamentari – accedere all’ipotesi opposta a quella descritta finora, ovvero che, come sostiene qualche giornale, a fronte del candidato democratico sostenuto lealmente dal suo schieramento, il problema sia interno agli “azzurri “ di Forza Italia che stenterebbero a trovare proprio rappresentante. Da un lato, è fin troppo evidente che gli “azzurri” non gradissero semplicemente Violante senza alcuna condizione, rifiutando anche una logica di “do ut des” tipica di queste elezioni (tanto che in anni passati quanto faceva capolino il nome di Violante si ribatteva con il nome di Ghedini, come dire: provocazione su – supposta – provocazione), dall’altro, trovo poco probabile che gli “azzurri” non trovino un nome attorno al quale raccogliersi, anche perchè, contrariamente a quanto si pensi, un giudice della Corte non riesce ad essere mai fino in fondo un “mandatario” del proprio schieramento. E ci mancherebbe.

Temo invece che in consimili votazioni – tutte quelle per eleggere gli organi di garanzia, e quindi a maggioranza rafforzata – sia saltato qualcosa, un equilibrio già fragile che però aveva consentito, ancora qualche anno fa, di eleggere Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale alla prima votazione o Napolitano, al primo mandato, alla quarta votazione, cioè a maggioranza, con un voto sofferto quanto disciplinato. Che pesi, insomma, fin troppo l’assenza di partiti politici strutturati che caratterizza in particolare quest’ultima fase della cosiddetta Seconda Repubblica, che è stato, a ben vedere, un tratto di tutta la sua parabola. Da questo punto di vista anche il Pd, il partito più solido, anzi l’unico rimasto in piedi, è presa di lotte furiose sotterranee e ripicche tra componenti cui non si riesce di venire a capo, e che una leadership fortissima di per sé non può certo vincere (anzi oggettivamente amplifica), salvo che non si volesse ricorrere a rimedi fin troppo draconiani. E resta il fattore primigenio, che provocò il disastro delle presidenziali del 2013. Due fattori certamente opposti – il correntismo e una malintesa idea di mandato popolare, se non il “tanto peggio tanto meglio” – che convivono senza contraddizioni e spesso anche, immagino, nelle medesime persone, divise tra lealtà di “componente” (soprattutto in Pd e in Forza Italia) e tentazione di interpretare il mandato parlamentare in termini sostanzialmente liberi, sottratti  a obblighi di disciplina. Che le cose possano stare nei termini qui descritti è forse dimostrato dai passaggi che Renzi nell’ultima direzione ha dedicato al tema della disciplina di partito, con concessioni importanti (forse troppo generose) ma con avvertimenti chiari proprio con riguardo a votazioni determinanti, quali sono quelli per l’elezione degli organi di garanzia o sulla questione di fiducia posta dal governo. Sulle seconde non si può sgarrare per definizione, perché gli esiti sarebbero esiziali e in fondo, nel Pd, non può volerlo nessuno. Ecco che le tensioni si scaricano sulle prime, contribuendo a far diventare ogni votazione un Vietnam. Ovviamente non è un problema solo del Pd, e forse neanche soprattutto del Pd (ma sarebbe responsabilità del Pd allargare il dialogo a forze come la Lega e M5S), ma lo è di più nella misura in cui attualmente è un architrave delle istituzioni repubblicane. Una forza che è chiamata ad essere affidabile per definizione, perché senza alternative.

Allora vedremo presto se il problema era il nome di Violante, o, viceversa, i malumori nel centro-destra per  il blocco imposto allo schieramento dal suo proprietario (di questo si tratta). O infine, come temo, vi sia qualcosa di più, un malessere di sistema difficile da curare se non abbandonando ogni scorciatoia per dedicarsi con lena all’obiettivo fondamentale: ricostruire i partiti. Plurali e disciplinati, con gruppi dirigenti maturi e responsabili .

Quello che è certo è che i sei presidenti dei gruppi parlamentari che rappresentano grandi partiti (di cui due, stupidamente, a rotazione) non ne escono affatto bene. Ma in un Senato della Repubblica, ad esempio, che in un anno ha già collezionato 79 cambi di gruppo parlamentare (di “casacca”) vuoi vedere che, alla fine, sarebbe tutta colpa loro?