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CORTE: ORA VEDREMO DI CHI E’ LA COLPA DELLO STALLO.

Con una lettera dai toni molto amari Luciano Violante ha ufficialmente ritirato la propria disponibilità ad essere votato per l’elezione dei giudici costituzionali spettanti al parlamento in seduta comune. Il ritiro è certamente tardivo ma resta un dubbio: per quanto sia vero che il parlamento in simili occasioni “parli” con le votazioni e non con le dichiarazioni è possibile che non si comprenda davvero perché queste elezioni hanno preso questa piega? Lo stallo è solo un problema di nomi? Siamo sicuri che il problema sia solo Violante, il candidato che ha resistito al ritiro su ben tre candidati voluti dallo schieramento avverso? Spiegazione rassicurante, ma certamente parziale. Violante era certamente un nome autorevole ma troppo “forte” per la Corte, come ho argomentato qui:

https://marcoplutino.com/2014/09/22/corte-la-cooptazione-parlamentare-ha-ancora-un-senso/

Ma da qui ad attribuirgli tutte le colpe per la situazione attuale ce ne passa. Come se tutto fosse riducibile ad un suo incaponimento. Magari. Nell’ultima votazione, la diciottesima, il quorum dei 570 voti non è stato raggiunto ma la stragrande parte dei voti è stato espresso nella forma di una scheda bianca, sono state 524. Ed è già un segno di disciplina, nella sua drammaticità. Nelle precedenti votazioni era andato anche peggio, con voti letteralmente e chiaramente in uscita libera.

Ora, trovo risibile – e non corroborato dal calcolo dei voti e dalla situazione degli schieramenti parlamentari – accedere all’ipotesi opposta a quella descritta finora, ovvero che, come sostiene qualche giornale, a fronte del candidato democratico sostenuto lealmente dal suo schieramento, il problema sia interno agli “azzurri “ di Forza Italia che stenterebbero a trovare proprio rappresentante. Da un lato, è fin troppo evidente che gli “azzurri” non gradissero semplicemente Violante senza alcuna condizione, rifiutando anche una logica di “do ut des” tipica di queste elezioni (tanto che in anni passati quanto faceva capolino il nome di Violante si ribatteva con il nome di Ghedini, come dire: provocazione su – supposta – provocazione), dall’altro, trovo poco probabile che gli “azzurri” non trovino un nome attorno al quale raccogliersi, anche perchè, contrariamente a quanto si pensi, un giudice della Corte non riesce ad essere mai fino in fondo un “mandatario” del proprio schieramento. E ci mancherebbe.

Temo invece che in consimili votazioni – tutte quelle per eleggere gli organi di garanzia, e quindi a maggioranza rafforzata – sia saltato qualcosa, un equilibrio già fragile che però aveva consentito, ancora qualche anno fa, di eleggere Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale alla prima votazione o Napolitano, al primo mandato, alla quarta votazione, cioè a maggioranza, con un voto sofferto quanto disciplinato. Che pesi, insomma, fin troppo l’assenza di partiti politici strutturati che caratterizza in particolare quest’ultima fase della cosiddetta Seconda Repubblica, che è stato, a ben vedere, un tratto di tutta la sua parabola. Da questo punto di vista anche il Pd, il partito più solido, anzi l’unico rimasto in piedi, è presa di lotte furiose sotterranee e ripicche tra componenti cui non si riesce di venire a capo, e che una leadership fortissima di per sé non può certo vincere (anzi oggettivamente amplifica), salvo che non si volesse ricorrere a rimedi fin troppo draconiani. E resta il fattore primigenio, che provocò il disastro delle presidenziali del 2013. Due fattori certamente opposti – il correntismo e una malintesa idea di mandato popolare, se non il “tanto peggio tanto meglio” – che convivono senza contraddizioni e spesso anche, immagino, nelle medesime persone, divise tra lealtà di “componente” (soprattutto in Pd e in Forza Italia) e tentazione di interpretare il mandato parlamentare in termini sostanzialmente liberi, sottratti  a obblighi di disciplina. Che le cose possano stare nei termini qui descritti è forse dimostrato dai passaggi che Renzi nell’ultima direzione ha dedicato al tema della disciplina di partito, con concessioni importanti (forse troppo generose) ma con avvertimenti chiari proprio con riguardo a votazioni determinanti, quali sono quelli per l’elezione degli organi di garanzia o sulla questione di fiducia posta dal governo. Sulle seconde non si può sgarrare per definizione, perché gli esiti sarebbero esiziali e in fondo, nel Pd, non può volerlo nessuno. Ecco che le tensioni si scaricano sulle prime, contribuendo a far diventare ogni votazione un Vietnam. Ovviamente non è un problema solo del Pd, e forse neanche soprattutto del Pd (ma sarebbe responsabilità del Pd allargare il dialogo a forze come la Lega e M5S), ma lo è di più nella misura in cui attualmente è un architrave delle istituzioni repubblicane. Una forza che è chiamata ad essere affidabile per definizione, perché senza alternative.

Allora vedremo presto se il problema era il nome di Violante, o, viceversa, i malumori nel centro-destra per  il blocco imposto allo schieramento dal suo proprietario (di questo si tratta). O infine, come temo, vi sia qualcosa di più, un malessere di sistema difficile da curare se non abbandonando ogni scorciatoia per dedicarsi con lena all’obiettivo fondamentale: ricostruire i partiti. Plurali e disciplinati, con gruppi dirigenti maturi e responsabili .

Quello che è certo è che i sei presidenti dei gruppi parlamentari che rappresentano grandi partiti (di cui due, stupidamente, a rotazione) non ne escono affatto bene. Ma in un Senato della Repubblica, ad esempio, che in un anno ha già collezionato 79 cambi di gruppo parlamentare (di “casacca”) vuoi vedere che, alla fine, sarebbe tutta colpa loro?

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