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L’ O.D.G. CALDEROLI: OVVERO BLOCCARE LE RIFORME ANCHE QUANDO SON LEGGI.

Della difficoltà del nostro parlamento a fare riforme elettorali e istituzionali sappiamo. E’ un dato primigenio della nostra Repubblica. La novità di giornata è che c’è chi pensa di bloccarle perfino dopo che sono state approvate in via definitiva.
Domattina sarà in discussione presso la prima commissione del Senato della Repubblica l’o.d.g. Calderoli. Il nome o.d.g. Calderoli è sinonimo da sempre di sparigliamento ed esercizio di furbizia politica un pò levantina. Di cosa si tratta, questa volta? Di questo: l’eventuale approvazione definitiva e l’entrata in vigore della legge elettorale per la Camera dei deputati (cd. Italicum), non sarebbe sufficiente per la produzione degli effetti suoi propri (quindi la normativa sarebbe in vigore ma sospesa) perchè occorrerebbe attendere l’approvazione della legge di revisione costituzionale (contenente, tra l’altro, la soppressione della fiducia da parte del Senato). In tal modo l’ordine del giorno scioglie il delicato nodo dell’intreccio tra riforma elettorale e riforma costituzionale, e lo fa rinviando la produzione di effetti della prima all’evento (molto) futuro e (molto) incerto dell’entrata in vigore della seconda. La chiamano “clausola di salvaguardia”, ma lo fanno partendo dal presupposto sbagliato, ovvero che la legge elettorale Senato attualmente vigente (cd. Consultellum, in una delle due versioni uscito dalla sent. Corte costituzionale n. 1 del 2014) non sarebbe applicabile, per cui – visto che la riforma elettorale attuale non contempla un diverso sistema elettorale per il Senato (cosa che avrebbe tagliato la testa al toro) – occorre cautelarsi con la clausola “de qua”. Continua a leggere

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LE MODIFICA ALL’EMENDAMENTO “ANTI DE LUCA” SONO MOLTO PEGGIORATIVE.

Abbiamo già parlato del cd. emendamento “Anti De Luca” in discussione nel Consiglio regionale della Campania, secondo cui qualora il sindaco di comune superiore ai 5.000 abitanti (altro che De Luca!) avesse voluto candidarsi per il Consiglio regionale avrebbe dovuto dimettersi non oltre il centottantesimo giorno antecedente la scadenza naturale del Consiglio regionale.

Potete recuperare il post qui: https://marcoplutino.com/2014/07/28/sulla-cd-norma-anti-del-luca-e-lo-scantonamento-delle-ineleggibilita/

Ebbene, durante la discussione si è ritenuto di porre riparo ad una soluzione per molti versi criticabile e da quasi tutti criticata. Come? Tornando sul termine dei 180 giorni e riducendolo a soli 30 giorni. D’altra parte, però, la portata della previsione, nella nuova versione, è stata estesa ad un novero ampissimo di soggetti: tutti i consiglieri comunali dei comuni sopra i 5.000 abitanti, i componenti della futura Giunta metropolitana, e i presidenti e assessori delle Giunte provinciali.

Soluzioni peggiorative, l’una e l’altra.  

Su un primo piano. Se fosse accolto l’emendamento, praticamente tutto il ceto politico locale degli eletti sarebbe ineleggibile al Consiglio regionale (salvo previe dimissioni, che equivale più o meno ad un salto buio senza paracadute, salvo che per i sindaci dei grandi comuni). Restano fuori … dirigenti di partito e segretari di circoli, cioè poco più – per chances di riuscita, in un’elezione che richiede parecchie migliaia di voti – che casalinghe e pensionati. Ci dicessero loro, i signori consiglieri regionali uscenti, chi devono essere i prossimi consiglieri regionali e facciamo prima e ci risparmiamo i costi e il fastidio delle urne!

Non si tratta allora di una miglioria. Da un lato l’estensione del novero dei soggetti potenzialmente incisi, in cambio di una riduzione dei termini per l’obbligo (o onere) delle dimissioni, realizza una generalizzazione del tutto impropria, assolutamente inaccettabile, di un istituto, quello dell’ineleggibilità, che dovrebbe essere eccezionale per la caratteristica di incidere fortemente in modo limitativo sul diritto di elettorato passivo dell’eletto.

Su altro piano – attenzione – non è positiva la riduzione del termine per le dimissioni (allineandolo in fatto con quello di presentazione delle candidature) perchè contrasta chiaramente con la ratio dell’istituto, che è quello di evitare che una concorrenza sleale di riversi sul processo democratico e non Quest’ultima è, invece, questa sì’, una concorrenza sleale di quelli che sono “dentro”, e hanno il dominio delle regole, su quelli che sono “fuori”. Una collusione, una chiusura, uno sviluppo quasi di tipo, direbbero gli economisti, oligopolistico o monopolistico.

Va detto anche con la modifica, infatti, sempre di ineleggibilità (e non di incompatibilità) si tratta.

Alcuni disposizioni esistenti nel nostro ordinamento potrebbero ingannare per la loro similitudine. Facciamo solo due esempi.

Per una certa serie di casi il d.P.R. n. 361 del 1957 (“Testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera del deputati”), all’art. 7 si prevede, è vero, un’abbreviazione dei termini rispetto all’onere delle dimissioni nel caso ci si voglia candidare, ma tale previsione è dettata dall’esigenza di tener conto che laddove v’è scioglimento anticipato delle camere di fatto salta il parametro fisso dei centottanta giorni (che per il resto rimane vigente, ma che presuppone la scadenza naturale della camera). E’ così si fissa un termine molto stringente (o elastico, a secondo delle vedute) di sette giorni dalla pubblicazione del decreto di scioglimento (nel caso in cui il decretato scioglimento della Camera dei deputati anticipi la chiusura della legislatura di almeno centoventi giorni).  

Ma sono sempre le regioni, quelle su cui dovremmo rifondare lo Stato repubblicano, a distinguersi. Nella legislazione regionale tale termine viene perfino collegato al termine per presentare le candidature (“non oltre il giorno fissato per la presentazione delle candidature”, ad es. F.V.G.). E siffatto termine è di regola, appunto, quello dei trenta giorni. Tuttavia la gran parte della legislazione regionale, pur errando in questo errore (concettuale, che è anche una furbizia per non cedere all’incompatibilità) di spostare in avanti il termine per le dimissioni, si riferisce per lo più a definire ineleggibilità per cariche amministrative o politico-amministrative.

L’istituto dell’ineleggibilità presuppone un conflitto e un’alterazione delle regole del gioco democratico, ma tale istituto nasce sul piano della corretta definizione dei rapporti tra politica e amministrazione ed è uno dei modi per non politicizzare l’amministrazione, soprattutto nel caso in cui un funzionario sia orientato a svolgere attività politica in futuro. Ad evitare un uso tendenzioso (anche se non necessariamente illegittimo) di cariche amministrative o politico-amministrative per evitare che rendite di posizione amministrative siano un indebito (indebito perché indebito diventa il modo in cui si utilizza la funzione) trampolino di lancio per la politica.

Estendere e generalizzare l’ineleggibilità a cariche politiche (e tutte, praticamente) contrasta con la logica profonda della politica, per cui si ascende da una carica all’altra e nulla a che vedere con le campagne di moralizzazione. E’ parte di un discorso di chiusura della politica: ognuno di chiude per quel che può. I consiglieri agli altri politici locali e la politica alla società. Brutta (e illegittima) piega. E’ solo su un piano non  tecnico che possiamo ammettere che un politico (poniamo il sindaco di una grande città) faccia una concorrenza sleale ad un altro politico (poniamo un consigliere regionale) per il tipo di ruolo che svolge, per il numero di amministrati che ha, per l’ampiezza della circoscrizione che amministra. E comunque, se pure fosse, le previsioni in questione vanno molto, molto oltre, in un’irragionevolezza assoluta di un’arbitraria restrizione del processo elettorale e democratico.

Il tema vero è dunque che la ratio oggettivo dell’ineleggibilità non è conforme con l’intentio dei proponenti (o meglio viceversa). E’ evidente: se la ratio è evitare l’alterazione delle regole di una competizione che senso ha annullare quasi il termine, quando ormai i buoi sono fuggiti? La competizione politica, la raccolta di consenso è solo qualche settimana di campagna elettorale? Così mostra di credere alla Regione (ma poi fatto tutt’altro, perché sono sempre in campagna elettorale, loro, come dimostrano queste misure). Ecco che, in generale, se si vuole disciplinare un’ineleggibilità un termine ampio (non esagerato) è ragionevole, uno molto ristretto (paradossale, ma è così) non lo è, perchè tradisce le vere intenzioni.

Il fatto è che con la candidatura il soggetto incoming è già nel processo elettorale ma c’è l’alea e non è ancora un eletto. Allora la soluzione più ragionevole è quella della incompatibilità, che comporta diritto di opzione, sulla base della ragionevole affermazione, che è una tendenza precisa del nostro ordinamento, per cui non si può svolgere bene più di una carica per volta. Ma quello dell’incompatibilità è tutt’altro piano (comportando la possibilità dell’elezione, salvo opzione), che non serve ai propositi dei nostri eroi e quindi non viene preso in considerazione. Ma per loro c’è un continuum tra i due istituti – diversissimi  – e pensano così di aver concesso il massimo possibile pur salvaguardando l’obiettivo (vero). Errore.

Dunque il Consiglio regionale non ha fatto altro che peggiorare tutto dal punto di vista del piano della legittimità. In più ha rivelato, oltre ogni ragionevole dubbio, le sue vere (e poco nobili) intenzioni. Una pistola fumante.