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PROCESSO ETERNIT: SUMMUM IUS, SUMMA INIURIA.

Nel processo al magnate dell’Eternit, unico imputato, su cui ieri è amaramente calato il sipario per sempre – almeno per quanto riguarda l’accusa di disastro ambientale; resta il filone dell’omicidio – il giudice non ha fatto altro che applicare la “legge”.

Verrebbe da tirare di nuovo in ballo la distinzione tra legge e diritto, tra lex e jus. Lasciamo perdere e voliamo più basso. La Corte di Cassazione ha applicato, e non poteva non applicare, l’istituto della prescrizione (di diritto penale), annullando – senza rinvio, cioè senza ordinare un nuovo giudizio – la sentenza di appello con cui l’imputato era stato condannato per un grave reato doloso ad una pesante sanzione detentiva (diciotto anni) e ai conseguenti risarcimenti verso le famiglie delle vittime della sostanza cancerogena, che si conterebbero nell’ordine delle migliaia.
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CASO ERRANI. UN DELICATO EQUILIBRIO TRA GARANZIE E PRIMATO DELLA POLITICA

Il caso Errani si gioca tutto tra principi costituzionali e opportunità politica e sta tutto nella corretta delimitazione – per quanto possibile – della sfera di applicazione del diritto (che è relativamente facile da tracciare) e di libera esplicazione di quella della politica (che, certo, deve rispettare il diritto ma che, nonostante ogni apparenza, è molto difficile da tracciare).

Questo il fatto. Contro il Presidente della regione Emilia-Romagna, Vasco Errani, è stata appena pronunciata sentenza di condanna in appello per una reato contro la pubblica amministrazione, il falso ideologico. Pena piuttosto lieve, un anno di detenzione con la sospensione condizionale e comunque non esecutiva. Ma reato grave, in particolare per un politico perché, soprattutto in tempi di crisi di cittadini e istituzioni, la prima dote della politica deve essere quella di saper mantenere la fiducia della cittadinanza. Si direbbe che occorre apparire onesti, prima che essere onesti. Errani, uomo di notevole esperienza, a seguito della sentenza, pur non essendovi giuridicamente obbligato (non v’è decadenza dalla funzione) decide di dimettersi senza alcuna sollecitazione del partito, motivando le dimissioni quale gesto “di responsabilità” e a tutela dell’istituzione e pur ribadendo la propria innocenza.

Si apre un dibattito, che grosso modo può sintetizzarsi così: se le dimissioni siano ovvie; se meritorie in quanto frutto di “senso di responsabilità” o sensibilità istituzionale; se – infine – nient’affatto opportune (sul piano etico-politico), e magari di cattivo auspicio per una corretta impostazione e dei rapporti tra politica e magistratura, e nell’offrire una corretta lettura da parte della cittadinanza della vicenda.

La questione è rara più scottante di altre consimili perché il Presidente del Consiglio, in uno scambio di tweet con un noto giornalista politico, ricorda che è un dovere essere garantisti e che secondo la nostra Costituzione ogni cittadino è innocente fino a condanna definitiva. Prima ancora, Renzi ha ribadito la propria fiducia nel lavoro della magistratura auspicando che l’onestà di Errani possa essere riconosciuta in Cassazione e in una telefonata privata con lo stesso Errani avrebbe, secondo la stampa, manifestato amicizia e simpatia. Del resto una nota della segreteria del Pd chiede al Presidente dell’Emilia-Romagna di ripensarci, revocando le dimissioni. Qualcuno parla di svolta del Pd in tema di giustizia.

Poniamo alcuni assi fondamentali.

Primo: Errani non è ancora (né è detto che lo sara’!) un condannato in via definitiva, evento che determinerebbe l’esaurimento dei mezzi di impugnazione e dei rimedi e segnerebbe la qualificazione di “colpevole” (si è “innocenti” fino al terzo grado di giudizio). Il garantismo, in senso giuridico e proprio, si ferma qui. Dopo la condanna non ha senso definirsi garantisti, qualunque cosa si intenda con l’espressione.

Secondo. Errani è indubitabilmente un “condannato” (ancorchè presunto innocente), a seguito dell’ultimo accertamento in ordine di tempo che il nostro sistema giurisdizionale prevede “nel merito”: l’appello consente una riforma della decisione di primo grado nel merito, da parte di un diverso giudice ma sulla base di identico tipo di giudizio, fermo restando l’eventualità che prove e indizi si rafforzino o indeboliscano secondo le risultanze del tempo;

Terzo. Errani in primo grado di giudizio era stata assolto (assieme ai co-imputati) perchè “il fatto non sussiste”. Quest’ultima evenienza – cioè la contraddizione della seconda decisione con la prima (soprattutto quando la seconda supera una condanna precedente pervenendo a diverso accertamento) – crea qualche turbamento (per così dire istintivamente) perché lascia sul terreno due diverse valutazioni di altrettanti tribunali, anche se la prima non ha ormai più alcun rilievo giuridico.

Dal punto di vista giuridico il merito è chiuso, il giudice d’appello ha ragione per definizione, piaccia o no. Resta la via della legittimità, che in certi casi può produrre anche un annullamento con rinvio e, dunque, un nuovo giudizio di merito (rinvio sempre e comunque per ragioni che attengono a profili di legittimità).

Il cd. terzo grado, la Cassazione, è giudice del diritto e se è una presenza fondamentale per la civiltà di diritto è proprio perchè compie accertamenti che normalmente esulano dalla valutazione del fatto in sé ma vertono, appunto, su circostanze di diritto. Il cd. doppio grado di giurisdizione, aspetto specifico di un “giusto processo” (più ampiamente riconosciuto come principio a livello internazionale) vale a segnare appunto, piuttosto che una nuova valutazione nel merito, almeno la garanzia della presenza di un tipo di giudizio diverso, che offra le massime garanzie sul piano del rispetto del diritto.

Ciò si salda con il principio costituzionale della presunzione di innocenza perché è piuttosto ovvio che il condannato in primo grado non sia considerato senz’altro colpevole, e tale colpevolezza può essere affermata dopo l’accertamento di legittimità e non semplicemente in quanto appaia, per così dire, più “certa” per due pronunce conformi dei giudici di merito (sempre salvo ricorso).

Se questo è il sistema delle garanzie, non è precluso, entro certi limiti, alla discrezionalità del legislatore far discendere alcune conseguenze giuridiche da sentenze non definitive, dunque relative a un (presunto) innocente. Misure siffatte oggi sono previste dalla cd. legge Severino, anche se non si applicano al caso in parola. Non si tratta di un’anticipazione di un giudizio di responsabilità con sentenza di condanna, ma di applicazione di un principio di precauzione nel senso lato dell’espressione. Nel caso, del resto, non operava alcun effetto giuridico. La scelta di Errani è stata una scelta del tutto personale, neanche rispondente a deliberati di partito.

Domanda. Cosa c’entrano le valutazioni politiche e le conseguenze politiche sull’operare di questo sistema? Il (doveroso) garantismo implica che la politica si allinei nelle proprie decisioni alle risultanze (innocenza fino a sentenza definitiva) e agli effetti prodotti dal diritto? Si sarebbe tentati di dire, no.

Bisogna comunque stare attenti. Se da un lato la politica ha una sfera di discrezionalità per cui, senza violare il diritto, può (e deve) effettuare delle scelte, d’altro canto una politica che si distacchi dalle risultanze e dagli effetti di diritti in un momento in cui v’è un rapporto in crisi  con la cittadinanza può pagare un prezzo eccessivamente alto in termini di immagine. Certo, è un prezzo che si può decidere di pagare e che, in ogni caso, non può dubitarsi che sia perfettamente disponibile alla politica.

Il punto vero, che declina la questione del garantismo, è se la politica decide di azionare una sanzione sociale e/o una sanzione politica nei confronti del presunto innocente.

Sanzioni sociali sono essenzialmente l’isolamento e la riprovazione (e, attenzione, elementi di fatto accertati che emergono e che prescindono del tutto dalla pronuncia di colpevolezza definitiva o no o dall’applicazione della pena, possono ben esistere; e male fa la politica a non considerarli, generalmente, a prescindere). Sanzioni politiche specifiche sono l’esclusione da un partito o dalle liste elettorali o la richiesta di dimissioni (mai vincolata) rispetto a incarichi istituzionali o politici (alcuni dei quali possono non prevedere una revoca).

Non v’è dubbio che Errani sia stato investito da un modo di larga stima e simpatia dal gruppo dirigente del Pd e che ciò non sia sempre avvenuto in un passato anche recente (caso Mose; il fatto che il sindaco Orsoni non avesse tessera del Pd non ha alcun rilievo, perchè era il candidato del Pd e il sindaco di una amministrazione a guida Pd).

Non so se si sia trattata di scelta ponderata o di una difesa istintiva (ognuno di noi ha persone per la quali metterebbe “la mano sul fuoco”, perfino in caso di condanne definitive), ma non è detto che per le forme che si siano manifestate si tratti di una mancanza di riguardo verso la magistratura (anzi viene esplicitato il contrario). Come che sia il Pd ne trarrà il beneficio o il prezzo politico conseguente, anche in ragione di come terminerà la vicenda. E’ un’alea che a ciascun giocatore può apparire più o meno ridotta.

In tutto questo merita una breve riflessione anche la scelta di Errani. Quando è “giusto” o semplicemente “opportuno” dimettersi? Se si parte dal fatto che ci siamo casi in cui si “debba” dimettersi (come dovere morale), evidentemente non parliamo dei casi in cui le dimissioni sono solo un’anticipazione di un effetto che si produrrà comunque e certamente (la decadenza). Quindi, o lasciar fare il suo corso al diritto o fare prima e a prescindere. Ma quanto prima? E qui andiamo sul delicato, perché le decisioni individuali si intrecciano con gli orientamenti dei partiti: quando si viene indagati, quanto di viene rinviati a giudizio, quando si viene condannati ?(a seconda, in primo o in secondo grado). E’ uno dei temi sui quali mori la cd. Prima repubblica e sulla quale si manifestò, si dice ancora, “giustizialismo” e una classe politica – in particolare i democristiani (soprattutto i dorotei) – fu pensionata ben prima delle (eventuali) condanne.

Ogni Stato e ogni periodo ha la sua sensibilità. E’ chiaro peraltro che dipende anche dal livello di corruzione di un paese. In linea di massima possiamo dire che gli interventi della magistratura tendono a produrre effetti automatici, decisioni consequenziali, da parte della politica o quanto sono molto rari (perchè fanno scalpore) o, al contrario, quando sono sistematici del tipo di “Tangentopoli” (perchè il sistema appare compromesso e si determina una reazione esterna o interna, ed è difficile resistervi). 

Molto dipende, ancora, dallo stato dei rapporti tra politica e magistratura, i quali dipendono a loro volta in parte – oltre che dal livello di corruzione di un paese – anche dalle forme in cui l’azione della magistratura è organizzata. Se il Pm, come in Francia, è organo del potere esecutivo, è del tutto evidente che l’indagine è un momento troppo precoce per (aver la sensibilità del)le dimissioni. Da noi il Pm è “parte” del processo ma ha garanzie di indipendenza dall’esecutivo, per cui si potrebbe discutere a lungo. Certo, un principio di precauzione in teoria entrerebbe in campo subito ma, attenzione, la precauzione è garanzia come può essere giacobinismo allo stato puro e di fronte ad un atteggiamento non responsabile dei magistrati (dei Pm in particolare; ragioniamo in ipotesi, riprendendo quello che non pochi sostengono) è un suicidio inutile della politica. Tanto più in assenza, è il caso Italiano, di un efficace e funzionante sistema di accertamento e sanzione della responsabilità dei magistrati potrebbero darsi luogo abusi, un eccessivo indebolimento della politica, perfino il condizionamento o la manomissione di organi costituzionali (per questo esistono, tra l’altro, garanzie come le immunità parlamentari; tra l’altro l’immunità penale non esiste allo stato per i consiglieri regionali). Insomma tutto si tiene.

La politica decida perchè non è la magistratura che deve decidere per lei (nè se funziona in modo fisiologico, nè patologico). La politica è etica quando opera in modo scrupoloso. Non è etica quando esegue rapidamente e alla lettera le decisioni (che hanno altra portata) della magistratura. L’etica presuppone libertà. Quindi la politica deve essere soprattutto consapevole delle proprie decisioni e deve agire di conseguenza. Dirò una cosa forte (pensando al caso Del Turco e ad altri casi): si possono fare anche “figli e figliastri”. Ma se le condizioni sono davvero diverse e questo non può essere che l’unico metro per un partito degno di questo nome. E in ogni caso trattare un proprio amministratore come figliastro non fa fare (al contrario di quel che si creda) bella figura al partito a prescindere, perchè nei casi più gravi e patenti – proprio quelli in cui il partito è tentato di schierarsi su un fronte colpevolista (che sarà di fatto astensionista) – il partito potrebbe avere una più chiara “culpa in vigilando” (al minimo). Dunque: viene seguito sempre lo stesso metro o si va per le contingenze del momento, a senso, per “reti”, per convenienze spicciole?

Un partito può e, forse, deve essere in grado di valutare gli elementi dell’indagine, per quanto conoscibili e, prima, deve essere in grado di seguire e comprendere l’attività svolta dai propri esponenti – in particolare gli “eletti” – perché la sua immagine sarà sempre danneggiata dalle indagini. Un partito serio dovrebbe essere in grado di assumersi la responsabilità di non candidare persone “chiacchierate” non tanto in quanto chiacchierate (per quanto l’immagine sia anch’essa un valore, non certo perchè “vox populi vox dei”) ma in quanto gli elementi a disposizione – che in partito abbondano sempre, anche di tipo riservato (spesso sconosciuti anche ai magistrati) – consentono di arrivare a determinate conclusioni. Che non saranno di diritto, ma saranno conclusioni politiche e in nome del partito. Che c’entra il garantismo? In altri casi il partito potrà, sempre rispettando il diritto, arrivare a proteggere perfino un condannato, perfino un “colpevole”. Gli errori giudiziari esistono. Se ne assume la responsabilità davanti all’opinione pubblica e attende, quando ci saranno, l’esplicarsi degli effetti giuridici conseguenti alla condanna, definitiva o no che sia.

Ma questi sono tempi in cui la politica tendenzialmente è debole e forse priva del necessario apporto di competenze. Le stesse commissioni di garanzia dei partiti sono pressocchè inoperanti e comunque rispondenti a logiche politiche (il che può sembrare giusto ma non è così; dovrebbero seguire le regole del partito, poi è il partito che dovrebbe assumere la decisione fondamentale, impopolare – potenzialmente anche illegittima – se supera le proprie regole). Allora se un partito si desse un codice etico con regole uguale per tutti anche per prevenire l’intervento della magistratura e della legge (con conseguente montante sfiducia verso la politica) forse non sarebbe male. Tuttavia sarebbe un ripiego. Questo è uno di quei campi in cui regole uguali per tutti non rendono giustizia al meglio. E’ la politica che dovrebbe assumersi la responsabilità di decidere caso per caso, motivando pubblicamente.