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LA RIELEZIONE DI NAPOLITANO, ENNESIMO FALLIMENTO DELLA POLITICA

Nello smentire formalmente la notizia di sue imminenti dimissioni, il Presidente della Repubblica ha ribadito che resterà in carica almeno fino alla fine del semestre Ue a guida italiana (31 dicembre 2014). Dopo, ha aggiunto, seguiranno valutazioni che non devono intrecciarsi con l’attività legislativa e di governo, ma fino a quel momento – è il sottinteso della dichiarazione che tutti hanno sottolineato – nessun alibi per le riforme. Siamo ancora a questo; ad un punto tale, cioè che l’ultimo escamotage della politica è utilizzare le medesime dimissioni del Presidente per mettere in scena l’ennesimo balletto tattico avente ad oggetto l’intreccio della vicenda riformatrice con le scadenze dei Quirinale, le dimissioni del Presidente con le sempre meno improbabili elezioni, esercitandosi in calcoletti sull’interazione tra semestre bianco, vincoli “tecnici” tra chi vuole certe riforme e chi altre o non le vuole affatto, tra chi è per Renzi e chi contro, chi è per le elezioni e chi per proseguire la legislatura, e così via.

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IL POST-MOGHERINI E IL PRIMATO DELLA POLITICA

E’ dal 2 settembre che sappiamo che Federica Mogherini sarebbe stata investita della responsabilità di Alto Rappresentante Pesc. Di pochi giorni fa la formale nomina e l’assunzione delle funzioni. I giornali di oggi dipingono un incontro unanimemente definito “interlocutorio”, come se si trattasse di una trattativa in itinere tra il Presidente del Consiglio e quello della Repubblica sulla nomina della persona che dovrebbe subentrare nella titolarità del ministero (che, attualmente, è in fatto retto dai vice-ministri). Tra le varie ipotesi di procedere all’interim, cioè a formalizzare l’assunzione della responsabilità del dicastero in capo alla Presidenza del Consiglio, rinunciando alla nomina di un ministro ad hoc: ipotesi remota. Più probabile che si arriverà all’individuazione di una personalità e alla sua nomina nei prossimi giorni. Ora, da quel che si legge, sembra che si sia tornati sotto il dominio dello Statuto albertino, con la prerogativa regia. Il Capo dello Stato che esprime “perplessità”, il Capo dello stato che “boccia”, il Capo dello Stato che alza un sopracciglio e si recede da un proposito e così via.

C’è una “colpa”, allora, di questa imbarazzante situazione, che vede un rinvio, o, secondo qualcuno, perfino un possibile stallo, di una questione che, peraltro, avrebbe dovuto esser stata impostata, affrontata e risolta per tempo? I giornali (il Messaggero, ad esempio) parlano di una “irritazione” del Quirinale per il rinvio della scelta (cioè il contrario di un’azione “frenatrice”). D’altro canto si lamenta, da parte di qualcuno, l’interventismo del Capo dello Stato (“Re Giorgio”), che una parte dell’opinione pubblica maltollera. Nessuno va al fondo della questioni. Proviamo  a farlo, limitatamente al caso.

Chiariamoci innanzitutto sul piano delle attribuzioni di diritto: la nomina di un ministro rientra, nel suo aspetto sostanziale (la scelta della persona), esclusivamente nelle prerogative del Presidente del Consiglio, il quale, per esigenze connesse alla logica dei governi di coalizione, potrà più o meno concordarla con i partner della coalizione. Il Capo dello Stato procede solo alla nomina “su proposta” del Presidente del Consiglio. Qui “proposta” sta per decisione che il Presidente trasfonde nell’atto di nomina perché nel nostro ordinamento una serie di attribuzioni di altissima levatura, per un antico retaggio, sono formalmente prerogativa del Capo dello stato ma ormai esclusivamente nel loro aspetto formale-legale, perché ne viene unanimemente riconosciuta, entro la logica del sistema previsto, l’attrazione entro dinamiche della nostra forma di governo in senso stretto, ovvero dei rapporti tra parlamento e governo. Salvo, beninteso, che il Capo dello Stato, in casi certamente diversi da questo che esaminiamo (uomo o donna, più esperto o meno, profilo internazionale o meno, tecnico o politico; di questo si parla), non abbia la possibilità di verificare dei puntuali requisiti. Ora, i requisiti per essere ministro ci sono e sono minimali (cittadinanza, il godimento dei diritti civili e politici, etc.) e sono oggetto di una verifica che gli uffici del Quirinale compiono ma che è del tutto priva di elementi di discrezionalità politica. E qui si ferma l’esercizio di una funzione in senso lato di “controllo”, non esercitando la quale il Capo dello Stato si renderebbe responsabile dell’adozione di un atto illegittimo. La proposta non è, come dire, trattabile, a meno che – importante aggiunta – il Presidente del Consiglio non lo voglia. E mi pare questo il caso. Nè sarebbe la prima volta, quale che sia l’animus rispetto a quella che spesso viene dipinta come una ingerenza presidenziale o una mutazione materiale della nostra forma di governo. Ci sono i precedenti piuttosto eclatanti dei governi Berlusconi, dove non si andò avanti in un contrasto vero e proprio che altrimenti, mediante un conflitto di attribuzione (sulla mancata adozione di un atto “dovuto”), avrebbe visto il riconoscimento delle ragioni del Presidente del Consiglio avrebbe avuto ragione. Il problema è più ampio che non quello della nomina di personalità particolarmente controversie. Certamente siamo davanti ad uno sviluppo, ma non una deviazione, della forma di governo. Non nel senso, come si dice, di una presidenzializzazione strisciante (epifenomeno), quanto semmai di arretramento spontaneo della politica partitica nell’occupazione di spazi che sono suoi propri. C’è, è vero, negli ultimi anni, e non solo con Napolitano, ma soprattutto con Napolitano (in forza della sua eccezionale autorevolezza, più che invasività), una specie di abitudine per cui il Capo dello Stato viene ad esprimersi nel merito delle nomine in un modo che appare (ripeto: appare) andare ben oltre la “moral suasion” per diventare una co-decisione, se non qualcosa in più. Ora, va detto e ripetuto chiaramente: ma se questo avviene è per le carenze della politica “partitica”, non per l’invadenza del Quirinale. E la cosa più significativa, e degna di nota di una vicenda altrimenti poco appassionante, è che avvenga anche con un governo che fa del “primato della politica” la pietra angolare del proprio agire. Un governo che ha una legittimazione, e comunque una determinazione sconosciute a tutti i precedenti governi degli ultimi decenni. E’ colpa di Napolitano se il Presiedente del Consiglio arriva, da quanto si apprende, con una “rosa” di nomi all’incontro e non con un nome secco? Primo: se pure questo metodo – tipico delle “intese” – fosse stato sollecitato dal Quirinale, è stato condiviso questo metodo dal Presidente del Consiglio? Credo proprio di si. Secondo, e nel merito: davanti ad una “rosa” il Capo dello Stato dovrebbe esimersi dall’esprimere opinioni e dire: “faccia un po’ Lei, io sono qui per firmare”. E’ chiaro allora che la questione è nata in un certo modo e prosegue su quei binari. A me pare chiaro che qualcosa più di un garbo istituzionale faccia sì che la politica “partigiana” chieda di essere aiutata nell’adozione di scelte di ampio riflesso sul piano internazionale per la credibilità del governo. Altrimenti Renzi avrebbe già deciso, come fa spesso in altri campi del suo agire politico. Altrimenti, ancora, dovremmo ammettere che quello di Renzi è semplicemente un errore, un malinteso, sull’esercizio delle sue funzioni. E non lo credo. Certo che non è normale che il Presidente della Repubblica, sempre secondo indiscrezioni, tracci “identikit” dei profili richiesti e opportuni per la Farnesina! Ma se ciò avviene (e ammesso che avvenga in questi singolari termini) non è certo una prepotenza del Quirinale perchè sarebbe una prepotenza molto poco potente, un bluff facile da smascherare, una forza facile da vincere; perfino da sbeffeggiare (e anche su questo piano Renzi ha dato dimostrazioni di saper contestare l’ipse dixit: anzi è questa la sostanza del suo successo).

Quindi è un metodo, parte della nostra transizione istituzionale. Quand’è che torneremo al primato della politica fino in fondo? Quando la politica sarà credibile da ogni punto di vista o, quantomeno, quando crederà lei fino in fondo di esserlo.

Se Renzi, “rose” o no, si fosse presentato con un nome secco, quello di un redivivo Sidney Sonnino, Carlo Sforza, Aldo Moro, Attilio Piccioni o Emilio Colombo, chiedendo a Napolitano di esercitare le sue funzioni, il Presidente della Repubblica avrebbe nominato o traccheggiato?  E se avesse traccheggiato, quanto sarebbe durato quest’impasse? Un giorno? Due?

Allora. Abbiamo smesso di tirar furi alibi sulle questioni europee. Facciamolo a tutto campo. Questo governo si qualifica sul punto d’onore di una politica che torni a fare il mestiere della politica. Siamo d’accordo che costruire una classe dirigente degna di questo nome non è cosa di un giorno, ma facciamolo passo dopo passo. Le anomalie verranno meno l’una dopo l’altra.

p.s. mentre pubblichiamo arriva la notizia della nomina di Paolo Gentiloni a Ministro degli Esteri. Nomina che ci sembra confermare per più ragioni la plausibilità delle nostre riflessioni.