Archivi categoria: diritto regionale

LE MODIFICA ALL’EMENDAMENTO “ANTI DE LUCA” SONO MOLTO PEGGIORATIVE.

Abbiamo già parlato del cd. emendamento “Anti De Luca” in discussione nel Consiglio regionale della Campania, secondo cui qualora il sindaco di comune superiore ai 5.000 abitanti (altro che De Luca!) avesse voluto candidarsi per il Consiglio regionale avrebbe dovuto dimettersi non oltre il centottantesimo giorno antecedente la scadenza naturale del Consiglio regionale.

Potete recuperare il post qui: https://marcoplutino.com/2014/07/28/sulla-cd-norma-anti-del-luca-e-lo-scantonamento-delle-ineleggibilita/

Ebbene, durante la discussione si è ritenuto di porre riparo ad una soluzione per molti versi criticabile e da quasi tutti criticata. Come? Tornando sul termine dei 180 giorni e riducendolo a soli 30 giorni. D’altra parte, però, la portata della previsione, nella nuova versione, è stata estesa ad un novero ampissimo di soggetti: tutti i consiglieri comunali dei comuni sopra i 5.000 abitanti, i componenti della futura Giunta metropolitana, e i presidenti e assessori delle Giunte provinciali.

Soluzioni peggiorative, l’una e l’altra.  

Su un primo piano. Se fosse accolto l’emendamento, praticamente tutto il ceto politico locale degli eletti sarebbe ineleggibile al Consiglio regionale (salvo previe dimissioni, che equivale più o meno ad un salto buio senza paracadute, salvo che per i sindaci dei grandi comuni). Restano fuori … dirigenti di partito e segretari di circoli, cioè poco più – per chances di riuscita, in un’elezione che richiede parecchie migliaia di voti – che casalinghe e pensionati. Ci dicessero loro, i signori consiglieri regionali uscenti, chi devono essere i prossimi consiglieri regionali e facciamo prima e ci risparmiamo i costi e il fastidio delle urne!

Non si tratta allora di una miglioria. Da un lato l’estensione del novero dei soggetti potenzialmente incisi, in cambio di una riduzione dei termini per l’obbligo (o onere) delle dimissioni, realizza una generalizzazione del tutto impropria, assolutamente inaccettabile, di un istituto, quello dell’ineleggibilità, che dovrebbe essere eccezionale per la caratteristica di incidere fortemente in modo limitativo sul diritto di elettorato passivo dell’eletto.

Su altro piano – attenzione – non è positiva la riduzione del termine per le dimissioni (allineandolo in fatto con quello di presentazione delle candidature) perchè contrasta chiaramente con la ratio dell’istituto, che è quello di evitare che una concorrenza sleale di riversi sul processo democratico e non Quest’ultima è, invece, questa sì’, una concorrenza sleale di quelli che sono “dentro”, e hanno il dominio delle regole, su quelli che sono “fuori”. Una collusione, una chiusura, uno sviluppo quasi di tipo, direbbero gli economisti, oligopolistico o monopolistico.

Va detto anche con la modifica, infatti, sempre di ineleggibilità (e non di incompatibilità) si tratta.

Alcuni disposizioni esistenti nel nostro ordinamento potrebbero ingannare per la loro similitudine. Facciamo solo due esempi.

Per una certa serie di casi il d.P.R. n. 361 del 1957 (“Testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera del deputati”), all’art. 7 si prevede, è vero, un’abbreviazione dei termini rispetto all’onere delle dimissioni nel caso ci si voglia candidare, ma tale previsione è dettata dall’esigenza di tener conto che laddove v’è scioglimento anticipato delle camere di fatto salta il parametro fisso dei centottanta giorni (che per il resto rimane vigente, ma che presuppone la scadenza naturale della camera). E’ così si fissa un termine molto stringente (o elastico, a secondo delle vedute) di sette giorni dalla pubblicazione del decreto di scioglimento (nel caso in cui il decretato scioglimento della Camera dei deputati anticipi la chiusura della legislatura di almeno centoventi giorni).  

Ma sono sempre le regioni, quelle su cui dovremmo rifondare lo Stato repubblicano, a distinguersi. Nella legislazione regionale tale termine viene perfino collegato al termine per presentare le candidature (“non oltre il giorno fissato per la presentazione delle candidature”, ad es. F.V.G.). E siffatto termine è di regola, appunto, quello dei trenta giorni. Tuttavia la gran parte della legislazione regionale, pur errando in questo errore (concettuale, che è anche una furbizia per non cedere all’incompatibilità) di spostare in avanti il termine per le dimissioni, si riferisce per lo più a definire ineleggibilità per cariche amministrative o politico-amministrative.

L’istituto dell’ineleggibilità presuppone un conflitto e un’alterazione delle regole del gioco democratico, ma tale istituto nasce sul piano della corretta definizione dei rapporti tra politica e amministrazione ed è uno dei modi per non politicizzare l’amministrazione, soprattutto nel caso in cui un funzionario sia orientato a svolgere attività politica in futuro. Ad evitare un uso tendenzioso (anche se non necessariamente illegittimo) di cariche amministrative o politico-amministrative per evitare che rendite di posizione amministrative siano un indebito (indebito perché indebito diventa il modo in cui si utilizza la funzione) trampolino di lancio per la politica.

Estendere e generalizzare l’ineleggibilità a cariche politiche (e tutte, praticamente) contrasta con la logica profonda della politica, per cui si ascende da una carica all’altra e nulla a che vedere con le campagne di moralizzazione. E’ parte di un discorso di chiusura della politica: ognuno di chiude per quel che può. I consiglieri agli altri politici locali e la politica alla società. Brutta (e illegittima) piega. E’ solo su un piano non  tecnico che possiamo ammettere che un politico (poniamo il sindaco di una grande città) faccia una concorrenza sleale ad un altro politico (poniamo un consigliere regionale) per il tipo di ruolo che svolge, per il numero di amministrati che ha, per l’ampiezza della circoscrizione che amministra. E comunque, se pure fosse, le previsioni in questione vanno molto, molto oltre, in un’irragionevolezza assoluta di un’arbitraria restrizione del processo elettorale e democratico.

Il tema vero è dunque che la ratio oggettivo dell’ineleggibilità non è conforme con l’intentio dei proponenti (o meglio viceversa). E’ evidente: se la ratio è evitare l’alterazione delle regole di una competizione che senso ha annullare quasi il termine, quando ormai i buoi sono fuggiti? La competizione politica, la raccolta di consenso è solo qualche settimana di campagna elettorale? Così mostra di credere alla Regione (ma poi fatto tutt’altro, perché sono sempre in campagna elettorale, loro, come dimostrano queste misure). Ecco che, in generale, se si vuole disciplinare un’ineleggibilità un termine ampio (non esagerato) è ragionevole, uno molto ristretto (paradossale, ma è così) non lo è, perchè tradisce le vere intenzioni.

Il fatto è che con la candidatura il soggetto incoming è già nel processo elettorale ma c’è l’alea e non è ancora un eletto. Allora la soluzione più ragionevole è quella della incompatibilità, che comporta diritto di opzione, sulla base della ragionevole affermazione, che è una tendenza precisa del nostro ordinamento, per cui non si può svolgere bene più di una carica per volta. Ma quello dell’incompatibilità è tutt’altro piano (comportando la possibilità dell’elezione, salvo opzione), che non serve ai propositi dei nostri eroi e quindi non viene preso in considerazione. Ma per loro c’è un continuum tra i due istituti – diversissimi  – e pensano così di aver concesso il massimo possibile pur salvaguardando l’obiettivo (vero). Errore.

Dunque il Consiglio regionale non ha fatto altro che peggiorare tutto dal punto di vista del piano della legittimità. In più ha rivelato, oltre ogni ragionevole dubbio, le sue vere (e poco nobili) intenzioni. Una pistola fumante.

Annunci

SULLA CD. NORMA “ANTI-DEL LUCA” E LO SCANTONAMENTO DELLE INELEGGIBILITA’

Dopo averci già provato negli anni scorsi il Consiglio regionale della Campania sta discutendo un emendamento collegato alla finanziaria con cui si prevede l’ineleggibilità a consigliere regionale dei sindaci dei comuni superiori a 5.000 abitanti, imponendo pertanto a costoro, in caso di volontà di candidarsi, di dimettersi dalla funzione entro i centottanta giorni antecedenti la scadenza naturale del Consiglio regionale. Chiedendo loro, dunque, un salto nel buio. La proposta, va detto, è già operativa in altre regioni.

Chiariamo il quadro. Le elezioni si avvicinano, i consiglieri regionali diminuiranno di dieci unità, il prossimo Consiglio regionale potrebbe peraltro giocare un ruolo importante, almeno secondo quanto emerge finora dalla revisione della Costituzione che interessa, tra l’altro, il Senato della Repubblica. La volontà di autoconservazione del proprio status è ancora maggiore del solito e si concreta nell’ideazione di ogni tipo di misura volta a ridurre al minimo la concorrenza potenziale. Le misure più “gettonate” a tal fine nelle legislazioni regionali sono quelle attinenti appunto a limitazioni del diritto di elettorato passivo, all’introduzione di soglie di sbarramento, all’innalzamento del numero di sottoscrizioni richieste per poter presentare una lista elettorale; di ciascuna di queste previsioni va misurata in concreto la non illegittimità. Questa in discussione presso il Consiglio regionale della Campania è a nostro avviso di assai dubbia illegittimità, almeno nella forma attuale, perché introduce una limitazione eccessiva e, pertanto, non ragionevole. Evitiamo di ricostruire, come pure sarebbe utile, tutto il quadro normativo e i suoi complessi sviluppi recenti. Ci attestiamo all’irragionevolezza di introdurre una limitazione dell’elettorato passivo per una platea così ampia di potenziali aspiranti (alcune centinaia di eletti, a occhio e croce), laddove le limitazioni dei diritti elettorali, trattandosi di diritti fondamentali, devono essere l’eccezione (ripete, da sempre, la Corte Costituzionale) e in questo senso sono possibili solo se ben ragionevolmente fondate. Tralasciamo le presunte ragioni per cui si ricorre alla norma (si parla di una norma anti-De Luca, ma anche ammesso è lecito dubitare che l’obiettivo fosse solo questo, anche perché la norma si sarebbe potuta scrivere in altra forma, anche presumibilmente non irragionevole, come ad es. di applicazione limitato ai soli sindaci dei grandi comuni). Consideriamo invece la ratio oggettiva della previsione, che è quella che conta e deve essere vagliata dalla Corte (semprechè, naturalmente, la previsione venga approvata e diventi una disposizione vera e propria). E’ su questo piano che appare l’abnormità della soluzione, stante anche la circostanza, di tutta evidenza, che amministrare un comune di 5.000 abitanti (certo trattasi di soglia minima, ma intanto si applica anche a questi casi) non consente affatto di avere in quanto tale una realistica possibilità di essere eletto in un Consiglio regionale ove vigono le preferenze (cd. doppie preferenze di genere), e ne occorrono parecchie migliaia (solo un consigliere dell’attuale Consiglio della Campania è risultato eletto con meno di 5.000 preferenze, ma in genere ne occorrono molte di più, per i grandi partiti attorno alle 15.000 e Mara Carfagna ne ebbe 55.000!).

Il che, però, non vuol dire che la norma sia inutiliter data dal momento che potrebbe limitare in fatto ben più concrete aspirazioni, ma vuol dire semplicemente che essa si rivela in quanto tale inidonea a creare una forma di concorrenza, e dunque anche la concorrenza “sleale” che si presuppone nell’istituto (espressione sulla quale dovremmo peraltro intenderci, ma sorvoliamo in questa sede) rispetto a chi di candida o come “uscente” o per altra via. Essendo del tutto escluso che la Corte possa indicare un limite quantitativo ragionevole, entrando così nell’esercizio di una forma di discrezionalità politica, se la disposizione fosse approvata nella migliore delle ipotesi la Corte pronuncerebbe una sentenza di accoglimento non meramente demolitoria, ma “manipolativa”, e specificamente volta a convertire l’istituto (come ha fatto in altri casi) in incompatibilità, rivelabile ex post rispetto al fatto dell’elezione, nient’affatto inficiante l’elezione e risolventesi semplicemente nell’esigenza di esprimere un’opzione a favore di una delle due cariche. Ma siffatte “conversioni” non sono in genere auspicabili, proprio perché in linea di massima consentite solo per un principio di conservazione dell’attività normativa svolto e della relativa volontà solo laddove vi siano indicazioni che il legislatore regionale abbia avuto un proposito legittimo seppure reso in una forma non congrua (nel caso, eccessivamente limitante i diritti). I due istituti invece, per quanto abbiamo relazioni, sono profondamente diversi, in quanto l’uno affonda sul rischio che si esorbiti da funzioni anche senza comportamenti illegittimi al fine di procurarsi consenso (il che però, per le funzioni politiche, pare abbastanza singolare, in quanto la politica è per definizione produzione di consenso, la cd. captatio voti: in ogni caso è un fatto che l’ordinamento preveda casi siffatti), l’altro sulla difficoltà funzionare di cumulare due incarichi (non sul loro conflitto di interessi nello svolgerli), per cui, validamente costituito i vincolo elettorale, si chiede all’eletto di optare. Tuttavia l’ordinamento si va orientando verso un non cumulo generalizzato di funzioni politiche (elettive, in particolare) e in questo senso da poco è stato introdotto nel nostro ordinamento, a livello statale, l’incompatibilità tra sindaco al di sopra del 5.000 abitanti e lo status di parlamentare, per cui, in definitiva, non è affatto escluso (e anzi sarebbe ragionevole, da questo punto di vista, per ragioni di logica), che tale sarebbe al limite la conclusione cui potrebbe pervenire la Corte (avendo una pronuncia sua, la sent. 277 del 2011 fatto da precedente prossimo della nuova norma statale, laddove dichiarava illegittima una vecchia previsione legislativa laddove non era prevista l’incompatibilità tra lo status di parlamentare e quello di sindaco di comune sopra i 20.000 abitanti, il cui ambito poi  il legislatore ha abbassato ulteriormente). Non nascondiamo che tutto l’assetto della materia oggi è tutt’altro che razionale, ma che in ogni caso ci sembra proprio quella richiesta di “salto nel buio” di cui abbiamo parlato in apertura sacrificio eccessivo e irragionevole a fronte di una soglia così limitata (5.000 abitanti). Se pure questa è la via presa dalla normativa statale (che già dal 1957 prevede l’ineleggibilità a parlamentare per i sindaci dei comuni al di sora del 20.000 abitanti), va detto, che ciò sta avvenendo a condizione di sfigurare gli istituti dell’incompatibilità e dell’ineleggibilità, i loro reciproci regimi, le loro rationes. Qui la finalità della norma appare in realtà fin tropo chiara e, ci pare, veramente poco nobile e tutelabile – per quanto già codificata in altre legislazioni regionali (ad es. Abruzzo) a fronte della limitazione imposta a diritti fondamentali per cui non dovrebbe essere davvero difficile provvedere a intravvedere una limite all’esplicarsi della discrezionalità del legislatore.  Anche perché la Corte con la sua giurisprudenza, e il legislatore statale e quelli regionali con la loro, stanno distruggendo uno dei caposaldi della politica, ovvero la natura ascensionale del cursus honorum. Se non deve provare a diventare consigliere regionale (tanto più in assenza dell’elettività dei consigli provinciali) un sindaco di una media e grande città, chi dovrebbe farlo? Pertanto prevedere l’ineleggibilità pare eccessivo, perché il rischio sarebbe troppo grande e il presunto contrasto di interessi nel caso specifico (captatio voti), ripetiamo, è il sale della politica. L’incompatibilità, con obbligo di optare dopo l’elezione, può andar benissimo, in quanto la gran parte dei sindaci si potrebbe candidare e non si avrebbe, tuttavia, in caso di elezione nessun cumulo delle cariche, questo sì, da evitare.