Archivi categoria: Diritto costituzionale

SONO SOVRANO PERCHE’

E’ il day after e vi confesso il mio peccato: io non vado a votare ai referendum abrogativi. Quelli i cui quesiti condivido, quelli i cui quesiti non condivido e quelli che mi sono indifferenti. Sono da tanti anni fermo su questa posizione, basata su convinzioni radicate e che non ho mai inteso fare oggetto di dibattito, e meno che meno base di proselitismo. E’ una scelta privata di un cittadino non investito di pubbliche funzioni, ma basata su motivazioni che forse vale la pena di esporre in pubblico e che non pretendono peraltro di avere come inevitabile esito la mia scelta.
Tralasciamo il modo in cui il referendum è stato strumentalizzato e svilito, fino allo stato attuale, nel nostro paese. Utilizzato da pezzi di ceto politico contro altri nel nome del cittadino. E’ inevitabile, per quanto poco commendevole.
Andiamo al sodo. Mi rifiuto di pensare che sono sovrano perchè vengo interpellato per questa o quella questione settoriale e trovo questa rincorsa “alla carlona” a capirci qualcosa, generosa ma un pò esilarante. Lo vedremo meglio con il referendum costituzionale, quando diventeremo “tutti costituzionalisti”.
Se anche fossi sovrano quando voto e perchè voto (ai referendum e non), anche in tal caso il politico si riprenderebbe la sua “sovranità” il giorno dopo, interpretando il mio voto, dandogli voce e gambe. Potrebbe legittimamente “tradire” la volontà del votante o del corpo elettorale, ammesso e non concesso che fosse rilevabile in modo oggettivo. Ciò che mi rifiuto di pensare, soprattutto, è che dai voti escano fuori in modo incontrovertibile volontà.
Se la democrazia fosse autogoverno (come nell’antica Grecia, in Rousseau, e nelle stolte e imbroglione riprese dei giorni nostri) varrebbe esattamente la frazione che separa me dai votanti:1/16.000.000, secondo i dati di ieri. E’ matematica. Eserciterei egualmente in modo responsabile il voto, certo, ma sarebbe questo, infimo, il mio peso nell’influenza sugli affari pubblici e, quindi, nel governo di me stesso: il decidere rimanendo soggetti a comandi autonomi di cui parlava Rousseau. Nulla o quasi. Non a caso Casaleggio pur di fronte a numeri ben più limitati ha fatto presto a passare dall’ “uno vale uno” alla interpretazione sua – più “uno” di tutti (senza neanche partecipare ai dibattiti e ai voti) – di questa volontà “generale”.
Lasciamo perdere. Vivo in un paese libero e democratico, anche se in preda ad emotività ed irrazionalismi diffusi. La democrazia è più forte di quanto possiate pensare. E sarebbe ancora più forte se fossimo meno esigenti con lei, contestandone  il rendimento senza delegittimarne l’edificio.
Faccio il mio caso. Anche se non voto, mi interesso ai quesiti referendari come ad ogni altra questione di pubblico rilievo (e in questo caso il rilievo era davvero marginale).
Converso, dialogo, scrivo, valuto, scelgo, giudico, argomento professionalmente. Scelgo molte volte al giorno. In tutto ciò esercito diritti: art. 15, 18, 21, 33, 48, 49 Cost. …; o scelgo di esercitare il loro versante negativo.
Qualche volta voto, e quando scelgo i rappresentanti mi aspetto che facciano bene e che mi disturbino il meno possibile in funzione di supplenza. Consegno alla loro rappresentanza responsabile non l’esecuzione delle mie volontà, ma una loro interpretazione responsabile, che non tradisca le mie ragioni, alla luce della necessità del soppesarle con quelle degli altri e nella speranza del perseguimento del miglior interesse delle collettività (che può corrispondere, in qualche caso, anche all’interesse di un singolo, di un gruppo, di pochi). Sono contento se mi accorgo che in nome dell’interesse collettivo (che non è un dato quantitativo: l’interesse matematico dei più) il mio interesse soccombe. Il mio interesse è prima ancora di vivere in una comunità ben ordinata, dove le migliori decisioni emergano in modo ragionevole. La sintesi non la faccio io. Non vuol dire, peraltro, che anche in tal caso il mio interesse non sarebbe stato considerato, quanto che nel caso concreto non è stato ritenuto meritevole di avere prevalenza. La ruota gira.
E’ tutto molto difettoso, ma va bene così. Non chiediamo troppo agli istituti della democrazia e, in particolare, alla democrazia diretta. La democrazia è una costruzione imperfetta ma sempre perfettibile e solo apparentemente fragile.
Siate esigenti piuttosto coi vostri rappresentanti, e anche un pò con voi stessi.
Avete molti modi per far sentire la vostra voce e per far pesare la vostra opinione. Il voto referendario e gli istituti di democrazia diretta sono una goccia nel mare (es. 67 referendum abrogativi su decine di migliaia di questioni dibattute in pubblico dal 1948 ad oggi). Il voto stesso solo una parte del discorso. Conta essere cittadini – scegliere e far sentire la propria voce (voice) – in tutte le dimensioni.
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IL PREMIO ALLA LISTA E’ UNA SVOLTA MA E’ UN GIANO BIFRONTE.

Fatta rientrare per il momento ai box la revisione della Costituzione, il clima di diffusa tensione presente in parlamento e nel nostro sistema politico si riflette nella nuova centralità della discussione sulla legge elettorale. Attualmente, scontando l’estraneazione del Senato dal circuito fiduciario, essa si occupa soltanto della Camera dei deputati (cd. emendamento Lauricella-D’Attorre) ma se il clima dovesse peggiorare e a qualcuno dovesse venire la voglia di staccare la spina, non appena si profilerà la via delle urne verrà in rilievo la necessità di emendare la legge. Non si tratta una necessità in senso tecnico-giuridico. Una legge funzionante per il Senato, allo stato c’è e non è neanche malaccio. E’ quella risultante dalla sent. n 1 del 2014 della Corte costituzionale: prevede la distribuzione proporzionale dei seggi, sbarramenti e preferenze. Non prevede però, e questo non piace ai più, un premio di maggioranza. Un istituto che ormai è entrato a far parte del nostro paesaggio e a cui non si vuole affatto rinunciare, neanche avesse dato un buon rendimento. Berlusconi e Renzi, più di tutti, tengono molto a preservare lo scenario di un governo con numeri certi “la sera delle elezioni”. Capisco bene le esigenze di Berlusconi, meno quelle di Renzi. Comunque. Basterebbe dunque aggiungere il premio di maggioranza, con gli opportuni aggiustamenti. Ma che tipo di premio? E già, perché da qualche giorno si sarebbe avviata una riflessione a riguardo – con riferimento al sistema elettorale Camera – che  segnala potenzialmente anche una discontinuità di idee e soluzioni. Finora il totem, ribadito ad ogni nuovo incontro tra i due protagonisti delle riforme, era che il premio di maggioranza dovesse essere necessariamente assegnato alla lista o alle liste apparentate. Il che, in presenza di soglie di sbarramento differenziate e più alte per chi correva da soli, rendeva fatale la prospettiva che andasse alle liste apparentate (la cd. coalizione). Oggi si starebbe riflettendo, per la prima volta, di conferirlo alla lista più votata, il che rende irragionevoli soglie plurime e meno favorevoli per le singole liste. La prospettiva cioè di un partito “maggioritario”, sebbene per creazione legislativa. Infatti il premio di maggioranza, una tradizione italiana che già è un unicum al mondo, da un po’ di anni (2005, su modello delle elezioni locali) garantisce maggioranze, cioè le “fabbrica”. C’è del buono e del meno buono in questa possibile svolta. Il buono: vengono depotenziate le coalizioni. Prive di riferimenti costituzionali, ma ormai previste in sede legislativa, esse contribuiscono non poco ad appannare l’identità partitica e, contrariamente a quello che si pensi, per essere pre-elettorali (a causa del premio) non favoriscono affatto la governabilità perché sono create in vista di cogliere il bonus di seggi e sono dunque eterogenee. Inoltre puntare sui partiti è un bene in sé, e va incontro ad una precisa indicazione costituzionale (art. 49 Cost.). Un deciso passo avanti, dunque, perché la cd. Seconda Repubblica, che è stata regno di confusione e malgoverno (o, meglio, non governo) è stata una Repubblica di coalizioni. Anche questa un’anomalia mondiale. L’appendice che ne consegue, altrettanto buona, è l’eliminazione della stramberia degli sbarramenti plurimi, a forte sospetto di irragionevolezza.

Il meno buono di questa possibile svolta. Lo so è un pensiero che può apparire radicale (o conservatore), ma credo, ancora una volta, in linea con la Costituzione: è proprio il premio di maggioranza in quanto tale. A coalizioni o partiti conferire una forza artificiale con un meccanismo distorsivo che non ha nulla a che vedere con quelli correnti (non è una soglia di sbarramento, non è un gioco sull’ampiezza delle circoscrizioni e così via) non va bene. Da questo punto di vista, anzi, preoccupa più un premio di maggioranza al partito che non alla coalizione. Con questo scenario le critiche (comunque senz’altro eccessive) circa i rischi di una possibile involuzione autoritaria della nostra forma di governo sono destinati ad accentuarsi. E, da un certo punto di vista, non senza ragione, perché tutti sanno che le coalizioni sono un modo per dividere il potere, un efficace antidoto – certo – al decisionismo, come anche, però, alle decisioni. Se il premio di maggioranza è discutibile (con ogni probabilità illegittimo in sé) lo è ugualmente, ed anzi a maggior ragione, se dato ad una unica lista, con l’effetto di sovrarappresentarla ancora di più e di renderla del tutto artificiosamente arbitra del gioco politico. Dunque un passo avanti sull’identità partitica, uno indietro sulle garanzie democratiche. E’ il premio che non va. Il “vincitore certo” la sera delle elezioni non vale questa violenza usata ad un sistema politico. Sbarramento cospicuo e circoscrizioni piccole (qualche che sia il sistema di voto) sono necessarie e sufficienti. Forse non per creare una maggioranza “nelle urne” (che è comunque un’astrazione), ma per garantire una migliore governabilità. Se queste distorsioni, in uso dappertutto, non fossero sufficienti per creare il governo mono-partito (infrequente anche all’estero), ebbene, non sarà una tragedia una coalizione post-elettorale tra due-tre partiti sulla base di comprovata affinità programmatica. Non sarà possibile, magari, invocare il mitico “mandato popolare”, ma il patto di coalizione dovrebbe risultare preciso e puntuale e le verifiche periodiche inevitabili e, se non si esagera, salutari. Se nessuno farà il furbo si andrebbe avanti bene. Del resto contano molto le condizioni politiche: c’è qualcuno che se la sente di affermare che il problema dell’attuale governo è costituito dalle bizze del Nuovo Centrodestra, partner ritrovato in parlamento di un leader non baciato dalle urne? Su, siamo seri.

PROVE GENERALI DI LEGGE ELETTORALE NAZIONALE. IL CASO TOSCANA.

Come avvenne nel 2004-2005, è verosimile che la legge per l’elezione del Presidente della Giunta e del Consiglio regionale della Toscana, approvata ieri, anticipi le soluzioni che avremo a livello nazionale per la legge per l’elezione della Camera dei deputati. Anche perché la legge Toscana è frutto di un accordo tra il Pd e Forza Italia e, come noto, sono queste due le forze che costituiscono l’asse del percorso riformatore nazionali.

Vediamo allora rapidamente le soluzioni e offriamo una minima valutazione.

La legge, che conferma l’elezione diretta e popolare del Presidente della Giunta e riduce significativamente il numero dei consiglieri regionali, prevede il ripristino delle preferenze (era previsto il listino bloccato, e fece da matrice per la legge n. 270 del 2005), salvo un piccolo listino, facoltativo, di tre candidati – con alternanza di genere – per ciascuna lista (voluto, pare, da Forza Italia); il ballottaggio per i candidati Presidenti che non raggiungano al primo turno almeno il 40% dei voti espressi; nella distribuzione dei seggi, soglie di sbarramento differenziate a seconda che una lista corra da sola o in coalizione (rispettivamente 5% e 3%; nonché una soglia per la coalizione in quanto tale: 10%, e nel caso in cui la coalizione non superi la soglia alle liste le compongono si applicherà la medesima soglia delle liste non coalizzate, del 5%) e un premio di maggioranza variabile che porterà la coalizione vincente al 60% dei seggi se avrà ottenuto almeno il 45% dei voti o al 57,5% se avrà ottenuto una percentuale superiore al 40% (ma inferiore al 45%).

Qualche mal di pancia c’è stato visto che otto consiglieri su ventiquattro del Partito democratico (esattamente un terzo del gruppo) non ha partecipato alla votazione finale.

Tra le norme di dettaglio è passata una proposta volta a semplificare gli adempimenti per la presentazione delle liste per quelle espressione di gruppi “uscenti”, purchè costituiti almeno sei mesi prima della data di convocazione delle elezione. Sono state dettate norme specifiche sull’opzione obbligatoria per gli eletti sia come candidati regionali che circoscrizionali (escludendo tra l’altro le pluricandidature con opzioni) e sulla “grafica” della scheda elettorale (su questo v. subito infra). Si è inoltre introdotta, infine, una nuova disposizione che mira a salvaguardare la volontà dell’elettore nel caso in cui abbia espresso più preferenze di quelle consentite: qualora abbia espresso tre voti di preferenza, saranno validi i primi due ma riferiti a candidati di genere diverso.

Veniamo a qualche rilievo.

Un problema sembra derivare, almeno secondo le prime dichiarazioni delle opposizioni, dal fatto che sulla scheda elettorale essendovi le preferenze non comparirebbero in modo adeguatamente esplicito, cioè con indicazione prioritaria e sottratta all’espressione della preferenza, i nomi di coloro che fanno parte dell’eventuale listino bloccato sulle prime righe di ciascuna lista, anche se dalla scheda dovrebbe in qualche modo desumersi se la lista ha optato o meno per l’adozione del listino (va verificato il modo in cui è stato reso tecnicamente questo congegno). Al di là di questo aspetto, in un consiglio composto da “soli” 40 consiglieri, un listino anche così piccolo rischia di essere lo strumento esclusivo di elezione di una buona metà dei Consiglieri regionali (e anche le forze grandi potrebbero comunque ricorrervi per eleggere una quota-parte dei propri consiglieri), in quanto è del tutto ragionevole presumere, numeri alla mano, che forze che corrono da sole o in coalizione superando la soglia possano nella gran parte dei casi non andare oltre i tre eletti. Di conseguenza rispetto alla lista chiusa bloccata vigente fino ad oggi per l’elezione della generalità dei consiglieri non cambierebbe molto, se non per i partiti grandi.

Le soglie variabili, meccanismo per ridurre la frammentazione e incanalarla verso le aggregazioni delle coalizioni, danno sempre luogo a problemi in quanto le forze che restano sotto soglia entro la coalizione (che superi la soglia) vedono i propri voti utili alle liste sopra-soglia e, soprattutto, creare il meccanismo di travaso dei consensi-potenzialiseggi di cui si parla abbondantemente anche nel dibattito nazionale alle forze che accedono al Consiglio con eccessiva loro sovra-rappresentazione (prendono i seggi e il premio anche per chi non c’è).

Quanto alle politiche promozionali di genere il listino bloccato non è l’unico strumento per farle valere (con risultato potenzialmente ben esiguo: rapporto uomo donna 2 a 1, o viceversa), perché viene adottato per la parte proporzionale il meccanismo del doppio voto eventuale di genere (modello Campania), con il secondo voto esprimibile solo a candidato di genere diverso da quello per cui è stato espresso il primo voto. Aspetto, per chi crede nella bontà di queste politiche (ormai comunque riconosciute e dodate di copertura a livello costituzionale), certamente positivo.

In conclusione esce appieno confermato l’impianto bipolare e “maggioritarista” (anche se la distribuzione dei seggi è proporzionale ai voti la spinta alla personalizzazione imposta dall’elezione diretta del presidente e il cospicuo premio di maggioranza distorcono molto la base del sistema elettorale). L’introduzione delle preferenze per un ceto politico già dappertutto nell’occhio del ciclone rischia di non rendere, per quel che comunque varrà (data la presenza di tanti nominati), un buon servizio. In ogni caso, l’elezione contestuale di eletti e “nominati” (seppure non in senso tecnico) crea sempre gelosie e un sottile solco tra i consiglieri – lo si è visto in passato con i “listini” dei Presidenti –  che probabilmente non giovano, costringendo peraltro i meno fortunati ad un ancora più estenuante gara per catturare il consenso dei cittadini, amplificando sia i caratteri positivi che, soprattutto negativi, dell’istituto delle preferenze.

A chi scrive, la legge in questione pare un mix ben calibrato di cose discutibili e indigeste (alcune anche di dubbia legittimità, come il modo in cui è reso sulla scheda il listino; questione d
a verificare). Salviamo la riduzione del numero dei consiglieri e l’esclusione delle pluri-candidature e delle opzioni. Senza dimenticare che quello che è più tollerabile a livello regionale in forza di un sistema che è certamente non (o pseudo) parlamentare, è meno tollerabile, e comunque di adattabilità tutta da verificare, in un sistema, come quello nazionale, che – fino a prova contraria – è parlamentare e non improntato a logiche presidenzialiste.

VIROLI, “COSTITUZIONALISTA” ALLO SBARAGLIO.

E’ proprio vero quel che affermava un grande intellettuale liberale di cui non ricordo il nome (forse Popper). Quando un intellettuale o comunque uno specialista entra in un campo che non è il proprio le sue opinioni non sono più autorevoli di quelle di un quivis de populo (mi pare che la citazione in questione diceva, “di un bambino”).

Maurizio Viroli è un importante teorico della politica, e quindi studioso del potere, della “libertà” e della “servitù”. Temi affascinantissimi. Ieri ha deciso, e non è la prima volta, di dire la sua su questioni di attualità: su come opera il potere oggi e in Italia (“Il Fatto Quotidiano”).

Si accomodi, ormai tutti si sentono autorizzati a parlare di tutto ex professo, anche il barista. Tutti ovviamente possono dire la propria su una riforma che avrà un riflesso sul funzionamento delle istituzioni ma bisognerebbe avere almeno la consapevolezza che ogni valutazione in tema dipende dal possesso di precisi e sofisticati strumenti di analisi propri e tipici del giurista e non di un certo QI oppure di titoli altisonanti ma, per il tema, inconferenti.

Viroli non è il dominus e arbitro supremo di quando una norma giuridica o un insieme di norme giuridiche siano “illiberali”, per molte ragioni, ma innanzitutto perché quest’affermazione, calata nella concreta realtà, vuol dire interrogarsi su parametri costituzionali: cioè, in pratica, comprendere cosa “dice” la Costituzione, cosa consente, quali suoi contenuti possono essere modificati ed entro quali limiti. Lo ricorda lui stesso (ci vuole poco, per questo) affermando che una cosa è il potere costituente, altra il potere costituito. Poi però mostra di ritenere, con salto logico inaccettabile, che lui non solo conosce la differenza tra i due aspetti in teoria (ma su un piano per forza molto generico; quello che è il tema della “legittimità” del potere), ma li sa riconoscere in concreto. Che “il loro intento [dei riformatori]  non è la revisione, bensì la scrittura di una nuova costituzione”. La distinzione tra potere costituente e potere di revisione diventa il suo insindacabile giudizio sulla qualificazione hic ed nunc se la revisione attuale (formalmente una modifica, attraverso soppressione e integrazioni) di decine di articoli sia esercizio o meno di potere costituente. Comodo ragionare così, perché si evita di entrare nel merito, si rimane nelle petizioni di principio (con pretesa di auto-evidenza). In un’inarrestabile sequela di errori concettuali, da una premessa sbagliata – cioè che lui sa che questa in realtà sarebbe una nuova Costituzione – formula grossolanità su grossolanità. Così riassumibili: state facendo una nuova Costituzione, per farla ci vuole l’autorizzazione del sovrano, il sovrano è il popolo (“che lo vogliate o no”) e – capolavoro tra le sciocchezze  – “a voi è stata conferita soltanto l’autorità, in virtù delle elezioni del 2013, di governare e approvare le leggi entro la costituzione vigente, mai quella di scrivere una nuova costituzione”. Una sequenza con botto finale che contiene una tale quantità di errori concettuali, inesattezze tecniche e ambiguità di discorso da far spavento che uno così insegni in qualche università (per fortuna all’estero). Il problema è così formulabile: non occorre solo possedere una metodologia della propria disciplina, ma anche capirne i confini, i limiti invalicabili. Viroli si sente capace di parlare a tutto campo. Benissimo, i multiformi ingegni esistono. Solo che lui, evidentemente, non lo è.

Dunque? “una costituzione approvata in spregio alle minoranze non può essere una costituzione”. E chi l’ha detto che c’è “spregio”? E chi l’ha detto che una Costituzione non possa essere approvata a maggioranza, come previsto e, peraltro, inevitabile? E chi l’ha detto che è una nuova Costituzione? E che il “popolo” (già il popolo, per Viroli qualcosa di incarnato; un limite tipico del suo approccio) abbia dato un “mandato” (ma perché il corpo elettorale dà mandati?) per governare ma non per “cambiare”, modificare o sostituire che sia, la Costituzione? Lo dice Viroli. Ipse dixit.

Nella sua disciplina tutto è forza e consenso. Qui Viroli vede solo la forza (non il consenso) dell’operazione e allora, ecco, che ci deve essere in giro, oggi, in Italia, un Leviatano, un figlioletto di Hobbes o di Schmitt, meglio se con cadenza toscana.

Lo studioso in realtà dimostra, tra l’altro, che la sua disciplina (la teoria politica, il pensiero politico) è, ahimè, pressocchè totalmente ideologica e nulla ha  a che vedere con la scienza politica, che è una “scienza”. Ma ci mette del suo. Perchè lui (problema al limite esteso ai suoi studenti), pretende di calare le sue teorie nella realtà per offrire spunti (insegnamenti?), essendo totalmente a digiuno di elementi di diritto pubblico.

Viroli, dicevo, è studioso della legittimità del potere, non della sua legalità (conformità a procedure e regole; ratio di istituti). Anche se dice “ho a cuore prima di tutto le regole e le procedure” non è minimamente in grado, come è evidente, di entrare in tema. La sua è un’affermazione astratta nella quale crediamo. E salviamo, con molti sforzi, la buona fede. Ma mentre non si avvede che dalla legittimità (in senso filosofico) è passato a discettar di legalità, pur conoscendo in teoria molto meglio di me la differenza tra questi due aspetti, fa veramente la figura del cialtrone. Bobbio, il “suo” (e, se consente, anche un pò nostro) Bobbio, si rivolterà nella tomba.

E SUL RAPPORTO TRA DISCIPLINA DI PARTITO E TUTELA DEL DISSENSO UN INUTILE POLVERONE

Sulla disciplina di partito si continua a far confusione e le accuse di autoritarismo fioccano a profusione.

In occasione della revisione della Costituzione attualmente in discussione si dice: ma allora! … non ci si può dissociare in commissione, non lo si può fare neanche in aula … cosa resta del libero mandato parlamentare?!?

A mio avviso resta tutto. Immacolato, integro. Non intaccato per nulla nella sua portata di garanzia.

Quel divieto del partito di cui si parla, il cd. diktat, non tocca la garanzia costituzionale del mandato parlamentare e la scelta del partito si è manifestata in due momenti distinti e per due situazioni in realtà molto diverse, che oggi vengono assimilate impropriamente in una sorte di … mania di persecuzione. In un caso come impedimento dell’espressione di dissenso, nell’altro come perentoria indicazione di una linea di partito anche per i dissenzienti.

La Costituzione e i regolamenti parlamentari creano un assetto del seguente tipo. Non offrono una “garanzia” al parlamentare di esprimersi in dissenso rispetto al gruppo nella sede della commissione. Siccome in commissione il parlamentare rappresenta il gruppo, essendo da questo designato, potrà essere revocato (tecnicamente, sostituito) in qualunque momento e senza formali spiegazioni (ad libitum e ad nutum, direbbero i romani) se la dirigenza del gruppo parlamentare ha l’impressione che voterebbe contro su un dato progetto di legge. E questo è accaduto nel cd. caso Mineo – Chiti, anche se il Presidente del Senato ha voluto investire la Giunta per il regolamento della questione per un approfondimento sulla ratio delle norme e la Giunta in questione non si è pronunciata ancora.

Veniamo all’aula, al plenum. La situazione è completamente diversa. Esiste una garanzia costituzionale (che non opera in commissione, come abbiamo visto), che si chiama tradizionalmente “libero mandato parlamentare”, per cui il parlamentare rappresentando la Nazione, ed operando per previsione costituzionale espressa senza “vincolo di mandato”, ha alcune precise facoltà (o diritti) conferiti dai regolamenti tra cui, in particolare, quello di intervenire in dissenso rispetto alla posizione espressa dal gruppo e, non potendo essere sostituito (l’aula è la sede plenaria, per definizione composta da tutti i parlamentari che ne fanno parte) di votare contro il progetto nei singoli articoli e nella votazione finale.

Attenzione. Con riferimento all’aula – e siamo alle vicende di queste ore –  il partito o, meglio, il gruppo potrà dichiarare, come è avvenuto, di non considerare quella specifica votazione o quel progetto di legge come una “caso di coscienza” con le conseguenze del caso che avrebbe questo riconoscimento (concessione di una libertà di voto per tutti oppure uti singuli per ciascuno che fosse in dissenso rispetto alla linea ufficiale che pure esiste ma con tolleranza – politica –  del dissenso, cioè di fatto con una pubblica rinuncia del gruppo e del partito di azionare meccanismi sanzionatori sul piano disciplinare o politico in senso ampio).

Non entro nel merito se il caso in questione sia un caso in cui il partito debba preferibilmente riconoscere il ricorrere della materia di “coscienza”. La coscienza peraltro è coscienza. Non esiste una coscienza super-individuale. Per cui in ultima analisi ciascuno ne è supremo giudice. Quindi la questione vera è un’altra. E cioè che, presupposto che il parlamentare possa sempre invocare la ricorrenza della coscienza del caso secondo propria sensibilità, laddove esista una linea di partito e si invochi la compattezza (in questo senso, si disconosca l’esistenza di una materia di coscienza), l’invocazione della “coscienza” da parte del parlamentare è più che altro una clausola di stile: in primo luogo perché alla fin fine la coscienza è del singolo ma il coltello dalla parte del manico ce l’ha sempre il partito; in secondo luogo perché – come abbiamo visto –  il parlamentare in aula può sempre parlare e votare in dissenso.

Strana idea quella per cui il parlamentare possa invocare liberamente la coscienza e al gruppo parlamentare non tocchi che prenderne atto, e magari non resti che applaudire per l’alto senso di eticità con cui il parlamentare svolge la funzione.

V’è un equilibrio saggio tra disciplina e dissenso.

Il parlamentare avrà la garanzia del dissenso (e potrà ottenere consensi nell’opinione pubblica, attenzione di altri partiti, vedersi riconoscere una primazia nel caso di un ravvedimento postumo del partito e chissà cos’altro…), il partito utilizzerà, se ritiene, eventuali meccanismi sanzionatori, tra i quali è indisponibile la revoca dal mandato parlamentare finchè la legislatura avrà corso.

Dopo, liberi tutti. Ognuno farà le sue valutazioni: il parlamentare (che potrebbe decide anzitempo di lasciar il partito e il gruppo per il venir meno di un rapporto che non può che essere, innanzitutto, di riconoscimento di massima nelle liee del partito, di fiducia reciproca e di convinzione), del partito, degli elettori (nella misura in cui la loro scelta incida nell’ambito del meccanismo elettorale; è questo è punto, allo stato, delicato); dell’opinione pubblica.

In occasione della conclusione della legislatura, se il parlamentare sarà ancora interessato ad essere inserito in una lista che concorre alle elezioni (del suo partito originario o di altro), tutti trarranno, come potranno, delle conclusioni. Sarà desiderasse di essere ricandidato dal “suo” partito, sarà il partito a decidere se ricandidarlo o no; se lui o il suo partito non lo volessero, potrebbe essere candidato eventualmente da altra formazione; o da nessuno. La vita continua e la politica si può fare in mille modi.

In tutto questo invocare formali o sostanziali violazioni del libero mandato parlamentare o la scorrettezza di una parola (del partito) non mantenuta ci sembra del tutto fuori luogo. Quando dal partito fu detto: se vorranno si esprimeranno in dissenso in aula, si descriveva puramente e semplicemente il funzionamento costituzionale del sistema, e meno male che il partito se ne ricordò (la politica in questi anni non sempre ha ricordato cosa c’è scritto in Costituzione). Non si anticipava, evidentemente, la posizione che avrebbe assunto il partito a riguardo: disciplina o tolleranza del dissenso. Ora il nodo è sciolto. E se qualcuno si volesse esprimere in dissenso in aula, nessuno – infatti – glielo impedirà. Né potrebbe mai.

 

E SULL’ ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SIAMO A RISCHIO “AZIONE PARALLELA”.

Nel genio musiliano l’Azione Parallela è un’organizzazione creata per festeggiare il regno dell’imperatore Francesco Giuseppe. I membri dell’organizzazione sono in continuo impegnati a trovare un’Idea (che non troveranno) da porre a base dell’Azione. Nel frattempo si susseguiranno amori, tradimenti, passioni, e tutto il resto. L’emendamento Gotor rischia di innestare nelle nostre istituzioni la creazione di un’Azione Parallela ogni volta che si deve eleggere il Presidente della Repubblica.

In quegli giorni si sta sviluppando un’importante mobilitazione contro l’approvazione della legge di revisione costituzionale attualmente in discussione, tra l’altro riferimento all’assenza di adeguati contrappesi al potere del governo. Qui, in modo solo lontanamente connesso (e comunque con diversa ispirazione), poniamo il problema, per certi versi opposto, del barocco istituzionale italiano. Di un certo modo ingenuo e macchinoso di immaginare le riforme e i loro effetti e del loro presunto “garantismo”.

L’emendamento approvato ieri in tema di elezione del Capo dello Stato è solo un esempio tra i tanti possibili.

Detto che la maggioranza assoluta per eleggere una così alta carica ad un certo punto deve pure essere prevista, per quanti timori vi possano essere relativamente a quorum ormai a disposizione di qualunque governo (grazie al premio di maggioranza), l’innovazione intende raccogliere alcuni timori circa la prospettiva che con le regole attuali la maggioranza abbia gioco fin troppo facile per eleggere con i soli propri voti la più alta carica dello Stato. L’emendamento Gotor, ormai parte del testo (ma non ancora definitivo), innesta una fase nuova, che però potenzialmente allunga i tempi rispetto ad un evento – quello della richiesta di maggioranza assoluta – che, se si vuole, accadrà: una specie di condizione potestativa. Efficace o controproducente? Vedremo. Per ora spieghiamo. Tra le prime tre votazioni (con la riforma quattro) attualmente previste, che richiedono i due terzi dei voti delle due camere (e parliamo, per il Senato, di quello verosimilmente riformato), e la fase della votazione a maggioranza assoluta (nel testo attuale dalla quarta votazione, per il futuro dalla … nona), viene introdotta una lunga fase “cuscinetto”, con quorum decrescente ma ancora elevato, e non scontatamente disponibile alla sola maggioranza (ma non è detto). Questa fase intende incentivare la convergenza di consenso tra schieramenti. Dalla quinta votazione alla ottava votazione per eleggere il Capo dello Stato occorreranno i tre quinti dei voti degli aventi diritto, pari al 60% all’incirca del corpo (dopo che già la maggioranza di due terzi, come abbiamo detto viene richiesta non più “solo” per tre scrutini, ma per quattro). 

Lo capisco da me che il diritto cerca di supplire alle difficoltà della politica. Il problema è l’efficiacia di singole misure e gli effetti che comunque dispiegano. Teniamo intanto conto che la prassi ha registrato i più diversi risultati: dalle 21/23 votazioni per eleggere Saragat e Leone all’unica votazione richiesta in altri casi. La seconda elezione di Napolitano è avvenuta al sesto scrutinio.

Il problema essenziale a me pare il seguente: c’è volontà della politica di accettare la ratio della regole? Se sì, non mi pare che tra i due terzi e i tre quinti cambi molto. Se no, allo stesso modo, non mi pare che tra i tre quinti e la maggioranza assoluta cambi molto (dato che la maggioranza effettiva a disposizione in virtù del premio di maggioranza è sempre significativamente più ampia).

Del resto chi mastica qualcosa di teoria dei giochi sa bene che quando la procedura è nota, con un consenso decrescente, la voglia di contrattazione di chi ha il coltello dalla parte del manico può essere del tutto strumentale, funzionale a far trascorrere il tempo invano, col rischio di arrivare allo stesso risultato (un Presidente eletto dalla maggioranza di governo) e per di più sentirsi dire che le opposizioni non hanno mantenuto un atteggiamento realistico e costruttivo (mentre forse è il contrario, chi lo sa…). L’esito più probabile di una soluzione di questo tipo è solo di allungare i tempi, in un momento in cui l’efficienza viene considerata un valore preminente rispetto ad altri. Sarebbe sbagliato far prevalere l’efficienza se le lungaggini garantissero qualcosa d’altro. Il problema è che non è garantito proprio nulla se non l’allungamento dei tempi in sè.

Otto,  nove votazioni possono essere uno psicodramma, ma anche un teatrino inutile. I promotori della riforma sembrano presupporre che con il susseguirsi delle votazioni la graniticità della maggioranza potrebbe venir meno. Ma va detto in primo luogo che la situazione drammatica determinatasi con l’elezione di Napolitano, come certe elezioni gestite dai notabili democristiani in anni lontani (vere partite di scacchi senza vincitore prefigurato; si pensi per tutte a quelle che elessero Scalfano sotto il suono delle bombe), sono oggi e saranno destinate ad essere sempre più casi eccezionali. Il paese sta cambiando mentalità, certe cose non le tollera più. Inoltre, siamo ormai al ritorno dei partiti (sono ancora deboli ma sono tornati), e partiti ampiamente “lideristici”, dove c’è una linea e la si attua.

Ma poi, in secondo luogo, si vuole davvero questo? Si vuole che, sempre ammesso che una maggioranza di governo voglia mettere cappello sul Presidente senza cerca consenso più ampio, questa maggioranza si laceri, tra l’altro sapendo bene che rimanendo compatta raggiungerà con certezza l’obiettivo (non condiviso)? Allora o è il partito è unito, e allora non si farebbe certo spaventare da qualche votazione in più (lo sa da prima), o è diviso e allora tutto può accadere fin dalla prima votazione (chiedete a Bersani & co.).

Insomma il rischio è che si allunghino solo i tempi, dando uno spettacolo brutto, quanto più esso è una falsa rappresentazione. Si crea una procedura macchinosa (a che servono quattro votazioni con la medesima maggioranza!) più facilmente che lacerante. E, anche se fosse, si vuole portare la logica Civati-Minieo-Chiti, di invocare voti di coscienza a ogni piè sospinto anche nel solenne momento dell’elezione del Presidente della Repubblica. Ci sarà un deliberato di partito o no? si sarà discusso o no?

Del resto di una procedura così articolata non vi è alcuna traccia (al solito…) nelle democrazie repubblicane parlamentari consolidate. L’art. 54, co. 6 della Legge fondamentale di Bonn è di una sconcertante semplicità. I tedeschi sono gente pratica, il barocco amano solo ascoltarlo, non praticarlo. “È eletto chi riceve i voti della maggioranza dei membri della Assemblea federale. Se tale maggioranza non viene raggiunta dopo due votazioni da nessun candidato, viene eletto chi raccoglie il maggior numero di voti in una successiva votazione”. Due votazioni a maggioranza assoluta e poi elezione con voto del maggior numero. Al massimo alla terza votazione hanno eletto il Presidente. Si potrebbe dare uno sguardo anche alla Costituzione ceca e ad altre ancora, il risultato non cambierebbe molto.

Ed è un pensiero essenzialmente italico – frutto del complesso del tiranno e della diffidenza reciproca tra le parti politiche, più che della ratio oggettiva delle norme – che chi venga eletto da un voto “di parte” sarà un presidente, allo stesso modo, … di parte. Dove sta scritto, e dove è mai avvenuto, che un Presidente eletto si sentirà “politicamente” espressione della maggioranza che lo ha espresso? A parte il ruolo che gioca la personalità, il Presidente ha nella Costituzione degli argini precisi che limitano la sua discrezionalità. Infine le dinamiche politiche oggi – se il sistema riprenderà a funzionare (il che presuppone pochi partiti coesi, non lacerati) – ridurrà la discrezionalità dei Presidenti nel gioco politico, i quali, comunque, di grande massima sono sempre stati all’altezza del loro compito a prescindere dalle maggioranze. 

Dunque, se i partiti più rappresentativi l’accordo lo vogliono davvero, già oggi dispongono di ben tre votazioni per cercarlo, bastano e avanzano. E’ sufficiente che due dei tre maggiori partiti si accordino su un nome, magari con convergenza di qualche scheggia attualmente in parlamento. Sarebbe facile, ma in Italia – il paese del complesso del Tiranno – tutto diventa oscuro e difficile.

DIECI PEZZI FACILI. LE DIECI DOMANDE E MIEI OTTO Si’ (CON DUE IMPORTANTI NO)

Mi sono divertito a rispondere anche io alle dieci domande che il Pd ha rivolto al M5S in tema di riforme. E’ andata così.

  1. Per noi un vincitore ci vuole sempre. Vi chiediamo: siete disponibili a prevedere un ballottaggio, così da avere sempre la certezza di un vincitore? No grazie. Anche a me piacerebbe un governo che abbia sempre i numeri (peraltro il premio di maggioranza fornisce solo quelli iniziali), e meglio ancora se mono-partito. Peccato che la garanzia assoluta che ciò avvenga è incompatibile con i sistemi parlamentari, che tra l’altro si basano sul principio che debba essere il parlamento (non gli elettori) a investire il governo. E’ fondamentale, certo, il modo in cui nascono i governi: ma ciò depone in senso contrario a questo auspicato dalla domanda. La forza politica di un governo è più vera quanto più è frutto di processi politici spontanei, di convergenze vere, del rispetto delle identità partitiche; altrimenti l’esperienza ci insegna che i numeri durano poco: occorrono ancora prove? Su un piano più generale, nessun sistema elettorale al mondo è – al contrario di quello che vogliono farvi credere – “majority assuring”, cioè capace di assicurare GIURIDICAMENTE una maggioranza. Neanche l’Inghilterra, che infatti ha attualmente un governo di coalizione e post-elettorale (orrore, eh?!?). Le ragioni sono tante (e le tralascio) ma è strano che non vi venga il dubbio dal fatto che non esista sistema parlamentare con “vincitore certo” la sera delle elezioni? Si usa replicare, a questo punto, che c’è il “modello del sindaco” (il Sindaco d’Italia, diceva Segni). Ora, a parte che a livello nazionale quel sistema sarebbe intollerabile sul piano democratico (e grosso modo la riforma del centro-destra del 2005 lo ricalcava fortemente), c’è il piccolo particolare che quel sistema NON ha logiche parlamentari ed è la Costituzione a prevedere la forma di governo parlamentare (della cui revisione attualmente non si parla: Renzi ha rifiutato espressamente l’invito di Berlusconi). Il sistema del sindaco ha una logica presidenziale senza avere, peraltro, le garanzie di quei sistemi. E’ l’elezione popolare di una carica monocratica (cioè indivisibile, perché rinvia a una persona fisica) che trascina con sè – nel modello del sindaco – l’esigenza che abbia una maggioranza (cosa peraltro non vera nei presidenzialismi, che sono deboli proprio perchè manca un raccordo tra presidente e parlamento). Per concludere: è vero che il “premio di maggioranza”, assegnato al primo turno o a seguito di ballottaggio, è majority assuring. Peccato che il premio si usi solo in Italia e che in Grecia non sia majority assuring ma corrisponda a una quota fissa (che non garantisce alcuna maggioranza in seggi). A nessuno dunque, tranne che a noi, viene in mente di utilizzare un istituto che pure appare semplice, comodo e garantito. Chissà perchè. E tralasciamo che la maggioranza assoluta – conferita ope legis – è attualmente il principale quorum di garanzia previsto in Costituzione. Che ci si arrivi per forza politica si può capire. Per un regalo, questo no.

 

  1.  Siete disponibili ad assicurare un premio di maggioranza, al primo o al secondo turno, non superiore al 15 per cento, per garantire a chi ha vinto di avere un minimo di margine di governabilità? No grazie, davvero (non faccio cerimonie). Il premio di maggioranza non va bene a prescindere: non è questione di misura. C’è un equivoco e non è questione solo nominalistica ma sostanziale (un vizio). Il premio di maggioranza è frutto di un uso distorto dell’ingegneria costituzionale, che viene piegata dai nostri “apprendisti stregoni” a fini non disponibili su un duplice piano: della logica istituzionale e della Costituzione. Il premio di maggioranza in realtà è basato su travisamenti e su errori concettuali (lo dimostrerò subito appresso). Intanto, fa male la Corte Costituzionale a porre la questione nei termini di distorsione accettabile del principio rappresentativo per ragioni di governabilità, di quantum del premio, di un dosaggio che ha dei limiti ma entro il quale con l’ingegneria costituzionale si può far tutto. Eppure stranamente anche i costituzionalisti più parlamentaristi (una volta detti “nobilmente conservatori”, oggi ribattezzati “professoroni”) si incamminano sull’impervia via di discettare in quale misura il premio è legittimo (almeno il 40%, il 42,5 %, etc.), superata la quale diventa … illegittimo. Il che innanzitutto non scalfisce l’obiezione dell’inammissibile regalo per mettere mano alla Costituzione ed eleggere alte cariche (quorum di garanzia). Ma c’è anche altro. Sul nostro sistema elettorale (parlo della legge del 2005  e del cd. Italicum, non di quello attualmente vigente, privo di premio) bisogna intendersi. Ed è strano che ci si divida già sulla sua qualificazione. La Corte ad esempio, nel sostenere la tesi che il premio va bene ma se ragionevole, afferma che il nostro sistema elettorale è un “proporzionale”, sebbene variamente corretto, e tra le correzioni vi sarebbe anche il premio. D’Alimonte e altri, però, parlano di un sistema “maggioritario”. In un certo senso non a torto, anche se in modo del tutto paradossale, in quando qualunque studente di giurisprudenza del primo anno dovrebbe sapere che il nostro sistema ha indiscutibilmente una base proporzionale. Il problema è proprio il premio, non gli altri meccanismi di disproporzionalità (come le soglie).  I dubbi di qualificazione sono di per sé una patente di incostituzionalità perché almeno secondo la sentenza n. 1 del 2014 della Corte l’elettore deve usare in modo consapevole lo strumento elettorale e i difetti di qualificazione del sistema sonno di per sè un sintomo di grave oscurità non dei suoi effetti pratici ma di “riconoscibilità” del modo d’essere del sistema. Eccoci al punto. Cos’è veramente il cd. premio di maggioranza. Il “premio di maggioranza”, prima che nascesse il nome per segnalare qualcosa di nuovo, non è altro che l’effetto dell’applicazione del principio maggioritario (e i sistemi maggioritari erano gli unici praticamente esistenti nell’ottocento, tipici del parlamentarismo liberale). Il primo che arriva prende tutti i seggi in palio nel collegio, contro qualunque proporzionalità della loro distribuzione. Quello che poi diventerà l’invenzione italica del premio di maggioranza nasce dalla reazione che si determina in dottrina e negli ambienti politici per le distorsioni, talvolta odiose, provocate dall’applicazione integrale del principio maggioritario nei collegi plurinominali (importante: in quanto sono i collegi plurinominali il cavallo di Troia che fa transitare -. in Italia – logiche maggioritarie nei sistemi proporzionali, che sono plurinominali per definizione). Intanto il principio maggioritario per sua natura opera a livello di collegio. L’applicazione integrale del principio maggioritario poteva avere (e può avere) effetti distorsivi micidiali, potenzialmente non solo annullando nel collegio del tutto la presenza di minoranze (ciò è normale) ma facendolo a livello macro per la sommatoria dei risultati nei collegi (ipotesi rara, ma non del tutto astratta; si ricorda il cappotto 61 a 0 in Sicilia del Pdl contro l’Ulivo? Cosa sarebbe accaduto se ciò si fosse verificato ovunque? Zero seggi alle minoranze). Ragione per cui in Francia e altrove parecchi decenni fa si cominciò a prevedere un temperamento dell’applicazione del principio maggioritario, assicurando alle minoranze nel collegio in ogni caso una quota minima in percentuale di seggi (un premio di minoranza come limite all’applicazione del principio maggioritario: cioè l’esatto contrario di oggi!). Il maggioritario con garanzia per le minoranze diventa sistema proporzionale con “premio di maggioranza”, per pasticci e malandrinate che non sto qui a spiegare, con la famigerata legge Acerbo quando si parte dalla proporzionale e vi si innesta la logica del maggioritario corretto trasponendola dai collegi territoriali al collegio unico nazionale (in genere non utilizzato o utilizzato solo in sistemi proporzionali). Il meccanismo della legge Acerbo (ancora non chiamata “a premio di maggioranza”) viene riprodotto nel 1953 con la cd. legge truffa con la sola differenza che si corregge il più odioso dei suoi difetti quello di attribuire una maggioranza di seggi ad una minoranza, per cui la legge del 1953 “sdogana” in ambito democratico il premio stabilendo che esso debba unicamente rafforzare una maggioranza che già se ha una sua autonoma in seggi. Ma sempre truffa è, col premio si regalano seggi in un sistema proporzionale mentre il “regalo” dei  seggi in un sistema maggioritario non è un accidente ma proprio l’essenza del principio maggioritario (il vincitore prende tutto; nel collegio). Il problema è dunque che il principio maggioritario (sia pure limitato alla distribuzione di una quota parte di seggi) non è applicato in nessun luogo al mondo su scala nazionale ma sempre a livello di collegi, e mai e poi mai è regalo a livello nazionale a fini di governabilità. Tra l’altro creando l’illusione che un popolo abbiamo voluto investire un governo. Concludiamo: il nostro sistema del 2005 e anche quello dell’Italicum non è un proporzionale corretto (come ritiene la Corte), ma un “sistema misto”, in parte proporzionale in parte maggioritario. I sistemi misti già dei per sè funzionano maluccio perchè rispondono a logiche contraddittorie, ma nel nostro caso c’è di peggio: la singolarità assoluta (condivisa con la Grecia) che il principio maggioritario si applica a livello nazionale e che (e qui restiamo da soli, perchè la Grecia non ci segue) garantisce giuridicamente che la maggioranza fatta da liste apparentate sia autosufficiente in seggi (dopo il primo o il secondo turno, è attualmente in discussione). Precisazione: è del tutto scorretto operare un’assimilazione con i cd. premi di maggioranza impliciti (così lo chiamano, sbagliando, Quagliariello e D’Alimonte). Ciò serve a dire che in realtà i premi sono dovunque nelle leggi elettorali (superando l’obiezione che li abbiamo solo noi) ma l’affermazione è del tutto scorretta. I cd. premi di maggioranza implicita (l’espressione è inventata in Italia) sono in realtà tutt’altro: sono “soglie di sbarramento implicite” (questa l’espressione nota a tutti a livello internazionale) che scattano in base alla grandezza dei collegi ma che operano nei collegi. Il premio di maggioranza invece per sua “natura” (per così dire) opera nel collegio unico nazionale, tanto è vero che la Corte ha bocciato come irragionevoli e contraddittori i premi regionali (nella logica perversa del premio non fa una grinza). Le soglie implicite sono tutt’altro: nel lasciare fuori forze dall’attribuzione dei seggi sono meccanismi dis-proporzionali che operano in sistemi integralmente proporzionali. Sovra-rappresentano le forze che entrano nell’assemblea ma non sono premi di maggioranza (in quanto operano nei collegi ma usuali ed efficaci correttivi, insieme alle soglie di sbarramento esplicite (di cui il cd. ‘Italicum abbonda) per correggere i sistemi elettorali proporzionali. I premi di maggioranza dunque non esistono nella buona teoria e non dovrebbero esiste nella pratica, tra l’altro che sono in contraddizione con le soglie di sbarramento (i premi aggregano la frammentazione in coalizioni, le soglie combattono la frammentazione presupponendo la corsa solitaria dei partiti). Quanto ignoranza in tema!

 

  1.  Siete disponibili a ridurre l’estensione dei collegi? Si. In un sistema elettorale basato su collegi (senza premio) la grandezza dei collegi è una variabile fondamentale, soprattutto nei sistemi a base proporzionale, perché più grandi sono i collegi più si realizza l’effetto distorsivo (o dis-proporzionale) e ne beneficia la governabilità (attenzione, lo abbiamo già detto: solo se i risultati dei collegi sono omogenei tra loro e sul territorio nazionale. Siccome l’evenienza è rara i nostri “geni” hanno inventato il premio di maggioranza). In ogni caso collegi grandi = effetto meno proporzionale e soglia di sbarramento implicita molto alta (ben superiore a quella eventualmente prevista in modo espresso). Meno forze politiche accedono in parlamento più è facile che si realizzino le condizioni della governabilità. La frammentazione del sistema partitico (non diversamente il loro supposto rimedio, le coalizioni) sono i killer della principio di responsabilità e delle logiche democratico-rappresentative. La democrazia di investitura e di indirizzo, il mandato popolare possibile, sono tutte in questa equazione e non certo nei sistemi a premio di maggioranza che creano disfunzionalità al sistema e sono, a mio avviso, incostituzionali.

 

  1.  Siete disponibili a far verificare preventivamente la legge elettorale dalla Corte Costituzionale? Si. Buona idea (neanche nuova, per la verità). Andrebbe però inserita in un discorso più generale per evitare figli e figliastri in evenienze ancora più pericolose. In effetti dinanzi ad un deliberato palesemente incostituzionale occorrerebbe uno strumento che ne impedisca l’entrata in vigore onde evitare scenari davvero molto problematici. Ciò non vale solo per le leggi elettorali ma anche e soprattutto per le leggi di revisione della Costituzione, che oggi sono sindacabili dalla Corte solo dopo l’entrata in vigore (quando magari è troppo tardi per correre ai ripari e si è rotta la legalità costituzionale, magari corroborata, la rottura, dalla pronuncia del corpo elettorale con referendum popolare ex art. 138 Cost. ). Un effetto indiretto dell’assenza di questo istituto è che abbiamo un parlamento eletto con una legge illegittima che la Corte ha mostrato di ritenere del tutto legittimo. Certo le regole delle sua elezione sono state rispettate (la correttezza formale del processo elettorale), ma le questioni circa la sua legittimazione sono enormi.

 

  1.  Siete disponibili a ridurre il potere delle Regioni modificando il Titolo V e riportando in capo allo Stato funzioni come le grandi infrastrutture, l’energia, la promozione turistica? Si. Senz’altro. Al di là degli esempi la riforma del titolo V, parte II, della Costituzione (1999-2001) è stata una delle sciagure di questi ultimi decenni. Fonte di complicazioni e di sprechi. Troppe competenze alle regioni rispetto a quelle utili e che le regioni sono in grado di gestire, troppi conflitti con lo stato. Oggi nessuno ricorda che saremo sì uno Stato regionale ma ormai viviamo in un multilivel government che comprende anche l’Unione europea (che nella Costituzione del 1948 non era contemplata, e che è nata dopo). E vi sarete accorti che la globalizzazione impone ai sistemi paese di competere sul piano dell’efficienza oltre che della qualità. Bene. La complicazione istituzionale servirà al valore del pluralismo, della democrazia, della rappresentatività, ma non è tutto e del resto anche queste affermazioni sono vere più che altro solo in teoria (così come – per fare un esempio – il garantismo spinto all’eccesso non realizza il valore giustizia ma lo distrugge). In realtà impedendosi ogni forma di efficienza si divorano tutti i valori e si rende insoddisfatto il cittadino che chiede innanzitutto performance ai poteri pubblici. La verità è che si imporrebbero scelte drastiche, molto più di quelle presupposte dalla domanda. Caldoro, il Presidente della Campania, è l’unico che sta rompendo un assordante silenzio. Le Regioni non sono riformabili, ci stiamo muovendo solo nell’ottica della riduzione del danno. Erano una delle più grandi novità della Costituzione Repubblicana. Avrebbero dovuto rivitalizzare lo Stato e, invece, sono state un fattore importante della sua crisi (attraverso il debito pubblico, l’introduzione di complessità ingestibili e non solo). Personalmente non credo più ad una rivitalizzazione del regionalismo, e mi attesterei al massimo su forme di autonomia solo flebilmente politiche (se si volesse andare oltre dovremmo interrogarci se ci sono limiti in Costituzione). In teoria non c’è alcuna materia che si presta ad essere tipicamente (ed esclusivamente) regionale. Immaginiamo un caso semplice: i trasporti (diversi dalle grandi reti nazionali ovviamente). Lavoro a 100 km dalla città in cui vivo. Sono mio malgrado pendolare con auto (con costi e rischi connessi) in quanto esistono venti sistemi autoreferenziali regionali. Il limite tra territori regionali è, fatta eccezione per la dogana e profili più attinenti agli Interni, molto simile ad un confine nazionale, con muri invisibili, per la vita quotidiana del cittadino. Per me il discorso dell’autonomia, su queste basi, è semplicemente privo di senso, che si parli anche solo di turismo o artigianato. Figuriamoci se – in questo tempo di lupi – ci mettiamo in testa di attrarre capitali stranieri. Con 8000 applicazioni diverse (e 75.000 combinazioni possibili, calcola Giannini di Repubblica) della Tasi? Altro esempio: uno straniero vuole un agriturismo in Italia. Sceglie innanzitutto una zona che gli piace, poniamo il Trasimeno (Perugia, Umbria). Possibile che se cambia idea anche di pochi chilometri (mutando regione e comune) debba (non parliamo della pratica…) tutto lo studio daccapo perchè ci sono venti sistemi regionali e migliaia di sistemi locali in materia di agricoltura, urbanistica, edilizia, incentivi, etc.? Inoltre e infine: il governo fa un errore di valutazione, malconsigliato. Crede che il boom dei conflitti di questi anni tra Stato e Regioni dipendano dalle troppe materie di legislazione concorrente e che eliminando questo tipo di potestà legislativa si risolverà tutto o quasi. Non è così, e del resto la materia concorrente c’era già prima del 2001 e non andava così male. Abolire le materie concorrenti equivale a mettere la polvere sotto il tappeto pensando che scompaia. Il problema vero deriva dal potenziamento della potestà legislativa regionale, dalla dissociazione con le potestà regolamentari e amministrative, dall’assenza di sedi di risoluzione politica (ma è già più un palliativo…). I conflitti derivano in ultima analisi dagli intrecci di interessi che toccano le innumerevoli relazioni tra le materie e peggioreranno senza la potestà concorrente (che dà un pò tutto a tutti, ma fa anche da cuscinetto), perché in teoria avremo due campi di legislazione esclusiva ma in pratica – come oggi – nessuno sarà mai escluso per principio da nulla, salvo rari casi (si pensi alla difesa nazionale, alla moneta, etc.). E un giorno bisognerà spiegarlo al cittadino. Se proprio si vuole, allora, la via è quella di una dettagliatissima indicazione dei singoli profili di ciascuna materia, distribuendoli, volta a volta, allo Stato o alla Regione. Hanno fatto così in Germania. In Costituzione c’è un elenco di tre pagine. Brutto ma funzionale. Se proprio non si riesce a resistere alle sirene del decentramento politico, fattore di declino della competitività dell’Italia..
  2. Siete disponibili ad abbassare l’indennità del consigliere regionale a quella del sindaco del comune capoluogo ed eliminare ogni forma di rimborso ai gruppi consiliari delle Regioni?Si/No. L’indennità di consigliere regionale può essere utilmente equiparata a quella di sindaco di comune capoluogo di regione. Demagogico togliere i fondi ai gruppi regionali, solo perché se ne è fatto un pessimo uso in modo praticamente generalizzato. La politica, tanto più nelle istituzioni, ha bisogno di risorse e non col contagocce. La risposta è controlli, controlli, controlli. Le norme erano pessime e peggio applicate. E i consiglieri regionali vengono eletti con le preferenze, hanno una grandissima legittimazione politica ma – per la stessa ragione – tendono a fare un uso tendenzialmente clientelare di tutto ciò che gli capita a tiro. Una tendenza aumentata dalla distruzione delle correnti di partito, che controllavano in modo centralizzato (a livello di corrente) le preferenze. Ormai è guerra non per bande ma tra singoli ras. Sarebbero i nuovi senatori. Tanti auguri a tutti noi.
  3. Siete disponibili ad abolire il CNEL? Si. Sicuramente. E’ un organo di rilievo costituzionale. Nacque tra le fanfare, aveva un non so che di corporativo, ricordava i bei tempi andati e la metafora dell’alveare dove ognuno ha il suo posto. Cimitero per gli elefanti. In passato fu autorevolmente guidato (da Mauccio Ruini, ad esempio), senza grandi risultati, oggi è peggio ancora. Costoso e assolutamente inutile.
  4. Siete disponibili a superare il bicameralismo perfetto modificando il Senato in assemblea che non si esprime sulla fiducia e non vota il bilancio? Si. Il bicameralismo perfetto è solo una invenzione ingegnosa un sistema unico al mondo. Come è fantasiosa e bizzarra l’idea che il Senato della Repubblica serva a migliorare il prodotto legislativo: è un po’ contro-intuitivo che, unici al mondo, abbiamo una camera di meditazione e che da questa meditazione esca il peggiore sistema legislativo dell’Occidente. Senza alcun dubbio. Tuttavia la domanda mi sembra presupporre una scelta che non mi pare che il governo abbia fatto. Si vuole un bicameralismo imperfetto (o differenziato) o un monocameralismo? La domanda sembra orientare il governo verso la prima soluzione, ma la verità è che la domanda è viziata da un’utilizzazione poco tecnica dei termini e dal modo in cui è impostata la questione. Che si debba superare il bicameralismo perfetto non vuol dire, infatti, che si debba necessariamente propendere per il bicameralismo differenziato. La scelta è più ricca. Il governo non ha mai detto in modo consapevole che è per un sistema bicamerale e contro il mono-cameraliasmo, che non vuol dire una sola assemblea, ma un solo organo parlamentare (è il caso della Germania, che è un sistema monocamerale con l’aggiunta di un’assemblea espressiva dei territori, il Bundesrat, che però NON è una camera parlamentare: no fiducia, no immunità,  no status parlamentare, etc.). La scelta fondamentale non è stata ancora fatta in modo esplicito, come ho dimostrato nei precedenti post del blog. Attenzione. Il diavolo è nei particolari.
  5. Siete disponibili a che il ruolo del Senatore non sia più un incarico a tempo pieno e retribuito, ma il Senato sia semplicemente espressione delle autonomie territoriali? Si. Appunto. Ciò depone verso il modello tedesco (monocamerale). Il governo che dice? Non l’ho capito.
  6. Siete disponibili a trovare insieme una soluzione sul punto delle guarentigie costituzionali per i membri di Camera e Senato, individuando una risposta al tema immunità che non diventi occasione di impunità? Si. La risposta è semplice. Se fai una seconda camera parlamentare deve prevedere uno status di parlamentare del tutto analogo a quello dei deputati. Se fai una assemblea che non è una camera parlamentare eppure è espressione di territori, allora le guarentigie saranno al massimo previste a livello regionale (se saranno espressi dalle regione; ad es. dagli Statuti). Già oggi i consiglieri regionali, tutti, godono di insindacabilità e di altre prerogative. Non di immunità penale. Se il Senato non avrà alte funzioni o semplicemente funzioni che ruotano attorno al circuito popolo/sovranità (espresso dalla camera bassa) basta e avanza.