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RENZI E LA SUA FASE “TRE”

Su questo blog, mesi e mesi fa, contestavo una communis opinio. Sostenevo che Renzi non era nato “nelle” primarie – come era usuale sentire dire – ma che era nato nella forza di un progetto e che quel progetto avrebbe comunque conquistato il Pd. E che pertanto le primarie erano state solo un accidente. Ebbene, raccoglievo perplessita’ (perfino quelle di chi non comprende cosa vuol dire l’interlocutore,  dove vuole arrivare a parare), imbarazzo e qualche invito – affettuoso e protettivo – a parlare a voce piu’ bassa.
Invece a me era chiaro che Renzi e’ nel bene e nel male il ritorno del primato della politica e dello strumento partito. In forme nuove, certo. Ma il loro ritorno prepotente.
Allora Renzi e il Pd possono utilizzare le primarie, magari in modo selettivo e regolandole, ma – ecco – definirle un atto o mito fondativo e’ stato ed e’ frutto di una imperdonabile mancanza di fiducia in se stessi e nel ruolo della politica e del partito. C’e’ un’altra verità, piu’ credibile, che non crea alcun imbarazzo, se la si sa cogliere nella oggettivita’ delle cose alla luce di una lettura politica appena un poco attrezzata.
E’ una verita’ semplice. 
Renzi ha conquistato il Pd e iniziato a creare speranze nel paese con le prime primarie, quelle perse in modo straordinariamente esaltante, solo contro tutti (tranne un po’ di noi…). La prova di Renzi lascio’ un segno indelebile nel bollito gruppo dirigente Pd, come e piu’ dell’arrivo dei Galli a Roma. Renzi non “vinse” il partito quando lo conquisto’ formalmente, nel rito delle seconde, in cui molti di noi si sono sentiti in disagio, se non in cattiva compagnia – oltreche’  di qualche persona poco raccomandabile – di tanti militanti che votavano Renzi per ordine di scuderia senza capire ne’ fenomeno nè il progetto, se non ancora con macerata ostilita’ e prevenzione. Li’, le seconde primarie, sono state quasi solo una gara nel gruppo dirigente su come prendere le misure a Renzi. Chi portando in modo solerte in dote i pacchetti di voti necessari ad una forte vittoria, chi per prepararsi a fronteggiarlo fino all’ultimo sangue. Subendolo, respingendolo o provando ad assimilarlo.  Il piu’ rapido e acuto di tutti, fu Franceschini, con la sua grande Areadem, lasciata anzitempo solo da Fassino fin dalle prime primarie (e non e’ un caso che Franceschini sia nel governo e D’Alema, Veltroni e Bersani ai giardinetti). Li’, nelle seconde primarie, il voto di opinione fu assai ridotto. I giochi erano fatti. Furono primarie di (ri)posizionamento, tutte anticipatarie dei problemi e dei temi del cosiddetto Renzi due, quello con le ceneri del (fumoso, velleitario) “partito della nazione”.
Ecco perche’ il Renzi uno, il ciclone – Renzi,  il trasformatore di energia, e’ durato poco ed e’ stato presto risucchiato dai meccanismi del Renzi due.
Ecco l’esigenza del Renzi “tre” di cui parla il mio amico Fabio Avallone su HuffingtonPost, in cui Renzi puo’ e deve muoversi senza riguardi,  retaggi e zavorre, recuperando lo spirito originario non solo a parole (la cui efficacia declamatoria si logora rapidamente …) ma con decisioni e fatti.
Oggi questo mio pensiero – gia’ espresso molti mesi fa In alcuni pezzi di queato mio blog wordpress – appara finalmente “sdoganabile” e chiaro, e voglio ribadirlo a eventuale beneficio dei miei lettori piu’ recenti.
Renzi non e’ nato dalle primarie ma da un progetto straordinariamente coraggioso di conquista del partito e di cambiamento del paese. Un ciclone che si e’ abbattuto al momento giusto su un gruppo dirigente connivente e sfibrato. Quel patto fu rotto dall’esterno dalla energia brutale di Renzi e il maggiore azionista di quel patto – Areadem –  sposo’ il progetto di Renzi rompendo il patto dall’interno, ponendolo nel nulla (chi ricorda appena qualche mese prima il vergognoso foglietto con tutte le cariche istituzionali divise per accordo riservato e inconfessabile nel “caminetto” Pd?). Franceschini (e com lui molti ex Margherita, anche esterni alla sua area, esclusi i pochi amici di Letta) lo fece alle primarie, ma lo avrebbe fatto nelle sedi di partito con esiti non dissimili. Il surplus di forza politica di Renzi vera e’ poi venuta dai risultati delle europee, una vittoria tutta riposante sulla speranza diffusa nella realizzazione del progetto (piu’ che del programma) di Renzi per l’Italia.
Poi? Renzi quando ha potuto ha tirato dritto, ma qualche volta non ha voluto aprire fronti dolorosi o dagli esiti imprevedibili. Molte sono state le ingenuita’ politiche e comunicative; comprensibili, in parte inevitabili. Molti anche i successi e le prove di forza e, per così dire, di carattere.
Oggi pero’ siamo ad una svolta. Cambiare o … o?
E allora ecco che nell’endorsement di un pezzo di quel gruppo dirigente tra le prime e le seconde primarie, come nella resistenza ad oltranza di un altro pezzo, irriducibile, ci sono alcuni dei problemi della fase “due” di Renzi: un partito in mano – non senza realta’ pesantemente inquinate e inquietanti – a prepotenti capibastone all’occasione in combutta o in lotta tra loro e poco disciplinato, quindi incapace di offrire un’immagine di coesione, a livello nazionale.
Ora Renzi ha avuto la conferma che se non cambia tutto nel suo Pd, non cambia abbastanza il paese. Non svuota il bacile della rabbia (e quindi il M5S resta vitale e pronto ad approfittarne), non prosciuga l’astensionismo (con l’entita’ del quale diventa grottesco prendersela con un Pastorino qualunque),  non produce sufficiente buongoverno e i risultati, che pure non mancano, sono inferiori alle attese, offrendo il destro alle incursioni antipolitiche di quasi tutto lo spettro delle forze parlamentari. Credo che Renzi lo abbia capito.
Partito rifondato e nuove classi dirigenti. Le due sfide da vincere rapidamente per rivoltare il paese come un calzino. Forse un anno ancora di tempo avanti – non di piu’ – per poi tirare tutti, Renzi per primo, le somme.

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IL POST-MOGHERINI E IL PRIMATO DELLA POLITICA

E’ dal 2 settembre che sappiamo che Federica Mogherini sarebbe stata investita della responsabilità di Alto Rappresentante Pesc. Di pochi giorni fa la formale nomina e l’assunzione delle funzioni. I giornali di oggi dipingono un incontro unanimemente definito “interlocutorio”, come se si trattasse di una trattativa in itinere tra il Presidente del Consiglio e quello della Repubblica sulla nomina della persona che dovrebbe subentrare nella titolarità del ministero (che, attualmente, è in fatto retto dai vice-ministri). Tra le varie ipotesi di procedere all’interim, cioè a formalizzare l’assunzione della responsabilità del dicastero in capo alla Presidenza del Consiglio, rinunciando alla nomina di un ministro ad hoc: ipotesi remota. Più probabile che si arriverà all’individuazione di una personalità e alla sua nomina nei prossimi giorni. Ora, da quel che si legge, sembra che si sia tornati sotto il dominio dello Statuto albertino, con la prerogativa regia. Il Capo dello Stato che esprime “perplessità”, il Capo dello stato che “boccia”, il Capo dello Stato che alza un sopracciglio e si recede da un proposito e così via.

C’è una “colpa”, allora, di questa imbarazzante situazione, che vede un rinvio, o, secondo qualcuno, perfino un possibile stallo, di una questione che, peraltro, avrebbe dovuto esser stata impostata, affrontata e risolta per tempo? I giornali (il Messaggero, ad esempio) parlano di una “irritazione” del Quirinale per il rinvio della scelta (cioè il contrario di un’azione “frenatrice”). D’altro canto si lamenta, da parte di qualcuno, l’interventismo del Capo dello Stato (“Re Giorgio”), che una parte dell’opinione pubblica maltollera. Nessuno va al fondo della questioni. Proviamo  a farlo, limitatamente al caso.

Chiariamoci innanzitutto sul piano delle attribuzioni di diritto: la nomina di un ministro rientra, nel suo aspetto sostanziale (la scelta della persona), esclusivamente nelle prerogative del Presidente del Consiglio, il quale, per esigenze connesse alla logica dei governi di coalizione, potrà più o meno concordarla con i partner della coalizione. Il Capo dello Stato procede solo alla nomina “su proposta” del Presidente del Consiglio. Qui “proposta” sta per decisione che il Presidente trasfonde nell’atto di nomina perché nel nostro ordinamento una serie di attribuzioni di altissima levatura, per un antico retaggio, sono formalmente prerogativa del Capo dello stato ma ormai esclusivamente nel loro aspetto formale-legale, perché ne viene unanimemente riconosciuta, entro la logica del sistema previsto, l’attrazione entro dinamiche della nostra forma di governo in senso stretto, ovvero dei rapporti tra parlamento e governo. Salvo, beninteso, che il Capo dello Stato, in casi certamente diversi da questo che esaminiamo (uomo o donna, più esperto o meno, profilo internazionale o meno, tecnico o politico; di questo si parla), non abbia la possibilità di verificare dei puntuali requisiti. Ora, i requisiti per essere ministro ci sono e sono minimali (cittadinanza, il godimento dei diritti civili e politici, etc.) e sono oggetto di una verifica che gli uffici del Quirinale compiono ma che è del tutto priva di elementi di discrezionalità politica. E qui si ferma l’esercizio di una funzione in senso lato di “controllo”, non esercitando la quale il Capo dello Stato si renderebbe responsabile dell’adozione di un atto illegittimo. La proposta non è, come dire, trattabile, a meno che – importante aggiunta – il Presidente del Consiglio non lo voglia. E mi pare questo il caso. Nè sarebbe la prima volta, quale che sia l’animus rispetto a quella che spesso viene dipinta come una ingerenza presidenziale o una mutazione materiale della nostra forma di governo. Ci sono i precedenti piuttosto eclatanti dei governi Berlusconi, dove non si andò avanti in un contrasto vero e proprio che altrimenti, mediante un conflitto di attribuzione (sulla mancata adozione di un atto “dovuto”), avrebbe visto il riconoscimento delle ragioni del Presidente del Consiglio avrebbe avuto ragione. Il problema è più ampio che non quello della nomina di personalità particolarmente controversie. Certamente siamo davanti ad uno sviluppo, ma non una deviazione, della forma di governo. Non nel senso, come si dice, di una presidenzializzazione strisciante (epifenomeno), quanto semmai di arretramento spontaneo della politica partitica nell’occupazione di spazi che sono suoi propri. C’è, è vero, negli ultimi anni, e non solo con Napolitano, ma soprattutto con Napolitano (in forza della sua eccezionale autorevolezza, più che invasività), una specie di abitudine per cui il Capo dello Stato viene ad esprimersi nel merito delle nomine in un modo che appare (ripeto: appare) andare ben oltre la “moral suasion” per diventare una co-decisione, se non qualcosa in più. Ora, va detto e ripetuto chiaramente: ma se questo avviene è per le carenze della politica “partitica”, non per l’invadenza del Quirinale. E la cosa più significativa, e degna di nota di una vicenda altrimenti poco appassionante, è che avvenga anche con un governo che fa del “primato della politica” la pietra angolare del proprio agire. Un governo che ha una legittimazione, e comunque una determinazione sconosciute a tutti i precedenti governi degli ultimi decenni. E’ colpa di Napolitano se il Presiedente del Consiglio arriva, da quanto si apprende, con una “rosa” di nomi all’incontro e non con un nome secco? Primo: se pure questo metodo – tipico delle “intese” – fosse stato sollecitato dal Quirinale, è stato condiviso questo metodo dal Presidente del Consiglio? Credo proprio di si. Secondo, e nel merito: davanti ad una “rosa” il Capo dello Stato dovrebbe esimersi dall’esprimere opinioni e dire: “faccia un po’ Lei, io sono qui per firmare”. E’ chiaro allora che la questione è nata in un certo modo e prosegue su quei binari. A me pare chiaro che qualcosa più di un garbo istituzionale faccia sì che la politica “partigiana” chieda di essere aiutata nell’adozione di scelte di ampio riflesso sul piano internazionale per la credibilità del governo. Altrimenti Renzi avrebbe già deciso, come fa spesso in altri campi del suo agire politico. Altrimenti, ancora, dovremmo ammettere che quello di Renzi è semplicemente un errore, un malinteso, sull’esercizio delle sue funzioni. E non lo credo. Certo che non è normale che il Presidente della Repubblica, sempre secondo indiscrezioni, tracci “identikit” dei profili richiesti e opportuni per la Farnesina! Ma se ciò avviene (e ammesso che avvenga in questi singolari termini) non è certo una prepotenza del Quirinale perchè sarebbe una prepotenza molto poco potente, un bluff facile da smascherare, una forza facile da vincere; perfino da sbeffeggiare (e anche su questo piano Renzi ha dato dimostrazioni di saper contestare l’ipse dixit: anzi è questa la sostanza del suo successo).

Quindi è un metodo, parte della nostra transizione istituzionale. Quand’è che torneremo al primato della politica fino in fondo? Quando la politica sarà credibile da ogni punto di vista o, quantomeno, quando crederà lei fino in fondo di esserlo.

Se Renzi, “rose” o no, si fosse presentato con un nome secco, quello di un redivivo Sidney Sonnino, Carlo Sforza, Aldo Moro, Attilio Piccioni o Emilio Colombo, chiedendo a Napolitano di esercitare le sue funzioni, il Presidente della Repubblica avrebbe nominato o traccheggiato?  E se avesse traccheggiato, quanto sarebbe durato quest’impasse? Un giorno? Due?

Allora. Abbiamo smesso di tirar furi alibi sulle questioni europee. Facciamolo a tutto campo. Questo governo si qualifica sul punto d’onore di una politica che torni a fare il mestiere della politica. Siamo d’accordo che costruire una classe dirigente degna di questo nome non è cosa di un giorno, ma facciamolo passo dopo passo. Le anomalie verranno meno l’una dopo l’altra.

p.s. mentre pubblichiamo arriva la notizia della nomina di Paolo Gentiloni a Ministro degli Esteri. Nomina che ci sembra confermare per più ragioni la plausibilità delle nostre riflessioni.

LA SINISTRA (AL GOVERNO) E LA PIAZZA. UN DILEMMA MAI SCIOLTO.

In queste ore tiene banco il derby Leopolda (l’evento annuale fiorentino organizzato da Renzi, quest’anno dal 24 al 26 ottobre) – Piazza (la manifestazione pubblica dei sindacati prevista per il 25 ottobre contro le politiche del governo). Gli esponenti del Partito democratico sono chiamati a sciogliere il dilemma e pochissimi troveranno il modo di conciliarlo con una compresenza ma neanche sceglieranno di stare, in quei giorni, al Nazareno, che poi sarebbe la sede del partito di cui tutti fanno parte, o a casa con i propri cari. Dunque, di qua o di là. Fossi un dirigente, io, se non fossi interessato ad andare alla Leopolda (magnifica la battuta involontaria di Bersani: andrei alla Leopolda se la facesse il Pd. Hai capito tutto, Bersani), e se non concordassi con l’azione del governo, quel giorno me ne andrei, appunto, al Nazareno a lavorare, a produrre documenti e riflettere, o, più semplicemente, me ne starei a casa. Come si potrebbe, del resto, stare alla Leopolda e in piazza?

Ma, aggiungo, provocatoriamente: è possibile comunque passare il lunedì al Nazareno o occupare i banchi del Partito democratico in parlamento o, ancora, andare nei circoli a spiegare e discutere l’azione del governo, se il sabato si è stati in piazza a manifestare contro le politiche del governo? Perché esattamente di questo si tratta. Che credibilità avrei io come dirigente e, per colpa mia, anche il partito?

Sembra una forzatura porre in modo così drastico la questione.

Prima considerazione. La questione è tutt’altro che nuova. E’ anzi annosa. Il dilemma della sinistra tra istituzioni e piazza (quando è al governo, perchè altrimenti il discorso muta, in parte) viene da lontano e si è posto ogni volta in maniera lacerante e alimentando – soprattutto dagli anni ’60 – polemiche a non finire. Rimonta al Pci (e al Psi) che erano al governo prima del maggio ’47 e che anche dopo restarono tra i partiti che scrivevano la Costituente mentre, per altri versi, usavano bastone e carota verso quella parte dei propri partiti che era per fare subito “come in Russia” (la cd. doppiezza, o un suo aspetto storicamente peculiare). Riguardò, e siamo in una fase già di consolidamento della democrazia, i socialisti per tutta la fase di avvicinamento e poi di presenza al governo, che durò un ventennio. Poi i comunisti nella fase della solidarietà nazionale (1976-79), nella quale erano comunque nella maggioranza (senza i socialisti!). Poi, come noto, mutò in parte di significato, ma fu pur sempre presente, con i socialisti al governo per tutti gli anni ’80 e fino al 1992-93.

Per il Pds e i Ds, la questione è stata, poi, quasi un tratto identitario, con particolare riferimento ai contrastatissimi mesi del governo D’Alema (I e II), ma non solo.

Questione vecchia e trita, dunque. Potrebbe sorprendere che se ne parli ogni volta. Ma sarebbe impressione sbagliata, quella di farsi cogliere dalla sorpresa, perché, a ben vedere, la questione non è mai stata risolta con un ragionamento di principio che funga anche da canone operativo.

Seconda considerazione. Dopo il 1992-1993 è crollato un sistema dei partiti (le cui sinistra furono e restarono almeno fino a Craxi, sempre immature anche quando ammesse nella maggioranza e al governo) e negli anni seguenti fino ad oggi partiti (e un sistema) non sono stati più ricostruiti, con la parziale eccezione di Pds e Alleanza Nazionale. Di conseguenza, deficitario è stato il dibattito nei cosiddetti partiti (pure il Pds lo è stato un soggetto di massa, e partito vero, ma col trascorrere degli anni sempre meno partito, sempre più federazione di leaders), deficitarie le forme di governance che avrebbero dovuto far esprimere quel dibattito, deficitari, se non bacati – se posso dirlo –  i modi di ragionare di leaders che provenivano dall’esperienza comunista (si, vabbè, comunista italiana) e che mai l’avevano rimeditata (non diciamo rinnegata) ad eccezione dei cosiddetti miglioristi.

Ora, qualcuno sostiene che come criterio operativo di massima si potrebbe distinguere tra dirigenti (a cui la piazza sarebbe preclusa, senza distinguere se sono o no in minoranza nel partito) e iscritti e militanti (cui sarebbe sempre aperta). Sul piano di una riflessione sulla natura dell’associazione la distinzione ha poco senso: certo maggiore potere, maggiore reponsabiiltà, ma non molto più di questo, come dirò subito. Sul piano dello stretto diritto statale, ovviamente che ciascuno faccia ciò che voglia. Ma il diritto partitico, gli organi di garanzie, gli statuti? Devono restare indifferenti? Tutto si rivolverà in una partita pari e patta? Sarà. Certo, non sembra il tempo per ragionare da partito serio quando, per l’appunto, non ci sono i partiti (il Pd lo è a malapena, come party on the ground), figuriamoci se possiamo fare i rigorosi.

Però ragioniamo “a babbo morto”. Secondo me la questione non investe affatto solo la dirigenze (dove pure viene contestata in quanto tale) ma riguarda anche il militante e l’iscritto perchè, sanzioni a parte (ripetiamo: del tutto irrealistiche, ma almeno per i dirigenti mi sembre rebbi un esito piu’ che ovvio), se si va in piazza contro una misura del tuo governo, per quanto quella misura ti sia sgradita e ti sembri preludere alla fine del mondo, non si scappa da queste tre possibilità:

1) Non ti è chiaro cos’è un partito e cosa è la tua membership quale che sia. E rilancio: membership ad un’associazione qualunque. Sarebbe come far parte di un’associazione amici di Spielberg e manifestare rumorosamente durante un’assemblea dell’associazione perché l’ultimo suo film non ti è piaciuto affatto e secondo te il registra si sta rincretinendo: qualcuno prima o ti chiederebbe, non a torto: ma tu ci vuoi stare, o no?

2) E’ frustrazione. Problema serio. Il partito magari non funziona o non consente di esprimersi a dovere. Questo tema, tuttavia, può valere al massimo per la militanza di base (le dinamiche di circolo effettivamente, immagino, sono diventate ben poca cosa rispetto a un tempo);

3) Sei spinto, che te ne accorga o no, irresponsabilmente dai tuoi referenti nel partito (se sei intruppato) o comunque dai dirigenti cui presti maggiore attenzione (se sei un libero militante, ammesso che tu esista, e mi piacerebbe conoscerti), mediante l’assicurazione della loro stessa presenza, al fine di usare la piazza come un’arma impropria di scontro politico interno.

Solo la seconda questione potrebbe avrebbe un qualche senso (e ne ha, grandissimo, se guardiamo a quel che ci sarebbe da fare) ma, ripeto, tutti sanno che nella Direzione nazionale del Partito democratico si sviluppano dibattiti che magari sono di tenore culturale piuttosto magro (se non avvilente), ma durante i quali tutti – tutti – sono rappresentati e si esprimono. C’è una pluralità di posizioni in cui ogni iscritto può riconoscersi.

Piuttosto direi: caro dirigente che dissenti dalla linea maggioritaria del tuo partito ho una domanda da farti: sapresti rappresentare in un circolo o in Tv lealmente la questione – da uomo di partito e di governo – se il tuo partito di chiedesse di comunicare l’azione del governo? E’ questa una delle grandi funzioni dei partiti. Fare da cassa di risonanza. Non del dissenso, ma delle “politiche”. E’ giusto, allora, mettere “in piazza” (metaforicamente) dissensi che di per sé incidono sulla percezione dell’attività del governo? E’ peregrino che il signor Franco seduto fantozzianamente sul divano con birra e telecomando si chieda: beh, se lo dice lui che è un dirigente di quel partito, figuriamoci io che posso, forse debbo, pensare su questa misura?

Andare in piazza, insomma, è un po’ come quando D’Alema e Amato, nell’ambito di due ministeri di taglio riformista (ma pieni di complessi), mandarono a fare il Ministro del Lavoro Cesare Salvi, un illustre esponente dell’opposizione interna (che poi uscì dal partito). Allora misero il “sabotatore” – uso provocatoriamente un’espressione forte, ma potrei dire un “frenatore” (in “renzese”) – in casa, in bella vista in mezzo all’argenteria: con quali effetti sull’azione e l’immagine del governo? Domani, quando il “sabotatore” andra’ nelle piazze – cioè nel circo mediatico, perché oggi di questo si tratta – sarà intervistato mentre cammina accigliato tra bandiere variopinte (magari rosse, magari pure del partito) ma di fatto presidierà un insediamento sociale. Va bene cosi’? E chi l’ha deciso?

E non è, badate, “centralismo democratico” (o “soviet”, come delicatamente dice D’Attorre), che sono tutt’altra cosa. E’ la logica della politica democratica, e, prima, serietà e senso delle istituzioni.

Avere esponenti dello stesso partito al di qua e al di là di una linea Maginot, mentre il governo (con effetti che ognuno potrà valutare) sta ambiziosamente cercando di scardinare alcune rendite di posizione (giuste o sbagliate) o, se volete, “diritti acquisiti”, con effetti che tendono ad elidersi, per me genera giustamente smarrimento nel comune elettore (magari non nel militante, che è spesso un consumato dirigente in sedicesimo). Comunque non è comportamento degno di un partito serio e responsabile. Poi fate quello che volete.

“DO THE RIGHT THING!”. PROVINCIALISMI E “PUZZE” FALSI PROBLEMI.

Oggi quasi tutti i giornali parlano di attacco frontale del Corriere e di avvertimento dei poteri “forti” (spero di vivere abbastanza per vederne uno in faccia) a Renzi.

Mi pare del tutto fuori luogo. De Bortoli, un grande giornalista, è stato franco e circostanziato, come sempre. E ha ribadito che Renzi non ha, allo stato, alternative e va sostenuto. Sono toni dissimili, anche se più critici, di quelli che utilizzò, mesi fa, un altro grande giornalista, Roberto Napoletano de Il sole 24 ore chiedendo a Renzi di prendere il timore e di fare presto e con energia. Peraltro non mancano voci diverse nel Corriere come ne Il Sole.

L’unica caduta di stile dell’editoriale di ieri mi è parsa, invero, quell’allusione alle massonerie, se non a complotti. Le cose o si sanno o non si sanno. E, se si sanno, e, sapendole, le si vogliono dire, o si dicono bene o non si dicono. Le “puzze”, le storie su Babbo Renzi, e le dietrologie sulla società toscana, lasciamole al Fatto Quotidiano.

La verità è più semplice.

Renzi all’inizio della sua esperienza ha dovuto scegliere un partner il più possibile affidabile per le riforme tra il M5S e Berlusconi. Scelta difficile, tra una gabbia di matti e un condannato in via definitiva per gravi reati. Io mi sarei trovato in ambasce. Renzi è un politico e ha dovuto scegliere. Ha scelto il secondo, perchè in grande difficoltà e in cerca di riscatto e, tutto sommato, perchè più affidabile nel suo rapporto proprietario col partito. Verdini è uno di quelli che più può garantire la compattezza di Forza Italia, che pure è ormai un partito inquieto e diviso, che lui e Berluscono tengono a malapena insieme, ma resta pur sempre – alla prova dei fatti – più affidabile del M5S.

E’ chiaro, figuriamoci, che chiacchierare tra conterranei può aiutare il dialogo (coi frizzi e lazzi conseguenti, che i fiorentini amano molto e noi li amiamo anche per questo). Ma i diversi restano tali. Vedere qualcosa di diverso è o scorgere il complotto o contemplare la fine della politica. Ed io non ci credo. Il provincialismo toscano e fiorentino lo vedo, nello staff di Renzi, ma lo staff è per definizione poco sindacabile perchè ne risponde il leader. Non mi pare che sia una cifra o una chiave di lettura di tutta l’attività di governo. Dove però non ho capito come funziona il rapporto tra scelte politiche e competenze tecniche (e tra i tecnici di staff e quelli che sono nei dicasteri). E non ho capito il pensiero di Renzi a riguardo, che mi pare un pò confuso. Come se Cavour fosse solo un politico e non anche uno straordinario uomo di competenze e come se un “tecnico” non fosse pur sempre un uomo che vive la sua realtà. Capisco la differenza tra mezzi e fini, ma la verità è che nella realtà questa differenza tende a sfumare e che comunque tutti immersi in un ambiente politico o, nella minimale ipotesi, in coordinate culturali, pregiudizi e presupposizioni.

Allora la verità è che un politico o quando parla un “tecnico” ne capisce abbastanza da poter vagliare quello che dice sul piano tecnico (cosa comunque difficilissima, perchè non siamo onniscienti: e poi perchè mai?), o ti affidi a politici di carriera con saperi specifici o a tecnici che hanno sempre mantenuto un rapporto con il background politico o una militanza (il Prodi di turno, dico per dire). O. O hai senso politico. E tutte queste possibilità, tutte, non sono tecnocrazia ma governo parlamentare.

Giolitti, prima di essere un grande politico, fu uno strepitoso, quasi leggendario, “tecnico”. E, all’opposto, Andreotti, uno che non ha fatto un altro lavoro nella sua vita diverso dal politico, capiva di tutto un pò più del suo interlocutore. Possibile? E in che senso? Non ne capiva di Finanza, magari, come un Franco Reviglio o di contabilità pubblica quanto il “suo” (nel senso di “andreottiano”) ministro Gaetano Stammati, che era stato giusto appena Ragioniere generale dello Stato; ma della scelta tecnica ne sapeva intuire la ricaduta politica, il risvolto ingenuo, l’integralismo, l’unilateralità. E si poneva, certamente, il problema del consenso, ma non prima di aver capito il resto. Non voglio certo idealizzare Andreotti, ma cogliere un tratto caratterizzante della politica tradizionale. Il senso politico. Attenzione, non è “animal spirit”. Il senso politico si colloca tra l’istinto politico (una dote naturale del leader) e l’efficace comunicazione del risultato (una necessità delle democrazie odierne). Ma è il senso politico, e solo quello, che ti fa fare la scelta politica giusta. E’ importante arrivare bene alla bandierina, per non prendere l’inforcata.