Archivi categoria: attualità politica e costituzionale

SONO SOVRANO PERCHE’

E’ il day after e vi confesso il mio peccato: io non vado a votare ai referendum abrogativi. Quelli i cui quesiti condivido, quelli i cui quesiti non condivido e quelli che mi sono indifferenti. Sono da tanti anni fermo su questa posizione, basata su convinzioni radicate e che non ho mai inteso fare oggetto di dibattito, e meno che meno base di proselitismo. E’ una scelta privata di un cittadino non investito di pubbliche funzioni, ma basata su motivazioni che forse vale la pena di esporre in pubblico e che non pretendono peraltro di avere come inevitabile esito la mia scelta.
Tralasciamo il modo in cui il referendum è stato strumentalizzato e svilito, fino allo stato attuale, nel nostro paese. Utilizzato da pezzi di ceto politico contro altri nel nome del cittadino. E’ inevitabile, per quanto poco commendevole.
Andiamo al sodo. Mi rifiuto di pensare che sono sovrano perchè vengo interpellato per questa o quella questione settoriale e trovo questa rincorsa “alla carlona” a capirci qualcosa, generosa ma un pò esilarante. Lo vedremo meglio con il referendum costituzionale, quando diventeremo “tutti costituzionalisti”.
Se anche fossi sovrano quando voto e perchè voto (ai referendum e non), anche in tal caso il politico si riprenderebbe la sua “sovranità” il giorno dopo, interpretando il mio voto, dandogli voce e gambe. Potrebbe legittimamente “tradire” la volontà del votante o del corpo elettorale, ammesso e non concesso che fosse rilevabile in modo oggettivo. Ciò che mi rifiuto di pensare, soprattutto, è che dai voti escano fuori in modo incontrovertibile volontà.
Se la democrazia fosse autogoverno (come nell’antica Grecia, in Rousseau, e nelle stolte e imbroglione riprese dei giorni nostri) varrebbe esattamente la frazione che separa me dai votanti:1/16.000.000, secondo i dati di ieri. E’ matematica. Eserciterei egualmente in modo responsabile il voto, certo, ma sarebbe questo, infimo, il mio peso nell’influenza sugli affari pubblici e, quindi, nel governo di me stesso: il decidere rimanendo soggetti a comandi autonomi di cui parlava Rousseau. Nulla o quasi. Non a caso Casaleggio pur di fronte a numeri ben più limitati ha fatto presto a passare dall’ “uno vale uno” alla interpretazione sua – più “uno” di tutti (senza neanche partecipare ai dibattiti e ai voti) – di questa volontà “generale”.
Lasciamo perdere. Vivo in un paese libero e democratico, anche se in preda ad emotività ed irrazionalismi diffusi. La democrazia è più forte di quanto possiate pensare. E sarebbe ancora più forte se fossimo meno esigenti con lei, contestandone  il rendimento senza delegittimarne l’edificio.
Faccio il mio caso. Anche se non voto, mi interesso ai quesiti referendari come ad ogni altra questione di pubblico rilievo (e in questo caso il rilievo era davvero marginale).
Converso, dialogo, scrivo, valuto, scelgo, giudico, argomento professionalmente. Scelgo molte volte al giorno. In tutto ciò esercito diritti: art. 15, 18, 21, 33, 48, 49 Cost. …; o scelgo di esercitare il loro versante negativo.
Qualche volta voto, e quando scelgo i rappresentanti mi aspetto che facciano bene e che mi disturbino il meno possibile in funzione di supplenza. Consegno alla loro rappresentanza responsabile non l’esecuzione delle mie volontà, ma una loro interpretazione responsabile, che non tradisca le mie ragioni, alla luce della necessità del soppesarle con quelle degli altri e nella speranza del perseguimento del miglior interesse delle collettività (che può corrispondere, in qualche caso, anche all’interesse di un singolo, di un gruppo, di pochi). Sono contento se mi accorgo che in nome dell’interesse collettivo (che non è un dato quantitativo: l’interesse matematico dei più) il mio interesse soccombe. Il mio interesse è prima ancora di vivere in una comunità ben ordinata, dove le migliori decisioni emergano in modo ragionevole. La sintesi non la faccio io. Non vuol dire, peraltro, che anche in tal caso il mio interesse non sarebbe stato considerato, quanto che nel caso concreto non è stato ritenuto meritevole di avere prevalenza. La ruota gira.
E’ tutto molto difettoso, ma va bene così. Non chiediamo troppo agli istituti della democrazia e, in particolare, alla democrazia diretta. La democrazia è una costruzione imperfetta ma sempre perfettibile e solo apparentemente fragile.
Siate esigenti piuttosto coi vostri rappresentanti, e anche un pò con voi stessi.
Avete molti modi per far sentire la vostra voce e per far pesare la vostra opinione. Il voto referendario e gli istituti di democrazia diretta sono una goccia nel mare (es. 67 referendum abrogativi su decine di migliaia di questioni dibattute in pubblico dal 1948 ad oggi). Il voto stesso solo una parte del discorso. Conta essere cittadini – scegliere e far sentire la propria voce (voice) – in tutte le dimensioni.
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L’ulivismo, una forma inutile e dannosa di eccezionalismo

Parlare de L’Ulivo è attardarsi a parlare del passato di un’illusione.

IL VALORE AGGIUNTO DELL’ULIVO. L’Ulivo – esperienza poi riveduta e corretta in modo peggiorativo come Unione – ha “vinto” (espressione non tecnica) stentatamente due volte le elezioni: 1996 e 2006. Ottimo no? No. Nonostante lo abbia fatto sulle macerie delle prove di governo di Berlusconi (1994, 2001-2006) e formando due caravanserragli da far impallidire quelli che ospitavano le carovane che percorrevano la Via della Seta, il risultato è stato magrissimo. In entrambi i casi non ha potuto contare su maggioranze stabili o rivelatosi proprio privo di maggioranze, quindi costretto a sollecitare appoggi esterni, o trasfughismi parlamentari e dando quindi sempre pessima prova di governo e, in termini di immagine, ancor peggio. Se ci limitiamo ai governi Prodi, sono riusciti  a incappare per due volte in una crisi parlamentare (due casi in tutta la Repubblica: i suoi). Quale è il valore aggiunto elettorale dell’Ulivo? Poco o nulla. Nel ventennio trascorso l’unico che ha stravinto le elezioni è Berlusconi nel 2001.

[Infine è venuta la terza versione dell’Ulivo, senza Prodi e ulteriormente degenerata: la coalizione “Italia. Bene Comune”. Nel 2013 la coalizione è riuscita a non “vincere” perfino dopo la debacle finale di Berlusconi. Vendola ha preso le distanze dal Pd il giorno dopo le elezioni. Questi sarebbero i voti e i seggi con cui Renzi governera’ “comodamente”, secondo Bersani].

IL FALLIMENTO DEL VENTENNIO. Il fallimento del ventennio è il fallimento di Berlusconi e di tutta la classe dirigente dell’Ulivo, che in termini politici e anagrafici da Marini a Letta. Hanno governato per un tempo pressocchè eguali e con risultati non molto diversi. Il centro-sinistra ha garantito meglio  la tenuta dei conti pubblici: tutto qui.

Salvo dell’Ulivo l’ingresso tempestivo nell’euro (il culmine riformista del ventennio, e ho detto tutto), che si deve alla testardaggine e lucidità (come economista, sul politico politicienne lasciamo perdere…) di Romano Prodi, e forse un paio di buone leggi “organiche”. In mezzo decine di réformette,  alcune buone, altre completamente sbagliate e dannose e alcune scelte dannosissime, a partire dalla pessima riforme del titolo V. Le dispute tra un ulivismo buono, prodiano, e uno cattivo o un traviamento dello spirito dell’Ulivo le lasciamo ai fans delle diverse sponde di quella stagione. I fatti fondamentali sono questi. Fallimento.

LA CULTURA ULIVISTA E IL PD. L’ulivismo come cultura politica (e crogiuolo dei riformismi) non esiste nè è mai esistita. L’ulivismo è nato apposta per risolvere alcuni problemi italiani, ad esempio – primo – che si riteneva che la leadership politica non potesse spettare ai post-comunisti o quantomeno che in tal caso la coalizione sarebbe stato poco competitiva, o – secondo – che i democristiani di sinistra non volevano entrare nel socialismo europeo come è ovunque in Europa. Non ci volevano entrare manco i post-comunisti, in verità. Senza sentimento del grottesco, per un tratto, a fine anni ’90, si parlò (ovviamente solo in Italia) di “Ulivo mondiale”, che era poi l’idea di una internazionale democratica (e laburista). Vengono dati per morti i partiti ovunque, ma perchè fuori d’Italia non cambiano nome ogni sei mesi, come da noi (fiori, animali, metafore…) e neanche nei passaggi storici? Perchè l’identità è una cosa seria, anche se le tradizioni cambiano. I socialisti di oggi non sono quelli di ieri, perchè il  mondo di oggi non è quello di ieri.

Nel mondo della sinistra (vabbè vabbè, altro sinonimo a cui volete dare un senso, senza averlo: centro-sinistra) esiste:

1) il socialismo democratico

2) i laburisti inglesi. la cui specificità, che era il tradeunionismo e la radice non marxista, si è appannata e a cui Blair non è riuscito a dare una identità duratura;

3) i democratici americani.

Non so quale è l’identità del Pd in quanto Piddì. Non l’ho mai capito e non lo voglio capire. Ho la mia identità di socialista europeo. Il Pd grazie a Renzi ha sciolto il nodo e tanto mi basta: l’identità la definiamo insieme agli altri socialisti europei.

RENZI, L’ULIVO E IL PD. Il merito di Renzi è – oltre altri aspetti (l’attenzione alla comunicazione, l’aver preso sul serio l’offensiva populista) – di aver capito bene che la classe dirigente dell’Ulivo era fatta di falliti e che molte ricette erano fallite, ma il suo limite è di non avvertire che la cultura dell’ulivismo e tutti i suoi portati (anche istituzionali: l’incontro tra “miglioristi” e democristiani di sinistra) erano la diretta proiezione di una mare di complessi e fisime di post-comunisti e post-democristiani. Tutto, nella migliore delle ipotesi, pensiero debole, fatto apposta per accompagnare declini.

MULTE DISCIPLINARI E RAPPRESENTANZA POLITICA

Da tempo denuncio che l’apparato concettuale del Movimento cinque stelle è in aperto e frontale contrasto con la teoria della democrazia rappresentativa e quindi – visto che questa teoria è stata recepita dal Costituente, trasformandola in regole giuridiche – stride con la Costituzione. L’ultima stravaganza costituzionalistica del Movimento riguarda l’ipotesi di salate multe per i parlamentari (e non solo, ma limitiamo il discorso a questi) che si distacchino dalle decisioni del partito o, perfino, che siano fuoriusciti dal partito.

Ora, la nostra Costituzione vieta il mandato imperativo. Tanto è vero che Di Maio porta l’esempio della Costituzione portoghese, e con ciò non trae le conclusioni dovute: occorrerebbe modificare (ammesso che sia possibile) la Costituzione, sul punto.

Allo stato, qualunque contratto che abbia per oggetto significativi vincoli o condizioni per l’esercizio del mandato parlamentare è privo di valore ai sensi dell’art. 67 Cost. Costituendo il caso di scuola di (tentativo di) introduzione di un mandato giuridicamente imperativo, che è costituzionalmente vietato.

La conclusione – consolidata per le cosiddette “dimissioni in bianco” – non può che valere anche per vincoli di ordine giuridico da cui discendano sacrifici di ordine economico notevoli, che si configurano di fatto come limitazioni all’esercizio del mandato, talché – nel caso – si potrebbe dissentire solo a costo di pagare pesanti multe.

Tra l’altro l’entità della multa sarebbe tale da incidere in modo molto significativo sulla indennità parlamentare che è una essenziale prerogativa del parlamentare (diversa da una retribuzione), funzionale proprio a consentire un esercizio libero della sua attività.

L’accordo associativo – il partito è un’associazione privata basata su un accordo associativo – non è in contrasto con il suddetto articolo della Costituzione (compresa la statuizione della disciplina di partito), ma lo possono essere termini specifici di questo accordo (allo stato non siamo neanche a questo, siamo all’ennesimo comunicato-diktat) se limitano la libertà dell’iscritto in quanto parlamentare.

Il gruppo parlamentare e il partito potranno invece certamente azionare il potere disciplinare espellendo il parlamentare che si sottrae alla disciplina di partito deliberata dagli organi deputati. Pertanto, e veniamo ad un altro punto, è fantasia il danno di immagine risarcibile per “mutamenti di casacca”.

Recita la seminale sent. n.14 del 1964 della Corte costituzionale:

“il divieto di mandato imperativo importa che il parlamentare è libero di votare secondo gli indirizzi del suo partito ma è anche libero di sottrarsene; nessuna norma potrebbe legittimamente disporre che derivino conseguenze a carico del parlamentare per il fatto che egli abbia votato contro le direttive del partito”.

Potremmo immaginare casi e ipotesi più liminari su cui discutere, in futuro. Per il caso del giorno, le parole della Corte si attagliano perfettamente: Nessuna norma.Conseguenze (sullo status di parlamentare). Questo il cuore dell’istituto.

Ciò vale sicuramente per i mandati parlamentari (nazionali ed europeo) ma si ritiene generalmente che siamo davanti ad un connotato indefettibile, almeno nel nostro ordinamento, di ogni forma di rappresentanza politica (e non di interessi).

Sfugge la logica di chi vuole piegare le logiche del mandato pubblicistico in quelle del mandato privatistico, se non alla luce di una ben precisa visione della democrazia che è, al fondo, negatrice di una sua condizione essenziale. Come ha affermato magistralmente Sartori “la rappresentanza politica non è quella di diritto privato, perché se lo fosse, non servirebbe, dovremmo abolirla”. E infatti. Tutto torna magnificamente. Il Movimento Cinque Stelle adotta infatti l’ottica “democratica” di Rousseau, un’ottica democratica non liberale, né rappresentativa, alla luce della quale i parlamentari non sono rappresentanti (della Nazione) ma esecutori delle volontà del popolo: meri “commissari”. Che poi nell’essere commissari non vengano istruiti da questo (inesistente, giuridicamente) “popolo” ma, come avviene immancabilmente per i sostenitori della democrazia diretta, sono in balia dei pochi che decidono per tutti –  in questo caso gli uffici comunicazione che fanno capo a Casaleggio – neanche questa è una novità, ma un modesto aggiornamento imposto dalle tecnologie. E’ perfetto giacobinismo o leninismo, ed l’esito non può che essere autocratico. Se ne accorgono oggi i parlamentari del Movimento, per una ragione di “tasca”.

CRONACA DI UNA CRISI ANNUNCIATA

“Sapevano da Novembre. L’ordine era non parlare”. (Rosa Capuozzo, sindaco di Quarto).
Il brodo di coltura del personale politico grillino.
Mentalità complottistica, livore, presunzione di essere dalla parte del giusto, cultura del sospetto.
Le idee alla base del Progetto.
La partecipazione, la trasparenza, la democrazia integrale, il rifiuto della delega, il diritto a sapere la verità, il non “professionismo” e la gratuità o quasi dell’impegno politico.
La traduzione delle idee nel Progetto.

Il principio autocratico travestita da iper-democrazia: il simbolo di proprietà di Grillo e Casaleggio (chi è costui? Sapremo) e il Sacro-blog dei dikat, delle censure, delle fatwa, in funzione della preservazione del Progetto; la centralizzione dell’informazione e della comunicazione, la gestione opaca dei voti telematici, gli streaming a singhiozzo secondo le convenienze, l’estremo conformismo o la paura di esprimersi liberamente. Sempre e tutto per preservare il Progetto.

La società chiusa: Noi e Loro, i cittadini e il Palazzo, il non-partito con il non-statuto, i panni sporchi si lavano in famiglia.

Il nemico interno: il traditore, l’infiltrato, quello che non ha capito lo spirito del progetto, l’opportunista.

Il nemico esterno: la sindrome dello stadio d’assedio, l’essere a prescindere dalla parte del giusto, avere una Missione da compiere, convertire gli altri, annientarli o al limite soccombere, pur di non cambiare mai.

L’incontro con la realtà.
Le responsabilità e le esigenze ineludibili della politica. Il confronto quotidiano con l’amministrazione dei primi comuni e con il lavoro politico e parlamentare.
Gli effetti.
Autoisolamento e assenza di risultati parlamentari, cattiva gestione delle realtà amministrative, abbandoni, espulsioni, fallimenti, faide, impotenza, scaricabarile e ipocrisia.
Macerie.
Ecco la parabola fatale di chi, senza essere mai toccato dalla grazia del liberalismo e del valore del pluralismo, muove da un approccio democratico radicale e arriva dove arriva.
Dovevano essere la cura per i problemi del paese. Hanno finito con lo scaricare sul paese le loro bizzarrie, improbabilità, inesperienze, inettitudini, fisime. Prossimamente anche le loro disonestà. E sono non solo un costo, ma un costo inutile e dannoso.
Non solo non hanno migliorato la qualità della nostra democrazia ma l’hanno peggiorata e reso più difficile la meta di trasformare l’Italia in una paese normale, con una maggioranza e una opposizione che si riconoscono e legittimano a vicenda, che si contrastano ma all’occorrenza convergono per il bene del paese.
Se li avessi votati sarei molto arrabbiato, con loro e forse anche con me.

LA FINE DEL TEOREMA A CINQUE STELLE

Il Movimento 5 Stelle non è un partito, ma un movimento di cittadini, che è cosa ben diversa.
I partiti non sono fatti di cittadini ma da militanti, portatori di interessi in contrasto con la cittadinanza (di cui rappresentano – se va bene – la parte rinnegata).
Livorno è sommersa di rifiuti. E’ governata da un’amministrazione a Cinque Stelle, quindi da cittadini. I cittadini di Livorno, tra cui i loro “commissari” del Movimento 5 Stelle, sono incapaci.
Così finisce, quando si butta nel gabinetto la rappresentanza (e la responsabilità) politica.
In realtà i cittadini di Livorno sanno benissimo di chi è la colpa. Della cattiva politica.
Di qualunque colore sia, è facile riconoscerla dai risultati.
La cattiva politica non dà le risposte sperate.
Poi se parla a nome dei cittadini, beh, questa è non solo un’appropriazione indebita, ma un’aggravante.

RENZI E LA SUA FASE “TRE”

Su questo blog, mesi e mesi fa, contestavo una communis opinio. Sostenevo che Renzi non era nato “nelle” primarie – come era usuale sentire dire – ma che era nato nella forza di un progetto e che quel progetto avrebbe comunque conquistato il Pd. E che pertanto le primarie erano state solo un accidente. Ebbene, raccoglievo perplessita’ (perfino quelle di chi non comprende cosa vuol dire l’interlocutore,  dove vuole arrivare a parare), imbarazzo e qualche invito – affettuoso e protettivo – a parlare a voce piu’ bassa.
Invece a me era chiaro che Renzi e’ nel bene e nel male il ritorno del primato della politica e dello strumento partito. In forme nuove, certo. Ma il loro ritorno prepotente.
Allora Renzi e il Pd possono utilizzare le primarie, magari in modo selettivo e regolandole, ma – ecco – definirle un atto o mito fondativo e’ stato ed e’ frutto di una imperdonabile mancanza di fiducia in se stessi e nel ruolo della politica e del partito. C’e’ un’altra verità, piu’ credibile, che non crea alcun imbarazzo, se la si sa cogliere nella oggettivita’ delle cose alla luce di una lettura politica appena un poco attrezzata.
E’ una verita’ semplice. 
Renzi ha conquistato il Pd e iniziato a creare speranze nel paese con le prime primarie, quelle perse in modo straordinariamente esaltante, solo contro tutti (tranne un po’ di noi…). La prova di Renzi lascio’ un segno indelebile nel bollito gruppo dirigente Pd, come e piu’ dell’arrivo dei Galli a Roma. Renzi non “vinse” il partito quando lo conquisto’ formalmente, nel rito delle seconde, in cui molti di noi si sono sentiti in disagio, se non in cattiva compagnia – oltreche’  di qualche persona poco raccomandabile – di tanti militanti che votavano Renzi per ordine di scuderia senza capire ne’ fenomeno nè il progetto, se non ancora con macerata ostilita’ e prevenzione. Li’, le seconde primarie, sono state quasi solo una gara nel gruppo dirigente su come prendere le misure a Renzi. Chi portando in modo solerte in dote i pacchetti di voti necessari ad una forte vittoria, chi per prepararsi a fronteggiarlo fino all’ultimo sangue. Subendolo, respingendolo o provando ad assimilarlo.  Il piu’ rapido e acuto di tutti, fu Franceschini, con la sua grande Areadem, lasciata anzitempo solo da Fassino fin dalle prime primarie (e non e’ un caso che Franceschini sia nel governo e D’Alema, Veltroni e Bersani ai giardinetti). Li’, nelle seconde primarie, il voto di opinione fu assai ridotto. I giochi erano fatti. Furono primarie di (ri)posizionamento, tutte anticipatarie dei problemi e dei temi del cosiddetto Renzi due, quello con le ceneri del (fumoso, velleitario) “partito della nazione”.
Ecco perche’ il Renzi uno, il ciclone – Renzi,  il trasformatore di energia, e’ durato poco ed e’ stato presto risucchiato dai meccanismi del Renzi due.
Ecco l’esigenza del Renzi “tre” di cui parla il mio amico Fabio Avallone su HuffingtonPost, in cui Renzi puo’ e deve muoversi senza riguardi,  retaggi e zavorre, recuperando lo spirito originario non solo a parole (la cui efficacia declamatoria si logora rapidamente …) ma con decisioni e fatti.
Oggi questo mio pensiero – gia’ espresso molti mesi fa In alcuni pezzi di queato mio blog wordpress – appara finalmente “sdoganabile” e chiaro, e voglio ribadirlo a eventuale beneficio dei miei lettori piu’ recenti.
Renzi non e’ nato dalle primarie ma da un progetto straordinariamente coraggioso di conquista del partito e di cambiamento del paese. Un ciclone che si e’ abbattuto al momento giusto su un gruppo dirigente connivente e sfibrato. Quel patto fu rotto dall’esterno dalla energia brutale di Renzi e il maggiore azionista di quel patto – Areadem –  sposo’ il progetto di Renzi rompendo il patto dall’interno, ponendolo nel nulla (chi ricorda appena qualche mese prima il vergognoso foglietto con tutte le cariche istituzionali divise per accordo riservato e inconfessabile nel “caminetto” Pd?). Franceschini (e com lui molti ex Margherita, anche esterni alla sua area, esclusi i pochi amici di Letta) lo fece alle primarie, ma lo avrebbe fatto nelle sedi di partito con esiti non dissimili. Il surplus di forza politica di Renzi vera e’ poi venuta dai risultati delle europee, una vittoria tutta riposante sulla speranza diffusa nella realizzazione del progetto (piu’ che del programma) di Renzi per l’Italia.
Poi? Renzi quando ha potuto ha tirato dritto, ma qualche volta non ha voluto aprire fronti dolorosi o dagli esiti imprevedibili. Molte sono state le ingenuita’ politiche e comunicative; comprensibili, in parte inevitabili. Molti anche i successi e le prove di forza e, per così dire, di carattere.
Oggi pero’ siamo ad una svolta. Cambiare o … o?
E allora ecco che nell’endorsement di un pezzo di quel gruppo dirigente tra le prime e le seconde primarie, come nella resistenza ad oltranza di un altro pezzo, irriducibile, ci sono alcuni dei problemi della fase “due” di Renzi: un partito in mano – non senza realta’ pesantemente inquinate e inquietanti – a prepotenti capibastone all’occasione in combutta o in lotta tra loro e poco disciplinato, quindi incapace di offrire un’immagine di coesione, a livello nazionale.
Ora Renzi ha avuto la conferma che se non cambia tutto nel suo Pd, non cambia abbastanza il paese. Non svuota il bacile della rabbia (e quindi il M5S resta vitale e pronto ad approfittarne), non prosciuga l’astensionismo (con l’entita’ del quale diventa grottesco prendersela con un Pastorino qualunque),  non produce sufficiente buongoverno e i risultati, che pure non mancano, sono inferiori alle attese, offrendo il destro alle incursioni antipolitiche di quasi tutto lo spettro delle forze parlamentari. Credo che Renzi lo abbia capito.
Partito rifondato e nuove classi dirigenti. Le due sfide da vincere rapidamente per rivoltare il paese come un calzino. Forse un anno ancora di tempo avanti – non di piu’ – per poi tirare tutti, Renzi per primo, le somme.

QUIRINALE. GIU’ LE CARTE, PROFILO E NOME

Conoscendo il modo di ragionare di Renzi, a partire dalle scelte sulle persone che ha compiuto in passato (dalla segreteria al governo, alle nomine dei manager delle società pubbliche), la sua prima e ideale scelta non potrebbe che essere una donna anche se per ora si tiene, comprensibilmente, molto coperto.
Sarebbe un successo politico e comunicativo straordinario, che gli darebbe ancora una volta una ribalta planetaria e sicura popolarità. Occorre vedere per cogliere questo risultato quanto è disposto a derogare al (restante) profilo. Eh sì. Il profilo più probabile del “candidato” a succedere a Napolitano è: Pd; “politico/a”; amministratore/-trice di regione o grande città ma di caratura nazionale, non sgradito/-a al leader.
Partiamo dalle donne. Senza riuscire a soddisfare tutti i requisiti, le uniche Pd in pista sono la Pinotti e la Finocchiaro (molto meno probabile l’ipotesi Dassù). Alla prima difetta un pò di caratura ed esperienza nazionale. Benchè indiscutibilmente capace e affidabile, sarebbe in qualche modo “da sperimentare” per il ruolo. La seconda sarebbe invece una garanzia e competenza, austerità e stile ricordano non poco quelli dell’indimenticabile Nilde Jotti … ma. Tra la Finocchiaro e Renzi non è mai corso buon sangue e in passato Renzi l’ha attaccata anche grevemente (associandola al tema dei costi della politica) e si è beccato, se non ricordo male, del “miserabile”. Poi hanno cercato di … recuperare, e oggi avrebbe anche il gradimento, secondo i quotidiani, del ministro Boschi (e non è poco). Ma non è tutto. L’altro problema è che l’autorevole senatrice ha il marito imputato per truffa e abuso d’ufficio, il quale fatto – senza entrare nel merito, ovviamente – la esporrebbe probabilmente ad una pesante campagna di stampa

(v. ad es. http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/22/quirinale-lascesa-finocchiaro-marito-imputato-per-truffa/1362474/)

anche perchè, tra l’altro, si troverebbe a presiedere un organismo, il Csm, a tutela della indipendenza della magistratura con un prossimo congiunto sotto processo. Ragioni non piccole di opportunità che probabilmente consigliano di soprassedere e virare, purtroppo ancora una volta, sul “maschietto”. Due nomi che rientrano molto largamente nell’identikit per due profili culturali diversi: Fassino (ex Ds) o Delrio (ex Margherita). Il secondo, meno titolato, è per certi versi avvantaggiato da una maggiore freschezza e dal fatto che porterebbe al Quirinale una cultura politica – quella “popolare” – assente da tempo (Scalfaro). Persone prive di nemici nel Pd e fuori (certamente più graditi a Berlusconi di tanti altri), miti e sobrie ma non deboli, di grandissima affidabilità istituzionale, lavoratori instancabili, senza macchia e/o retaggi ingombranti. Per me sono loro due ad avere le maggiori chances di essere eletti alla Presidenza della Repubblica.
Dietro, sempre e solo nel “profilo”, Veltroni (non poco usurato da un ventennio che lo ha visto protagonista e anche diretto avversario di Berlusconi) e ancora più indietro – con scarse chances – Rutelli (di cui in sostanza di sono perse le tracce, il che non depone troppo bene) e Chiamparino. Quest’ultimo solo perchè in passato votato dai primi “renziani” in parlamento nel 2013, ma più che altro come candidato di bandiera. E’ passata molta acqua sotto i ponti.
Insomma la partita è complessa, ma due nomi mi sembrano davvero avanti a tutti. E non dubito che sarebbero eletti al quarto scrutinio con ampio consenso e soddisfazione. Occorre anche verificare quanto si è disposti a rischiare.