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Informazioni su marcoplutino

Docente di diritto costituzionale all'Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Componente del C.d.A. e del Comitato Scientifico della Fondazione MezzogiornoEuropa. Lettore curioso e vorace. Un'antica militanza nella sinistra riformista come dirigente regionale nel Pds nella seconda metà degli anni '90

#RomaAiRomani

Nell’amministrazione di Roma in pratica di romano c’è rimasta solo la Raggi, alla faccia dello slogan lanciato dal sacro blog di Grillo #RomaAiRomani. Quello che sta facendo il Movimento 5 Stelle a Roma ricorda un po’ il movimento delle classi dirigenti pre-unitarie dopo il 1848: accorrevano a sciami dovunque ci fosse una rivoluzione o coltivare una speranza accesa, fosse Napoli, Roma, Livorno o Torino. E così stanno facendo. 

Solo che come i nostri padri poi si concentrarono a Torino attorno negli anni ’50 dell’ 800 per fare l’Italia (e la fecero), questa classe dirigente fatta di ignoranti orgogliosi di esserlo si vanno concentrando su Roma da ogni dove per provare a sfasciarla definitivamente.

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NUOVI CITTADINI: AVANTI CON GIUDIZIO

Presupposto che in Italia il crollo demografico richiede certamente l’apporto di stranieri, e in numero maggiore di quanti siano oggi, e che tra costoro andrebbe idealmente accettato un mix tra ospitare richiedenti asilo e attrarre persone di elevata qualificazione professionale, mentre oggi non c’è una politica dell’immigrazione perché è tutto emergenza e scostamento tra diritto e fatto (abbiamo di fatto perfino la poligamia!); presupposto questo, dicevo, beato chi ha convinzioni fermissime sullo jus soli in discussione.

Ragioniamo. In Italia c’è gente che va negli USA per partorire, perché il nascituro abbia la benedizione della cittadinanza statunitense. Non capisco come gli USA non pongano rimedio a simili furberie (vorrei usare altre parole), che tra l’altro deprezzano il valore – o denudano il deprezzamento del valore – della nostra cittadinanza. Vi pare bello se avvenisse in Italia? Immagino di no. E allora, intanto, non siete per lo jus soli vero e proprio. Probabilmente sareste fermamente contrari! Quindi siete per altro, per una versione “temperata”, cioè non incondizionata. Forse già siete più conservatori di quanto sareste disposti ad ammettere.                                                   Cosa voglio dire? Che sulle ipotesi bisogna ragionare. L’equazione tra nascere in Italia ed essere italiani non esiste nella logica, ma è una scelta politica e tra l’altro tutt’altro che ovvia, tanto che verosimilmente incontrerebbe scarsissimo consenso tra gli italiani se fosse percorsa allo stato puro.

Ma, se permettete, le condizioni di questo temperamento dello jus soli andrebbero attentamente discusse in un dibattito pubblico degno di questo nome. Se basti una prova di italiano al termine di un percorso temporale; se debba essere un ciclo scolastico per i nati in Italia e bastino le regole esistenti per i loro genitori; se debbano essere altre condizioni, alternative o combinate, e per chi: cioè se debba essere solo jus soli temperato e jus culturae o altro. Ma non c’è nulla di ovvio e in chi si oppone non necessariamente c’è qualcosa di crudele, inumano, incivile. Non cadiamo nel politicamente corretto e nella retorica umanitaria per decisioni così serie.

Ricordo che oggi c’è una legge sulla cittadinanza che probabilmente e’ superata e troppo restrittiva ma che non è certamente incivile perché non è mai stata dichiarata incostituzionale. Anche io temo la xenofobia e, essendo molto sensibile al nesso tra diritti e doveri, vedo che ci sono centinaia di migliaia di stranieri che sono contributori nel nostro Paese senza ricevere diritti in eguali misura ai cittadini (ma, appunto, questo porterebbe ad andare anche oltre o fare un discorso in parallelo al nuovo jus soli, perché toccherebbe anche la posizione dei genitori dei nati in Italia…), ma calma e gesso. Anche perché se non si fanno vivere bene le decisioni tra i cittadini italiani e se non si costruiscono bene le condizioni attuative – un serio limite della politica italiana, quello dell’implementazione – poi si ottengono effetti controproducenti e poco controllabili.

VI RACCONTO IL MODELLO DEL SINDACO PIU’ VOTATO D’ITALIA

Il sindaco più votato d’Italia a questa tornata amministrativa è quello della città dove risiedo da dieci anni.  Città di ottime potenzialità e in posizione felice, Pozzuoli, l’ho vista trasformarsi radicalmente in meglio negli ultimi cinque anni. Non è una città semplice né è un esempio poco probante. E’ più popolosa di molti capoluoghi di provincia: sessantottesima, per popolazione, in Italia, secondo l’ultimo censimento: come Sesto San Giovanni e Varese e più di Asti e Caserta, per intenderci. Ha una estensione territoriale significativa e confina con realtà difficili come Giugliano e ha nel suo stesso territorio un rione, Monterusciello, di quasi trentamila abitanti, costruito in tutta fretta con prefabbricati ai tempi della crisi del bradisismo. Ha certamente molti vantaggi derivanti dalla sua posizione e dalla sua storia ma fa pur sempre parte dell’area metropolitana di Napoli.

E’ difficile essere eletto sindaco con un voto libero dei cittadini con il 70% in un comune metropolitano del Sud. E’ ancora più difficile, forse clamoroso, essere rieletto con tali percentuali (71%, per la precisione). Tra l’altro in una bella giornata di sole, con le spiagge strapiene e purtuttavia mantenendo un’affluenza in perfetta linea con il dato nazionale (60%).

Qui Vincenzo Figliolia, il candidato del Pd, l’ha fatto. E non solo per la presenza di un’ampia coalizione a sostegno, ma prima di tutto per l’impegno che lui e la sua amministrazione hanno offerto in questi anni. Il lavoro serio paga. Pur disponendo di alternative, la cittadinanza è soddisfatta dopo aver visto l’amministrazione alla prova. Lo stesso voto al Movimento Cinque Stelle (non irrilevante, sotto il 10%) è da interpretare più che altro, allora, come un campanello d’allarme nazionale, come testimoniato da non pochi voti disgiunti o dai voti alla lista senza preferenze. Se una quota di cittadini pur davanti ai risultati indiscutibili dell’amministrazione preferisce esprimere un voto che non è, realisticamente, frutto della richiesta di un’alternativa in città ma di radicale cambiamento, questo non pare tanto un problema del sindaco di Pozzuoli ma semmai del suo partito nazionale.

Cosa è il modello Pozzuoli? A Pozzuoli la raccolta differenziata – nel sud il primo banco di prova di una classe dirigente – è al 76%, nel 2011 era al 28%, a livelli tristemente napoletani (mi riferisco al capoluogo). E’ una città presa in pre-dissesto che ora viaggia in acque tranquille, nonostante il suo enorme numero di dipendenti (erano circa mille!), e che ha potuto perfino assumere ben dieci dirigenti nuovi, giovani: e ciò grazie a risparmi di spesa e alla riforma dei servizi e della macchina comunale.

E’ una città che spende, veramente non da oggi, fino all’ultimo centesimo di fondi comunitari e li usa in modo serio, per grandi opere o grandi riqualificazioni (come l’ormai noto Rione Terra). Tra pochi mesi in consegna, l’ultima, 150 milioni di euro, trasformerà la città. E’ una città dove grazie a questa amministrazione i servizi funzionano, ed una particolare attenzione è riposta nel decoro urbano e nella manuntenzione stradale. La segnaletica orizzontale e verticale, cosa rarissima nel mezzogiorno, è decisamente impeccabile nel centro e accettabile anche altrove. La polizia municipale si vede un po’ dovunque, anche per il suo eccesso di pianta organica: almeno lavora, nonostante l’età media dei dipendenti comunali sia straordinariamente alta (62 anni).

Dalle elezioni è giunto un bel segno anche per la politica, oltre l’amministrazione. In Consiglio comunale due terzi dei rappresentanti sono alla prima esperienza e la metà dei consiglieri ha meno di trent’anni. Sono entrate quattro donne, saranno poche ma sono quattro più di prima.

A Pozzuoli, profondo Sud, pur tra problemi che non mancano, si respira area di normalità, e nonostante la città venga presa d’assalto e raddoppi quasi la popolazione che fruisce dei suoi servizi nei week end, per la presenza di spiagge, un numero inverosimile di locali, nonché monumenti, siti, collegamenti con le isole e così via.

Cosa è il modello Pozzuoli? E’ fondamentalmente il sodo lavoro e l’attenzione per i particolari. E’ stare tra le persone e affrontare i problemi uno ad uno, con una tenacia impressionante. Fino a poter passare dalla buona amministrazione alla programmazione di un grande lancio nel panorama turistico internazionale e all’attrazione di nuovi investimenti produttivi.

Ci siamo voluti raccontare storie sul populismo, sulle sue radici culturali e ideologiche. Sarà. Ma dove c’è buongoverno non c’è populismo, qualunque cosa sia.

Dove le persone sono soddisfatte o comunque vedono un’amministrazione, come si suol dire, “pancia a terra” per migliorare le loro condizioni di vita non vengono proprio loro in mente strane idee sulla democrazia. Eccome se li votano, i candidati dei partiti. Li votano e li rivotano.

 

L’aspirazione frustrata ad una democrazia onesta e ordinata

Davanti allo spettacolo offerto anche in queste ore dal parlamento, più simile ad un suk che ad corpo deliberante nell’interesse della Nazione, il nostro scoramento si riconosce nelle parole di Giuseppe Maranini, il quale denunciava ne “La Repubblica”  (1965) il persistente conflitto tra “l’aspirazione ad una democrazia onesta, ordinata, valida e il persistere di abiti mentali, di costumi, di leggi, residuo di un mondo arcaico confuso e corruttore”. Egli concludeva, e sembrano parole scritte oggi: “Dall’esito di questo conflitto dipende l’avvenire del paese, la sua possibilità e speranza di allinearsi in modo degno e stabile tra i paesi più civili e ricchi dell’Occidente”. Quel traguardo,  in parte raggiunto negli anni successivi con i frutti del benessere e la stagione delle riforme sociali, oggi è sempre più apertamente messo in discussione. 

LO FAMO STRANO

Secondo D’Alimonte “Il sistema elettorale con cui si voterà in Germania il prossimo settembre è un modello <strano>” (il Sole, 23 maggio 2017). Perchè? Perchè – e ha ragione sia chiaro – è un sistema apparentemente misto, ma in realtà con una distribuzione di voti interamente proporzionale. Ma basta questo per dire che è strano? E saremmo normali noi?

Potremmo chiedere ai tedeschi, che fino a prova contraria hanno un sistema con un rendimento istituzionale molto superiore al nostro, cosa pensano delle seguenti trovate sul piano del sistema politico, della forma di governo e di stato: bicameralismo perfetto, clausole “antiribaltone”, elezioni dirette dei vertici esecutivi, sfiducie a singolo ministro, partiti personali e proprietari, primarie aperte autoregolamentate.

E se non bastasse, potremmo chiedere loro cosa pensano sul piano della normativa elettorale e di contorno di: premi di maggioranza nazionali, premi di maggioranza regionali (massì!), multicandidature senza limiti con libera opzione, scorporo e liste civetta, rappresentanza parlamentare interamente bloccata, “parlamentarie”, desistenze nei collegi, componenti nei gruppi misti, deroghe alla composizione dei gruppi parlamentari, gruppi consiliari unipersonali in regione e comuni, liste confezionate al solo fine di superare gli sbarramenti, sbarramenti al 2% (con finanziamento anche a chi resta al di sotto se arriva all’1%), soglie di sbarramento plurime differenziate e minori per chi va in coalizione, donazioni politiche anonime anche su importi notevoli, assenza di norme sul lobbying e conflitti di interessi nonchè dell’entropia che regna sulle normative in termini di ineleggibilità e incompatibilità.

Ovvero se non sia il più grosso campionario di insipienze e di stupidaggini istituzionali e normative mai compilato al mondo. Chissà perchè la transizione apertasi nel 1993, ventiquattro anni fa, non si è mai chiusa.

L’ECCEZIONE NAPOLI

Gira voce, non so se è vero, che a Roma è tutto un chiedere i galloni: “E tu che hai fatto per il referendum?”. Dentro/fuori. Il rasoio di Occam: inutile fare tante complicazioni. Non moltiplicare gli enti più del necessario. E’ un’applicazione di quello che in politica si chiama anche lealtà o principio di responsabilità. Non premiare la moltiplicazione delle correnti se non serve al Progetto.

A Napoli, come sempre, si afferma il principio contrario. Il correntismo esasperato – correnti di personalità, non idee – non consente la rappresentazione di chi lavora fuori dal suo schema. Di chi lavora e basta. Capita così che il Comitato referendario più attivo di Napoli (ma del Centro-Sud), con all’attivo un paio di centinaia di iniziative sul referendum costituzionale dello scorso anno, non veda alcuno dei suoi animatori napoletani, ed in particolare il suo riconosciuto ideatore, premiato. Eppure si è trattato di un impegno doppiamente  gravoso, perché svolto nella rumorosa assenza del partito. Entrare in quell’assemblea pletorica ma simbolicamente significativa che è l’Assemblea nazionale del Pd, avrebbe costituito un piccolo segnale, la volontà di non disgiungere totalmente responsabilità e merito. Niente da fare. E quanto ce ne sarebbe bisogno, per un partito che a Napoli rasenta il 10%. A Roma lo sanno che le elezioni politiche si vinceranno o perderanno qui? Lo volete il dato 2013? Pd al 21,8, Pdl al 29,8, Cinque Stelle al 23,2%. Altro che problema limitato alle comunali, come qualcuno si illude. Qui il Pd è ultimo sempre e comunque.

Dove va il Pd napoletano?

Pd a trazione renziana a Napoli. Un grande risultato. Ma Renzi e il suo progetto, nell’articolo, dove sono? 

Attenzione alle semplificazioni. Io nutro molto rispetto nei confronti di chi raccoglie le preferenze dei cittadini e riesce a mobilitare militanti ai congressi. Queste persone hanno rapporto forte con i territori e le realtà e meritano il nostro rispetto. Io le rispetto. Parlare di capibastone e’ sbagliato ed offensivo. Ma se la politica si schiaccia su una particolare forma di scambio politico, un do ut des a breve, e’ la fine. Pagasse almeno! L’opinione pubblica e’ radicalmente estranea al Pd di Napoli, che veleggia verso il 6%. Una forma di scambio politico – in questo caso in un consenso personalissimo attorno a 5/6 personalita’ (solo il gruppo che ha un riferimento in Pittella merita un discorso a parte, avendo un profilo culturale riconoscibile) – va a detrimento di un’altra forma di scambio politico. Il Pd napoletano urtica. Respinge.

Apporto culturale, dirigenza politica e risultati amministrativi sono del tutto estranei e sconosciuti al policentrismo dell’attuale sistema. Esistono alcune realta’ in ombra nel Pd napoletano che andrebbero valorizzate proprio per caratterizzarsi su uno o più di quei tre versanti. Sono le forze fresche, i dirigenti sottovalutati che vogliono parlare un’altra lingua alla citta’ e i bravi sindaci. I grandi assenti nell’ottimo articolo di Scarlata. Ne riparleremo.