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Docente di diritto costituzionale all'Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Componente del C.d.A. e del Comitato Scientifico della Fondazione MezzogiornoEuropa. Lettore curioso e vorace. Un'antica militanza nella sinistra riformista come dirigente regionale nel Pds nella seconda metà degli anni '90

Dietro l’addio di Borrelli la trasformazione dei Cinque Stelle in “longa manus” della Casaleggio.

Cosa è, oggi, il Movimento Cinque Stelle?
Certo un partito, anche se dichiara di un non essere un partito, e populista, in qualche senso possibile dell’espressione anche se dichiara di non essere neanche populista. Ma può essere definito anche un partito anti-sistema? E se sì, in che senso, e, quindi, con quali conseguenze? Bisogna tener presente che l’etichetta di partito “anti-sistema” ha una storia lunga e connotata nel dibattito pubblico repubblicano. Anti-sistema vengono ritenute a lungo le due ali del sistema partitico, quella neo-fascista (contro cui si oppone l’arco costituzionale) e le sinistra marxiste (che dell’arco facevano parte, ma erano fuori da una legalità, per così dire, atlantica). Entrambe le ali vennero in modo assai diverso coinvolte nell’esercizio del potere politico, e i socialisti coinvolti nel governo, ma l’etichetta “antisistema” finì per indicare l’impossibilità – politica, non il divieto giuridico – di accedere al governo nazionale. Questo stato permase fino alla fine della prima fase della Repubblica (1993) per le forze dell’estrema destra e per il partito comunista, per il quale il vincolo internazionale in senso proprio venne meno a partire, probabilmente, dalle elezioni politiche del 1987, le prima dopo l’avvento di Gorbacev.
Prima di questa conclusione politica: partito anti-sistema è un partito che per diverse ragioni non viene considera legittimato ad accedere al governo, la questione era stata posta in termini legali, ma ragioni contingenti impedirono di perseguire questa via, che trovava un appiglio ideologicamente orientato in Costituzione e che fu caratteristica della politica scelbiana .
Fallito l’approccio protetto della Costituzione (almeno per via di una legalità palese), la natura partitocratica del regime repubblicano, guidato da partiti che avevano la loro stella polare nei valori della Costituzione e il loro principio di azione cardine nel primato della politica (senza troppa considerazione per lo stato di diritto), portò ad accantonare ogni tentativo di una disciplina giuridica dei partiti. In particolare, i timori delle forze di sinistra marxiste – forze costituenti e legalitarie, ma considerate “anti-sistema” – di essere controllare, infiltrate, eterodirette, impedì di approfondire il tema della registrazione delle associazioni partitiche e, in generale, dell’attuazione dell’art. 49 Cost.: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Il “metodo democratico” finì con l’essere inteso come il rispetto delle regole del gioco democratico, la preservazione di un assetto concorrenziale tra i partiti (di cui il nucleo duro è la cd. parità di chances), la tutela del pluralismo, senza però includere forme specifiche di garanzia della democraticità interna dei partiti.
Tale situazione in sostanza perdura anche oggi, quando pur in assenza di uno statuto generale dei partiti politici esistono spezzoni di normative che in via incidentale, prevedono, a certi fini (come in tema di finanziamento dei partiti, per l’accesso ai rimborsi elettorali), quale onere per accedere a possibili benefici, che i partiti abbiano alcuni, minimali, requisiti di trasparenza e di democraticità. Uno spunto che andrebbe generalizzato in uno statuto generale dei partiti politici di cui si è parlato a lungo in questa legislatura ma che, dopo l’approvazione alla Camera dei deputati (d.d.l Richetti-Fontanelli), è rimasto arenato al Senato della Repubblica.
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Sono noti i caratteri peculiari del MovimentoCinque Stelle in sé e per sé considerato: un impasto di mitizzazione del contributo delle nuove tecnologie alla politica e di visione della democrazia in salsa russoviana. Una forza insieme pre-moderna, nel rifiuto della rappresentanza (di diritto pubblico, è il caso di aggiungere), quanto post-moderna nel modo in cui interpreta il suo approccio “direttista”, con un ricorso spinto alle tecnologie ma entro una visione ormai apertamente proprietaria. Ma se il modello berlusoconiano non era nient’affatto raro in certe democrazie latine, dove i partiti spesso non sono disgiunti dai destini del tycoon, il Movimento Cinque Stelle è veramente un caso unico a livello mondiale.
Un altro contributo in questo numero illustra il rifiuto della rappresentanza e, con essa, del libero mandato parlamentare previsto dall’art. 67 Cost., che è uno dei principi-cardine dello stato di diritto e della nostra Costituzione. In questa sede, l’approccio alla democrazia “commissaria” alla Rousseau, il tradimento dell’uno-vale-uno e il rifiuto della rappresentanza nazionale vengono inserite in uno sfondo teso a illustrare la natura commerciale e proprietaria, quindi profondamente anti-democratica, dell’associazione partitica in questione attraverso la ricostruzione di una trama costruita nel tempo nodo a nodo e che solo considerata nell’insieme è realmente significativa di tutta la gravità della situazione.
Senza ripercorrere tutta la storia , sul piano giuridico si possono ricordare le due tappe principali.
La prima, con un ruolo trascurabile dell’impresa commerciale Casaleggio & Associati. La creazione, il 18 dicembre 2012, della associazione “MoVimento Cinque Stelle” (cd. MCS “piccolo”). Beppe (Giuseppe) Grillo ne era presidente, suo nipote Enrico il Vice Presidente e altro socio fondatore e suo commercialista, Enrico Maria Nadasi, il segretario. Tre soci fondatori in tutto. Il titolare del simbolo, come del blog beppegrillo.it, è Beppe Grillo a cui spettavano pertanto “titolarità, gestione e tutela del contrassegno” nonchè “titolarità e gestione della pagina del blog” . E’ l’assetto che Grillo fa pesare nelle contestazioni che si producono nelle primarie di Genova, in base alle quali gruppi di militanti gli contrappongono le norme statutarie e il cd. MCS “grande”, ovvero la significativa comunità dei militanti veri e propri (circa 150.000 attivisti).
Se questo assetto pare improntato alla scarsa trasparenza, non è nulla rispetto a quello che è venuto dopo, e siamo alla seconda e presente fase, dal 2016, con la graduale liquidazione della gestione di Beppe Grillo, l’approvazione del nuovo Statuto (il primo vero e proprio, per quanto …”non-Statuto”), la creazione dell’associazione Rousseau e la differenziazione tra le attività del blog di Grillo e le attività del Movimento. Attualmente l’associazione Rousseau gestisce la piattaforma a cui lo Statuto del MoVimento Cinque Stelle attribuisce compiti fondamentali e sostanzialmente inappellabili. Grillo resta Garante ma praticamente ha un ruolo marginale.
Iniziamo dalla Rousseau. L’associazione Rousseau ha caratteri di singolarità assoluta, che battono anche il “piccolo” MoVimento Cinque Stelle di cui si è detto. L’inchiesta meritoria di Luciano Capone, de “Il Foglio”, dopo le prime anticipazioni del 4 gennaio 2018, ha condotto alla riproduzione della documentazione in data 31 gennaio 2018. La Rousseau ha sede fisica presso la Casaleggio & Associati. In sostanza è, sia pure in forma di contratto associativo (tra vivi), un lascito ereditato di Gianroberto Casaleggio al figlio Davide, come attesta la data dell’8 aprile 2016 e il luogo, che è quello dove era ricoverato sotto falso nome Gianroberto e sarebbe deceduto poi quattro giorni dopo. L’associazione Rousseau nasce composta da due persone, i due Casaleggio, con un fondo di dotazione iniziale simbolico (150 euro). Presidente ne è Gianroberto e vicepresidente Davide, che ne è anche tesoriere, mentre entrambi sono componenti dell’Assemblea e membri del Consiglio direttivo. Nulla di strettamente illegale ma anche uno studente di primo anno di giurisprudenza sa che per prassi e ragionevoli motivi, anche di logica di funzionamento di una formazione sociale, le associazioni generalmente sono composte da almeno tre persone, che si distribuiscono le cariche. Qui dopo quattro giorni Davide resta solo e tale situazione era scontata fin dall’inizio: per questo può parlarsi di un sostanziale lascito ereditario ad personam nella forma di un contratto tra vivi. Nell’articolo 6 dello Statuto si prevede che possono entrare nell’associazione persone “la cui ammissione è deliberata dal Consiglio direttivo”. L’art. 13 dispone che “il presidente del consiglio direttivo è nominato dall’Assemblea tra i soci fondatori”. Dal 12 aprile, e per quasi un mese, Davide detiene tutte le cariche sociali e l’associazione, in spregio alla natura costituzionale (ma di più: consustanziale) di ogni associazione, diventa unipersonale. Il 5 maggio entrano nell’Associazione Rousseau due nuovi soci (Bugani, un consigliere comunale a Bologna e Borrelli, europarlamentare), senza che peraltro assumano alcuna carica, e che, intervistati, dicono di non saperne praticamente nulla [n.d.A.: Borrelli ha lasciato in queste ore il Movimento]. Anche quando fossero ammesse altre persone, costoro, né i soci attuali diversi da Davide, non potrebbero mai diventare presidenti, secondo lo Statuto dell’associazione che attribuisce la presidenza dell’associazione a vita per Davide (salvo modifiche da costui volute). Si può essere cooptati ma l’associazione non è contendibile, neanche formalmente, salvo modifica dello Statuto decisa dal solo Davide Casaleggio. Ma non è tutto: un rendiconto sommario del 2016 pubblicato sul sito (cito sempre l’inchiesta di Capone), indica Casaleggio come “amministratore unico” di Rousseau. Una carica sostituisce (in fatto?) quella del consiglio direttivo, che non appare più: i due nuovi soci non hanno alcuna carica, non fanno parte di alcun organo, né sembra esiste un organo collegiale. Una situazione, questa, che suscita più di un dubbio in punto di legalità, per quanto l’associazione non sia “riconosciuta”, cioè dotata di personalità giuridica. La sostituzione del Consiglio direttivo con l’Amministratore unico fa di un’associazione tra tre persone una realtà dove una sola nomina se stesso, autorizza se stesso e controlla se stesso, e, come vedremo, liquida rimborsi spese a se stesso nei limiti delle somme (grandi) gestite da Rousseau, in spregio a qualunque valore democratico, di correttezza, trasparenza e pluralismo. Tra queste singolarità assolute e nell’opacità più totale sono stati spese alcune centinaia di migliaia di euro in servizi, rimborsi spese e altro, tra cui, forse, v’è anche il compenso alla Casaleggio, che condivide la sede con l’associazione Rousseau, per la costruzione della piattaform. Ma la cifra che può essere appurata perché sui siti non si va oltre un rendiconto sommario.
Il sistema Rousseau è gestito dalla Casaleggio, di proprietà al 60% di Davide C. insieme ad altri tre soci, e dall’Associazione omonima, di cui Davide C. è presidente blindato e detiene tutte le cariche. Con i soldi del Movimento si paga la Casaleggio per gestire la piattaforma Rousseau di proprietà dell’associazione di cui factotum è Davide. Il rapporto Casaleggio-Rousseau va completato infatti nell’interazione con lo “Statuto” che si è dato il Movimento Cinque Stelle nel 2016 (poi modificato, peggiorando ancora tutti gli aspetti partecipativi e di democraticità, nel 2017). L’art. 1 vincola il M5S all’associazione Rousseau senza limiti di sorta. Alla lettera c) si legge che “Gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti disciplinate nel prosieguo del presente Statuto, nonché le modalità di gestione delle votazioni, di convocazione degli Organi Associativi, di pubblicazione di – a titolo esemplificativo e non esaustivo – avvisi e/o provvedimenti e/o direttive e/o decisioni saranno quelli di cui alla cd. <Piattaforma Rousseau>, mediante appositi accordi da stipularsi con l’Associazione Rousseau”.
L’art. 3 collega anche sul piano finanziario la Rousseau con il MoVimento Cinque Stelle e con gli emolumenti degli eletti: la lettera f) dell’articolo dispone che tutto gli eletti sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle (tranne quelli locali) “si obbligano a trattenere per sé stessi, a remunerazione dell’attività svolta, non più della somma stabilita per ciascuna legislatura dal Comitato di Garanzia con apposito Regolamento da emanarsi prima di ciascuna consultazione elettorale finalizzata all’elezione dei medesimi ai sensi dell’art. 9 comma b)”. E’ stato calcolato che, secondo la stima del numero dei parlamentari di cui dovrebbe disporre il Movimento, i 300 euro a persona sono pari a circa 4,5 milioni di euro nei cinque anni gestiti in assoluta discrezionalità da Davide Casaleggio tramite Rousseau a cui sono da aggiungere una vasta gamma di operazione mobiliari, immobiliari, su donazioni eccetera, nonché i servizi cui si è fatto cenno.
Mentre il nuovo Statuto prevede una procedura per sfiduciare il Capo Politico (attualmente l’on. Luigi Di Maio, ai sensi di quanto previsto dall’art. 15) e una per rimuovere il Garante (tuttora Grillo, che però appare in allontanamento da quella che è ormai la galassia “casaleggiana”), non c’è alcuna procedura per recidere il legame con l’Associazione Rousseau, salvo una (quasi impossibile) modifica dello Statuto, secondo quanto previsto dall’art. 6 lett. g., con procedura tra l’altro…gestita dalla Casaleggio tramite la piattaforma Rousseau. La regolarità delle votazioni è (dovrebbe essere) certificata da un organismo indipendente, nominato dal Comitato di Garanzia, o da notaio, ma l’indicazione, già blanda (un notaio…) appare poco credibile. Il mese scorso, benchè lo Statuto prevedesse la pubblicazione dopo 24 ore dei risultati delle cd. Parlamentarie, i risultati sono stati pubblicati dopo due settimane accampando ragioni di … privacy. All’esatto contrario, è certo che tale privacy non sia rispettata, essendoci state ispezioni del Garante – quello vero, della privacy – durante le quali, a domanda, la Casaleggio ha ammesso che il sistema consente di risalire all’identità dei votanti. Lo stesso Garante nazionale in un recente rapporto (5 ottobre 2017) affermava, sulla base delle stesse informazioni ricevute dalla Casaleggio in occasione della richiesta di chiarimenti in seguito ad un furto di dati avvenuti nell’estate scorsa, che la piattaforma si basa su un software scaduto da quattro anni e pertanto del tutto inattendibile sul piano del rispetto della privacy, e che sono attestate schedature dei voti, password troppo corte e spesso in chiaro e così via. Sul punto, frammiste alle doglienze rispetto alle violazioni dello Statuto, esistono molteplici giudizi civili iniziati da militanti grillini difesi da alcuni pugnaci avvocato, tra cui in particolare l’avv. Borrè, a cui si deve tra l’altro la difesa dell’iscritta Cassamatis nella vicenda genovese, l’azione a seguito della quale con provvedimento del tribunale di Palermo sono state sospese le primarie regionali siciliane del MoVimento, nonché lo spunto in base al quale il tribunale di Genova ha nominato un curatore speciale, l’avvocato Luigi Cocchi, per tutelare l’interesse dei militanti del 2009 rispetto agli sviluppi che stiamo ricostruendo ed in particolare la distinzione tra la piccola associazione “MoVimento Cinque Stelle” (Grillo, il nipote e il commercialista), rifluita nel legame Rousseau-Statuto e la comunità dei militanti e le norme originarie (superate da altre approvate in modo non legittimo, senza quorum etc.).
Si rinvia a Taradash (Il Foglio del 24 gennaio 2018) per una dettagliata disamina dello Statuto che ne sottolinea la dimensione, per così dire, teocratica.
A mero titolo di esempio l’art. 11, inerente i procedimenti disciplinari, prevede una sfilza di ragioni per essere sanzionati con le misure più gravi, a partire dall’espulsione, con comminazione – tra l’altro – delle contestate multe, con devoluzione dell’importo sì a enti benefici, benchè indicati dal MoVimento, quindi in sostanza, in maniera diretta o meno, dalla Casaleggio.
Le multe e gli stravolgimenti dei modi di concepire i mandati elettivi vanno dunque inquadrati in una dimensione più ampia. Già prima dello Statuto del 2016 era stata introdotta una sanzione per i parlamentari europei (250.000 euro!) che si ponessero in contrasto con il gruppo e ne fossero espulsi o la abbandonassero, e più di recente altrettanto era stato fatto con un codice di comportamento per gli eletti al comune di Roma (euro 150.000 di sanzione). La somma “pari al 50% degli emolumenti percepiti e/o da percepire in un anno solare, in ragione della carica ricoperta a seguito dell’elezione” nel linguaggio giornalistico è diventata la multa dei 100.000 euro per i parlamentari. Tutte, anche le multe per le cariche locali (perché contrarie a norme specifiche, non solo all’art. 67 Cost.) sono inesigibili ma illustrano il clima che si respira, di cui sono parte i diktat, le gogne mediatiche e così via. Per averre una idea si calcola che circa un terzo degli amministratori locali eletti sotto il simbolo sono stati espulsi, in decine e decine di procedimenti, in questo singolare “partito”.
La totale verticalizzazione e opacità del movimento è testimoniata infine dalla rinuncia, per carenza dei requisiti previsti dalla legge, a richiedere i rimborsi elettorali. La legge n. 96 del 2012 prevede elementari requisiti di democraticità e trasparenza per accedere al cosiddetto 2xmille e il M5S è l’unica forza politica di un certo rilievo che non è in condizione di accedervi per carenza dei requisiti, che andrebbero accertati da una commissione – questa sì, realmente indipendente – costituita da cinque magistrati. L’art. 5 della legge infatti afferma al primo comma che i partiti e i movimenti sono tenuti, quale onere per accedere al beneficio di legge, a dotarsi di un atto costitutivo e di uno statuto che “deve essere conformato a principi democratici nella vita interna, con particolare riguardo alla scelta dei candidati, al rispetto delle minoranze e ai diritti degli iscritti”. Nulla è più lontano da ciò che è oggi il MoVimento Cinque Stelle. Dove, come uno specchietto per le allodole, tutte le decisioni più importanti sono in apparenza rimesse agli iscritti e l’iscrizione è perfino gratuita, ma in realtà agli iscritti è concessa, quando va bene, una mera ratifica delle decisioni del Capo Politico (soprattutto, ormai) e del Garante.
E non apriamo neanche il discorso del legame, a dir poco nebuloso nei suoi contorni quanto certo, tra azienda (Casaleggio & Associati) e siti di fake news, come attestò alcuni mesi fa un’inchiesta di Alberto Nardelli per Buzzfeed, su cui andrebbe aperto un capitolo di riflessione a parte.
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In conclusione il MoVimento Cinque Stelle, o dovrebbe dirsi la Casaleggio, perfeziona e spinge ben oltre il modello berlusconiano del partito-azienda, sostituendo a quella disinvoltura circa i conflitti di interesse una durezza e una cupezza senza eguali, dai tratti orwelliani, che non sapremmo definire in altro modo che utilizzando due espressioni: nichilistica (Casaleggio afferma tuttora che il movimento appartiene al movimento…) e totalitaria. Le differenze balzano agli occhi: nessun ruolo per un carisma misurato dal successo economico e sociale à la Berlusconi, a cui si sostiuisce un’operazione distopica che è accompagnata dai tratti singolari delle persone e della società proprietaria: l’assenza di empatia e la scarsissima redditività (ad oggi) della Casaleggio, sia pure entro un quadro di rapporti finanziari non del tutto chiari. Un assalto ad un patrimonio di passione e militanza condotto utilizzando l’iniziale, e interessata, collaborazione di Grillo (con i sue due milioni di seguaci su Facebook), e poi proseguita in solitaria, lasciando a nudo la vera realtà, dopo il crescente distacco di Grillo davanti alle ultime mosse, non concordate, fino alla rottura con Casaleggio . La revisione dello Statuto di fine 2017 (che tra l’altro non è stato neanche messo al voto degli iscritti, dopo il mancato raggiungimento del quorum per lo Statuto del 2016) completa l’opera di trasformazione del MoVimento Cinque Stelle nel braccio della Casaleggio & Associati, tra l’altro identificando, in spregio a qualunque logica e prassi partitica, il Capo Politico e il Teroriere, funzionalmente alla creazione di un filo diretto, senza finzioni, tra azienda, che comanda politicamente e gestisce le risorse, e partito, che obbedisce e opera in un quadro di regole deboli, complicate, ineffettive.
Emerge anche e soprattutto la vulnerabilità del sistema democratico di fronte alle lacune normative della disciplina partitica e dei conflitti di interesse.
Quali conseguenze si avrebbero con l’accesso diretto di una società commerciale dalle visioni così distopiche al governo, all’intelligence, a ministeri che maneggiano dati di straordinaria delicatezza? Se ne dovrebbe dibattere.
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#RomaAiRomani

Nell’amministrazione di Roma in pratica di romano c’è rimasta solo la Raggi, alla faccia dello slogan lanciato dal sacro blog di Grillo #RomaAiRomani. Quello che sta facendo il Movimento 5 Stelle a Roma ricorda un po’ il movimento delle classi dirigenti pre-unitarie dopo il 1848: accorrevano a sciami dovunque ci fosse una rivoluzione o coltivare una speranza accesa, fosse Napoli, Roma, Livorno o Torino. E così stanno facendo. 

Solo che come i nostri padri poi si concentrarono a Torino attorno negli anni ’50 dell’ 800 per fare l’Italia (e la fecero), questa classe dirigente fatta di ignoranti orgogliosi di esserlo si vanno concentrando su Roma da ogni dove per provare a sfasciarla definitivamente.

NUOVI CITTADINI: AVANTI CON GIUDIZIO

Presupposto che in Italia il crollo demografico richiede certamente l’apporto di stranieri, e in numero maggiore di quanti siano oggi, e che tra costoro andrebbe idealmente accettato un mix tra ospitare richiedenti asilo e attrarre persone di elevata qualificazione professionale, mentre oggi non c’è una politica dell’immigrazione perché è tutto emergenza e scostamento tra diritto e fatto (abbiamo di fatto perfino la poligamia!); presupposto questo, dicevo, beato chi ha convinzioni fermissime sullo jus soli in discussione.

Ragioniamo. In Italia c’è gente che va negli USA per partorire, perché il nascituro abbia la benedizione della cittadinanza statunitense. Non capisco come gli USA non pongano rimedio a simili furberie (vorrei usare altre parole), che tra l’altro deprezzano il valore – o denudano il deprezzamento del valore – della nostra cittadinanza. Vi pare bello se avvenisse in Italia? Immagino di no. E allora, intanto, non siete per lo jus soli vero e proprio. Probabilmente sareste fermamente contrari! Quindi siete per altro, per una versione “temperata”, cioè non incondizionata. Forse già siete più conservatori di quanto sareste disposti ad ammettere.                                                   Cosa voglio dire? Che sulle ipotesi bisogna ragionare. L’equazione tra nascere in Italia ed essere italiani non esiste nella logica, ma è una scelta politica e tra l’altro tutt’altro che ovvia, tanto che verosimilmente incontrerebbe scarsissimo consenso tra gli italiani se fosse percorsa allo stato puro.

Ma, se permettete, le condizioni di questo temperamento dello jus soli andrebbero attentamente discusse in un dibattito pubblico degno di questo nome. Se basti una prova di italiano al termine di un percorso temporale; se debba essere un ciclo scolastico per i nati in Italia e bastino le regole esistenti per i loro genitori; se debbano essere altre condizioni, alternative o combinate, e per chi: cioè se debba essere solo jus soli temperato e jus culturae o altro. Ma non c’è nulla di ovvio e in chi si oppone non necessariamente c’è qualcosa di crudele, inumano, incivile. Non cadiamo nel politicamente corretto e nella retorica umanitaria per decisioni così serie.

Ricordo che oggi c’è una legge sulla cittadinanza che probabilmente e’ superata e troppo restrittiva ma che non è certamente incivile perché non è mai stata dichiarata incostituzionale. Anche io temo la xenofobia e, essendo molto sensibile al nesso tra diritti e doveri, vedo che ci sono centinaia di migliaia di stranieri che sono contributori nel nostro Paese senza ricevere diritti in eguali misura ai cittadini (ma, appunto, questo porterebbe ad andare anche oltre o fare un discorso in parallelo al nuovo jus soli, perché toccherebbe anche la posizione dei genitori dei nati in Italia…), ma calma e gesso. Anche perché se non si fanno vivere bene le decisioni tra i cittadini italiani e se non si costruiscono bene le condizioni attuative – un serio limite della politica italiana, quello dell’implementazione – poi si ottengono effetti controproducenti e poco controllabili.

VI RACCONTO IL MODELLO DEL SINDACO PIU’ VOTATO D’ITALIA

Il sindaco più votato d’Italia a questa tornata amministrativa è quello della città dove risiedo da dieci anni.  Città di ottime potenzialità e in posizione felice, Pozzuoli, l’ho vista trasformarsi radicalmente in meglio negli ultimi cinque anni. Non è una città semplice né è un esempio poco probante. E’ più popolosa di molti capoluoghi di provincia: sessantottesima, per popolazione, in Italia, secondo l’ultimo censimento: come Sesto San Giovanni e Varese e più di Asti e Caserta, per intenderci. Ha una estensione territoriale significativa e confina con realtà difficili come Giugliano e ha nel suo stesso territorio un rione, Monterusciello, di quasi trentamila abitanti, costruito in tutta fretta con prefabbricati ai tempi della crisi del bradisismo. Ha certamente molti vantaggi derivanti dalla sua posizione e dalla sua storia ma fa pur sempre parte dell’area metropolitana di Napoli.

E’ difficile essere eletto sindaco con un voto libero dei cittadini con il 70% in un comune metropolitano del Sud. E’ ancora più difficile, forse clamoroso, essere rieletto con tali percentuali (71%, per la precisione). Tra l’altro in una bella giornata di sole, con le spiagge strapiene e purtuttavia mantenendo un’affluenza in perfetta linea con il dato nazionale (60%).

Qui Vincenzo Figliolia, il candidato del Pd, l’ha fatto. E non solo per la presenza di un’ampia coalizione a sostegno, ma prima di tutto per l’impegno che lui e la sua amministrazione hanno offerto in questi anni. Il lavoro serio paga. Pur disponendo di alternative, la cittadinanza è soddisfatta dopo aver visto l’amministrazione alla prova. Lo stesso voto al Movimento Cinque Stelle (non irrilevante, sotto il 10%) è da interpretare più che altro, allora, come un campanello d’allarme nazionale, come testimoniato da non pochi voti disgiunti o dai voti alla lista senza preferenze. Se una quota di cittadini pur davanti ai risultati indiscutibili dell’amministrazione preferisce esprimere un voto che non è, realisticamente, frutto della richiesta di un’alternativa in città ma di radicale cambiamento, questo non pare tanto un problema del sindaco di Pozzuoli ma semmai del suo partito nazionale.

Cosa è il modello Pozzuoli? A Pozzuoli la raccolta differenziata – nel sud il primo banco di prova di una classe dirigente – è al 76%, nel 2011 era al 28%, a livelli tristemente napoletani (mi riferisco al capoluogo). E’ una città presa in pre-dissesto che ora viaggia in acque tranquille, nonostante il suo enorme numero di dipendenti (erano circa mille!), e che ha potuto perfino assumere ben dieci dirigenti nuovi, giovani: e ciò grazie a risparmi di spesa e alla riforma dei servizi e della macchina comunale.

E’ una città che spende, veramente non da oggi, fino all’ultimo centesimo di fondi comunitari e li usa in modo serio, per grandi opere o grandi riqualificazioni (come l’ormai noto Rione Terra). Tra pochi mesi in consegna, l’ultima, 150 milioni di euro, trasformerà la città. E’ una città dove grazie a questa amministrazione i servizi funzionano, ed una particolare attenzione è riposta nel decoro urbano e nella manuntenzione stradale. La segnaletica orizzontale e verticale, cosa rarissima nel mezzogiorno, è decisamente impeccabile nel centro e accettabile anche altrove. La polizia municipale si vede un po’ dovunque, anche per il suo eccesso di pianta organica: almeno lavora, nonostante l’età media dei dipendenti comunali sia straordinariamente alta (62 anni).

Dalle elezioni è giunto un bel segno anche per la politica, oltre l’amministrazione. In Consiglio comunale due terzi dei rappresentanti sono alla prima esperienza e la metà dei consiglieri ha meno di trent’anni. Sono entrate quattro donne, saranno poche ma sono quattro più di prima.

A Pozzuoli, profondo Sud, pur tra problemi che non mancano, si respira area di normalità, e nonostante la città venga presa d’assalto e raddoppi quasi la popolazione che fruisce dei suoi servizi nei week end, per la presenza di spiagge, un numero inverosimile di locali, nonché monumenti, siti, collegamenti con le isole e così via.

Cosa è il modello Pozzuoli? E’ fondamentalmente il sodo lavoro e l’attenzione per i particolari. E’ stare tra le persone e affrontare i problemi uno ad uno, con una tenacia impressionante. Fino a poter passare dalla buona amministrazione alla programmazione di un grande lancio nel panorama turistico internazionale e all’attrazione di nuovi investimenti produttivi.

Ci siamo voluti raccontare storie sul populismo, sulle sue radici culturali e ideologiche. Sarà. Ma dove c’è buongoverno non c’è populismo, qualunque cosa sia.

Dove le persone sono soddisfatte o comunque vedono un’amministrazione, come si suol dire, “pancia a terra” per migliorare le loro condizioni di vita non vengono proprio loro in mente strane idee sulla democrazia. Eccome se li votano, i candidati dei partiti. Li votano e li rivotano.

 

L’aspirazione frustrata ad una democrazia onesta e ordinata

Davanti allo spettacolo offerto anche in queste ore dal parlamento, più simile ad un suk che ad corpo deliberante nell’interesse della Nazione, il nostro scoramento si riconosce nelle parole di Giuseppe Maranini, il quale denunciava ne “La Repubblica”  (1965) il persistente conflitto tra “l’aspirazione ad una democrazia onesta, ordinata, valida e il persistere di abiti mentali, di costumi, di leggi, residuo di un mondo arcaico confuso e corruttore”. Egli concludeva, e sembrano parole scritte oggi: “Dall’esito di questo conflitto dipende l’avvenire del paese, la sua possibilità e speranza di allinearsi in modo degno e stabile tra i paesi più civili e ricchi dell’Occidente”. Quel traguardo,  in parte raggiunto negli anni successivi con i frutti del benessere e la stagione delle riforme sociali, oggi è sempre più apertamente messo in discussione. 

LO FAMO STRANO

Secondo D’Alimonte “Il sistema elettorale con cui si voterà in Germania il prossimo settembre è un modello <strano>” (il Sole, 23 maggio 2017). Perchè? Perchè – e ha ragione sia chiaro – è un sistema apparentemente misto, ma in realtà con una distribuzione di voti interamente proporzionale. Ma basta questo per dire che è strano? E saremmo normali noi?

Potremmo chiedere ai tedeschi, che fino a prova contraria hanno un sistema con un rendimento istituzionale molto superiore al nostro, cosa pensano delle seguenti trovate sul piano del sistema politico, della forma di governo e di stato: bicameralismo perfetto, clausole “antiribaltone”, elezioni dirette dei vertici esecutivi, sfiducie a singolo ministro, partiti personali e proprietari, primarie aperte autoregolamentate.

E se non bastasse, potremmo chiedere loro cosa pensano sul piano della normativa elettorale e di contorno di: premi di maggioranza nazionali, premi di maggioranza regionali (massì!), multicandidature senza limiti con libera opzione, scorporo e liste civetta, rappresentanza parlamentare interamente bloccata, “parlamentarie”, desistenze nei collegi, componenti nei gruppi misti, deroghe alla composizione dei gruppi parlamentari, gruppi consiliari unipersonali in regione e comuni, liste confezionate al solo fine di superare gli sbarramenti, sbarramenti al 2% (con finanziamento anche a chi resta al di sotto se arriva all’1%), soglie di sbarramento plurime differenziate e minori per chi va in coalizione, donazioni politiche anonime anche su importi notevoli, assenza di norme sul lobbying e conflitti di interessi nonchè dell’entropia che regna sulle normative in termini di ineleggibilità e incompatibilità.

Ovvero se non sia il più grosso campionario di insipienze e di stupidaggini istituzionali e normative mai compilato al mondo. Chissà perchè la transizione apertasi nel 1993, ventiquattro anni fa, non si è mai chiusa.

L’ECCEZIONE NAPOLI

Gira voce, non so se è vero, che a Roma è tutto un chiedere i galloni: “E tu che hai fatto per il referendum?”. Dentro/fuori. Il rasoio di Occam: inutile fare tante complicazioni. Non moltiplicare gli enti più del necessario. E’ un’applicazione di quello che in politica si chiama anche lealtà o principio di responsabilità. Non premiare la moltiplicazione delle correnti se non serve al Progetto.

A Napoli, come sempre, si afferma il principio contrario. Il correntismo esasperato – correnti di personalità, non idee – non consente la rappresentazione di chi lavora fuori dal suo schema. Di chi lavora e basta. Capita così che il Comitato referendario più attivo di Napoli (ma del Centro-Sud), con all’attivo un paio di centinaia di iniziative sul referendum costituzionale dello scorso anno, non veda alcuno dei suoi animatori napoletani, ed in particolare il suo riconosciuto ideatore, premiato. Eppure si è trattato di un impegno doppiamente  gravoso, perché svolto nella rumorosa assenza del partito. Entrare in quell’assemblea pletorica ma simbolicamente significativa che è l’Assemblea nazionale del Pd, avrebbe costituito un piccolo segnale, la volontà di non disgiungere totalmente responsabilità e merito. Niente da fare. E quanto ce ne sarebbe bisogno, per un partito che a Napoli rasenta il 10%. A Roma lo sanno che le elezioni politiche si vinceranno o perderanno qui? Lo volete il dato 2013? Pd al 21,8, Pdl al 29,8, Cinque Stelle al 23,2%. Altro che problema limitato alle comunali, come qualcuno si illude. Qui il Pd è ultimo sempre e comunque.