Archivio mensile:aprile 2016

ASPETTATIVE DI VITA. COLPA DI CHI.

Siamo al dramma collettivo. Con la riduzione delle nostre aspettative di vita – prima volta – abbiamo raggiunto il fondo del fallimento delle classi politiche. Un risultato che viene da lontano, da quarant’anni di declino economico, di un paese che si e’ gradualmente spento. Un declino che la cosiddetta Seconda Repubblica (in piu’ gravata da vincoli esterni) non ha saputo arrestare.
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SONO SOVRANO PERCHE’

E’ il day after e vi confesso il mio peccato: io non vado a votare ai referendum abrogativi. Quelli i cui quesiti condivido, quelli i cui quesiti non condivido e quelli che mi sono indifferenti. Sono da tanti anni fermo su questa posizione, basata su convinzioni radicate e che non ho mai inteso fare oggetto di dibattito, e meno che meno base di proselitismo. E’ una scelta privata di un cittadino non investito di pubbliche funzioni, ma basata su motivazioni che forse vale la pena di esporre in pubblico e che non pretendono peraltro di avere come inevitabile esito la mia scelta.
Tralasciamo il modo in cui il referendum è stato strumentalizzato e svilito, fino allo stato attuale, nel nostro paese. Utilizzato da pezzi di ceto politico contro altri nel nome del cittadino. E’ inevitabile, per quanto poco commendevole.
Andiamo al sodo. Mi rifiuto di pensare che sono sovrano perchè vengo interpellato per questa o quella questione settoriale e trovo questa rincorsa “alla carlona” a capirci qualcosa, generosa ma un pò esilarante. Lo vedremo meglio con il referendum costituzionale, quando diventeremo “tutti costituzionalisti”.
Se anche fossi sovrano quando voto e perchè voto (ai referendum e non), anche in tal caso il politico si riprenderebbe la sua “sovranità” il giorno dopo, interpretando il mio voto, dandogli voce e gambe. Potrebbe legittimamente “tradire” la volontà del votante o del corpo elettorale, ammesso e non concesso che fosse rilevabile in modo oggettivo. Ciò che mi rifiuto di pensare, soprattutto, è che dai voti escano fuori in modo incontrovertibile volontà.
Se la democrazia fosse autogoverno (come nell’antica Grecia, in Rousseau, e nelle stolte e imbroglione riprese dei giorni nostri) varrebbe esattamente la frazione che separa me dai votanti:1/16.000.000, secondo i dati di ieri. E’ matematica. Eserciterei egualmente in modo responsabile il voto, certo, ma sarebbe questo, infimo, il mio peso nell’influenza sugli affari pubblici e, quindi, nel governo di me stesso: il decidere rimanendo soggetti a comandi autonomi di cui parlava Rousseau. Nulla o quasi. Non a caso Casaleggio pur di fronte a numeri ben più limitati ha fatto presto a passare dall’ “uno vale uno” alla interpretazione sua – più “uno” di tutti (senza neanche partecipare ai dibattiti e ai voti) – di questa volontà “generale”.
Lasciamo perdere. Vivo in un paese libero e democratico, anche se in preda ad emotività ed irrazionalismi diffusi. La democrazia è più forte di quanto possiate pensare. E sarebbe ancora più forte se fossimo meno esigenti con lei, contestandone  il rendimento senza delegittimarne l’edificio.
Faccio il mio caso. Anche se non voto, mi interesso ai quesiti referendari come ad ogni altra questione di pubblico rilievo (e in questo caso il rilievo era davvero marginale).
Converso, dialogo, scrivo, valuto, scelgo, giudico, argomento professionalmente. Scelgo molte volte al giorno. In tutto ciò esercito diritti: art. 15, 18, 21, 33, 48, 49 Cost. …; o scelgo di esercitare il loro versante negativo.
Qualche volta voto, e quando scelgo i rappresentanti mi aspetto che facciano bene e che mi disturbino il meno possibile in funzione di supplenza. Consegno alla loro rappresentanza responsabile non l’esecuzione delle mie volontà, ma una loro interpretazione responsabile, che non tradisca le mie ragioni, alla luce della necessità del soppesarle con quelle degli altri e nella speranza del perseguimento del miglior interesse delle collettività (che può corrispondere, in qualche caso, anche all’interesse di un singolo, di un gruppo, di pochi). Sono contento se mi accorgo che in nome dell’interesse collettivo (che non è un dato quantitativo: l’interesse matematico dei più) il mio interesse soccombe. Il mio interesse è prima ancora di vivere in una comunità ben ordinata, dove le migliori decisioni emergano in modo ragionevole. La sintesi non la faccio io. Non vuol dire, peraltro, che anche in tal caso il mio interesse non sarebbe stato considerato, quanto che nel caso concreto non è stato ritenuto meritevole di avere prevalenza. La ruota gira.
E’ tutto molto difettoso, ma va bene così. Non chiediamo troppo agli istituti della democrazia e, in particolare, alla democrazia diretta. La democrazia è una costruzione imperfetta ma sempre perfettibile e solo apparentemente fragile.
Siate esigenti piuttosto coi vostri rappresentanti, e anche un pò con voi stessi.
Avete molti modi per far sentire la vostra voce e per far pesare la vostra opinione. Il voto referendario e gli istituti di democrazia diretta sono una goccia nel mare (es. 67 referendum abrogativi su decine di migliaia di questioni dibattute in pubblico dal 1948 ad oggi). Il voto stesso solo una parte del discorso. Conta essere cittadini – scegliere e far sentire la propria voce (voice) – in tutte le dimensioni.