Archivio mensile:marzo 2016

L’ulivismo, una forma inutile e dannosa di eccezionalismo

Parlare de L’Ulivo è attardarsi a parlare del passato di un’illusione.

IL VALORE AGGIUNTO DELL’ULIVO. L’Ulivo – esperienza poi riveduta e corretta in modo peggiorativo come Unione – ha “vinto” (espressione non tecnica) stentatamente due volte le elezioni: 1996 e 2006. Ottimo no? No. Nonostante lo abbia fatto sulle macerie delle prove di governo di Berlusconi (1994, 2001-2006) e formando due caravanserragli da far impallidire quelli che ospitavano le carovane che percorrevano la Via della Seta, il risultato è stato magrissimo. In entrambi i casi non ha potuto contare su maggioranze stabili o rivelatosi proprio privo di maggioranze, quindi costretto a sollecitare appoggi esterni, o trasfughismi parlamentari e dando quindi sempre pessima prova di governo e, in termini di immagine, ancor peggio. Se ci limitiamo ai governi Prodi, sono riusciti  a incappare per due volte in una crisi parlamentare (due casi in tutta la Repubblica: i suoi). Quale è il valore aggiunto elettorale dell’Ulivo? Poco o nulla. Nel ventennio trascorso l’unico che ha stravinto le elezioni è Berlusconi nel 2001.

[Infine è venuta la terza versione dell’Ulivo, senza Prodi e ulteriormente degenerata: la coalizione “Italia. Bene Comune”. Nel 2013 la coalizione è riuscita a non “vincere” perfino dopo la debacle finale di Berlusconi. Vendola ha preso le distanze dal Pd il giorno dopo le elezioni. Questi sarebbero i voti e i seggi con cui Renzi governera’ “comodamente”, secondo Bersani].

IL FALLIMENTO DEL VENTENNIO. Il fallimento del ventennio è il fallimento di Berlusconi e di tutta la classe dirigente dell’Ulivo, che in termini politici e anagrafici da Marini a Letta. Hanno governato per un tempo pressocchè eguali e con risultati non molto diversi. Il centro-sinistra ha garantito meglio  la tenuta dei conti pubblici: tutto qui.

Salvo dell’Ulivo l’ingresso tempestivo nell’euro (il culmine riformista del ventennio, e ho detto tutto), che si deve alla testardaggine e lucidità (come economista, sul politico politicienne lasciamo perdere…) di Romano Prodi, e forse un paio di buone leggi “organiche”. In mezzo decine di réformette,  alcune buone, altre completamente sbagliate e dannose e alcune scelte dannosissime, a partire dalla pessima riforme del titolo V. Le dispute tra un ulivismo buono, prodiano, e uno cattivo o un traviamento dello spirito dell’Ulivo le lasciamo ai fans delle diverse sponde di quella stagione. I fatti fondamentali sono questi. Fallimento.

LA CULTURA ULIVISTA E IL PD. L’ulivismo come cultura politica (e crogiuolo dei riformismi) non esiste nè è mai esistita. L’ulivismo è nato apposta per risolvere alcuni problemi italiani, ad esempio – primo – che si riteneva che la leadership politica non potesse spettare ai post-comunisti o quantomeno che in tal caso la coalizione sarebbe stato poco competitiva, o – secondo – che i democristiani di sinistra non volevano entrare nel socialismo europeo come è ovunque in Europa. Non ci volevano entrare manco i post-comunisti, in verità. Senza sentimento del grottesco, per un tratto, a fine anni ’90, si parlò (ovviamente solo in Italia) di “Ulivo mondiale”, che era poi l’idea di una internazionale democratica (e laburista). Vengono dati per morti i partiti ovunque, ma perchè fuori d’Italia non cambiano nome ogni sei mesi, come da noi (fiori, animali, metafore…) e neanche nei passaggi storici? Perchè l’identità è una cosa seria, anche se le tradizioni cambiano. I socialisti di oggi non sono quelli di ieri, perchè il  mondo di oggi non è quello di ieri.

Nel mondo della sinistra (vabbè vabbè, altro sinonimo a cui volete dare un senso, senza averlo: centro-sinistra) esiste:

1) il socialismo democratico

2) i laburisti inglesi. la cui specificità, che era il tradeunionismo e la radice non marxista, si è appannata e a cui Blair non è riuscito a dare una identità duratura;

3) i democratici americani.

Non so quale è l’identità del Pd in quanto Piddì. Non l’ho mai capito e non lo voglio capire. Ho la mia identità di socialista europeo. Il Pd grazie a Renzi ha sciolto il nodo e tanto mi basta: l’identità la definiamo insieme agli altri socialisti europei.

RENZI, L’ULIVO E IL PD. Il merito di Renzi è – oltre altri aspetti (l’attenzione alla comunicazione, l’aver preso sul serio l’offensiva populista) – di aver capito bene che la classe dirigente dell’Ulivo era fatta di falliti e che molte ricette erano fallite, ma il suo limite è di non avvertire che la cultura dell’ulivismo e tutti i suoi portati (anche istituzionali: l’incontro tra “miglioristi” e democristiani di sinistra) erano la diretta proiezione di una mare di complessi e fisime di post-comunisti e post-democristiani. Tutto, nella migliore delle ipotesi, pensiero debole, fatto apposta per accompagnare declini.

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