Io, la maestra Titina e il siriano Tarek

Lei  – Titina – e’ un insegnante meridionale che – dopo notti insonni e tribolate – rifiuta per niente a cuor leggero l’assunzione a tempo indeterminata presso un circolo didattico del profondo Nord, pur giurando sulla testa dei propri figli di aver molto bisogno di lavorare e di farlo con certezze. La famiglia – i figli piccoli, il marito, i genitori anziani e non autosufficienti – come andrebbe avanti senza di lei? Le graduatorie dei precari non chiuderanno come si era detto in un primo momento. Ma i posti per i precari saranno di meno. Vivra’ di crescente precarieta’.
Lui – lo chiameremo Tarek – e’ un siriano che sfugge dalla guerra. Era benestante, poi ha visto crollare tutto: lavori, depositi, affetti. Vuole andare in Svezia (vogliono andare tutti in Svezia i migranti, tutti), in subordine in Germania. La Danimarca e’ satura e lo sa. In fondo, del mondo sanno tutto, anche cosa sono i Pigs. Sa che lo dono anche l’Italia e la Grecia. Dopo aver rischiato la vita in mare, la rischierebbe di nuovo per non essere assegnato in quota a questi due paesi, anche se e’ approdato proprio sui loro scogli. Non vorrebbe, piu’ di tutto, affidare il proprio destino ad un freddo calcolo di autorita’ e governi, tu li’, tu qui.

Trova le differenze, che io trovo il tratto in comune.
Sono persone che – dopo tutti i sacrifici che si immaginano – alla fin fine sono state baciate dalla buona sorte. Per loro e’ finita bene (forse), ma loro non la vedono cosi. Non si accontentano, e’ umano. A Napoli direbbero che vogliono il “cocco ammunnato [affettato] e buono”. Non cercano solo un futuro migliore ma il miglior futuro.
Li capisco, credetemi. Non li schernisco, e, perfino, non mi fanno girare le scatole. Li capisco e li seguo, almeno fino ad un certo punto. Viviamo in un mondo insieme senza centro e cosi’ spaventoso, ma abbiano ancora in testa le aspettative crescenti del Novecento. Il rifugiato ha visto una guerra vera, l’insegnante meridionale ne vive una a bassa intensita’
Hanno ragione. Potendo. Ma non si puo’. Sono persone fragili, certo, ma le loro sofferenze (su diversa scala, ovviamente) richiedono dignita’. Non possono pretendere comodita’ e rosee prospettive, se irrealistiche.
Piacerebbe anche a me lavorare sotto casa o – e qui gia’ dico forse, perche’ siamo incontentabili – vivere in Svezia e guadagnare il triplo a parita’ di un lavoro, il mio, che si direbbe pure prestigioso, ma il cui prestigio e i cui agi sono stati compromessi, se non travolti, da un mondo che attraversa una stagione di brume e tinte fosche e io cui futuro e’ quantomeno incerto. E a Londra o Berlino approderanno, forse, i miei figli perche’, forse, li’ si stara’ ancora meglio che qui. Vivranno all’inizio coi miei soldi. O forse no. Ma, commessi o intellettuali, e’ probabile che saranno considerati migranti: migranti economici. Molti diranno che quei posti spettano alla gente del luogo. E anche se griderai a squarciagola che siamo europei con diritto di circolazione e stabilimento in Europa e che e’ legittimo sperare in un futuro migliore (o, semplicemente, inseguire i propri sogni) finche’ si puo’, forse non bastera’ e per strada li insulteranno.
Per molto vivremo condannati in bilico tra il nomadismo flaneur da ” horreur du domicile”, alla Chatwin e un’alternativa nomade ben piu’ triste e sconsolata. Cento specie di migranti.
Finche’ il mondo non cambiera’, e solo una politica all’altezza delle priprie sfide potra’ farlo cambiare.

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