Archivio mensile:settembre 2015

RENZI E QUELLA MUSICA CHE E’ CAMBIATA.

Siamo a metà legislatura. Lungi da me di entrare nella formulazione di un bilancio delle politiche economiche e di bilancio del governo. Faccio solo un’osservazione. Bisogna registrare – e mi pare una significativa novità – che una buona parte dei nostri economisti stanno dando ragione a Renzi e torto all’Ue sull’approccio alla questione fiscale e al deficit. Non era mai avvenuto in precedenza, anche perchè molto di rado in passato i governi si sono discostati da un’applicazione alla lettera delle raccomandazioni di Bruxelles e quasi tutti gli economisti “accademici” si riconoscevano in quelle raccomandazioni.
In ogni caso Renzi sta dimostrando di sapere meglio di chiunque altro come si arriva alle elezioni in sella ed anzi non a pezzi. Lo stesso Berlusconi del 2001 a metà legislatura era già decotto. Renzi ad oggi sembrerebbe perfino avere buone chances di vincerle (e sono tutt’altro che convinto che la legislazione arrivi a scadenza naturale). A pezzi per una volta sono gli altri, gli oppositori. E non sono pochi, visto che ci sono almeno tre opposizioni esterne al governo e due componenti interne alla coalizione se non al Pd medesimo.
La facilità con cui Renzi supera prove parlamentari che i giornali nei giorni precedenti descrivono come calvari o forche caudine è perfino disarmante. Si mette all’opera un misto di determinazione ferrea e di pragmatismo e perfino la cosiddetta politica dei due forni si rileva superflua. Sono gli oppositori che fanno a gara per non rimanere isolati, eccettuato il M5S, spesso accontentandosi di poco o (come è il caso della elettività del Senato) di compromessi poco più che nominalistici.
Un governo che arriva in buona salute alla metà della legislatura è una circostanza mai verificatasi dal 1994 ad oggi, attraverso sei legislature e una buona decina di governi. Neanche al (l’ex) Cavaliere, che pure nel 2001 partiva da uno slancio “super” di cui Renzi non è potuto avvalere.
Il governo Renzi in questo modo sta accantonando alcuni dei tratti ricorrenti, se non fondamentali, della cd. Seconda Repubblica: la fondazione sulla dialettica amico/nemico e la delegittimazione reciproca con (conseguente?) risicatezza dei consensi attorno all’attività di governo (salvo il Berlusconi nel 2001). Ciò che ha impedito alla classe politica che si è cimentata finora – al netto delle tare loro proprie – ogni operazioni di grande respiro. Superando tutte le paturnie che solo in questo paese non sono solo patrimonio di intellettuali ma anche merce diffusa tra i leaders, Renzi ha portato in due minuti il suo partito nel Partito del socialismo europeo e sta attuando in modo implacabile un programma riformatore fatto di decine e decine di dossier. Che tutte le soluzioni individuate siano adeguate, e che forse alcune siano perfino dannose, è – non sembri paradossale – meno importante del mostrare chiaro a tutti, in Italia e all’estero, che è cambiata la musica.
I cittadini vogliono certamente buongoverno, ma prima ancora vogliono essere rassicurati su ciò che in Italia è tutt’altro che scontato: che esiste un governo e che governa.
La domanda retorica che formulava Sabino Cassese nel 1980 (“esiste un governo in Italia?”) non era tale, perchè la risposta era problematica, se non pendente verso il negativo. Ingovernabiltà, frammentazione dei processi di governo, dilazionamento dei problemi erano la regola. I programmi riformatori della Seconda Repubblica, in particolare quello prodiano del 1996, quello dalemiano del 1998 e quello berlusconiano del 2001 si sono infranti contro le proprie fragilità o di consensi (quelli del centro-sinistra), o in ogni caso di processi e metodi (tutti). Contro ogni previsione Renzi si è privato dall’oggi al domani dello “know how” dei cosiddetti mandarini, ed è ancora lì, magari con uno “know how” perfettibile ma con indubbia capacità di guidare la macchina.
Ad oggi lo Stato ha ridottissime risorse e margini per la politica economica ristrettissimi. Tantissimo non funziona affatto o funziona male, dai trasporti pubblici, alla giustizia, al rapporto di cittadini e imprese con la P.a.
Ma è un sollievo affermare che, sì, esiste un governo in Italia nel 2015.

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CARO FOLLINI, ASSIMILARE IL CASO CASAMASSIMA A QUELLO SCATTONE NON SI PUO’.

Nel contestare il funzionamento distorto e deresponsabizzante del circuito dei media, che non distingue più bene dal male, lo stimatissimo (da me) Marco Follini affianca al caso dei Casamassima in Tv il caso Scattone. “È lo stesso meccanismo che in questi giorni ha portato in cattedra Scattone”, afferma. A me pare l’esatto contrario. Scattone è vittima del sistema dei media, non beneficiario. E come si potrebbe affermarlo, del resto? Il problema semmai è un altro. Esiste o è opportuna una legge per cui un condannato riabilitato venga limitato nella possibilità di svolgere taluni lavori, ed in particolare quelli educativi o, poniamo, connessi con il reato per il quale è stato condannato? “De jure condendo” e per altri casi (poniamo un ex recluso per pedofilia che vada a insegnare nelle scuole) la risposta potrà variare, è anche possibile – e comunque sarebbe assolutamente opportuno – che qualche caso sia normato. Il garantismo qui sarebbe richiamato a sproposito. Nel caso Scattone no, a meno che non si voglia fare di Scattone la sagoma della mente malata, del plagiatore-plagiabile, il prototipo del contorto mentale e quindi di un potenziale traviatore subdolo e così via. Tutte circostante, lo ricordo bene, che si discussero per lui e il suo collega coimputato in interminabili processi sui giornali all’epoca, e che non hanno avuto nessun particolare riscontro processuale, tanto che il processo si è concluso con una condanna per omicidio colposo, cioè ascrivibile a negligenza/imprudenza/ imperizia (a prescindere dal fatto, che non rileva, che Scattone si proclami ancora innocente).
Ripetiamolo. Scattone non è stato – come invece afferma Follini – “portato” in cattedra dal clamore o dal sistema mediatico o dall’impazzimento del dibattito pubblico a causa dei social. AL contrario. Ci è arrivato con le sue sole forze (e neanche per il provvedimento sulla cd. buona scuola, perchè avrebbe beneficiato del semplice turn over) e pertanto ne è stato semmai danneggiato. Una “seconda possibilità” può incontrare limitazioni di opportunità, ma fissate dalla legge, non dal “common sense”, dalla pancia o dalla penna censoria di qualcuno. Per concludere sarebbe opportuna siffatta legge che impedisse a condannati riabilitati di assumere il ruolo di formatori, per così dire, di coscienze? Non lo so, ma a occhio e croce direi di no, salvo che per alcuni specifici reati, secondo stretto criterio di ragionevolezza. Altrimenti tutto il caso tedesco – dove un condannato continua a svolgere in linea di massima la propria vita ordinaria finchè non entra in carcere – diventa un caso di senescenza precoce di un popolo.
E’ stato valutato, infine, il cammino di Scattone insegnante, magari ascoltando anche ex allievi, colleghi, famiglie? Neanche. L’argomento – dieci anni di lavoro! – avrebbe un peso?
Di che parliamo?

Io, la maestra Titina e il siriano Tarek

Lei  – Titina – e’ un insegnante meridionale che – dopo notti insonni e tribolate – rifiuta per niente a cuor leggero l’assunzione a tempo indeterminata presso un circolo didattico del profondo Nord, pur giurando sulla testa dei propri figli di aver molto bisogno di lavorare e di farlo con certezze. La famiglia – i figli piccoli, il marito, i genitori anziani e non autosufficienti – come andrebbe avanti senza di lei? Le graduatorie dei precari non chiuderanno come si era detto in un primo momento. Ma i posti per i precari saranno di meno. Vivra’ di crescente precarieta’.
Lui – lo chiameremo Tarek – e’ un siriano che sfugge dalla guerra. Era benestante, poi ha visto crollare tutto: lavori, depositi, affetti. Vuole andare in Svezia (vogliono andare tutti in Svezia i migranti, tutti), in subordine in Germania. La Danimarca e’ satura e lo sa. In fondo, del mondo sanno tutto, anche cosa sono i Pigs. Sa che lo dono anche l’Italia e la Grecia. Dopo aver rischiato la vita in mare, la rischierebbe di nuovo per non essere assegnato in quota a questi due paesi, anche se e’ approdato proprio sui loro scogli. Non vorrebbe, piu’ di tutto, affidare il proprio destino ad un freddo calcolo di autorita’ e governi, tu li’, tu qui.

Trova le differenze, che io trovo il tratto in comune.
Sono persone che – dopo tutti i sacrifici che si immaginano – alla fin fine sono state baciate dalla buona sorte. Per loro e’ finita bene (forse), ma loro non la vedono cosi. Non si accontentano, e’ umano. A Napoli direbbero che vogliono il “cocco ammunnato [affettato] e buono”. Non cercano solo un futuro migliore ma il miglior futuro.
Li capisco, credetemi. Non li schernisco, e, perfino, non mi fanno girare le scatole. Li capisco e li seguo, almeno fino ad un certo punto. Viviamo in un mondo insieme senza centro e cosi’ spaventoso, ma abbiano ancora in testa le aspettative crescenti del Novecento. Il rifugiato ha visto una guerra vera, l’insegnante meridionale ne vive una a bassa intensita’
Hanno ragione. Potendo. Ma non si puo’. Sono persone fragili, certo, ma le loro sofferenze (su diversa scala, ovviamente) richiedono dignita’. Non possono pretendere comodita’ e rosee prospettive, se irrealistiche.
Piacerebbe anche a me lavorare sotto casa o – e qui gia’ dico forse, perche’ siamo incontentabili – vivere in Svezia e guadagnare il triplo a parita’ di un lavoro, il mio, che si direbbe pure prestigioso, ma il cui prestigio e i cui agi sono stati compromessi, se non travolti, da un mondo che attraversa una stagione di brume e tinte fosche e io cui futuro e’ quantomeno incerto. E a Londra o Berlino approderanno, forse, i miei figli perche’, forse, li’ si stara’ ancora meglio che qui. Vivranno all’inizio coi miei soldi. O forse no. Ma, commessi o intellettuali, e’ probabile che saranno considerati migranti: migranti economici. Molti diranno che quei posti spettano alla gente del luogo. E anche se griderai a squarciagola che siamo europei con diritto di circolazione e stabilimento in Europa e che e’ legittimo sperare in un futuro migliore (o, semplicemente, inseguire i propri sogni) finche’ si puo’, forse non bastera’ e per strada li insulteranno.
Per molto vivremo condannati in bilico tra il nomadismo flaneur da ” horreur du domicile”, alla Chatwin e un’alternativa nomade ben piu’ triste e sconsolata. Cento specie di migranti.
Finche’ il mondo non cambiera’, e solo una politica all’altezza delle priprie sfide potra’ farlo cambiare.