SI EMIGRA PER BISOGNO. MA BISOGNO DI CHE?

Non vi paia sgradevole e disturbante accostare l’emigrazione italiana di oggi a quella dei migranti dei barconi.
Leggete, prima di giudicare.

Primo flash (migranti italiani). Negli ultimi 15 anni 1 milione e 300 mila persone (quasi tutti giovani) hanno lasciato il Sud, destinazione Nord Italia o estero. Ma il bello è che nello stesso periodo i due terzi degli italiani andati all’estero – 125.000 all’anno – sono centro-settentrionali. Una novità assoluta. Per dire: a Londra risiedono 221,000 italiani e sono in gran parte centro-settentrionali.

Secondo flash (migranti verso l’Italia, anche solo come terra di passaggio). Nonostante il grande rischio del viaggio ormai sui barconi c’è anche un pezzo di classe media mediorientale e africana, come è attestato dalla struggente foto di Raghad col papà. Vestiti in modo occidentale, occhiali alla moda, sorrisi e sguardi in un selfie che più nostro non potrebbe essere. Raghad era siriana. In Siria lei e i fratelli studiano, fanno sport, vanno all’università. E’ morta in viaggio di una crisi diabetica mentre con la sua famiglia veniva in Europa (destinazione Germania) con la speranza di avere migliori cure per la sua malattia. Sottolineo: cure migliori. Non fuggivano solo dalla guerra, che è stata forse l’occasione per realizzare un progetto a lungo covato.

E allora, come leggere questi dati?
Depuriamo il dato dai migranti che fuggono da guerre, carestie, discriminazioni. Quelli che andare via o morire. Dobbiamo sapere che rappresentano una parte minore del fenomeno, e una minima parte degli identificati ha diritto all’asilo o allo status di rifugiato.

Ripeto. Intendiamo le discriminazioni nel senso più brutale del termine, di pulizia etnica o quantomeno di precise politiche di discriminazione dei governanti nei loro confronti, che mette a repentaglio la loro vita o la rende un inferno. Un inferno vero. Perchè’? Abbiate pazienza, il gay che vive in un piccolo paese della Calabria (ma forse anche delle Marche o della Lombardia: il paese mormora), che è stufo di subire angherie o di non sentirsi libero di essere quello che è in Italia e che quindi va a vivere, poniamo, a Londra o Berlino, ebbene, non subisce anch’egli discriminazioni che lo spingono a migrare? O va a fare il Grand Tour? Non fugge anche lui dal suo piccolo inferno?

Bene. Cosa è tutto il resto che porta al bisogno di lasciare il proprio paese, transitoriamente o per sempre?

E’ uno spostamento della linea della povertà assoluta o relativa (come dire delle aspettative: bel dilemma!) verso Nord, il Nord del mondo? E’ una legge del mercato? E’ il sempiterno destino dell’essere umano che cerca occasioni e maggiori stimoli?

Poniamo anche qualche interrogativo scomodo. Seguono – tutti – chances di vita, anche se non del tutto privi di alternative? Sono migranti cosiddetti “economici” anche gli italiani? Rischiano la fame restando in Italia, un paese con 4 milioni di poveri in senso assoluto? O forse troverebbero la loro nicchia ma inseguono stimoli, curiosità, qualità, guadagni, modelli di vita?

Certo quasi sempre non esiste una spiegazione monocausale. Le motivazioni si sommano e si rafforzano a vicenda (come per la giovane Raghad).
Ma quali sono le esatte proporzioni, visto che c’è bisogno e bisogno?
Mi pare che le ricerche dei sociologi non abbiano finora dato un contributo sufficiente a rispondere a queste domande. Beh, fino ad allora il mio incipit non può essere definito una provocazione. E’ un’ipotesi da circoscrivere.

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