Archivio mensile:luglio 2015

“E CREDETEMI, SARA’ ABBASTANZA”. TRE ANNI DAL DISCORSO LONDINESE DI DRAGHI

Tutto quello che vorremmo sentir dire ad un politico l’ha detto Draghi esattamente tre anni fa. Tutto quello che vorremmo veder fare ad un politico l’ha fatto Draghi in questi tre anni fino ai giorni della crisi greca. Cioè fare alla lettera quel che ha promesso. Con l’aggiunta – piccolo particolare – che non realizza alla lettera promesse populiste e controproducenti ma politiche responsabili. Lasciando un segno profondo nella storia europea.
Si ha voglia di scribacchiare leggende metropolitane sulla Rete. Si stia ai fatti. Continua a leggere

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SI EMIGRA PER BISOGNO. MA BISOGNO DI CHE?

Non vi paia sgradevole e disturbante accostare l’emigrazione italiana di oggi a quella dei migranti dei barconi.
Leggete, prima di giudicare.

Primo flash (migranti italiani). Negli ultimi 15 anni 1 milione e 300 mila persone (quasi tutti giovani) hanno lasciato il Sud, destinazione Nord Italia o estero. Ma il bello è che nello stesso periodo i due terzi degli italiani andati all’estero – 125.000 all’anno – sono centro-settentrionali. Una novità assoluta. Per dire: a Londra risiedono 221,000 italiani e sono in gran parte centro-settentrionali.

Secondo flash (migranti verso l’Italia, anche solo come terra di passaggio). Nonostante il grande rischio del viaggio ormai sui barconi c’è anche un pezzo di classe media mediorientale e africana, come è attestato dalla struggente foto di Raghad col papà. Vestiti in modo occidentale, occhiali alla moda, sorrisi e sguardi in un selfie che più nostro non potrebbe essere. Raghad era siriana. In Siria lei e i fratelli studiano, fanno sport, vanno all’università. E’ morta in viaggio di una crisi diabetica mentre con la sua famiglia veniva in Europa (destinazione Germania) con la speranza di avere migliori cure per la sua malattia. Sottolineo: cure migliori. Non fuggivano solo dalla guerra, che è stata forse l’occasione per realizzare un progetto a lungo covato.

E allora, come leggere questi dati?
Depuriamo il dato dai migranti che fuggono da guerre, carestie, discriminazioni. Quelli che andare via o morire. Dobbiamo sapere che rappresentano una parte minore del fenomeno, e una minima parte degli identificati ha diritto all’asilo o allo status di rifugiato.

Ripeto. Intendiamo le discriminazioni nel senso più brutale del termine, di pulizia etnica o quantomeno di precise politiche di discriminazione dei governanti nei loro confronti, che mette a repentaglio la loro vita o la rende un inferno. Un inferno vero. Perchè’? Abbiate pazienza, il gay che vive in un piccolo paese della Calabria (ma forse anche delle Marche o della Lombardia: il paese mormora), che è stufo di subire angherie o di non sentirsi libero di essere quello che è in Italia e che quindi va a vivere, poniamo, a Londra o Berlino, ebbene, non subisce anch’egli discriminazioni che lo spingono a migrare? O va a fare il Grand Tour? Non fugge anche lui dal suo piccolo inferno?

Bene. Cosa è tutto il resto che porta al bisogno di lasciare il proprio paese, transitoriamente o per sempre?

E’ uno spostamento della linea della povertà assoluta o relativa (come dire delle aspettative: bel dilemma!) verso Nord, il Nord del mondo? E’ una legge del mercato? E’ il sempiterno destino dell’essere umano che cerca occasioni e maggiori stimoli?

Poniamo anche qualche interrogativo scomodo. Seguono – tutti – chances di vita, anche se non del tutto privi di alternative? Sono migranti cosiddetti “economici” anche gli italiani? Rischiano la fame restando in Italia, un paese con 4 milioni di poveri in senso assoluto? O forse troverebbero la loro nicchia ma inseguono stimoli, curiosità, qualità, guadagni, modelli di vita?

Certo quasi sempre non esiste una spiegazione monocausale. Le motivazioni si sommano e si rafforzano a vicenda (come per la giovane Raghad).
Ma quali sono le esatte proporzioni, visto che c’è bisogno e bisogno?
Mi pare che le ricerche dei sociologi non abbiano finora dato un contributo sufficiente a rispondere a queste domande. Beh, fino ad allora il mio incipit non può essere definito una provocazione. E’ un’ipotesi da circoscrivere.

QUANDO I SERVIZI RENDONO UN CATTIVO SERVIZIO

A differenza di tanti, capisco benissimo le ragioni della “ragione di Stato” e comprendo bene la funzione e l’utilità dei Servizi. Quello che non capisco e non voglio capire è ogni forma di sviamento di poteri, fossero anche riservati, segreti o – perfino – operanti sotto coperture. Cioè quando non solo si opera in una zona grigia (protetta tendenzialmente dal diritto) ma prescindendo dal presupposto basilare dell’azione di qualunque potere pubblico, ovvero il rispetto della legalità in primo luogo, e l’esistenza di un apprezzabile interesse pubblico (superiore), in secondo.

Per dire, è notizia di oggi: il dossier su Carminati si fermo’ al Sisde nel 2003 (“Il Fatto quotidiano”, 17 luglio 2015). Grazie a ciò Carminati potè operare indisturbato per altri 12 anni.

Rilancio: credete davvero che centinaia di migliaia di Tir abbiano potuto negli anni, quotidianamente, percorrere l’Italia da Nord a Sud percorrendo autostrade e strade statali e sversare per anni in Terra di Lavoro e Basso Lazio milioni di tonnellate di rifiuti speciali o tossici senza poter contare non solo sulla complicita’ o vigliaccheria o tolleranza o interesse di amministratori e agenti delle forze dell’ordine sui territori di transito e di destinazione, ma anche e soprattutto senza che i servizi, nel migliore dei casi, ne sapesse nulla o che magari, perfino, si sia attivati in qualche forma? Non voglio neanche pensarlo. Il rapporto Ecomafie di Lagambiente del 2009 parlava solo per il triennio precedente di sversamenti illegali da parte – udite bene! – di circa 520.000 tir. Dati molto parziali, evidentemente, visto che l’orizzonte temporale della catastrofe rifiuti – per quanto se ne sa – è ben più ampia e praticamente coincidente con la cosiddetta – mai troppo deprecata- “Seconda Repubblica”.
Ebbene, immaginare che i servizi non ne sapessero nulla sarebbe così grave – nel senso che la vita della nostra comunità sarebbe così messa a repentaglio rispetto a esiziali pericoli potenziali (da uso di armi chimiche e batteriologiche sul territorio ad attacchi terroristici più classici) – che preferisco pensare che sapessero e hanno ritenuto – sempre nella migliore delle ipotesi – di non poter o non dover intervenire. Dando corso – al netto di qualche possibile fattispecie di corruzione o concussione – ad un cinico e scellerato calcolo tra mali maggiori e minori.
Se fosse così capire perchè hanno taciuto e lasciato fare – interessi privati? una malintesa spinta alla competitività del sistema Italia? – sarebbe tanto. E capire quale ruolo abbia avuto, se ha avuto un ruolo, la politica – non solo locale – servirebbe, eccome.

PERDUCA NON FA CENTRO

Marco Perduca, già senatore Radicale e ora rappresentante all’Onu del partito radicale replica molto duramente alla mia riflessione sui radicali su Huffington dei giorni scorsi.

Siccome però va nel merito delle politiche radicali, è fuori centro.

Quello che lui afferma essere il mio (singolare) disinteresse verso temi correlati al mio specifico background di costituzionalista, è – invece – tutto compreso in questa mia frase testuale: “Ci sarà tempo e modo per rievocare le loro mille battaglie, nel merito e nei metodi, e i debiti che ha il paese con loro, come dei danni prodotti da certi loro atteggiamenti e idee, non del tutto estranei al populismo e alle devastazioni del “direttismo”. Qui ci interroghiamo su altro”.

Ponevo questioni di schieramento (correlate alla statica e alla dinamica dei sistemi di partito e agli effetti alle leggi elettorali), di metodo di lotta politica e di cultura politica in senso lato.
Non di valori o di singole posizioni sulle politiche o sul ruolo dello Stato o del diritto.
E ciò per la semplice ragione che se un partito è in agonia non è perchè (o non è solo perchè) le sue posizioni politiche siano sbagliate ma perchè ci deve essere per forza qualche errore su un piano affatto diverso: la forma organizzativa, il metodo della lotta politica, la visione della politica, il rapporto con l’opinione pubblica, il modo di essere della leadership e così via.
Quanto alle posizioni politiche, accanto a severe critiche (accennavo a posizioni “direttiste” indigeribili: che peraltro nei radicali hanno sfumatura da persona a persona), non avrei risparmiato grandi elogi. Semplicemente non è questo il punto, oggi.

E se parlo di ultima battaglia radicale – come mi si rinfaccia – non è certo per lanciare un anatema o per colpa mia o, infine, perchè mi faccia piacere. Tutt’altro.
E’ che così non vale la pena di andare avanti.

Con ciò ringrazio Perduca dell’attenzione, sicuramente eccessiva, riservatami.

Perchè ognuno si faccia una idea

ecco il pezzo di Perduca
http://www.huffingtonpost.it/marco-perduca/a-proposito-delle-ultime-battaglie-radicali_b_7784974.html

ed ecco il mio:
http://www.huffingtonpost.it/marco-plutino/lultima-battaglia-dei-radicali-italiani_b_7733558.html

ESISTE UN PROBLEMA DI RIEQUILIBRIO DI GENERE DELLA GIUNTA DE LUCA?

Il massimo organo di giustizia amministrativa, il Consiglio di Stato, ha in passato dichiarato illegittima la composizione della Giunta regionale (Lombardia, nel caso) per la presenza di una sola donna a fronte di 15 uomini (Quinta Sezione, sentenza n. 3670 del 2012). Lì si aveva modo di affermare che “nella composizione delle giunte deve esserci uguaglianza, o sostanziale approssimazione ad essa, di uomini e donne nelle posizioni di governo regionale”. Venendo alla Campania, e sempre con riferimento all’istituto regionale, una pronuncia di quegli stessi mesi del Tar Campania del 2011 censurava la delibera di nomina della Giunta Regionale che prevedeva un’unica donna nominata assessore, questa volta a fronte di 11 uomini.
Siccome dal punto di vista giuridico il tema è quello, eventualmente, di un riequilibrio di “genere” – non specificamente di donne (o, al limite, di uomini) – ebbene, l’appena nominata Giunta campana appare decisamente squilibrata a favore di un genere, visto che sono presenti solo due uomini (su 8 assessori) cui è da aggiungere il Presidente nominante. Uno squilibrio senza dubbio molto rilevante, tale da apparire certamente carente, non diciamo l’uguaglianza, ma quella “sostanziale approssimazione” di cui parla di C.d.S., visto che le alternative possibilità, a tacer d’altro, erano 4/4 o 3/5 per ciascun genere. Si è optato per 2/6 (a favore delle donne, ma non rileva). Che questo squilibrio sia giuridicamente rilevante alla pari di quello con una sola donna (o uomo) sul totale, lo vedremo presto. Cioè, se ci saranno ricorsi (di aspiranti assessori maschietti che si riterranno potenzialmente lesi…), sapremo se l’equilibrio debba essere solo tendenziale o no. Quella citata è giurisprudenza autorevole, ma non sempre i tribunali sono arrivati a conclusioni così relativamente rigide (anche per i tanti casi di cui si sono occupati di giunte comunali). La legge elettorale campana nulla dice a riguardo, parlando espressamente solo dei candidati al Consiglio, ma contiene disposizione che fanno propria la sostanza delll’art. 51 Cost. occorre verificare se esista nel caso – in teoria sì – un limite esterno del potere discrezionale di nomina della giunta da parte del Presidente della Regione.
Personalmente non sono un entusiasta delle quote o dell’equilibrio di genere. Ma ci sono e sono diritto costituzionale con una fiorente e una giurisprudenza sempre più consolidata volta a offrire una lettura “forte” a garanzia delle previsioni costituzionali e, se ci sono, di quelle statali o substatali di attuazione.

Qui la sentenza del T.a.r. Campania del 2011 citata
http://www.issirfa.cnr.it/download/File/FONTANTA_2011_GIUR%20AMM/Tar%20Campania%20-%20Napoli,%20sez.%20I,%20%207.04.2011%20n.%201985%20%20in%20tema%20di%20composizione%20della%20giunta%20della%20Regione%20Campania.pdf

Qui anche un commento dell’epoca:
http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=6209#.VZqBDRvtlBc