Archivio mensile:maggio 2015

LA VERA RAGIONE DEL TRASFORMISMO

Piccola riflessione controcorrente.
Partiamo da due dichiarazioni delle ore scorse.

Berlusconi: “chi vota contro il partito che l’ha eletto può essere chiamato in un solo modo: tra-di-to-re”.

Renzi: “Chi lascia ha ingannato gli elettori”.

Cambiano gli attori ma anche oggi ho la conferma (ne vado raccogliendo da anni, ne ho scaffali pieni) che c’è un pensiero unico in materia istituzionale. Il mito o dogma del mandato popolare.

Direte che son discorsi strani. Il mandato popolare è una dottrina buona e tra l’altro di tutta evidenza combatte il trasformismo, che è un atavico male italico.

Io dico che, dopo un lungo giro, lo alimenta.

Vi pare strano? Beh, nonostante quello che afferma Galli della Loggia il fenomeno del trasformismo non si manifestava (come neanche trasfughismo parlamentare) quando c’era la cosiddetta “prima repubblica”.

Chiariamo: non si può negare che il trasformismo sia un grave problema del sistema politico, si nega invece che esso sia una causa, mentre è piuttosto una manifestazione epifenomenica.

La vera ragione è un’altra. Non ci sono più partiti degni di questo nome.
E perchè? Certo, i partiti sono in crisi dovunque ma in Italia semplicemente non ci sono più, a causa della retorica della “Repubblica dei cittadini” contro quella dei partiti e, quindi, a causa del dogma del mandato popolare, oggi più vivo che mai anche se Renzi è chiaramente un sostenitore (anche) del “primato della politica”. E il dogma del mandato popolare ha annessi e connessi, dannosissimi: primarie, elezioni dirette di cariche monocratiche, quasi-partiti con porte girevoli e identità diafane, e così via.

Occorrerebbe per un pò lasciare stare in pace l’art. 67 della Costituzione, sia pure – nella migliore delle ipotesi – su una linea di ragionamento (solo) politico. Ricostruite partiti. Una volta ricostruiti ad un livello almeno dignitoso di funzionalità i partiti, sarà più agevole distinguere tra il “free rider” che insegue sempre la poltrona e chi responsabilmente si assume una responsabilità davanti alla Nazione di decidere con la propria testa, sottraendosi per una volta o per sempre ad una linea di partito.

Oggi distinguere è quasi impossibile, tranne le poche eccezioni in cui una linea di partito può dirsi che esiste e che sia stata costruita adeguatamente.

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LA MINORANZA “CASSEUR” DEL PD

La minoranza Pd è fatta così. Non fa valere le proprie ragioni in modo franco e nelle sedi deputate secondo loro propria destinazione, ma attacca a testa bassa ovunque riesca a ottenere il danno maggiore, senza alcuna considerazione per gli effetti collaterali.
L’immagine del Pd per loro non è un problema. Quello non è il “loro” Pd. Il loro Pd è una categoria dello spirito o forse è la “Ditta” che c’era prima ma in ogni caso non è il partito in cui, per una scelta che pur sempre dobbiamo presupporre libera, militano.
Ogni occasione, purchè di notevole eco, è buona per provare a mandare sotto il governo che definire “amico” sarebbe già troppo, visto che non lo sostengono neanche nelle questioni di fiducia. Per mettere in difficoltà Renzi che invece è certamente un avversario, se non un nemico da abbattere. Il Berluschino dei circoli-bene, il figlio ideale del Craxi che hanno nella testa i figlioletti di Berlinguer. In tal modo ogni volta che possono sperano di allargare le spaccature nel partito e alimentare i propositi di scissione. Poi se ne vadano gli altri, che a loro scappa da ridere.
Facciamo qualche esempio. Continua a leggere

QUANTE IPOCRISIE SUGLI “IMPRESENTABILI”.

L’espressione “impresentabili”, applicata al momento elettorale, è nata alcuni anni or sono per descrivere un aspetto specifico della “partitocrazia senza partiti” – l’espressione è di Miriam Mafai – che ha operato nella cosiddetta Seconda Repubblica. Ovvero la farcitura delle liste elettorali di persone molto discusse, indagati, condannati, perfino in qualche caso sottoposte a misure restrittive della libertà personale (e ciononostante candidati ed eletti), da un lato; e dei trasformismi più beceri, sempre all’insegna della salita sul carro del (probabile) vincitore, dall’altro.
L’indignazione ormai permanente dell’opinione pubblica italiana non è stata sufficiente neanche a questo giro a far cambiare verso alla giostra. La Campania di queste settimane è emblema di uno stato generale di cui soffrono in modo diffuso le regioni meridionali, ma che sta prendendo piede in tutt’Italia.
Mentre a livello nazionale è stato prevalente il trasfughismo parlamentare, ma non certo i cambi di fronte (la presenza di pseudo-partiti di centro, spesso personali, ne è stato il veicolo e anche l’argine) a livello locale la tendenza è diventata generalizzata a causa dell’elezione diretta dei vertici locali che li ha resi pressocchè inamovibili e dei centri di potere di assoluto rilievo. Ciò ha prodotto una personalizzazione parossistica delle campagne elettorali, e sulla base di precise logiche e di coerenti previsione normative, una responsabilizzazione del candidato presidente nella composizione delle liste, nella scelta del “recinto” coalizionale e, spesso, nell’ispirazione in prima persona di spregiudicate operazioni elettorali che di politico hanno al massimo la raccolta di voti clientelari. Le liste “civiche” a supporto dei candidati all’elezione diretta, spesso recanti anche il loro nome nei simboli, sono nate dal 1993 (rispetto al loro uso tradizionale) per apportare valore aggiunto in termini di voto di opinione ma sono ormai da tempo il “rifugio dei peccatori” apprestato con un occhio e mezzo chiuso dai candidati Presidenti (o peggio). Dove i peccatori, forti di un consenso personale di tipo clientelare, si auto-traghettano da consiliatura a consiliatura a scanso di indagini, condanne, e – semplicemente – ideali. Così il peggiore ceto politico locale si perpetua.
Bisogna dire chiaramente che questo è prezzo pagato al totem della stabilità del vertice esecutivo che è il tratto essenziale di queste forme di governo, su cui ancora oggi stranamente esiste un ampio consenso circa il presunto contributo positivo offerto alla crisi italiana. Un giudizio affrettato e superficiale. Come se l’instabilità dei vertici pre-1993 non fosse la spia di un disagio e di costumi politici che oggi trovano altri modi per ripresentarsi, comunque nuocendo alla “governabilità”.
Così si determinano puntualmente smottamenti in favore del vincitore, poi cominciano le composizioni e le ricomposizioni, infine iniziano le defezioni a scapito delprobabile perdente e a favore del nuovo cavallo di razza. Senza alcuna giustificazione che si richiami non diciamo a ideologie, ma a idealità, a programmi, a culture politiche. Fino al grottesco che il Presidente uscente del centro-sinistra nella Marche sarà il candidato del centro-destra (fenomenologia neanche così rara negli enti locali). O che nel centro -sinistra campano ci saranno dichiarati fascisti e personale politico vicino a Cosentino. E, più in generale, ai blocchi di partenza fanno bella mostra di sé ben 2 condannati e 5 imputati, per non parlare degli indagati per le questioni dei rimborsi elettorali.
Va assolutamente squarciato il velo dell’ipocrisia.
Come può un candidato-presidente affermare “non votate i miei impresentabili” se egli stesso è candidato con pesanti fardelli giudiziari in corso e condannato per reato contro la pubblica amministrazione? E come può dichiarare che nella concitazione delle ultime ore non ha potuto controllare tutti i nomi se una consimile dichiarazione l’abbiamo gia’ sentita in passato mille volte e se, in ogni caso, egli si è autocandidato prima ancora che fossero indette le primarie (senza alcuno stile) già dal mese di settembre, ovvero otto mesi fa? E se anche fosse vero, e ne dubitiamo assai, non ne porterebbe in ogni caso tutta la responsabilità e gli elettori non dovrebbero tenerlo presente? Ma del resto come avrebbe potuto – poniamo – imporre una scrittura privata a tutti i potenziali candidati, prima di accettarne la candidatura (o l’apparentamento della loro lista a quella del Pd e al proprio nome), se non dando agli altri condizioni che egli stesso non era in grado di soddisfare?
Ma la colpa non è solo di De Luca. Il quale si ritiene legittimato a questo e ad altro con il rito delle primarie.
Ma che partito è, il suo, che non si interroga sul rendimento di queste innovazioni istituzionali che tanta parte hanno avuto nella cosiddetta “seconda repubblica” e di cui le primarie all’italiana sono un perfetto corollario? Che per bocca del sempre attento e prudente Guerini dice “basta liste-fai-da te” quando la forma di governo locale e regionale consente espressamente ai candidati alle cariche monocratiche di esercitare questa prerogativa? I quali candidati si ritengono gli unici abilitati, senza alcun ricorso ad una copertura o ad un indirizzo partitico, a mettere in piedi la coalizione e il programma in quanto – dice la vulgata – rischiano in proprio e vincono o perdono in prima persona. Tanto che il segretario regionale – e dico il segretario regionale – del partito perno della coalizione, il Pd, arriva a dichiarare: non potevano “mettere veti sulle liste degli altri”. No? E allora che sono queste coalizioni pre-elettorali dove il partito della coalizione tace e subisce, non riservandosi neanche di influire sulle determinazioni del suo candidato-presidente? Quale piatto questo partito serve agli elettori?
Se tutto porta al candidato-presidente, secondo un modello di democrazia di (pura) investitura, è allora lì che il partito dovrebbe farsi sentire, in ogni fase utile e secondo i diversi mezzi di cui dispone. E allora perché è stato consentito a De Luca di partecipare alle primarie con tutto il carico problematico che poneva la sua candidatura? Perché, poi, gli è stato chiesto di farsi da parte per le medesime ragioni per cui avrebbe dovuto rimanerne fuori e poi perché infine, di fronte al suo prevedibile rifiuto, si e’ non soli accettato ineluttabilmente lo “status quo”, trincerandosi dietro il rispetto del Codice etico del Partito o di una oossibile incostituzionalita’ della legge che lo sospenderebbe dalle funzioni appena proclamato, ma si e’ preso a dire che era tutto perfetto, salvo la legge incostituzionale?
Che Codice etico e’, e di quale partito? E quale visione del “primato della politica” quando si agisce nella presunzione che la legge sia incostituzionale?
Un autorevolissimo esponente del Pd ebbe a dire (caso Paita, e parliamo sempre di regionali e di primarie) che l’indagato è “candidabile” perché l’avviso di garanzia è disposto a sua tutela. Se ne desumerebbe che tutti gli indagati siano candidabili con la benedizione del Codice Etico del partito. Lo sono, evidentemente, anche i condannati come De Luca. Magari in futuro apprenderemo che lo sono anche i colpevoli in via definitiva, ma per reati lievi o privi di coloritura politica. Che Codice etico è mai questo e soprattutto quale gruppo dirigente si affida ad un codice etico, per quanto inadeguato, invece di fare delle scelte e motivarle sul piano politico davanti agli elettori?
E che partito è un partito che può avere tutto il successo elettorale che si vuole per l’abilità del suo leader ma che governa i processi locali e comunque non adotta decisioni tempestive, consente le faide per mezzo del totem delle primarie e per di più si dota di cattive regole e finge di ignorare (anche se non tecnicamente violare) le leggi che esistono?
Sotto accusa, dunque, sono certamente lo “scambio politico” di cui è fatta la politica meridionale e le forme di governo locali e regionali che distruggono i partiti e esaltano individualità dell’imprenditore politico. Ma non solo.
Finisce infatti che tutti chiedono scusa ma non troppo e a dire che non accadrà più; tutti però a rimarcare che i veri responsabili sono altri. Per concludere come? Che saranno gli elettori che risolveranno il problema. Già, il cittadino-arbitro tanto caro ai nostri amici riformatori.
Abbiamo evidentemente due categorie di elettori. Quelli che si indignano e che vogliono fare gli arbitri imparziali tra due coalizioni che si fronteggiano in modo maschio ma corretto, e quelli che eleggono gli impresentabili.
E in mezzo il nulla o quasi.