Archivio mensile:aprile 2015

ULTIMI COLPI DI CODA PER I “FIGLI DI UN DIO MINORE”

Tra il 2007 e il 2014 la disoccupazione è aumentata più del doppio rispetto alla media Ue (dati Openpolis). Come valutare questo dato, giunto dopo le performance non certo esaltanti degli anni ’90?
Semplicemente è il differenziale che abbiamo pagato come sistema-Italia rispetto ad un’Europa già di per sè in crisi e in cerca d’autore. E’ solo un parametro tra tanti che hanno registrato dinamiche non dissimili (la crescita del debito pubblico, il divario Nord-Sud, i tassi di interesse, il crollo della produzione industriale e manifatturiera, il p.i.l. e così via). Gli anni duemila sono stati un decennio drammatico. Perso tra Berlusconi – con i suoi fantasmi e più che mai inconcludente (2001-2006; 2008-2011) – e, specularmente, quelli dell’Unione (2006-2008), già politicamente finiti nel 1998-1999, ma chiusisi a riccio contro ogni rinnovamennto e tornati alla carica insediandosi al governo senza idee (a scanso del programma-fiume di 281 pagine) e senza convincere gli italiani. Perfino il quasi-default del successivo governo Berlusconi non ha persuaso gli italiani a consentirne l’ennesima riproposizione – questa volta senza Prodi – nel 2013: il famoso rigore sbagliato a porta vuota.
Ecco che in quello stesso 2013, con il consenso determinante di un pezzo di quel gruppo dirigente che ha capito che un’epoca era finita (mi riferisco ai maggiori dirigenti di Areadem: Fassino dal 2012, e poi Franceschini in occasione delle seconde “primarie”), Renzi – vivaddio – ha conquistato (con le primarie: ma avrebbe conquistato comunque) il partito. Di lì la presa d’atto di un governo incapace di cambiare passo rispetto alle necessità e l’assunzione della Presidenza del Consiglio dalla quale – con grande abilità e senza mai cadere in slealtà o scorrettezze – ha messo nell’angolo tre oppositori: Forza Italia di Berlusconi, gli oligarchi del Pd e – se vi pare poco – il Movimento 5 Stelle, che era risultata prima lista nelle circoscrizioni Italia alle elezioni 2013.
Nel centra-sinistra gli anti-Renzi muovono gli ultimi, rancorosi, colpi di coda. Le altre opposizioni – e qui aggiungo, purtroppo – stentano a darsi un profilo adeguato alle esigenze dell’oggi certamente finendo per danneggiare la stessa azione riformatrice, che non può avvalersi del pungolo di un’opposizione che preferisce le scompostezze alla propria riorganizzazione e che vede ovunque segni di strappi, vulnera alla Costituzione, funerali per il diritto e parabole autoritarie.
Nel Pd la battaglia è ancora aperta. Il danno che hanno fatto i D’Alema, Veltroni, Prodi, Bindi è certo e gravissimo ma non demordono, aizzando Letta – il migliore dei peggiori, il più giovane dei vecchi (perchè non è un dato anagrafico), un dirigente senza consenso – contro Renzi. Ieri, in Parlamento, la Bindi quasi scoppiava in lacrime. Umanamente mi dispiace ma di questi psico-drammi penso quello che scrissi mesi fa per il pianto della Turco.

https://marcoplutino.com/2014/11/18/il-pianto-di-livia-turco-visto-dalla-mia-generazione/

Lacrime di coccodrillo. Manca qualunque autocritica dei danni che hanno fatto.
Renzi ha portato il Pd nel socialismo europeo e si è dichiarato con molta nettezza un uomo di sinistra con un programma di sinistra su cui cerca consensi di tutti quelli che ritengono di poterlo condividere.
Prodi ha sempre disprezzato i voti di chi ha a lungo votato Berlusconi e su queste premesse la ridotta della sinistra non poteva che restringersi al lumicino, visto che contemporaneamente si allontanavano anche gli elettori storici.
Hanno creduto poco nella politica. Sono i leader che fanno cambiare le idee alle persone, non le idee delle persone (di destra o sinistra che siano) che fanno i leader. Prodi e tutti i leader del centro-sinistra erano fermi ai due tipi antropologici.
Il futuro è incerto e aperto, ma è un’altra partita, con una sinistra che ha consensi potenziali analoghi a quelli della seconda metà degli anni ’70 (gli anni del famoso “tentativo La Malfa”) ma che questa volta sarebbero a disposizione, in questa legislatura e con minori contraddizioni nella prossima, al servizio di un programma di riforme e di trasformazione del paese.
Vedremo gli esiti, e non sfuggono i molti limiti – faciloneria, scarsa strutturazione culturale e inesperienza, piu’ di tutto – di una classe dirigente e vanno colmati al più presto. Ma non carenza di senso politico, risorse comunicative, sintonia col paese ed una enorme determinazione senza alcune complesso.
Intanto oggi ciascuno di noi deve ricordarsi da dove veniamo perchè ognuno sappia valutare i termini della lotta che si svolge davanti ai nostri occhi. La asprezze sono più che comprensibili. Inevitabili.

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Addio a Renato Venditti, tra i decani del giornalismo parlamentare

Peccato che la morte di Renato Venditti sia sfuggita ai quotidiani con l’eccezione de “Il Fatto Quotidiano”. In queste occasioni si vede quanto pesi l’assenza dalle edicole de “l’Unità”.
Comunque: classe ’26, colto e valoroso cronista politico, lavorò a “l’Unità”, “Paese sera” e, fino a qualche anno fa, per l’agenzia del Gruppo L”Espresso. Spigolatura: grazie a lui abbiamo conosciuto i dettagli del “manuale Cencelli” (nell’omonima pubblicazione per Editori Riuniti, 1981).
Nell’indifferenza generale, l’ha voluto ricordare in parlamento, visibilmente commosso, Fabrizio Cicchitto, che gli era legato da un rapporto di stima e amicizia almeno quanto di polemica e differenza di vedute politiche.
Noblesse oblige. Quello che manca alla “seconda Repubblica”.
Memoria, radici, educazione politica, sentimento di comunità.