Il “metodo Renzi” e le regole in discussione per l’elezione del P.d.R.

Il metodo scelto da Renzi per affrontare l’elezione presidenziale appare di buon senso. La nostra Costituzione prevede un quorum decrescente. Da uno particolarmente aggravato, nelle prime tre votazioni, normalmente indisponibile alla maggioranza di governo, si passa – dalla quarta – ad un quorum sempre aggravato ma inferiore (la maggioranza assoluta dei componenti, sempre comprensiva dei cd. “grandi elettori”) che di regola coincide con i numeri di cui dispone il governo nel parlamento (e “integrato”). Renzi ha perciò scelto, per evitare le fibrillazioni delle elezioni 2013 e correre meno rischi possibili, di fare un nome soltanto dalla quarta votazione e di far votare fino a quel momento scheda bianca. Ciò non vuol dire peraltro che pensi di eleggere il Presidente con i soli voti del Pd – cosa comunque non possibile – o della sola maggioranza di governo. Ma semplicemente che indicherà un nome non divisivo su cui facilmente si dovrebbe registrare un consenso ampio.

Alla luce di queste considerazioni (che naturalmente andranno verificate alla prova dei fatti) possiamo valutare il cd. emendamento Gotor, fatto proprio nella sua ispirazione fondamentale, anche se superato nella formulazione originaria, dalla revisione costituzionale “in itinere”. Ebbene, partendo dall’assunto che il Capo dello stato è una carica di garanzia esso dilata la procedimentalizzazione dell’elezione al fine di incentivare accordi ampi tanto che si renderebbero indispensabili non meno di otto scrutini prima di poter conseguire la previsione di un quorum raggiungibile con i presumibili numeri della maggioranza di governo (maggioranza assoluta). Ora è evidente che nella situazione attuale, fosse vigente questo emendamento, non si potrebbe tenere un partito di maggioranza relativa (e forte di un premio di maggioranza) votare per ben otto scrutini (secondo la prima versione, sette secondo quella approvata ieri) scheda bianca. Comincerebbero i sondaggi con i relativi rischi. Nessun equilibrio, nessun situazione statica, per meglio dire, può essere mantenuto per un numero così alto di scrutini senza che si diano fibrillazioni, fughe in avanti, franchi tiratori. La procedimentalizzzione offerta dall’emendamento Gotor e dalle sue successive evoluzioni appare pertanto eccessiva e cela malamente, offrendo al contempo improbabili aspettative, la questione fondamentale. Che vi sia un pericolo che nei sistemi parlamentari la fusione tra esecutivo e legislativo tenda ad estendere la propria ombra sugli altri organi costituzionali, anche di garanzia, dove possibile (ovvero dove v’è nomina politica o elezione, popolare o parlamentare) è un fatto risaputo. Ma basta rivolgersi alle più mature democrazie parlamentari per prendere atto che le previsioni, ciononostante, siano generalmente improntare ad un maggiore realismo e pragmatismo, anche rispetto a quelle attualmente vigenti e previste dalla nostra Costituzione, decisamente connotate in senso anti-maggioritario. La Legge fondamentale della Repubblica federale tedesca per l’elezione del Presidente federale della R.F.T. consente, con scarne disposizioni, di raggiungere rapidamente un quorum disponibile alla maggioranza e, peraltro, meno connotato in senso garantistico. E grosso modo nei fatti Renzi si muove in queste direzione e, ripetiamo, senza nessun animus di operare una forzatura e di eleggere un presidente a maggioranza (di governo), per quanto sia naturale che come forza di maggioranza relativa spetti al Pd di formulare una proposta alle altre forze parlamentari. Le previsioni come quella italiana attuale e, ancora più semplicemente, tedesca affidano le garanzie – con buona pace di Montesquieu o di alcune sue interpretazioni attualizzanti – a forme di autolimitazione (e tenuta) della maggioranza, sulla base di una serena presa d’atto che se vuole evitarsi l’atto di forza il sistema ne assicura le pre-condizioni minime, ma se si vuole realizzare la forzatura non v’è nulla che lo possa impedire in quanto un organo costituzionale, se non altro per un meccanismo di chiusura del sistema, prima o poi dovrà essere eletto con numeri disponibili al governo e alla sua maggioranza. Che poi, tra l’altro, non è detto che non siano raccolti trasversalmente.
L’allungamento dei tempi richiesto da più ampie maggioranze rende più verosimile semplicemente che la maggioranza pro tempore operi sottotono fino ad uno scrutinio in cui la sua base di partenza può essere (più) facilmente integrata da altre forze. Infine. La soluzione votata ieri, debitrici di quella ideata da Gotor, ovvero di prevedere tre scrutini a maggioranza di due terzi, altri tre a maggioranza di tre quinti dei componenti, infine un settimo con una medesima maggioranza ma calcolata sui votanti, parte da un assunto se non proprio falso, comunque non fatale. Non è affatto detto che un Capo dello Stato eletto da una maggioranza di governo sia a disposizione per questa sola ragione di quella maggioranza. Ci sono regole costituzionali molti precise che ne delimitano i compiti, c’è una cultura istituzionale e costituzionale che giocano un ruolo determinante come, naturalmente, conta molto la personalità del prescelto e la qualità dello staff che si sceglie.
Non possiamo quindi trascurare l’evenienza, semplicemente, che l’innovazione che è in discussione, introduca disordine nelle dinamiche politiche senza favorire né (come sostengono i critici) prove di forza della maggioranza, né, al contrario, incentivare in modo significative le convergenze.
Che poi Gotor in questi minuti dichiari che si rischia per la quarta votazione di eleggere un Presidente “del solo Nazareno” (con riferimento all’onnipresente “Patto”), sposta l’asticella – della politica, più che del diritto – ancora più in là. Vuole, Gotor, un presidente della Repubblica eletto alla quasi unanimità? Nel 2015 pare davvero improbo. Per lo stato attuale del parlamento, con leader che controllano con una certa difficoltà i loro gruppi parlamentari, scansare un pasticcio sarà già una vittoria. E Renzi per ora si sta muovendo bene.

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