DUVERGER E IL “DUELLO A SINISTRA”.

Con Maurice Duverger se ne va uno degli ultimi scienziati sociali europei di fama internazionale. Altri saranno i luoghi in cui la sua complessa figura di studioso potrà essere celebrata, rievocata e discussa. La finalità di questa riflessione è di ricostruire il ruolo avuto da Duverger in un frangente particolare, lo scorcio 1989-1990 quando la sinistra italiana era ancora e più che mai impegnata in un “duello” (secondo la nota espressione di Amato e Cafagna del 1982) con il Pci colto nel momento della prova del crollo del Muro di Berlino e il Psi nelle strettoie dell’ultima fase del pentapartito. In quel frangente Duverger diventò, volente o nolente, un attore – e non imparziale – del gioco, che divenne drammatico nella seconda metà del 1992 e nel 1993. Vediamo come, in questa ricostruzione della vicenda, rinviando al finale qualche chiosa.

Nei primi mesi del 1989 circola l’idea di Duverger candidato alle elezioni europee per il Ps francese (“sono candidato alla candidatura nelle liste socialiste francesi”, afferma a “l’Unità” il 14 aprile 1989). Ora, siccome il Pci stava compiendo alcuni passi per divenire “parte integrante della sinistra europea” (espressioni testuali dalle Tesi del XVII Congresso del PCI, 1986, precedute e seguite anche da un rapporto consolidato con la Spd di Brandt, che ricevette nel Pci un non piccolo aiuto nella sua “Ostpolitik”), e tenuto anche conto che in Italia ci si appresta ad accentuare la spinta “federalista” delle istituzioni europee con il referendum “propositivo”, comincia a circolare l’idea che Duverger possa essere candidato in Italia dal Pci, come consentito dalle regole per l’elezione diretta delle delegazioni degli Stati al Parlamento europeo. Duverger presenzia ad un appuntamento rievocativo sulla rivoluzione francese, con la Presidente della camera Iotti e altri, dove afferma di essere rimasto favorevolmente colpito dall’evoluzione del Pci, dalla sua “socialdemocratizzazione”, o, per meglio dire, dal convergere in un processo più ampio verso una sinistra europea “plurale”. E aggiunge che la via non è nuova perchè prosegue quella già indicata da Gramsci (sempre “l’Unità”, 14 aprile). Afferma, a proposito di una possibile candidatura, che chiederà l’opinione determinante di Mitterand e della direzione del Partito socialista, e che quindi accetterebbe però senza alcun vincolo di disciplina e quale indipendente (non è iscritto neanche al Ps). Il 28 aprile accetta formalmente la candidatura del Pci affrettandosi a precisare: “nessuna conversione” al comunismo, ribadendo invece la sua simpatia al socialismo mitterandiano, ma – aggiungendo – che si impegnerà per un processo di ricomposizione della sinistra europea (dall’intervista al “Corriere della sera”; e fu un’ulteriore, soddisfatta, condizione imposta al Pci quella di annunciare la propria determinazione al quotidiano di Via Solferino e non ad esempio dall’Unità).
Nel frattempo Occhetto è nel pieno delle ambiguità del suo “nuovo corso”, e la sua attenzione in quei giorni, ad esempio, si appunta sul “governo ombra” e sull’alternativa. L’anno prima la pluridecennale fase consociativa è stata chiusa con la riforma del voto segreto, contrario il Pci. La notizia della candidatura di Duverger con il Pci irrita Craxi che chiede spiegazioni a Mitterand. Questi fa emettere una nota dichiarando di essere del tutto estraneo al processo di formazione delle liste sia francesi (del Ps) che straniere, in replica a Duveger che tra le varie condizioni poste e verificate parlava di un “semaforo verde” dall’Eliseo (Duverger puntualizzerà: non ho ricevuto un “semaforo verde” ma neanche uno “rosso”).
Afferma Duverger che il Pci “è un partito che ha capito la necessità di un nuovo punto di partenza della sinistra in Europa” (l’Unità, 30 aprile 1989). Nell’intervista concessa all’Unità il 3 maggio torna a dichiarare “il Pci mi ha sempre interessato” quale partito comunista più grande dell’occidente e, grazie all’apporto di Gramsci, meno segnato dalla stalinismo rispetto ad altri”. Il Pci può fare da “battistrada” per un rinnovamento del programma della sinistra di cui ha bisogno anche la socialdemocrazia, “perché va più lontano nella ricerca programmatica e nell’evoluzioni ideologica”. Ripete le medesime idee in un articolo apparso su “Le Monde” il 6 maggio e afferma che il Pci si sforza di uscire dal ghetto del totalitarismo per cui “diventa prioritario per un democratico aiutare il Pci”. Duverger viene chiamato dal capolista francese Ps Fabius a partecipare al comitato di patrocinio della lista nella convinzione perché, quale candidato indipendente del Pci, getti un ponte tra le due sinistre, anche a seguito di un recente incontro tra Occhetto e Mauroy sulle prospettive della sinistra europea.
Nel frattempo Occhetto lotta aspramente contro il cd. C.a.f., affermando tra l’altro che si sta perpetrando un inganno a danno degli elettori circa i presunti patti tra Dc e Psi (cd. staffetta Craxi – De Mita). L’11 giugno Duverger afferma addirittura che i comunisti italiani sono più vicini ai socialisti francesi di quanto non lo sia il Psi, che è una “deviazione” della sinistra europea, perché non ha capito la necessità dell’unità a sinistra e “scelgono l’alleanza con la destra come fece in passato il socialista Mollet” (l’Unità 11 giugno 1989). Richiamo quasi infamante. Lo stesso giorno Craxi dice di aver ricevuto una smentita dal Ps della futura creazione, con il Pci, di un futuro “polo progressista” (attenzione al nome) con il Pci. I socialisti europei hanno firmato un manifesto comune e sono legati da solidarietà reciproca, ribadisce Craxi e che in questa libera società dell’occidente “non c’è nessun ruolo convincente e decisivo per nessun tipo di comunismo né tradizionale né nuovo” per (“Corriere della sera”, 14 giugno 1989). Il 21 giugno Occhetto presenta la nuova proposta comunista per il governo a crisi aperta: un governo fuori dal pentapartito e afferma, riguardo ai rapporti con il Psi, conciliante: “confrontiamo, programmi, valori e politiche per costruire un percorso comune”. Duverger nel frattempo viene eletto con un’ottima affermazione personale e subito dichiara (“l’Unità”, 22 giugno 1989) che “gli elettori premiano il nuovo corso”. Il Pci ha ricevuto il 27,6% dei voti; ora, tutti sanno che cinque anni prima il Pci aveva avuto il 33% dei voti – sia pure nelle eccezionali circostanze seguite alla scomparsa di Berlinguer – ma si tenga presente che perfino nella elezioni politiche del 1987, tradizionalmente più sfavorevoli rispetto alle europee, il Pci aveva ottenuto il 26,5 % cioè appena qualche decimale in meno.
Per la cronaca, gli eletti del Pci formeranno, con altri, il “Groupe confédéral de la Gauche Unitaire Européenne – Gauche Verte Nordique” (GUE-GVN), che poi confluirà nel corso della legislatura nel gruppo parlamentare (non ancora partito) del Pse.
Nei medesimi giorni Bassolino e Napolitano vanno a Stoccolma al congresso dell’Internazionale socialista con il mandato di costruire con i socialisti un “polo progressista e di sinistra” (ancora attenzione alle parole: dovessero per sbaglio dire socialista!). Napolitano ha però, come noto, una sfumatura di differenza con il resto del gruppo dirigente del Pci e tiene a precisare che lo sforzo del Pci per costruire un percorso comune per la sinistra europea è visto con simpatia dai socialisti europei ma che “non abbiamo mai concepito i nostri rapporti con i socialisti europei in contrapposizione a quelli con il Psi” e che “si tratta di due facce della stessa medaglia” (l’Unità, 22 giugno).
Nel febbraio del 1990, a Berlino, il Pci viene invitato dai partiti socialisti come “osservatore”, sulla base del rapporto già stabilito nell’anno precedente e nel novembre 1992 nascerà il Pse, di cui il Pds (come il Psi e il Psdi) è socio fondatore, che ne entra a far parte grazie al Psi che lo consente non apponendo un veto. Nonostante il suo partito sia bersagliato dalle inchieste e da un clima pubblico di grande ostilità e denigrazione fortemente influenzato dal giustizialismo del Pds.
Nel novembre del 1989, il giorno dopo dell’annuncio a sorpresa della “Svolta” alla Bolognina, Duverger, a proposito del cambio del nome, afferma che si tratta di uno “sviluppo coerente con la vostra storia” (“l’Unità”, 11 novembre 1989) e in una successiva intervista (16 novembre) afferma che forse la parola “Svolta” non è appropriata in quanto si tratta di un ulteriore passo, frutto di una lunga elaborazione, verso la democrazia, e che comunque “c’è bisogno di un’etichetta che dichiari chiaramente il contenuto politico del partito”. Si tratta di aver coerenza “con una storia e un’elaborazione teorica” (sempre alludendo a Gramsci, in primis).”E’ un partito del socialismo pluralista, diciamolo anche nel nome”. Come è noto il nome sarà: Partito democratico della sinistra. Infine, in un intervento pubblico (ripreso il 23 febbraio 1990 da “l’Unità”) afferma che il problema fondamentale del Pci non è il cambiamento del nome “bensì darsi una nuova struttura”. Si tratta, aggiunge, di sviluppare l’esperienza dei club come in Francia (idea che tanta influenza ha avuto negli anni successivi: si pensi al ruolo di Flores d’Arcais ed ad Alleanza democratica) e di aprirsi alle idee nuove.
Concludendo: mentre si svolgevano le battute quasi finali di un feroce duello a sinistra, Duverger offre un’apertura di credito totale al Pci e si adopera per isolare il Psi nel socialismo europeo a cagione della sua collocazione in un fronte moderato. Mentre i miglioristi combattevano una delicata e sofisticata battaglia politica per far valere la propria sensibilità verso un rapporto organico con il Psi senza rompere definitivamente con il gruppo dirigente, distinguendosi dalla rozza (e comoda) linea “terzista” di Occhetto (né comunisti ma neanche socialisti), Duverger appoggia pienamente l’approccio occhettiano con uno spericolato revisionismo storiografico (dove l’influenza gramsciana viene sostanzialmente piegata ad esiti ambigui: l’ovvia fuoriuscita dal comunismo ma l’altrettanto ovvia perpetuazione dell’antisocialismo).
Duverger ha sempre rivolto apprezzamenti e manifestato attenzione verso il Pci – passando su tutte le sue ambiguità anche nella fase della liquidazione (?) dell’esperienza comunista – almeno quanta poca simpatia e critiche, senza alcuna indulgenza, ha riservato al Psi e a Craxi. Egli stesso, Duverger, fu un socialista molto atipico, di formazione cattolica e incline ad una vena radicale. In realtà era un cristiano-sociale, un uomo della sinistra cristiana con una vena radicale, più che socialdemocratica. La “carovana” di Occhetto, quindi, gli andava benissimo. Anzi, come abbiamo visto, Duverger regalò al Pci rispetto perfino ai fratelli maggiori socialisti europei una patente di primogenitura nella ricerca del “nuovo”, sulla base della convinzione che la sperimentazione (come dire l’approccio gramsciano rispetto all’ancoraggio internazionalista, ammesso e non concesso che Gramsci si possa prestare a queste letture) era il tratto costitutivo del Pci.
In conclusione Duverger mise senza alcuna delicatezza i piedi nel piatto di una questione estremamente complessa, quella della divisione nella sinistra italiana e della collocazione dei socialisti nel fronte moderato, assumendo una posizione decisamente unilaterale, in un momento in cui i rapporti tra Psi e Pci oscillavano tra i contatti e i tentativi di prefigurare un percorso comune (come volevano i miglioristi, settori del Psi e in qualche dichiarazione sporadica Occhetto) e le ultime battute del duello a sinistra che si era prolungato per più di un decennio e che ebbe il proprio culmine nella politica del nemico pubblico e dell’annientamento occhettiana dell’ultima fase del Caf (sulla linea tradizionale berlingueriana) o del rovesciamento dei rapporti storici come premessa di qualunque dialogo, secondo la tradizionale visione craxiana. Resta il fatto che Craxi, alla fine, non si oppose all’integrazione del Pci/Pds nel socialismo europeo (nonostante il Pds rifiutasse ripetutamente di utilizzare l’espressione “socialismo”, preferendogli “progressismo” e, genericamente, “sinistra europea”; ancora nel 1994 fu così) anche se nelle elezioni del 1993 non si seppe o più probabilmente volle, da entrambe le parti, costruire una piattaforma comune. Diversamente, il Pds non ripagò la disponibilità di Craxi bene. Non esitò, nel lungo 1993, a fomentare l’antisocialismo e l’anticraxismo aprendo una lunga ferita nella storia della sinistra che non si è più chiusa.

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