LA RIELEZIONE DI NAPOLITANO, ENNESIMO FALLIMENTO DELLA POLITICA

Nello smentire formalmente la notizia di sue imminenti dimissioni, il Presidente della Repubblica ha ribadito che resterà in carica almeno fino alla fine del semestre Ue a guida italiana (31 dicembre 2014). Dopo, ha aggiunto, seguiranno valutazioni che non devono intrecciarsi con l’attività legislativa e di governo, ma fino a quel momento – è il sottinteso della dichiarazione che tutti hanno sottolineato – nessun alibi per le riforme. Siamo ancora a questo; ad un punto tale, cioè che l’ultimo escamotage della politica è utilizzare le medesime dimissioni del Presidente per mettere in scena l’ennesimo balletto tattico avente ad oggetto l’intreccio della vicenda riformatrice con le scadenze dei Quirinale, le dimissioni del Presidente con le sempre meno improbabili elezioni, esercitandosi in calcoletti sull’interazione tra semestre bianco, vincoli “tecnici” tra chi vuole certe riforme e chi altre o non le vuole affatto, tra chi è per Renzi e chi contro, chi è per le elezioni e chi per proseguire la legislatura, e così via.

Quel che al momento appare certo è che in tempi brevi – presumibilmente attorno al mese di febbraio, tanto che Renzi considererebbe quasi un regalo che il Presidente ci fosse ancora per maggio, data di inizio dell’Expo – Napolitano si dimetterà da una carica che aveva assunto in circostanze assolutamente eccezionali e per un orizzonte temporale certamente ridotto ma, nondimeno, caratterizzato da un’agenda ben precisa gravante, però, sul parlamento e sulle forze politiche. Ebbene, quel giorno, al massimo, avremo una nuova legge elettorale, valevole per la sola Camera dei deputati e che una manovra di queste ore (il cd. o.d.g Calderoli) vorrebbe peraltro subordinare all’approvazione della revisione costituzionale, cioè ad un evento futuro e incerto che comunque nella migliore delle ipotesi non si produrrebbe prima di un anno o un anno e mezzo. Sono sempre in esercizio, le forze dell’Azione Parallela.

La memoria dei nostri politici è breve o l’improntitudine infinita. In entrambi i casi è bene fissare qualche promemoria, anche perché gli ultimi mesi sono stati così pieni di sviluppi che far sembrare remote le elezioni del nuovo parlamento e del Capo dello Stato.

Il giorno 20 aprile 2013, dopo la comunicazione dell’esito del voto, Napolitano dettava un breve comunicato in cui rinviava al discorso davanti alle camere riunite l’esplicitazione, citiamo, dei “termini entro i quali ho ritenuto di potere accogliere in assoluta limpidezza l’appello rivoltomi ad assumere ancora l’incarico di Presidente”. Dove l’accento cade su “termini”, quindi mandato condizionato, e “appello”, che poi  – come vedremo – fu quasi una supplica.

Il successivo messaggio al Parlamento nel giorno del giuramento fu, più che altro, una durissima reprimenda con il Napolitano forse più puntuto e spigoloso che si ricordi, ed è tutto dire. L’espressione di gratitudine, in apertura, lascia subito lo spazio alla sottolineatura di essere stato sottoposto a “seria prova” nelle forze. La testimonianza di fiducia e di affetto, della politica e della società, alla precisazione pignola (“Come voi tutti sapete, non prevedevo di tornare in quest’aula per pronunciare un nuovo giuramento e messaggio da Presidente della Repubblica”) e alla costatazione di un’anomalia (elezione “eccezionale”, la definisce) che sarebbe stato bene evitare (“Avevo già nello scorso dicembre pubblicamente dichiarato di condividere l’autorevole convinzione che la non rielezione, al termine del settennato, è <l’alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica>. Avevo egualmente messo l’accento sull’esigenza di dare un segno di normalità e continuità istituzionale con una naturale successione nell’incarico di Capo dello Stato”). Al “clima sempre più teso” e alla rappresentazione da parte di “esponenti di un ampio arco di forze parlamentari e dalla quasi totalità dei Presidenti delle Regioni” che spingevano verso un gesto imprevisto, definitivamente sciolto dalla seduta del sabato, quando emergeva “un drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato”. Di qui, proseguiva il Capo dello Stato, “l’appello che ho ritenuto di non poter declinare – per quanto potesse costarmi l’accoglierlo”. Appuntiamoci ancora qualche termine: impotenza, inconcludenza e, nuovamente, appello.

Un quadro tutto emergenziale – fatti di diffusi episodi di corruzione, di difficoltà di immagine e di affidabilità al cospetto dei partner europei e internazionali – quello dipinto dal Capo dello Stato, sul quale non indugiamo con ulteriori richiami.  Il clou del discorso è il seguente: ”Bisognava dunque offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi: passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l’Italia. E’ a questa prova che non mi sono sottratto”. E la diagnosi, precisa e senza indulgenze: “sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità”, con seguente rassegna delle soluzioni insoddisfacenti offerte dalla politica alle pressanti domande derivanti tanto dal corpo sociale che dalle legittime aspettative dei partner di un mondo ormai globalizzato (“esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti”, “un’acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale”, cui “non si sono date soluzioni soddisfacenti”, per cui “hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi”). Quindi la conclusione della diagnosi: “Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento”. Le poche cose fatte subito svalutate o ignorate; l’insoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento “con facilità (ma anche con molta leggerezza) alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie, da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono”. E poi l’aperta reprimenda: “il vostro applauso […] non induca ad alcuna autoindulgenza”; “non [lo] dico solo [a]i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell’amministrazione, ma nemmeno [a]i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme”, e cita per tutti la “imperdonabile” mancata riforma della legge elettorale del 2005” come il “non meno imperdonabile” nulla di fatto in materia “di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario”. Keywords: omissioni, guasti, chiusure, irresponsabilità, tatticismi, strumentalismi e così via.

Drammatica, perfino, la chiusa di questa prima parte del discorso: “Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco : se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese”.

Quindi seguivano consigli, per così dire, di metodo e attinenti al giusto spirito cui approcciarsi ai problemi e, di seguito, veniva squadernata quasi un’agenda di governo, naturalmente fatta di temi ampiamente presenti nel dibattito pubblico e relativamente incontroversi.

Le dimissioni quasi annunciate oggi, sia pure attraverso la loro negazione nell’immediato, ci sono già tutte nell’ultimo capoverso di quel memorabile discorso: ”Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione <salvifica> delle mie funzioni ; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata ; inizia per voi un lungo cammino da percorrere, con passione, con rigore, con umiltà. Non vi mancherà il mio incitamento e il mio augurio. Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l’Italia!”.

Il resto è storia nota di quest’ultimo anno e mezzo. Storia di speranze ed entusiasmi. Ma anche e soprattutto di furbizie, dilazioni, confusionismi, annunci non seguiti dai fatti, distinguo, sgambetti, cose pensate, scritte e fatte coi piedi. Ognuno distribuirà le colpe come meglio crede.

Qui interessa sottolineare l’ennesimo fallimento della politica. L’arbitro, amareggiato, stanco, già senza illusioni ma definitivamente persuaso che il messaggio nella bottiglia non è stato compreso o è andato smarrito, lascia il campo.

Viva l’Italia.

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