PRIMARIE: IL SUCCESSO E’ NELL’AFFLUENZA ?

I quotidiani di oggi condensano in modo tendenzialmente convergente il dato di senso politico insito nell’esito del doppio appuntamento delle primarie per l’individuazione del candidato Presidente delle Regione Puglia e Veneto, che hanno visto prevalere rispettivamente Michele Emiliano e Alessandra Moretti. La Puglia tiene, il Veneto cede; in Puglia un successo (140.000 votanti come in Calabria, ove si ebbero 100.000 votanti), in Veneto flop come in Emilia. Il termine di paragone è l’antipolitica, la disillusione, la disaffezione crescente della cittadinanza.

Ricordiamo innanzitutto che entrambe sono state primarie “di coalizione”: singolare variante di un istituto già di per sé molto italico (le primarie come fatto di partito ma “aperte”) e che solo in Italia si è riuscito a far funzionare – le une (le primarie di partito) e le altre (le primarie di coalizione) – con la vittoria di esponenti di una minoranza, fosse di partito (come Renzi) o all’interno di una coalizione pre-elettorale (come due volte Vendola).
In entrambe le primarie, nell’ambito delle tre candidature formalizzate per ciascuna, ha prevalso il Partito democratico il quale però – altro dato comune e singolare – non esprimeva un unico nome per l’evidente impossibilità di arrivare ad una soluzione unitaria e di sintesi (per cui correvano anche Minervini in Puglia e Rubinato in Veneto; più un candidato Idv in un caso, di Sel nell’altro).
Il dato principale sul quale si è appuntata la stampa è stata l’affluenza, lungo una linea di riflessione della pubblica opinione sullo stato di salute della nostra politica in generale e dell’istituzionale regionale in particolare. Nel fare ciò la stampa ha generalmente confrontato, in modo talvolta veramente avventato, i voti delle primarie con quelli dei risultati parziali di primarie precedenti ricadenti nella stessa circoscrizione territoriale (denunciando l’emorragia di circa 130.000 voti!), come delle elezioni (e neanche sempre regionali…), traendone la conclusione che le istituzioni – il partito come l’istituto regionale – come forme della partecipazione – le primarie e la partecipazione elettorale – siano in crisi.
L’analisi non è nel suo impianto di massima destituita di qualunque fondamento e meriterebbe di essere ulteriormente approfondita, anche se proposte in più corretti termini, se non avvertissimo una distorsione di fondo che aleggia su tutto il dibattito e le cui implicazioni, alla fine, si ripercuotono anche sulla valutazione dello strumento delle primarie e sulle sue prestazioni di funzionalità.
La distorsione è di non tenere in adeguata alcuna considerazione, nel distribuire torti e meriti, diagnosi e soluzioni, il modo in cui opera lo “scambio politico” (generalmente inteso) nelle varie zone sub-culturali del territorio nazionale in ragione delle forma di socializzazione presenti, del rapporto con i poteri pubblici e così via. Mi spiego: rappresentare le primarie in Puglia come un caso di relativo successo e quelle in Veneto come un flop in linea con la scarsa partecipazione alle primarie e poi elettorale in Emilia-Romagna (o perfino alle elezioni politiche), non solo assimila situazioni assai differenti ma soprattutto e all’origine non tiene conto del fatto che la politica in Italia segue moduli profondamente differenziali anche a parità di forme di selezione e sistemi elettorali.
La Puglia è una regione del Sud, l’altra del Nord. Nella prima il centro della scena è militarmente occupato da micronotabili (secondo l’espressione di Calise), nell’altra da un’assai meno intensa mobilitazione politica organizzata e, al limite, da un maggiore (ma pursempre quantitativamente molto limitato) voto di opinione.
Così il fatto che a Bari si registrino 34.000 votanti, più dell’intero Veneto (30.000 secondo i dati Pd, essendo 20.000 gli iscritti Pd di quest’anno) cessa di essere un dato autoevidente – veritatis splendor – e diventa invece un dato, se non problematico, quantomeno da interpretare alla luce anche delle future prove, oltrechè delle passate.
Ci pare in particolare francamente azzardato ritenere, come fa Sofia Ventura (Quotidiano Nazionale, oggi), che il “successo” pugliese sia addebitabile alla personalità forte e controcorrente di Emiliano e alla sua presunta concretezza amministrativa, rispetto al (presunto) “flop” veneto provocato dal disgusto verso una politica ridotta a immagine, se non estetica della lady-like di turno. Eh no. Non persuade. E non solo perché lo schiacciamento dei due personaggi su comode sagome pare forzato oltremodo (e forzata la volontà dei votanti alle primarie, che ha le più diverse motivazioni: dobbiamo ricordare che Emiliano è segretario regionale del Partito?) ma perché oscura un dato ben più evidente che differenzia chiaramente ogni competizione nazionale da una regionale o locale. E questa variante è l’azione dei notabili, dei cacicchi, dei ras o comunque li si voglia denominare, che sono un fattore fondamentale per capire oggi cosa sia il Pd al Sud, tanto da non avere più, di fatto, alcun leader di caratura nazionale. Un notabilato esiste ovunque, in forza del fatto che le elezioni regionali e locali si disputano con la mono-preferenza, ma operano in modo (ancora) abbastanza diverso e con assai diversa capacità di mobilitazione al Nord diversamente che al Sud.
Non persuade la conclusione, allora, che le primarie riescono quando sono in competizione personalità che riescono a trasmettere concretezza e falliscono quando sono in gioco, cito testualmente, “specchietti per le allodole”. Detto invece che entrambe erano primarie dall’esito ampiamente scontato (vengono graziosamente definite “confermative”, e non si sa a cosa servano se non per mobilitare apparati in vista delle elezioni, aprendo però comunque potenziali ferite), è più facile che nelle primarie pugliesi i candidati consiglieri si sono mobilitati con quelle capacità che rendono le regioni del sud, ancora oggi, recordmen dell’indice di preferenza tra i voti espressi (fino al 90 e passa per cento; comunque sempre ben oltre il 70%) e che preludono all’impegno elettorale vero e proprio. Del resto in Puglia disponiamo di un campione omogeneo che ci dice che nel 2010 si raggiunse addirittura la quota di quasi 190 mila voti (segno di una capacità di mobilitazione oggi minore anche se tuttora forte, che forse esprime una perdita di efficienza delle reti clientelari colpite dalla riduzione della spesa pubblica nel post-2008; mentre il dato di battesimo delle 80.000 persone del 2005, pur significativo, non fa molto testo in quanto giungeva all’alba della vita del Pd e in una esperienza quasi prototipica).
Per il Veneto, invece, mancano precedenti e termini di raffronto, essendo la prima volta che si svolgono le primarie per le regionali.
Siamo così sicuri ad esempio che un partner minore della coalizione come Vendola, che ha vinto due volte le primarie contro un avversario teoricamente non alla sua portata – decretando così il decollo e il presunto successo del modello – abbia prevalso solo perchè considerato dai votanti come il candidato più adeguato o con maggiore appeal o popolarità e che le vicende degli apparati – e delle loro lotte intestine – non contino nulla?
Infine. Lo spartiacque tra le due ipotesi – quella accreditata dalla stampa di oggi, e in forme esagerate dalla Ventura, e quella qui adombrata – può apparire di poca sostanza, ma quando si passi da una regione meridionale media come la Puglia o la Calabria (due vittorie di apparato, ma di apparati di media consistenza) a due pesi massimi come la Sicilia e soprattutto la Campania, con il mostrum della conurbazione dell’area napoletana, beh, allora veramente tertium non datur.
Preferiremmo non tornare sul punto il giorno dopo le primarie di coalizione per il centro-sinistra in Campania, quando magari avranno votato 200.000 persone (e magari non saranno il doppio solo perché si faranno a ridosso delle festività, l’11 gennaio!), in un clima al limite alimentato da non isolati sospetti di brogli; e non sarebbe nulla di nuovo, perchè è già tutto avvenuto nel 2011 in occasione delle primarie di coalizione per il comune di Napoli. Allora sarebbe più chiaro se un’ingente affluenza in certi tipi di primarie è un successo o una sconfitta della politica, il riscatto dalla piaca dell’astensionismo o il definitivo sprofondamento nel degrado attraverso una gara senza regole (in primarie che già programmaticamente sono “aperte”, cioè non riservate agli iscritti dei partiti della coalizione).

Qui del resto si gioca l’ambiguità dello strumento delle primarie. Certo, incentivano la partecipazione: nascono per questo. Ma non ogni partecipazione è buona per le modalità e le motivazioni con le quali si esprime e  non ogni modalità di partecipazione è atta, pertanto, a riavvicinare per definizione i cittadini alla politica. Occorre la buona partecipazione. Altrimenti l’effetto può essere un boomerang (vedi ancora il caso Napoli). E, prima, occorrono regole e cultura delle regole. Le nostre sono, checchè se ne dica, primarie ampiamente senza regole e senza sanzioni. Quando non sono più rappresentazioni, ma diventano – come dovrebbero sempre essere – competitive, la posta in gioco è tanto alta (spesso vincendole il più è fatto) che magari diventano la partita della vita per singole personalità. E il partito? E i partiti?

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