PROCESSO ETERNIT: SUMMUM IUS, SUMMA INIURIA.

Nel processo al magnate dell’Eternit, unico imputato, su cui ieri è amaramente calato il sipario per sempre – almeno per quanto riguarda l’accusa di disastro ambientale; resta il filone dell’omicidio – il giudice non ha fatto altro che applicare la “legge”.

Verrebbe da tirare di nuovo in ballo la distinzione tra legge e diritto, tra lex e jus. Lasciamo perdere e voliamo più basso. La Corte di Cassazione ha applicato, e non poteva non applicare, l’istituto della prescrizione (di diritto penale), annullando – senza rinvio, cioè senza ordinare un nuovo giudizio – la sentenza di appello con cui l’imputato era stato condannato per un grave reato doloso ad una pesante sanzione detentiva (diciotto anni) e ai conseguenti risarcimenti verso le famiglie delle vittime della sostanza cancerogena, che si conterebbero nell’ordine delle migliaia.

La prescrizione è diventato da tempo un istituto che da suprema garanzia per l’imputato come per il consorzio sociale per il quale è nato, sta saccheggiando il nostro sistema giuridico e creando inquietudine nel sistema sociale. Chiariamoci. Si scopre occasionalmente il responsabile di una rapina di quarant’anni fa, rimasta impunita. Tizio aveva diciotto anni, oggi ne ha sessantotto. La “retribuzione” e la certezza della pena (già dire certezza del diritto è più problematico) contro la finalità rieducativa della pena (come si può rieducare una persona a quarant’anni dai fatti?) e, oltre, la preminenza di un valore sociale e collettivo egualmente e più meritevole di tutela. Qui il diritto, verrebbe da dire, si accoda alla sociologia. La mancata erogazione della sanzione giuridica, di più, in qualche caso il mancato accertamento del responsabile del reato, tiene conto di una presunzione assoluta di un non più sussistente interesse ad ottenere una sanzione giuridica come, verosimilmente, non si produrrebbe una sanzione di altro tipo (sociale o morale, in particolare). “Scurdammece ‘o passato”, recitava quella canzone napoletana. E quando è possibile, perchè no. Chi se ne ricorda più? O, al contrario, v’è qualcuno che ha veramente interesse a smuovere dalla memoria individuale e collettiva un fatto così (doloroso o meno che sia stato)? Cosa e come va riparato dopo tanto tempo?  Le ragioni in fatto possono essere varie, il diritto – almeno quello italiano – risolve il tutto con un effetto automatico ad esito di una presunzione che non ammette una prova contraria se non … nell’interesse dell’ipotetico responsabile, che può rinunciare alla prescrizione.

Come è stato possibile, allora, che l’applicazione di un istituto nato per preservare, la dico grossolanamente, la tranquillità del consorzio umano ed evitare inutili turbamenti di fronte ad aventi ormai lontani nel tempo, susciti invece reazioni sdegnate, pianti, grida e perfino la beffa del venir meno di un ristoro di ordine economico per i familiari delle vittime? Come è possibile che per rinunciare all’applicazione consequenziale, quasi meccanica, delle pretese di giustizia da parte della macchina statale (che sarebbe l’erede del Leviatano moderno) di fronte ad una società che si ritiene che abbia perso interesse ad ottenere giustizia in virtù di un più alto valore (?), poi susciti reazioni esacerbate?

E’ possibile. Almeno in Italia. Perché l’istituto in questione da risalente strumento di sofisticata civiltà giuridica si è andato gradualmente trasformando, per un difetto di disciplina primigenio e per l’assenza di correttivi legislativi adeguati mutare delle esigenze della società (una società convulsa al posto di quella quasi immobile tradizionale), in strumento di somma ingiustizia; in denegata giustizia quando è ancora fortissima, e magari accresciuta, la “fame” di ottenerla. La prescrizione è diventata gradualmente in un sistema-giustizia dai contorni sempre più grotteschi un’arma, tra le altre, ma certamente la più micidiale e risolutiva, per difendersi dal processo. Pesano soprattutto l’assenza di previsioni volte a sospendere la decorrenza dei termini per calcolare la prescrizione e per il suo dispiegarsi a partire da un momento determinato e simbolico (che sia l’iscrizione del registro degli indagati piuttosto che il rinvio a giudizio e così via). L’istituto è divenuto il perno delle più sofisticate strategie processuali volte a dilazionare i tempi delle indagini e poi del processo, la spiaggia che ormai non è più un miraggio del naufrago ma la più comune delle soluzioni (ne vengono pronunciate circa 130.000 all’anno), per cui si sono per lo più arresi anche gli operatori della giustizia che rappresentano l’interesse pubblico e che si guardano bene dall’iniziare a procedere verso reati risalenti.

Del resto, a pensarci bene, come può un istituto come la prescrizione, con la sua ratio, “ribaltare” una sentenza (sia essa di condanna o di non colpevolezza), ancor più se è assai recente? Ha senso, di regola, lasciare “appesa” una vicenda giudiziaria in itinere, con somma lesione del valore della certezza e della fiducia sociale?

Allora la questione vera è interrogarsi sulla permanente attualità, o meno, di un istituto immaginato per società profondamente diverse dalle nostre, che sono dominate, certo, dall’effimero (e ciò in apparenza deporrebbe per la conservazione dell’istituto) ma anche caratterizzate da un ruolo pervasivo dell’opinione pubblica.

In secondo luogo, e in ogni caso, disciplinare con adeguati correttivi l’istituto riconducendolo nei suoi alvei naturali e in forme applicative adeguate, che siano, come non possono non essere, del tutto residuali.

Ciò si può fare utilmente intervenendo direttamente sull’istituto in questione secondo un principio ispiratore: quando la macchina della giustizia si è messa in modo, a garanzia di tutti gli interessi in gioco (la prescrizione è rinunciabile dall’interessato perché potrebbe avere interesse acchè si faccia chiarezza e sia salvaguardato il proprio onore: ma questo affidamento non basta, ovviamente), essa deve approdare ad una conclusione. E con un’esatta, e ragionevole, delimitazione di quali debbano essere le categorie di reati cui l’istituto in questione non si applica affatto. E ciò dipende davvero dalla sensibilità sociale del tempo in cui si vive, dalla coscienza sociale e da un uso (ripeto, ragionevole) della discrezionalità del legislatore.

In secondo luogo, e sarebbe la via maestra, intervenendo sui tempi del processo e di tutte le attività connesse al servizio della giustizia in modo che, quale che sia la regolamentazione della prescrizione (comunque da riformare), i fatti siano realmente oggetto di indagine e perseguiti, i responsabili individuati. Il tutto in tempi ragionevoli, per cui la prescrizione diverrebbe di per sé un istituto del tutto sussidiario.

Una giustizia che non riesca a pronunciarsi in tempi ragionevoli in via definitiva, come una giustizia che non riesca proprio ad attivarsi per scarsezza di mezzi, equivalgono egualmente a denegata giustizia. Questo punto è naturalmente di ardua risoluzione. Lo Stato dovrebbe profondere risorse di cui certamente in questo momento (e chissà per quanti anni…) non dispone, per cui preferisce (o forse è obbligato) a concedersi a depenalizzazioni anche di reati con elevato allarme sociale (come quelli predatori), a riti e rimedi alternativi, a sformare la prescrizione, a concedere una giustizia minore “tanto al chilo” di certi tipi di giudici non togati, a penalizzare sul piano economico la scelta di ricorrere alla giustizia (come se nel 99% dei casi fosse uno sfizio di perdigiorno)  e soprattutto, in campo penale, svuotare nell’effettività il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale in luogo di una discrezionalità di fatto dei pubblici ministeri, o, in campo civile, dilatare tanto i tempi dei processi da portare le persone allo sfinimento e, alla nuova occasione, alla rinunzia verso il rimedio giurisdizionale (recuperare una rata del condominio con quindici anni di giudizio e i relativi costi? Scherziamo?). Anche su questo piano aspettiamo il “cambioverso”. Si dirà che il realismo è meglio dell’idealismo. Ma  la vera questione è se si crede o no nel valore giustizia e se si è disposti a tutto, sempre facendo ripartire il circuito della crescita, per assicurarne la realizzazione. Se, la giustizia, la si vuole amministrare o svendere, accettandone tutte le implicazioni nell’uno come nell’altro caso. Io che ritengo di aver subito un torto giuridicamente rilevante voglio sapere se è così. Il resto – l’approccio “realistico” – sono ripieghi, rese della politica, delegittimazione dello Stato di fronte ai cittadini. Andate in Finlandia o Danimarca, per dire, e vedete il sistema se e come funziona. Se offrendo giustizia o mezzucci.

Lo so, è difficile. Ma fino ad allora continueranno le ingiustizie, per via di prescrizioni o, attenzione, per altre cento vie che magari indignano di meno ma ottengono il medesimo risultato.

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