IL CASO DI STEFANO E L’AUTONOMIA DELLA POLITICA

Il garantismo è una cosa, e riguarda la corretta valutazione dei fatti processuali e le sanzioni sociali, e il campo dell’autonomia della politica è altro, connotato da libere valutazioni e determinazioni nell’esercizio di selezione della classe dirigente quali presupposti per oneste condotte ed efficaci policies. Se la sanzione politica si appiattisce su quella giuridica o su quella sociale (che può essere tanto spietata quanto improntata all’indifferenza: la sanzione sociale è anorganica e non tipizzata per definizione), allora la politica è finita.

La politica è au-to-no-ma dal sociale come da qualunque altra sfera dell’agire umano, e in questo è il suo primato. Quanto al piano dei rapporti con il diritto, in particolare, la politica deve essere assai più … garantista del doveroso garantismo giuridico. In questo senso: la politica non è il diritto, e il fatto elementare che debba rispettare le regole giuridiche che essa stessa si dà – aspetto negativo, il diritto è un limite per la politica, che non può fare ciò che il diritto le vieta  – non può voler dire che essa debba necessariamente assumerne le conclusioni. Ecco un aspetto della tematica contemporanea della “supplenza” della magistratura. Di una politica, cioè, che si consegni mani e piedi agli accertamenti e alle conclusioni della magistratura limitandosi a giustificarli o, al massimo, a prenderne atto. Politica e diritto sono invece due piani diversi (argomento anche qui: https://marcoplutino.com/2014/07/10/caso-errani-un-delicato-equilibrio-tra-garanzie-e-primato-della-politica/)

La politica si basa sul consenso, e per catturare il consenso occorre avere la fiducia dei consociati. Battaglie impopolari per sostenere persone che si ritengono innocenti potranno anche essere fatte, e saranno meritorie (pensiamo al caso Tortora, e al ruolo che svolsero i radicali, quando alcuni media, la nostra cattiva coscienza, e l’impreparazione rispetto a nuove sfide imposte dalla democrazia “del pubblico” e dalla tecnologia, ci fecero dubitare anche di nostro padre e perdemmo l’innocenza). La politica deve saper sfidare gli umori popolari nel nome dell’interesse pubblico. Ma per farlo deve essere credibile.

Ecco, allora, che vicende come quelle che investono il deputato Di Stefano ci rimandano all’esigenza di costruire partiti che sappiano selezionare in entrata e, vogliamo chiamarle così?, nelle progressioni di carriera.

Non c’è bisogno che i fatti contestati siano provati. E’ ampiamente sufficiente il marciume e lo squallore che ne fa da contesto, fatto di lusso, valigette di soldi, puttane, puttanieri e intermediari; la biografia politica, fatta di più cambi di partito che anni dedicati alla cura dell’interesse pubblico; le dichiarazioni al telefono (“Ho fatto le primarie con gli imbrogli, ma ora tiro tutti dentro”), siano o no utilizzabili in sede processuale (tanto per capirci ancora una volta che il diritto è una cosa, la politica, nel formulare i suoi giudizi, altro). A fronte di questo quadro il fatto che l’ex assessore della Regione Lazio (giunta Marrazzo) sia accusato di aver preso una tangente da 1,88 milione di euro per una gara d’appalto truccata appare perfino un dettaglio; lo appurerà la magistratura.

A noi interessa, perchè la politica sia credibile, che la politica abbia più l’odore della lavanda che non il tanfo della fogna. Che rievochi, per dire, la concezione e la prassi che ne ebbe un Brunetto Latini e non quello della banda della Magliana.

Basta tutto questo, per farci comprendere che è stato commesso un grande errore ad ammettere subitaneamente e senza un periodo di attenta osservazione (e non escludo – sia chiaro – che altri consimili siano ben pasciuti nelle file della sinistra, fin dai calzoncini corti) il politico in questione nel partito. E a dargli lo spazio che i free raider dei nostri tempi percorrono davanti alle strambe regole (leggi cd.parlamentarie) che i partiti pongono a se stessi per non voler o saper regolare i conflitti e assumersi la responsabilità di selezionare. Ora il deputato si è autosospeso. Nell’apprendere la notizia dell’autosospensione magari qualche comunicato gli avrà dato atto dell’atto di buon senso. Macchè autosospesione. Sbattere fuori quelli chiacchierati come lui, subito. Questo è il compito di un dirigente politico. Anche di fronte agli eletti. Anzi Eletti.

In ciò la politica mostra di essere ingessata sullo stesso punto che condanna il paese: i dirigenti non si assumono responsabilità, per quieto vivere o altro. Non decidono. Ratificano troppo spesso le prepotenze. Su queste cose ascoltai cose forti di Matteo Renzi, e le condivisi. Vorrei fossero sempre valide e che la forza rivoluzionaria di un discorso di verità conseguente non appaia sempre più sfumato nel pragmatismo dell’arte di governo all’insegna del non disturbare il manovratore. Il prezzo sarebbe altissimo. Già il paese muore lentamente, tra i lestofanti e gli esodi di massa all’estero. Morirebbe anche la speranza.

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