Archivio mensile:novembre 2014

PROCESSO ETERNIT: SUMMUM IUS, SUMMA INIURIA.

Nel processo al magnate dell’Eternit, unico imputato, su cui ieri è amaramente calato il sipario per sempre – almeno per quanto riguarda l’accusa di disastro ambientale; resta il filone dell’omicidio – il giudice non ha fatto altro che applicare la “legge”.

Verrebbe da tirare di nuovo in ballo la distinzione tra legge e diritto, tra lex e jus. Lasciamo perdere e voliamo più basso. La Corte di Cassazione ha applicato, e non poteva non applicare, l’istituto della prescrizione (di diritto penale), annullando – senza rinvio, cioè senza ordinare un nuovo giudizio – la sentenza di appello con cui l’imputato era stato condannato per un grave reato doloso ad una pesante sanzione detentiva (diciotto anni) e ai conseguenti risarcimenti verso le famiglie delle vittime della sostanza cancerogena, che si conterebbero nell’ordine delle migliaia.
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IL PIANTO DI LIVIA TURCO VISTO DALLA MIA GENERAZIONE

In televisione Livia Turco, una dirigente storica della sinistra, piange perché prova profonda tristezza nel costatare che tanti non si iscrivono al Partito democratico nell’anno di grazia 2014. Con tutto quello per cui ci sarebbe da piangere! Che il Pd del 2014 sia votato oggi da un numero di cittadini pari a dieci, venti, volte quelli che nello stesso anno non hanno rinnovato la tessera (ma l’avranno votato, almeno, o no?), ecco, questo non le fa passare le lacrime nè venire voglia di gioire. E’ un modo di pensare. Strano, ma tipico della sua generazione. Eppure il paese si cambia con i voti, non con le tessere. O almeno: senza i voti, le tessere non servono a nulla.

Occorrono prove? Vediamo con le tessere dove siamo arrivati. Livia Turco è una donna di partito: non ha mai avuto un altro lavoro che non fosse il funzionariato politico o un incarico istituzionale, locale o nazionale. Ha dedicato tutta la vita al partito, e di un partito che ha fatto inconsapevolmente il proprio inno del perfido slogan democristiano slogan “piazze piene, urne vuote”, al ritmo di circa 600.000 tessere all’anno.

Faceva parte di quel gruppo di giovani di belle speranze ma già di tristi trascorsi (a 16 anni iscriversi a un partito che declina dolcemente già da dieci anni non è un pò triste, forse?) capeggiato dal loro “fratello” maggiore Occhetto. Quel gruppo realizzò, tardivamente, malvolentieri e comunque trascinati dall’impulsività di Occhetto, la Svolta da Pci a Pds. Il mondo aveva svoltato da almeno un lustro e non se n’erano accorti: pensavano che la stagione di Gorbacev fosse quella del rilancio del comunismo internazionale, della conferma delle loro ragioni, della “diversità” dei comunisti italiani. Quando mutarono il nome al partito era già caduto perfino il Muro di Berlino. Loro, i giovani comunisti (anzi “comunisti italiani”), erano sotto le macerie e anche in quel caso non se ne accorsero.

Livia Turco era già deputata dal 1987. Lo è stata ininterrottamente fino al 2001, e nel biennio (1996-98) fu un buon ministro della Solidarietà sociale per i governi Prodi e D’Alema: portò al governo il meglio del riformismo comunista. Un riformismo minore, comunque. Quelle e altre réformette non bastarono a fermare la più disastrosa sconfitta della sinistra alle elezioni del 2001, dopo quattro governi con quattro formule diverse e un quinto leader candidato, Rutelli, giusto per non subire l’onta di dover candidare un socialista come Giuliano Amato. L’antisocialismo di quel gruppo dirigente resta, retrospettivamente, il loro marchio di fabbrica e una delle ragioni primigenie del loro fallimento. Mica si arresero?!  Rilanciarono. Il “loro” Pd fu il frutto della liquidazione del “socialismo europeo” cui erano stati trascinati, sempre malvolentieri, all’inizio degli anni ‘90, questa volta da Napolitano e dai cosiddetti “miglioristi”.

Dal 2006, e siamo alle ultime battute, Livia Turco è stata senatrice e, dieci anni dopo la prima volta, di nuovo ministro, della Salute nel pessimo remake di Prodi (2006-2008), un governo grottesco fino all’inverosimile. Di nuovo alla Camera dal 2008, nel frattempo divenuta leader della corrente di sinistra del partito, nel 2013 con grande dolore, vista l’aria (le campagne sulla “rottamazione” di un Renzi colto tra le prime e le seconde primarie), dovette rinunciare alla candidatura. Allora, recita Wikipedia (ma lo ricordiamo bene, eccome se ce lo ricordiamo) “non avendo ancora raggiunto l’età pensionabile, viene assunta come funzionario dal Partito Democratico”. Aveva bisogno, disse. Il paese intanto andava in malora e chissà se gli “esodati” l’hanno mai saputo che l’ex ministro aveva bisogno.

Livia Turco è stata parlamentare quasi interrottamente dal 1987 al 2013, un quarto di secolo. E’ stata tra le persone più coscenziose e preparate di un gruppo dirigente di falliti e sconfitti sia dalla storia che dalle urne e che solo con furbizie levantine di cortissimo respiro sono riusciti ad andare due volte al governo e ne sono usciti con un pesante passivo. Politicamente parlando, biografie sprecate.

Risparmio un bilancio più analitico. Bastino i dati elettorali dei loro partiti e un dato finale dello stato del paese.

I partiti di quella generazione, di cosiddetta sinistra riformista, non hanno mai raccolto più di un quinto dei voti degli elettori, in presenza di un numero di votanti sempre più ristretto. Il Pds esordì nel 1992 con un mirabolante 16% (con un Psi ormai alle calcagna con il 13%). Nel 1994, unico partito con la Lega e Msi rimasto in piedi dopo la tempesta giudiziaria, si fece superare alla prima prova elettorale da Forza Italia (21% contro 20,36%, voto Camera). Avrebbe dovuto avere il vento in poppa: era il perno del nuovo, aveva contribuito a buttare a gambe all’aria il sistema ritenendolo irriformabile, ma ci si accorse subito che altri erano più bravi a interpretare la novità. Nelle sue performance elettorali il Pds (1994, 1996) non ha mai superato il 21% e nella sua espressione riveduta e corretta, ma in realtà deteriore, dei Ds è riuscito a fare anche peggio, tra il 16 e il 17% negli 1999-2006. Eppure era un contenitore molto più ampio, aperto a tutta la sinistra. Evidentemente non sufficiente a compensare il ritmo del loro declino. Da qui la brillante idea successiva per sopravvivere e vivere ancora un’altra stagione (la terza o la quarta). Sciogliersi in un grande contenitore privo di una cultura politica predefinita e con l’ancoraggio socialista riposto sullo sfondo. Questo sul piano delle forme partitiche. Sul piano istituzionale era già avvenuto prima, perché per governare due volte, nel 1996 e nel 2006, non potendo giocare un ruolo da protagonisti e presentarsi con la loro faccia (così, almeno, hanno sempre ritenuto) dovettero fungere da – fragili – perni di coalizioni monstre promiscue e ingestibili, da Mastella a Dini, da Bertinotti a Di Pietro, da Diliberto e Pecoraro Scanio (con capatine di un Romano Misserville o di Francesco Caruso, di Scipiloti come di Razzi). La crescita esponenziale del Movimento 5 Stelle non fu da loro preveduta e l’astensionismo è cresciuto per un ventennio senza che riuscissero minimamente a intercettarlo. Nel 2013, alla frutta, persero (pardon: non vinsero) elezioni “a porta vuota”.

Livia Turco piange. Ma non sa qual è il prezzo che ha pagato la mia generazione. Che nel corso degli anni ha preso la via dell’emigrazione, di un ritorno al privato senza avere i soldi in tasca per goderselo, che ha ingoiato (spesso senza lacrime, come fosse un destino) la perdita delle chance e dei progetti di vita, delle aspettative, dei redditi, delle nostre speranze e dei sogni. Eppure tutto ciò è stato frutto non di un destino cinico e baro ma dell’assenza di drastiche riforme e di crescita. Di scelte non fatte o fatte male. Di una esasperante lentezza nel prendere atto dei cambiamenti. E Livia Turco non conosce l’amarezza, poi l’esasperazione, di quella parte della mia generazione che ha avuto – come me – il diritto di voto nella prima metà degli anni ’90 e che li ha votati sempre disciplinatamente, trasformandosi qualche volta da simpatizzanti a militanti, da militanti a dirigenti, da dirigenti a militanti, da militanti a elettori antipatizzanti, sempre più obtorto collo, fino all’orticaria. Non ce l’abbiamo mai avuta né con Berlusconi né – come un D’Alema qualunque – con gli italiani che non ci capivano. Gli italiani semplicemente non li volevano, e glielo hanno detto ogni volta che potevano facendoli perdere o al massimo vincere, nonostante tutte le alchimie del caso e i disastri di Berlusconi, di stretta misura. Nel frattempo diventavano ceto politico, accumulavano fallimenti su fallimenti senza battere ciglio, senza autocritica, senza passare la mano. Qualcuno ricorderà perfino lo squallido foglietto con cui alcuni dei maggiorenti si spartivano le soglie delle nostre istituzioni. Altro che patto del Nazareno.

Oggi sono gli stessi, più o meno, a opporsi meschinamente a Renzi e al partito del 40 e passa per cento. Senza dare alcun contributo costruttivo. Resistendo, insinuando, attaccando, dissociandosi. Piangendo. Cara Livia Turco, com’era bello quando si perdeva, eh?

Intanto la disoccupazione giovanile è al 44%. Ogni anno vanno via 100.000 italiani, quasi tutti giovani. Ormai sono quasi cinque milioni i connazionali residenti all’estero, di cui la metà emigrati nell’ultimo ventennio, quando i Livia Turco erano in posizioni di massima responsabilità. Grazie, Livia Turco, per quello che non hai fatto per impedire questa macelleria sociale. Ne avresti di ragioni per piangere, Livia Turco. Lascia perdere le tessere.

IL CASO DI STEFANO E L’AUTONOMIA DELLA POLITICA

Il garantismo è una cosa, e riguarda la corretta valutazione dei fatti processuali e le sanzioni sociali, e il campo dell’autonomia della politica è altro, connotato da libere valutazioni e determinazioni nell’esercizio di selezione della classe dirigente quali presupposti per oneste condotte ed efficaci policies. Se la sanzione politica si appiattisce su quella giuridica o su quella sociale (che può essere tanto spietata quanto improntata all’indifferenza: la sanzione sociale è anorganica e non tipizzata per definizione), allora la politica è finita.

La politica è au-to-no-ma dal sociale come da qualunque altra sfera dell’agire umano, e in questo è il suo primato. Quanto al piano dei rapporti con il diritto, in particolare, la politica deve essere assai più … garantista del doveroso garantismo giuridico. In questo senso: la politica non è il diritto, e il fatto elementare che debba rispettare le regole giuridiche che essa stessa si dà – aspetto negativo, il diritto è un limite per la politica, che non può fare ciò che il diritto le vieta  – non può voler dire che essa debba necessariamente assumerne le conclusioni. Ecco un aspetto della tematica contemporanea della “supplenza” della magistratura. Di una politica, cioè, che si consegni mani e piedi agli accertamenti e alle conclusioni della magistratura limitandosi a giustificarli o, al massimo, a prenderne atto. Politica e diritto sono invece due piani diversi (argomento anche qui: https://marcoplutino.com/2014/07/10/caso-errani-un-delicato-equilibrio-tra-garanzie-e-primato-della-politica/)

La politica si basa sul consenso, e per catturare il consenso occorre avere la fiducia dei consociati. Battaglie impopolari per sostenere persone che si ritengono innocenti potranno anche essere fatte, e saranno meritorie (pensiamo al caso Tortora, e al ruolo che svolsero i radicali, quando alcuni media, la nostra cattiva coscienza, e l’impreparazione rispetto a nuove sfide imposte dalla democrazia “del pubblico” e dalla tecnologia, ci fecero dubitare anche di nostro padre e perdemmo l’innocenza). La politica deve saper sfidare gli umori popolari nel nome dell’interesse pubblico. Ma per farlo deve essere credibile.

Ecco, allora, che vicende come quelle che investono il deputato Di Stefano ci rimandano all’esigenza di costruire partiti che sappiano selezionare in entrata e, vogliamo chiamarle così?, nelle progressioni di carriera.

Non c’è bisogno che i fatti contestati siano provati. E’ ampiamente sufficiente il marciume e lo squallore che ne fa da contesto, fatto di lusso, valigette di soldi, puttane, puttanieri e intermediari; la biografia politica, fatta di più cambi di partito che anni dedicati alla cura dell’interesse pubblico; le dichiarazioni al telefono (“Ho fatto le primarie con gli imbrogli, ma ora tiro tutti dentro”), siano o no utilizzabili in sede processuale (tanto per capirci ancora una volta che il diritto è una cosa, la politica, nel formulare i suoi giudizi, altro). A fronte di questo quadro il fatto che l’ex assessore della Regione Lazio (giunta Marrazzo) sia accusato di aver preso una tangente da 1,88 milione di euro per una gara d’appalto truccata appare perfino un dettaglio; lo appurerà la magistratura.

A noi interessa, perchè la politica sia credibile, che la politica abbia più l’odore della lavanda che non il tanfo della fogna. Che rievochi, per dire, la concezione e la prassi che ne ebbe un Brunetto Latini e non quello della banda della Magliana.

Basta tutto questo, per farci comprendere che è stato commesso un grande errore ad ammettere subitaneamente e senza un periodo di attenta osservazione (e non escludo – sia chiaro – che altri consimili siano ben pasciuti nelle file della sinistra, fin dai calzoncini corti) il politico in questione nel partito. E a dargli lo spazio che i free raider dei nostri tempi percorrono davanti alle strambe regole (leggi cd.parlamentarie) che i partiti pongono a se stessi per non voler o saper regolare i conflitti e assumersi la responsabilità di selezionare. Ora il deputato si è autosospeso. Nell’apprendere la notizia dell’autosospensione magari qualche comunicato gli avrà dato atto dell’atto di buon senso. Macchè autosospesione. Sbattere fuori quelli chiacchierati come lui, subito. Questo è il compito di un dirigente politico. Anche di fronte agli eletti. Anzi Eletti.

In ciò la politica mostra di essere ingessata sullo stesso punto che condanna il paese: i dirigenti non si assumono responsabilità, per quieto vivere o altro. Non decidono. Ratificano troppo spesso le prepotenze. Su queste cose ascoltai cose forti di Matteo Renzi, e le condivisi. Vorrei fossero sempre valide e che la forza rivoluzionaria di un discorso di verità conseguente non appaia sempre più sfumato nel pragmatismo dell’arte di governo all’insegna del non disturbare il manovratore. Il prezzo sarebbe altissimo. Già il paese muore lentamente, tra i lestofanti e gli esodi di massa all’estero. Morirebbe anche la speranza.