LA SINISTRA (AL GOVERNO) E LA PIAZZA. UN DILEMMA MAI SCIOLTO.

In queste ore tiene banco il derby Leopolda (l’evento annuale fiorentino organizzato da Renzi, quest’anno dal 24 al 26 ottobre) – Piazza (la manifestazione pubblica dei sindacati prevista per il 25 ottobre contro le politiche del governo). Gli esponenti del Partito democratico sono chiamati a sciogliere il dilemma e pochissimi troveranno il modo di conciliarlo con una compresenza ma neanche sceglieranno di stare, in quei giorni, al Nazareno, che poi sarebbe la sede del partito di cui tutti fanno parte, o a casa con i propri cari. Dunque, di qua o di là. Fossi un dirigente, io, se non fossi interessato ad andare alla Leopolda (magnifica la battuta involontaria di Bersani: andrei alla Leopolda se la facesse il Pd. Hai capito tutto, Bersani), e se non concordassi con l’azione del governo, quel giorno me ne andrei, appunto, al Nazareno a lavorare, a produrre documenti e riflettere, o, più semplicemente, me ne starei a casa. Come si potrebbe, del resto, stare alla Leopolda e in piazza?

Ma, aggiungo, provocatoriamente: è possibile comunque passare il lunedì al Nazareno o occupare i banchi del Partito democratico in parlamento o, ancora, andare nei circoli a spiegare e discutere l’azione del governo, se il sabato si è stati in piazza a manifestare contro le politiche del governo? Perché esattamente di questo si tratta. Che credibilità avrei io come dirigente e, per colpa mia, anche il partito?

Sembra una forzatura porre in modo così drastico la questione.

Prima considerazione. La questione è tutt’altro che nuova. E’ anzi annosa. Il dilemma della sinistra tra istituzioni e piazza (quando è al governo, perchè altrimenti il discorso muta, in parte) viene da lontano e si è posto ogni volta in maniera lacerante e alimentando – soprattutto dagli anni ’60 – polemiche a non finire. Rimonta al Pci (e al Psi) che erano al governo prima del maggio ’47 e che anche dopo restarono tra i partiti che scrivevano la Costituente mentre, per altri versi, usavano bastone e carota verso quella parte dei propri partiti che era per fare subito “come in Russia” (la cd. doppiezza, o un suo aspetto storicamente peculiare). Riguardò, e siamo in una fase già di consolidamento della democrazia, i socialisti per tutta la fase di avvicinamento e poi di presenza al governo, che durò un ventennio. Poi i comunisti nella fase della solidarietà nazionale (1976-79), nella quale erano comunque nella maggioranza (senza i socialisti!). Poi, come noto, mutò in parte di significato, ma fu pur sempre presente, con i socialisti al governo per tutti gli anni ’80 e fino al 1992-93.

Per il Pds e i Ds, la questione è stata, poi, quasi un tratto identitario, con particolare riferimento ai contrastatissimi mesi del governo D’Alema (I e II), ma non solo.

Questione vecchia e trita, dunque. Potrebbe sorprendere che se ne parli ogni volta. Ma sarebbe impressione sbagliata, quella di farsi cogliere dalla sorpresa, perché, a ben vedere, la questione non è mai stata risolta con un ragionamento di principio che funga anche da canone operativo.

Seconda considerazione. Dopo il 1992-1993 è crollato un sistema dei partiti (le cui sinistra furono e restarono almeno fino a Craxi, sempre immature anche quando ammesse nella maggioranza e al governo) e negli anni seguenti fino ad oggi partiti (e un sistema) non sono stati più ricostruiti, con la parziale eccezione di Pds e Alleanza Nazionale. Di conseguenza, deficitario è stato il dibattito nei cosiddetti partiti (pure il Pds lo è stato un soggetto di massa, e partito vero, ma col trascorrere degli anni sempre meno partito, sempre più federazione di leaders), deficitarie le forme di governance che avrebbero dovuto far esprimere quel dibattito, deficitari, se non bacati – se posso dirlo –  i modi di ragionare di leaders che provenivano dall’esperienza comunista (si, vabbè, comunista italiana) e che mai l’avevano rimeditata (non diciamo rinnegata) ad eccezione dei cosiddetti miglioristi.

Ora, qualcuno sostiene che come criterio operativo di massima si potrebbe distinguere tra dirigenti (a cui la piazza sarebbe preclusa, senza distinguere se sono o no in minoranza nel partito) e iscritti e militanti (cui sarebbe sempre aperta). Sul piano di una riflessione sulla natura dell’associazione la distinzione ha poco senso: certo maggiore potere, maggiore reponsabiiltà, ma non molto più di questo, come dirò subito. Sul piano dello stretto diritto statale, ovviamente che ciascuno faccia ciò che voglia. Ma il diritto partitico, gli organi di garanzie, gli statuti? Devono restare indifferenti? Tutto si rivolverà in una partita pari e patta? Sarà. Certo, non sembra il tempo per ragionare da partito serio quando, per l’appunto, non ci sono i partiti (il Pd lo è a malapena, come party on the ground), figuriamoci se possiamo fare i rigorosi.

Però ragioniamo “a babbo morto”. Secondo me la questione non investe affatto solo la dirigenze (dove pure viene contestata in quanto tale) ma riguarda anche il militante e l’iscritto perchè, sanzioni a parte (ripetiamo: del tutto irrealistiche, ma almeno per i dirigenti mi sembre rebbi un esito piu’ che ovvio), se si va in piazza contro una misura del tuo governo, per quanto quella misura ti sia sgradita e ti sembri preludere alla fine del mondo, non si scappa da queste tre possibilità:

1) Non ti è chiaro cos’è un partito e cosa è la tua membership quale che sia. E rilancio: membership ad un’associazione qualunque. Sarebbe come far parte di un’associazione amici di Spielberg e manifestare rumorosamente durante un’assemblea dell’associazione perché l’ultimo suo film non ti è piaciuto affatto e secondo te il registra si sta rincretinendo: qualcuno prima o ti chiederebbe, non a torto: ma tu ci vuoi stare, o no?

2) E’ frustrazione. Problema serio. Il partito magari non funziona o non consente di esprimersi a dovere. Questo tema, tuttavia, può valere al massimo per la militanza di base (le dinamiche di circolo effettivamente, immagino, sono diventate ben poca cosa rispetto a un tempo);

3) Sei spinto, che te ne accorga o no, irresponsabilmente dai tuoi referenti nel partito (se sei intruppato) o comunque dai dirigenti cui presti maggiore attenzione (se sei un libero militante, ammesso che tu esista, e mi piacerebbe conoscerti), mediante l’assicurazione della loro stessa presenza, al fine di usare la piazza come un’arma impropria di scontro politico interno.

Solo la seconda questione potrebbe avrebbe un qualche senso (e ne ha, grandissimo, se guardiamo a quel che ci sarebbe da fare) ma, ripeto, tutti sanno che nella Direzione nazionale del Partito democratico si sviluppano dibattiti che magari sono di tenore culturale piuttosto magro (se non avvilente), ma durante i quali tutti – tutti – sono rappresentati e si esprimono. C’è una pluralità di posizioni in cui ogni iscritto può riconoscersi.

Piuttosto direi: caro dirigente che dissenti dalla linea maggioritaria del tuo partito ho una domanda da farti: sapresti rappresentare in un circolo o in Tv lealmente la questione – da uomo di partito e di governo – se il tuo partito di chiedesse di comunicare l’azione del governo? E’ questa una delle grandi funzioni dei partiti. Fare da cassa di risonanza. Non del dissenso, ma delle “politiche”. E’ giusto, allora, mettere “in piazza” (metaforicamente) dissensi che di per sé incidono sulla percezione dell’attività del governo? E’ peregrino che il signor Franco seduto fantozzianamente sul divano con birra e telecomando si chieda: beh, se lo dice lui che è un dirigente di quel partito, figuriamoci io che posso, forse debbo, pensare su questa misura?

Andare in piazza, insomma, è un po’ come quando D’Alema e Amato, nell’ambito di due ministeri di taglio riformista (ma pieni di complessi), mandarono a fare il Ministro del Lavoro Cesare Salvi, un illustre esponente dell’opposizione interna (che poi uscì dal partito). Allora misero il “sabotatore” – uso provocatoriamente un’espressione forte, ma potrei dire un “frenatore” (in “renzese”) – in casa, in bella vista in mezzo all’argenteria: con quali effetti sull’azione e l’immagine del governo? Domani, quando il “sabotatore” andra’ nelle piazze – cioè nel circo mediatico, perché oggi di questo si tratta – sarà intervistato mentre cammina accigliato tra bandiere variopinte (magari rosse, magari pure del partito) ma di fatto presidierà un insediamento sociale. Va bene cosi’? E chi l’ha deciso?

E non è, badate, “centralismo democratico” (o “soviet”, come delicatamente dice D’Attorre), che sono tutt’altra cosa. E’ la logica della politica democratica, e, prima, serietà e senso delle istituzioni.

Avere esponenti dello stesso partito al di qua e al di là di una linea Maginot, mentre il governo (con effetti che ognuno potrà valutare) sta ambiziosamente cercando di scardinare alcune rendite di posizione (giuste o sbagliate) o, se volete, “diritti acquisiti”, con effetti che tendono ad elidersi, per me genera giustamente smarrimento nel comune elettore (magari non nel militante, che è spesso un consumato dirigente in sedicesimo). Comunque non è comportamento degno di un partito serio e responsabile. Poi fate quello che volete.

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