RENZI O DELLA PUISSANCE DE LA POLITIQUE

Ieri si è svolta una direzione del Partito Democratico dedicata quasi esclusivamente alla forma-partito. Già una notizia, in questi tempi di anti-politica e ideologia anti-partito. Un partito che non teme di definirsi e farsi riconoscere come tale, che riflette su se stesso, sui segmenti problematici della propria vita (come l’ottimizzazione tra linea di partito democraticamente scelta e tutela del dissenso), sulle proprie deficienze (ad esempio sui territori, come onestamente ha ammesso Renzi, anche riflettendo sullo strumento delle primarie), e lo fa nel momento del trionfo, quando è l’unico soggetto collettivo degno di questo nome in campo e con un leader che gode di livelli di gradimento inusitati, nonostante la fine della cosiddetta “luna di miele” e il passaggio a forme di consenso meno scontate e passive.

Ebbene, la relazione introduttiva e le conclusioni di Matteo Renzi liberano il campo definitivamente da letture semplicistiche per cui Renzi sarebbe essenzialmente, se non solo, un fenomeno comunicativo e che cerca nel partito, al massimo, un’amplificazione della propria leadership secondo il modello (presidenzialista) del “comitato elettorale”. E’ bastato ascoltarlo ieri, dove le questioni di governo non erano in primissima vista, per avere la sensazione di ascoltare un solido e autorevole dirigente di partito che sa interpretare il ruolo di leader di un partito al governo.

Contrariamente ad una lettura ancora assai diffusa, chi scrive ha sempre ritenuto che Renzi, lungi dall’essere una manifestazione demagogica, populistica, magari con una malcelata vocazione plebiscitaria, sia, anzi, al contrario, un argine alle peggiori tendenze degenerative della democrazia, che si manifestano ovunque e anche da noi. Sarebbe sufficiente concedersi l’esercizio plutarchesco delle “vite parallele”, nell’ultimo anno, di Renzi e Grillo, con le rispettive parabole per notare tutta la differenza tra un febbrile, anche se magari non privo di ingenuità, riformismo del “fare”, da un lato, e l’impotenza declamatoria, se non violenta (e venta xenofobamente), dall’altro, con una presenza parlamentare sterile, se non ridicola e comunque gravemente lesiva dell’immagine del parlamento. O, ancora, la mano tesa per il dialogo dentro e fuori il partito da un lato (tale da ammettere che il voto in dissenso sia tollerabile anche in caso diversi da quelli di coscienza, in un rapporto peraltro di relativa autonomia tra partito e gruppo parlamentare e lasciando intendere, perfino, che il dissenso debba essere regolato essenzialmente solo quando è in ballo in modo dilemmatico l’esistenza del governo: dobbiamo “darci delle regole sul voto di fiducia”), e i diktat e le espulsioni con i post-scriptum sul blog dall’altro. Due modelli di interpretazione della politica moderna al tempo della democrazia “del pubblico”, per stare ad un’espressione di Bernard Manin.

Non meno patetici, sull’altro versante, i paralleli con il leader del centro-destra, come se Renzi fosse (siamo ancora a questo con certi commentatori attardati) una variante del berlusconismo che supplisce all’assenza di debordanti risorse economiche con un surplus di affidamento ad un’organizzazione partitica o di presenza in Rete, o di giovanilismo a furiadi selfies. Basti questa frase di Renzi, sempre di ieri: “la destra in questi anni non si è unita su un valore ideologica ma si è unita su una persona”, mentre, ha aggiunto poco dopo Renzi, la sinistra si definisce proprio per “cosa vuol dire essere di sinistra”, a partire dal tema delle opportunità. Il Pd è tutto, tranne che un partito personale. Non lo sarà mai e non potrebbe, anche volendo, esserlo.

E Renzi ieri ha fatto risuonare nella sala parole che perfino i precedenti leader della sinistra avevano dimenticato, a partire dalla “formazione politica”, vista come una esigenza ineludibile per un partito al fine di comprendere come si possano sviluppare “pensieri lunghi e larghi in grado di formare la qualità delle donne e degli uomini che formano questa comunità”. E, se non bastasse, ha richiamato l’esigenza della promozione nella vita del partito di (cito testualmente) “studio, elaborazione, discussione, e capacita di ascolto e rispetto”. Ha ricordato che il partito è un’associazione “che seleziona”, e non necessariamente con primarie, e che, per riprendere un tema che abbiamo già sfiorato, non può ridursi né a comitato elettorale né ad una confederazione o “club di anarchici liberi pensatori”.

(Ho trattato i temi della forma-partito, in particolare qui https://marcoplutino.com/2014/10/08/il-tesseramento-limportante-e-costruire-un-partito e https://marcoplutino.com/2014/10/08/il-tesseramento-limportante-e-costruire-un-partito )

A parte il tema del finanziamento ai partiti (le cui scelte in tema posso comprendere, ma non condividere, solo in chiave comunicativa, per recuperare un rapporto in gravissima crisi con l’opinione pubblica quale era quello che appariva nel 2013, del Pd e non solo) l’unico punto sul quale nutro delle perplessità, da sempre, è la visione di una legge elettorale a premio di maggioranza, o “con vincitore certo”, come prospettiva ineludibile. Perché la ritengo una scelta miope e sbagliato.

(Argomento meglio qui: https://marcoplutino.com/2014/09/19/il-premio-alla-lista-e-una-svolta-ma-e-un-giano-bifronte e qui https://marcoplutino.com/2014/09/12/prove-generali-di-legge-elettorale-nazionale-il-caso-toscana )

Non, si badi, il progetto di un partito maggioritario nel voto degli italiani (comunque lo si definisca, non mi interessa la discussione stucchevole a riguardo), ma la via istituzionale al suo perseguimento con – discutibili e controproducenti – escamotage giuridici ed in particolare con il conferimento del premio ad esito di un ballottaggio invece di una assai più proficua, eppure quanto più difficile, costruzione di un progetto politico che appare in questo momento non fuori portata, beninteso con le opportune strategie di alleanze e una legge meno drasticamente, e in modo più tecnicamente ineccepibile, ma pur sempre distorsiva.

Su altri piani invece Renzi ha fatto affermazioni di grande importanza e valore dopo due, se non tre, decenni di “discorso” istituzionale opposto. Pur mostrandosi debitore delle costruzioni (politiche) del “mandato popolare”, ha ricordato che i “mandati” devono essere corretti, integrati, interpretati secondo le circostanze (e tanto più, ha aggiunto, in risposta, quando le elezioni sulla base di quei mandati non sono state vinte!) e, in secondo luogo, ha detto espressamente – e forse è la prima volta – quello che pensiamo da sempre. Ovvero che la conquista del partito non sarebbe avvenuta se un pezzo del gruppo dirigente non si fosse aggregato, condividendolo, al progetto renziano e che, pertanto (aggiungiamo noi) le primarie straordinarie furono quelle del 2012, quando Renzi, senza contare sull’appoggio di alcun autorevole dirigente del partito (tranne Fassino, se non ricordo male), colse uno straordinario 35,5% dei consensi pari a 1.104 958 voti complessivi. Dunque grande rispolvero del partito e delle logiche politiche.

E infatti, a tale riguardo e a proposito di luna di miele finita. C’è qualcuno che ricorda ancora che Renzi non è stato “eletto” o “votato” (espressioni comunque tecnicamente scorrette) dal popolo italiano? C’è qualcuno che nell’azione di governo coglie la differenza tra chi vi arriva “baciato” dalle urne e chi, invece, da segretario del partito, con una legittimazione politica, assume per vie perfettamente parlamentari la guida del governo? Ecco, questa  è la cartina al tornasole della discussione. La puissance de la politique. Ovvero, con qualche minima grossolanità che è nulla rispetto al contributo che sta dando alla riabilitazione della politica in Italia, Matteo Renzi.

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