IL TESSERAMENTO? L’IMPORTANTE E’ COSTRUIRE UN PARTITO

Il dibattito (ma dovrebbe dirsi bagarre) che si è sviluppato dopo che, in un articolo a firma di Goffredo De Marchis del 3 ottobre scorso, si è appurato che il Pd allo stato avrebbe appena un quinto degli iscritti dello scorso anno, sarebbe interessante se non fosse brandito come un tema di polemica immediata ma si nutrisse di analisi e respiro, ovviamente non fini a se stesse ma pur sempre destinate ad avere una ricaduta operativa.

Tra un Cuperlo che vuole fermare il tesseramento e un Emiliano che vuole abolire del tutto la membership, tra un Civati che minaccia di lasciare un partito del quale non ha condiviso fin dall’inizio della legislatura alcuna decisione di un qualche rilievo, votando sistematicamente in dissenso dal gruppo (con ciò ponendo la contigua questione dei limiti rispettivi della disciplina e del dissenso) e un Mineo che minaccia addirittura dimissioni dalla funzione parlamentare, la questione viene fatta rifluire pressocchè in modo assorbente come un aspetto, magari il negativo, dell’effetto-Renzi.

Da un lato, accanto alle dichiarazioni che la disciplina di partito, dopo discussione collegiale e votazione, è un dovere di ogni militante e dirigente, si ribadisce che il metro di salute di un partito sono e non possono che essere, in ultima analisi, le urne, come afferma Renzi nell’ultima sua “e-news”: “A me pare che un partito che arriva dove non arrivava nessuno dal 1958, vince tutte le regionali in trasferta (Piemonte, Abruzzo, Sardegna), stravince nei comuni è un partito che gode di buona salute”. Avendo certamente una parte di ragione, in quanto ad un partito non si partecipa per partecipare ma per incidere, per “determinare le politiche nazionali”, afferma l’art. 49 Cost.; e mai nessun partito in Italia è stato potenzialmente in grado di scrivere il futuro di questo paese come il Partito democratico attuale.

Dall’altro, magari adombrando che quell’esito felice sia solo contingente (e che sia tutto da consolidare non è, invero, discusso da alcuno), si paventano i rischi del partito-comitato elettorale del leader, dove si svuota la funzione dei gruppi dirigenti e tutto diventa un megafono del leader in un’arena di competizione tra leaders che ricorda molto gli scenari schumpeteriani, ove sarà solo una sconfitta elettorale a segnare, primo o dopo, il suo tramonto. La legittimazione elettorale quale alfa e omega della leadership, che presuppone, almeno secondo una versione, mandati credibilmente conferiti e partiti che non ne ostacolino ed anzi ne consentano più agevolmente la realizzazione (anche se a tale proposito si registra la divaricazione col pensiero di Schumpeter, ben lontano nella sua idea di mercato elettorale dall’immaginare mandati popolari, se non altro perché non ammetterebbe mai l’esistenza di una entità così impalpabile come il “popolo”).

In una discussione dalle mille sfaccettature e che andrebbe riproposta in un contesto tutt’altro che provinciale, possiamo limitarci a porre alcuni punti fermi (o che ci appaiono tali):

  • Ha ragione Renzi quando afferma, alla Leopolda, che “Leadership non è una parolaccia”. Tale è stata in Italia quando al massimo ha significato coesione di gruppi dirigenti (linea decisa collettivamente). E parlo proprio di leadership, dunque, personalizzata. Quest’affermazione è coerente con la più autorevole riflessione politologica. E in Italia v’è certamente un difetto di cultura di leadership, sopravanzata sempre da altri valori considerati premianti in nome della “democrazia”, come la co-decisione spinta fino all’eventuale veto, la partecipazione anche al limite inconcludente, il coinvolgimento ampio anche a costo di pagare un grave scotto in termini di tempestività e incisività delle decisioni. Su questo occorre una messa a punto teorica e un opportuno bilanciamento nella vita pratica del partito;
  • Il Pd non è un partito personale, o, peggio, padronale: non ha le caratteristiche né dell’uno né dell’altro, com’era evidente prima della segreteria Renzi e com’è ancora oggi. Come ha affermato Diamanti, per contrapposizione con l’etichetta citata, è un partito “impersonale”. Cioè un partito a tutti gli effetti, per quanto difettoso. Non si potrebbe dirlo per gli altri “partiti” italiani, tali solo di nome e spesso neanche di nome. O hanno forme organizzative del tutto evanescenti, o non sono altro che simulacri ed espressioni di singole personalità politiche senza alcuna pratica realistica di democrazia interna o, come Ncd, meri cartelli di personalità: la questione semmai, anche qui di ottimizzazione, è quella di realizzare un fine tuning tra disciplina e dissenso, tra preservazione dell’identità del partito e trasformazioni imposte dal leader, tra le necessità della personalizzazione della politica e la preservazione del carattere collettivo dell’organismo partitico, tra responsabilità elettorale del partito e sue dinamiche interne;
  • Un punto dirimente, che è parte della cultura della leadership è, ha ragione a insistere sul punto Ceccanti, il problema del cumulo, nel Pd, tra leadership politica e leadership istituzionale: questo cumulo è oggetto, per remore e timori atavici, di incessanti contestazioni. Solo rimuovendo la questione di principio dal tavolo (ma bisogna proprio farlo senza riserve, accettando l’idea di avere il proprio leader al governo e remando tutti nelle stessa direzione), ci si potrà dedicare ad una discussione se Renzi o i suoi vice siano svolgendo in modo adeguato le funzioni partitiche e se le dinamiche di funzionamento interno del partito (un partito dove si è preso a votare in modo sistematico) siano o no soddisfacenti. Altrimenti non si andrà lontano dal muro contro muro;
  • La questione del tesseramento. E’ eclatante per i titoli dei giornali ma in realtà sovrastimata rispetto alla sua portata effettiva. Tesserarsi per fare cosa? Il tesseramento (e più in generale la membership) sono variabili di un framework assai più ampio.

Ha ragione il mio amico Tommaso Ederoclite quando, da buon allievo di Mauro Calise,  scrive qui:

http://www.huffingtonpost.it/tommaso-ederoclite/calo-tesseramento-pd-partito_b_5926150.html

che le ragioni del crollo del tesseramento sono ben spiegabili senza far riferimento a letture drammatizzanti ma con appello al realismo (1) non è periodo di congressi; 2) il Pd si basa su primarie e “aperte”, che dequotano la membership: il partito “è costituito da elettori e iscritti”, recita l’attuale art. 1 dello Statto del Pd; 3) i micronotabili, una delle constituencies del Pd, non ha più interesse a fare le tessere). Tutto vero, ma – attenzione – non edificante e, in punto di conclusioni rispetto all’analisi, nulla di rassicurante.

Esistono dei convitati di pietra che vanno affrontati e, lo, è scomodo farlo e per certi versi anche solo dirlo.

Quello che è pregiudiziale rispetto a qualunque altro problema: la retorica demagogica e antipartitica in cui siamo immersi da venti e più anni a questa parte, di cui il Pd è un crinale e ago della bilancia: un po’ ne partecipa (con tante scelte e posizioni e, direi, perfino ne è esso stesso frutto, rinunciando ad initio ad una profilo identitario netto per una generica confluenza di riformismi: un’ambiguità peraltro che si sta sciogliendo gradualmente), un po’ la ostacola (con un orgoglioso e rinnovato discorso sul primato della politica). Da questo problema, che non esiste nella cittadinanza se non di riflesso a quanto ad essa arriva per quanto è radicato nella mentalità della classe politica e nei suoi conseguenti comportamenti, è discesa la mancata ricostituzione dei partiti dopo il grande crollo del 1992-93.

Solo dopo, e per conseguenza, ne derivano problemi organizzativi e problemi legati al rapporto tra politica e denaro.

Quanto al primo piano aspetto: anche un partito reale e per certi versi perfino in salute come il Pd manca di un corretto e stabile rapporto tra centro e periferia, e ciò non può che danneggiare alla lunga anche l’immagine della leadership: ad oggi questo rapporto è del tutto episodico e occasionale. Una parola strappata in privato andando in trasferta da un dirigente romano o, nel dibattito pubblico, un’indicazione perentoria, uno stop, un via libera, un’intervista o un intervento con toni pedagogici e/o avvertimenti, una garanzia di rimanere neutri o spettatori di una contesa locale. Il tutto con l’interminabile corredo di illazioni su quanto queste esternazioni rispondano, sia vicino o lontane dal pensiero del leader, sia note o ignote, presenti o meno alle sue volontà. (un processo che in sedicesimi, naturalmente, riguarda anche il rapporto coi territori dei leader di minoranza). Nel caso di un massimo sforzo organizzativo qualche conferenza programmatica priva di seguito, una pseudo scuola di formazione per i giovani (memorabile una voluta da Bersani al Sud: ne sono usciti centinaia di agguerriti quadri). Qualche volta ci scappa un commissario che obtorto collo viene mandato a sedare faide locali e frettolosamente se ne va appena può da tutt’altre faccende affaccendato senza aver risolto, in realtà, nulla.

Non si può continuare così. E parliamo dell’unico partito degno di questo nome che c’è.

Il partito, qualunque partito, ha bisogno di una profusione di energie e professionalità serie e applicate continuativamente alla machine (e retribuite a questo scopo). E l’impegno al partito non è secondario al lavoro istituzionale. Perché un partito sia credibile agli occhi dei suoi dirigenti non basta qualche rimborso spese, tanta neve in tasca, una telefonata da Roma (nel Pds degli anni ’90 erano tantissime…) e soprattutto non è più tollerabile l’assenza di qualunque sforzo di analisi e di elaborazione culturale, sulla base dell’assunto che tutto è stato detto e scritto e che bisogna solo fare o, comunque, che ci pensi il leader, sulla base evidentemente di un suo investimento culturale, organizzativo e del suo patrimonio di relazioni. Diciamo la verità. Il livello dei dibattiti assembleari anche nazionali è veramente sconsolante, le banalità e i luoghi comuni sono gli architravi della gran parte degli interventi, il tono culturale e intellettuale è di una insopportabile sciatteria e inconsistenza, e scarso è, di conseguenza, quello politico, che alla fine si riduce alla immancabile sagace battuta per posizionarsi politicamente o segnare i rapporti di forza.

Infine la questione dei soldi e, più in generale, delle regole. Essa ha una dimensione acuta nel Meridione, fino a contribuire a segnare la fisionomia quasi integrale del partito, ma non è affatto estraneo al resto d’Italia, dove magari cambiano le forme ma non la sostanza (vedi caso Penati o caso Mose, con il corredo di fulminee ascese).

Pacchetti di tessere o pacchetti di voti alle primarie, cambia poco (questo è il mio appunto all’analisi di Ederoclite): la macchina locale è sempre in mano alle risorse possedute da notabili. Risorse organizzative e, sempre più, finanziarie. E’ una questione di tipo di consenso e di forma dello “scambio politico”, che non di rado arriva a configurare in modo netti ed esemplare fattispecie da codice penale. I notabili risparmiano i soldi delle tessere (spesso del resto virtuali e non conferiti effettivamente; come virtuali spesso sono i voti alle primarie e gli Albi degli elettori), per destinarli ad altro uso, che siano primarie o no.

Se la Dc era un partito che passava le proprie giornate “a contare le tessere” (copyright Martinazzoli), e se questo era certamente l’epifenomeno di molti aspetti negativi, non è detto che meno tessere uguale meno problemi. Il discorso “meno ma più buoni” val bene per i parrocchiani, come la Chiesa ha da tempo capito, ma per i partiti la questione è più complessa. Se non ci interessano le tessere, vogliamo almeno riportare a far politica le persone sia pure nelle forme in cui sono disponibili, fisicamente o altrettanto realmente nelle forme consentite dalla Rete?

Il punto vero è dunque, ed è lo stesso dal 1993, ricostruire un sistema di partiti e, prima, una pluralità di partiti. Certamente, nei limiti in cui sarà possibile, visto che la crisi dei partiti è globale. Eppure altrove in qualche forma ci sono. Da queste macerie abbiamo tratto un vantaggio per il quale vantiamo ormai un primato in Europa: siamo avanti con il partito “a rete” e “mediatizzato” (Pd netword e Pd community). Facciamo ora un passo avanti anche nel recupero del senso di un’appartenenza, nella membership, in una partecipazione non del tutto episodica e discontinua. Da una notevole leadership e da un mezzo partito che abbiamo (il Pd-machine) facciamo un partito intero (Fabbrini lo chiama il leader-con-partito: tutte le etichette possono andare bene purchè si ricongiungano leadership e partito). E, via facendo, cerchiamo di adottare tutte quelle misure che consentano o incentivino lo strutturarsi di tre-cinque soggetti medio-grandi, leaderizzati quanto si vuole, ma aperti, trasparenti, competitivi e accettabilmente democratici al loro interno.

Suggerirei di cominciare con una legge organica sui partiti, non esclusa una disciplina totalmente nuova rispetto a quella appena varata, con la tecnica del rattoppo e cedendo a sirene demagogiche, sul finanziamento dei partiti e della politica (tanto gli esiti saranno fallimentari, se non gravemente patologici, come ci si accorgerà dal 2017, anno di entrata a regime). Entro questa disciplina potrebbe trovare posto, se si vuole, anche una regolamentazione, statale, della primarie (in forma eventuale) dimodochè chi volesse praticare l’istituto, che rivela importanti segni di estenuazione nella vita interna del Pd, lo possa e debba fare in un contesto in cui ne sia garantita la qualità del processo, la fattura democratica, il rispetto delle regole e dei diritti dei partecipanti.

Abbiamo una situazione singolare che di fatto realizza un ritorno, per quanto ambiguo, dei partiti. Da un lato tre leadership extraparlamentari per i tre maggiori soggetti politici (partiti sarebbe troppo almeno in due casi). Dall’altro un partito con una livello potenziale di consenso che si colloca nella parte alta della forchetta dei suoi omologhi europei. Impegniamoci per ripristinare con il loro ritorno, anche l’autorità dei partiti, E’ un presupposto, insieme alle qualità delle leadership, per avere un sistema che funzioni in modo soddisfacente. Ricostruiamo la politica in Italia. 

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