Archivio mensile:ottobre 2014

IL POST-MOGHERINI E IL PRIMATO DELLA POLITICA

E’ dal 2 settembre che sappiamo che Federica Mogherini sarebbe stata investita della responsabilità di Alto Rappresentante Pesc. Di pochi giorni fa la formale nomina e l’assunzione delle funzioni. I giornali di oggi dipingono un incontro unanimemente definito “interlocutorio”, come se si trattasse di una trattativa in itinere tra il Presidente del Consiglio e quello della Repubblica sulla nomina della persona che dovrebbe subentrare nella titolarità del ministero (che, attualmente, è in fatto retto dai vice-ministri). Tra le varie ipotesi di procedere all’interim, cioè a formalizzare l’assunzione della responsabilità del dicastero in capo alla Presidenza del Consiglio, rinunciando alla nomina di un ministro ad hoc: ipotesi remota. Più probabile che si arriverà all’individuazione di una personalità e alla sua nomina nei prossimi giorni. Ora, da quel che si legge, sembra che si sia tornati sotto il dominio dello Statuto albertino, con la prerogativa regia. Il Capo dello Stato che esprime “perplessità”, il Capo dello stato che “boccia”, il Capo dello Stato che alza un sopracciglio e si recede da un proposito e così via.

C’è una “colpa”, allora, di questa imbarazzante situazione, che vede un rinvio, o, secondo qualcuno, perfino un possibile stallo, di una questione che, peraltro, avrebbe dovuto esser stata impostata, affrontata e risolta per tempo? I giornali (il Messaggero, ad esempio) parlano di una “irritazione” del Quirinale per il rinvio della scelta (cioè il contrario di un’azione “frenatrice”). D’altro canto si lamenta, da parte di qualcuno, l’interventismo del Capo dello Stato (“Re Giorgio”), che una parte dell’opinione pubblica maltollera. Nessuno va al fondo della questioni. Proviamo  a farlo, limitatamente al caso.

Chiariamoci innanzitutto sul piano delle attribuzioni di diritto: la nomina di un ministro rientra, nel suo aspetto sostanziale (la scelta della persona), esclusivamente nelle prerogative del Presidente del Consiglio, il quale, per esigenze connesse alla logica dei governi di coalizione, potrà più o meno concordarla con i partner della coalizione. Il Capo dello Stato procede solo alla nomina “su proposta” del Presidente del Consiglio. Qui “proposta” sta per decisione che il Presidente trasfonde nell’atto di nomina perché nel nostro ordinamento una serie di attribuzioni di altissima levatura, per un antico retaggio, sono formalmente prerogativa del Capo dello stato ma ormai esclusivamente nel loro aspetto formale-legale, perché ne viene unanimemente riconosciuta, entro la logica del sistema previsto, l’attrazione entro dinamiche della nostra forma di governo in senso stretto, ovvero dei rapporti tra parlamento e governo. Salvo, beninteso, che il Capo dello Stato, in casi certamente diversi da questo che esaminiamo (uomo o donna, più esperto o meno, profilo internazionale o meno, tecnico o politico; di questo si parla), non abbia la possibilità di verificare dei puntuali requisiti. Ora, i requisiti per essere ministro ci sono e sono minimali (cittadinanza, il godimento dei diritti civili e politici, etc.) e sono oggetto di una verifica che gli uffici del Quirinale compiono ma che è del tutto priva di elementi di discrezionalità politica. E qui si ferma l’esercizio di una funzione in senso lato di “controllo”, non esercitando la quale il Capo dello Stato si renderebbe responsabile dell’adozione di un atto illegittimo. La proposta non è, come dire, trattabile, a meno che – importante aggiunta – il Presidente del Consiglio non lo voglia. E mi pare questo il caso. Nè sarebbe la prima volta, quale che sia l’animus rispetto a quella che spesso viene dipinta come una ingerenza presidenziale o una mutazione materiale della nostra forma di governo. Ci sono i precedenti piuttosto eclatanti dei governi Berlusconi, dove non si andò avanti in un contrasto vero e proprio che altrimenti, mediante un conflitto di attribuzione (sulla mancata adozione di un atto “dovuto”), avrebbe visto il riconoscimento delle ragioni del Presidente del Consiglio avrebbe avuto ragione. Il problema è più ampio che non quello della nomina di personalità particolarmente controversie. Certamente siamo davanti ad uno sviluppo, ma non una deviazione, della forma di governo. Non nel senso, come si dice, di una presidenzializzazione strisciante (epifenomeno), quanto semmai di arretramento spontaneo della politica partitica nell’occupazione di spazi che sono suoi propri. C’è, è vero, negli ultimi anni, e non solo con Napolitano, ma soprattutto con Napolitano (in forza della sua eccezionale autorevolezza, più che invasività), una specie di abitudine per cui il Capo dello Stato viene ad esprimersi nel merito delle nomine in un modo che appare (ripeto: appare) andare ben oltre la “moral suasion” per diventare una co-decisione, se non qualcosa in più. Ora, va detto e ripetuto chiaramente: ma se questo avviene è per le carenze della politica “partitica”, non per l’invadenza del Quirinale. E la cosa più significativa, e degna di nota di una vicenda altrimenti poco appassionante, è che avvenga anche con un governo che fa del “primato della politica” la pietra angolare del proprio agire. Un governo che ha una legittimazione, e comunque una determinazione sconosciute a tutti i precedenti governi degli ultimi decenni. E’ colpa di Napolitano se il Presiedente del Consiglio arriva, da quanto si apprende, con una “rosa” di nomi all’incontro e non con un nome secco? Primo: se pure questo metodo – tipico delle “intese” – fosse stato sollecitato dal Quirinale, è stato condiviso questo metodo dal Presidente del Consiglio? Credo proprio di si. Secondo, e nel merito: davanti ad una “rosa” il Capo dello Stato dovrebbe esimersi dall’esprimere opinioni e dire: “faccia un po’ Lei, io sono qui per firmare”. E’ chiaro allora che la questione è nata in un certo modo e prosegue su quei binari. A me pare chiaro che qualcosa più di un garbo istituzionale faccia sì che la politica “partigiana” chieda di essere aiutata nell’adozione di scelte di ampio riflesso sul piano internazionale per la credibilità del governo. Altrimenti Renzi avrebbe già deciso, come fa spesso in altri campi del suo agire politico. Altrimenti, ancora, dovremmo ammettere che quello di Renzi è semplicemente un errore, un malinteso, sull’esercizio delle sue funzioni. E non lo credo. Certo che non è normale che il Presidente della Repubblica, sempre secondo indiscrezioni, tracci “identikit” dei profili richiesti e opportuni per la Farnesina! Ma se ciò avviene (e ammesso che avvenga in questi singolari termini) non è certo una prepotenza del Quirinale perchè sarebbe una prepotenza molto poco potente, un bluff facile da smascherare, una forza facile da vincere; perfino da sbeffeggiare (e anche su questo piano Renzi ha dato dimostrazioni di saper contestare l’ipse dixit: anzi è questa la sostanza del suo successo).

Quindi è un metodo, parte della nostra transizione istituzionale. Quand’è che torneremo al primato della politica fino in fondo? Quando la politica sarà credibile da ogni punto di vista o, quantomeno, quando crederà lei fino in fondo di esserlo.

Se Renzi, “rose” o no, si fosse presentato con un nome secco, quello di un redivivo Sidney Sonnino, Carlo Sforza, Aldo Moro, Attilio Piccioni o Emilio Colombo, chiedendo a Napolitano di esercitare le sue funzioni, il Presidente della Repubblica avrebbe nominato o traccheggiato?  E se avesse traccheggiato, quanto sarebbe durato quest’impasse? Un giorno? Due?

Allora. Abbiamo smesso di tirar furi alibi sulle questioni europee. Facciamolo a tutto campo. Questo governo si qualifica sul punto d’onore di una politica che torni a fare il mestiere della politica. Siamo d’accordo che costruire una classe dirigente degna di questo nome non è cosa di un giorno, ma facciamolo passo dopo passo. Le anomalie verranno meno l’una dopo l’altra.

p.s. mentre pubblichiamo arriva la notizia della nomina di Paolo Gentiloni a Ministro degli Esteri. Nomina che ci sembra confermare per più ragioni la plausibilità delle nostre riflessioni.

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CORTE: ORA VEDREMO DI CHI E’ LA COLPA DELLO STALLO.

Con una lettera dai toni molto amari Luciano Violante ha ufficialmente ritirato la propria disponibilità ad essere votato per l’elezione dei giudici costituzionali spettanti al parlamento in seduta comune. Il ritiro è certamente tardivo ma resta un dubbio: per quanto sia vero che il parlamento in simili occasioni “parli” con le votazioni e non con le dichiarazioni è possibile che non si comprenda davvero perché queste elezioni hanno preso questa piega? Lo stallo è solo un problema di nomi? Siamo sicuri che il problema sia solo Violante, il candidato che ha resistito al ritiro su ben tre candidati voluti dallo schieramento avverso? Spiegazione rassicurante, ma certamente parziale. Violante era certamente un nome autorevole ma troppo “forte” per la Corte, come ho argomentato qui:

https://marcoplutino.com/2014/09/22/corte-la-cooptazione-parlamentare-ha-ancora-un-senso/

Ma da qui ad attribuirgli tutte le colpe per la situazione attuale ce ne passa. Come se tutto fosse riducibile ad un suo incaponimento. Magari. Nell’ultima votazione, la diciottesima, il quorum dei 570 voti non è stato raggiunto ma la stragrande parte dei voti è stato espresso nella forma di una scheda bianca, sono state 524. Ed è già un segno di disciplina, nella sua drammaticità. Nelle precedenti votazioni era andato anche peggio, con voti letteralmente e chiaramente in uscita libera.

Ora, trovo risibile – e non corroborato dal calcolo dei voti e dalla situazione degli schieramenti parlamentari – accedere all’ipotesi opposta a quella descritta finora, ovvero che, come sostiene qualche giornale, a fronte del candidato democratico sostenuto lealmente dal suo schieramento, il problema sia interno agli “azzurri “ di Forza Italia che stenterebbero a trovare proprio rappresentante. Da un lato, è fin troppo evidente che gli “azzurri” non gradissero semplicemente Violante senza alcuna condizione, rifiutando anche una logica di “do ut des” tipica di queste elezioni (tanto che in anni passati quanto faceva capolino il nome di Violante si ribatteva con il nome di Ghedini, come dire: provocazione su – supposta – provocazione), dall’altro, trovo poco probabile che gli “azzurri” non trovino un nome attorno al quale raccogliersi, anche perchè, contrariamente a quanto si pensi, un giudice della Corte non riesce ad essere mai fino in fondo un “mandatario” del proprio schieramento. E ci mancherebbe.

Temo invece che in consimili votazioni – tutte quelle per eleggere gli organi di garanzia, e quindi a maggioranza rafforzata – sia saltato qualcosa, un equilibrio già fragile che però aveva consentito, ancora qualche anno fa, di eleggere Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale alla prima votazione o Napolitano, al primo mandato, alla quarta votazione, cioè a maggioranza, con un voto sofferto quanto disciplinato. Che pesi, insomma, fin troppo l’assenza di partiti politici strutturati che caratterizza in particolare quest’ultima fase della cosiddetta Seconda Repubblica, che è stato, a ben vedere, un tratto di tutta la sua parabola. Da questo punto di vista anche il Pd, il partito più solido, anzi l’unico rimasto in piedi, è presa di lotte furiose sotterranee e ripicche tra componenti cui non si riesce di venire a capo, e che una leadership fortissima di per sé non può certo vincere (anzi oggettivamente amplifica), salvo che non si volesse ricorrere a rimedi fin troppo draconiani. E resta il fattore primigenio, che provocò il disastro delle presidenziali del 2013. Due fattori certamente opposti – il correntismo e una malintesa idea di mandato popolare, se non il “tanto peggio tanto meglio” – che convivono senza contraddizioni e spesso anche, immagino, nelle medesime persone, divise tra lealtà di “componente” (soprattutto in Pd e in Forza Italia) e tentazione di interpretare il mandato parlamentare in termini sostanzialmente liberi, sottratti  a obblighi di disciplina. Che le cose possano stare nei termini qui descritti è forse dimostrato dai passaggi che Renzi nell’ultima direzione ha dedicato al tema della disciplina di partito, con concessioni importanti (forse troppo generose) ma con avvertimenti chiari proprio con riguardo a votazioni determinanti, quali sono quelli per l’elezione degli organi di garanzia o sulla questione di fiducia posta dal governo. Sulle seconde non si può sgarrare per definizione, perché gli esiti sarebbero esiziali e in fondo, nel Pd, non può volerlo nessuno. Ecco che le tensioni si scaricano sulle prime, contribuendo a far diventare ogni votazione un Vietnam. Ovviamente non è un problema solo del Pd, e forse neanche soprattutto del Pd (ma sarebbe responsabilità del Pd allargare il dialogo a forze come la Lega e M5S), ma lo è di più nella misura in cui attualmente è un architrave delle istituzioni repubblicane. Una forza che è chiamata ad essere affidabile per definizione, perché senza alternative.

Allora vedremo presto se il problema era il nome di Violante, o, viceversa, i malumori nel centro-destra per  il blocco imposto allo schieramento dal suo proprietario (di questo si tratta). O infine, come temo, vi sia qualcosa di più, un malessere di sistema difficile da curare se non abbandonando ogni scorciatoia per dedicarsi con lena all’obiettivo fondamentale: ricostruire i partiti. Plurali e disciplinati, con gruppi dirigenti maturi e responsabili .

Quello che è certo è che i sei presidenti dei gruppi parlamentari che rappresentano grandi partiti (di cui due, stupidamente, a rotazione) non ne escono affatto bene. Ma in un Senato della Repubblica, ad esempio, che in un anno ha già collezionato 79 cambi di gruppo parlamentare (di “casacca”) vuoi vedere che, alla fine, sarebbe tutta colpa loro?

LA SINISTRA (AL GOVERNO) E LA PIAZZA. UN DILEMMA MAI SCIOLTO.

In queste ore tiene banco il derby Leopolda (l’evento annuale fiorentino organizzato da Renzi, quest’anno dal 24 al 26 ottobre) – Piazza (la manifestazione pubblica dei sindacati prevista per il 25 ottobre contro le politiche del governo). Gli esponenti del Partito democratico sono chiamati a sciogliere il dilemma e pochissimi troveranno il modo di conciliarlo con una compresenza ma neanche sceglieranno di stare, in quei giorni, al Nazareno, che poi sarebbe la sede del partito di cui tutti fanno parte, o a casa con i propri cari. Dunque, di qua o di là. Fossi un dirigente, io, se non fossi interessato ad andare alla Leopolda (magnifica la battuta involontaria di Bersani: andrei alla Leopolda se la facesse il Pd. Hai capito tutto, Bersani), e se non concordassi con l’azione del governo, quel giorno me ne andrei, appunto, al Nazareno a lavorare, a produrre documenti e riflettere, o, più semplicemente, me ne starei a casa. Come si potrebbe, del resto, stare alla Leopolda e in piazza?

Ma, aggiungo, provocatoriamente: è possibile comunque passare il lunedì al Nazareno o occupare i banchi del Partito democratico in parlamento o, ancora, andare nei circoli a spiegare e discutere l’azione del governo, se il sabato si è stati in piazza a manifestare contro le politiche del governo? Perché esattamente di questo si tratta. Che credibilità avrei io come dirigente e, per colpa mia, anche il partito?

Sembra una forzatura porre in modo così drastico la questione.

Prima considerazione. La questione è tutt’altro che nuova. E’ anzi annosa. Il dilemma della sinistra tra istituzioni e piazza (quando è al governo, perchè altrimenti il discorso muta, in parte) viene da lontano e si è posto ogni volta in maniera lacerante e alimentando – soprattutto dagli anni ’60 – polemiche a non finire. Rimonta al Pci (e al Psi) che erano al governo prima del maggio ’47 e che anche dopo restarono tra i partiti che scrivevano la Costituente mentre, per altri versi, usavano bastone e carota verso quella parte dei propri partiti che era per fare subito “come in Russia” (la cd. doppiezza, o un suo aspetto storicamente peculiare). Riguardò, e siamo in una fase già di consolidamento della democrazia, i socialisti per tutta la fase di avvicinamento e poi di presenza al governo, che durò un ventennio. Poi i comunisti nella fase della solidarietà nazionale (1976-79), nella quale erano comunque nella maggioranza (senza i socialisti!). Poi, come noto, mutò in parte di significato, ma fu pur sempre presente, con i socialisti al governo per tutti gli anni ’80 e fino al 1992-93.

Per il Pds e i Ds, la questione è stata, poi, quasi un tratto identitario, con particolare riferimento ai contrastatissimi mesi del governo D’Alema (I e II), ma non solo.

Questione vecchia e trita, dunque. Potrebbe sorprendere che se ne parli ogni volta. Ma sarebbe impressione sbagliata, quella di farsi cogliere dalla sorpresa, perché, a ben vedere, la questione non è mai stata risolta con un ragionamento di principio che funga anche da canone operativo.

Seconda considerazione. Dopo il 1992-1993 è crollato un sistema dei partiti (le cui sinistra furono e restarono almeno fino a Craxi, sempre immature anche quando ammesse nella maggioranza e al governo) e negli anni seguenti fino ad oggi partiti (e un sistema) non sono stati più ricostruiti, con la parziale eccezione di Pds e Alleanza Nazionale. Di conseguenza, deficitario è stato il dibattito nei cosiddetti partiti (pure il Pds lo è stato un soggetto di massa, e partito vero, ma col trascorrere degli anni sempre meno partito, sempre più federazione di leaders), deficitarie le forme di governance che avrebbero dovuto far esprimere quel dibattito, deficitari, se non bacati – se posso dirlo –  i modi di ragionare di leaders che provenivano dall’esperienza comunista (si, vabbè, comunista italiana) e che mai l’avevano rimeditata (non diciamo rinnegata) ad eccezione dei cosiddetti miglioristi.

Ora, qualcuno sostiene che come criterio operativo di massima si potrebbe distinguere tra dirigenti (a cui la piazza sarebbe preclusa, senza distinguere se sono o no in minoranza nel partito) e iscritti e militanti (cui sarebbe sempre aperta). Sul piano di una riflessione sulla natura dell’associazione la distinzione ha poco senso: certo maggiore potere, maggiore reponsabiiltà, ma non molto più di questo, come dirò subito. Sul piano dello stretto diritto statale, ovviamente che ciascuno faccia ciò che voglia. Ma il diritto partitico, gli organi di garanzie, gli statuti? Devono restare indifferenti? Tutto si rivolverà in una partita pari e patta? Sarà. Certo, non sembra il tempo per ragionare da partito serio quando, per l’appunto, non ci sono i partiti (il Pd lo è a malapena, come party on the ground), figuriamoci se possiamo fare i rigorosi.

Però ragioniamo “a babbo morto”. Secondo me la questione non investe affatto solo la dirigenze (dove pure viene contestata in quanto tale) ma riguarda anche il militante e l’iscritto perchè, sanzioni a parte (ripetiamo: del tutto irrealistiche, ma almeno per i dirigenti mi sembre rebbi un esito piu’ che ovvio), se si va in piazza contro una misura del tuo governo, per quanto quella misura ti sia sgradita e ti sembri preludere alla fine del mondo, non si scappa da queste tre possibilità:

1) Non ti è chiaro cos’è un partito e cosa è la tua membership quale che sia. E rilancio: membership ad un’associazione qualunque. Sarebbe come far parte di un’associazione amici di Spielberg e manifestare rumorosamente durante un’assemblea dell’associazione perché l’ultimo suo film non ti è piaciuto affatto e secondo te il registra si sta rincretinendo: qualcuno prima o ti chiederebbe, non a torto: ma tu ci vuoi stare, o no?

2) E’ frustrazione. Problema serio. Il partito magari non funziona o non consente di esprimersi a dovere. Questo tema, tuttavia, può valere al massimo per la militanza di base (le dinamiche di circolo effettivamente, immagino, sono diventate ben poca cosa rispetto a un tempo);

3) Sei spinto, che te ne accorga o no, irresponsabilmente dai tuoi referenti nel partito (se sei intruppato) o comunque dai dirigenti cui presti maggiore attenzione (se sei un libero militante, ammesso che tu esista, e mi piacerebbe conoscerti), mediante l’assicurazione della loro stessa presenza, al fine di usare la piazza come un’arma impropria di scontro politico interno.

Solo la seconda questione potrebbe avrebbe un qualche senso (e ne ha, grandissimo, se guardiamo a quel che ci sarebbe da fare) ma, ripeto, tutti sanno che nella Direzione nazionale del Partito democratico si sviluppano dibattiti che magari sono di tenore culturale piuttosto magro (se non avvilente), ma durante i quali tutti – tutti – sono rappresentati e si esprimono. C’è una pluralità di posizioni in cui ogni iscritto può riconoscersi.

Piuttosto direi: caro dirigente che dissenti dalla linea maggioritaria del tuo partito ho una domanda da farti: sapresti rappresentare in un circolo o in Tv lealmente la questione – da uomo di partito e di governo – se il tuo partito di chiedesse di comunicare l’azione del governo? E’ questa una delle grandi funzioni dei partiti. Fare da cassa di risonanza. Non del dissenso, ma delle “politiche”. E’ giusto, allora, mettere “in piazza” (metaforicamente) dissensi che di per sé incidono sulla percezione dell’attività del governo? E’ peregrino che il signor Franco seduto fantozzianamente sul divano con birra e telecomando si chieda: beh, se lo dice lui che è un dirigente di quel partito, figuriamoci io che posso, forse debbo, pensare su questa misura?

Andare in piazza, insomma, è un po’ come quando D’Alema e Amato, nell’ambito di due ministeri di taglio riformista (ma pieni di complessi), mandarono a fare il Ministro del Lavoro Cesare Salvi, un illustre esponente dell’opposizione interna (che poi uscì dal partito). Allora misero il “sabotatore” – uso provocatoriamente un’espressione forte, ma potrei dire un “frenatore” (in “renzese”) – in casa, in bella vista in mezzo all’argenteria: con quali effetti sull’azione e l’immagine del governo? Domani, quando il “sabotatore” andra’ nelle piazze – cioè nel circo mediatico, perché oggi di questo si tratta – sarà intervistato mentre cammina accigliato tra bandiere variopinte (magari rosse, magari pure del partito) ma di fatto presidierà un insediamento sociale. Va bene cosi’? E chi l’ha deciso?

E non è, badate, “centralismo democratico” (o “soviet”, come delicatamente dice D’Attorre), che sono tutt’altra cosa. E’ la logica della politica democratica, e, prima, serietà e senso delle istituzioni.

Avere esponenti dello stesso partito al di qua e al di là di una linea Maginot, mentre il governo (con effetti che ognuno potrà valutare) sta ambiziosamente cercando di scardinare alcune rendite di posizione (giuste o sbagliate) o, se volete, “diritti acquisiti”, con effetti che tendono ad elidersi, per me genera giustamente smarrimento nel comune elettore (magari non nel militante, che è spesso un consumato dirigente in sedicesimo). Comunque non è comportamento degno di un partito serio e responsabile. Poi fate quello che volete.

RENZI O DELLA PUISSANCE DE LA POLITIQUE

Ieri si è svolta una direzione del Partito Democratico dedicata quasi esclusivamente alla forma-partito. Già una notizia, in questi tempi di anti-politica e ideologia anti-partito. Un partito che non teme di definirsi e farsi riconoscere come tale, che riflette su se stesso, sui segmenti problematici della propria vita (come l’ottimizzazione tra linea di partito democraticamente scelta e tutela del dissenso), sulle proprie deficienze (ad esempio sui territori, come onestamente ha ammesso Renzi, anche riflettendo sullo strumento delle primarie), e lo fa nel momento del trionfo, quando è l’unico soggetto collettivo degno di questo nome in campo e con un leader che gode di livelli di gradimento inusitati, nonostante la fine della cosiddetta “luna di miele” e il passaggio a forme di consenso meno scontate e passive.

Ebbene, la relazione introduttiva e le conclusioni di Matteo Renzi liberano il campo definitivamente da letture semplicistiche per cui Renzi sarebbe essenzialmente, se non solo, un fenomeno comunicativo e che cerca nel partito, al massimo, un’amplificazione della propria leadership secondo il modello (presidenzialista) del “comitato elettorale”. E’ bastato ascoltarlo ieri, dove le questioni di governo non erano in primissima vista, per avere la sensazione di ascoltare un solido e autorevole dirigente di partito che sa interpretare il ruolo di leader di un partito al governo.

Contrariamente ad una lettura ancora assai diffusa, chi scrive ha sempre ritenuto che Renzi, lungi dall’essere una manifestazione demagogica, populistica, magari con una malcelata vocazione plebiscitaria, sia, anzi, al contrario, un argine alle peggiori tendenze degenerative della democrazia, che si manifestano ovunque e anche da noi. Sarebbe sufficiente concedersi l’esercizio plutarchesco delle “vite parallele”, nell’ultimo anno, di Renzi e Grillo, con le rispettive parabole per notare tutta la differenza tra un febbrile, anche se magari non privo di ingenuità, riformismo del “fare”, da un lato, e l’impotenza declamatoria, se non violenta (e venta xenofobamente), dall’altro, con una presenza parlamentare sterile, se non ridicola e comunque gravemente lesiva dell’immagine del parlamento. O, ancora, la mano tesa per il dialogo dentro e fuori il partito da un lato (tale da ammettere che il voto in dissenso sia tollerabile anche in caso diversi da quelli di coscienza, in un rapporto peraltro di relativa autonomia tra partito e gruppo parlamentare e lasciando intendere, perfino, che il dissenso debba essere regolato essenzialmente solo quando è in ballo in modo dilemmatico l’esistenza del governo: dobbiamo “darci delle regole sul voto di fiducia”), e i diktat e le espulsioni con i post-scriptum sul blog dall’altro. Due modelli di interpretazione della politica moderna al tempo della democrazia “del pubblico”, per stare ad un’espressione di Bernard Manin.

Non meno patetici, sull’altro versante, i paralleli con il leader del centro-destra, come se Renzi fosse (siamo ancora a questo con certi commentatori attardati) una variante del berlusconismo che supplisce all’assenza di debordanti risorse economiche con un surplus di affidamento ad un’organizzazione partitica o di presenza in Rete, o di giovanilismo a furiadi selfies. Basti questa frase di Renzi, sempre di ieri: “la destra in questi anni non si è unita su un valore ideologica ma si è unita su una persona”, mentre, ha aggiunto poco dopo Renzi, la sinistra si definisce proprio per “cosa vuol dire essere di sinistra”, a partire dal tema delle opportunità. Il Pd è tutto, tranne che un partito personale. Non lo sarà mai e non potrebbe, anche volendo, esserlo.

E Renzi ieri ha fatto risuonare nella sala parole che perfino i precedenti leader della sinistra avevano dimenticato, a partire dalla “formazione politica”, vista come una esigenza ineludibile per un partito al fine di comprendere come si possano sviluppare “pensieri lunghi e larghi in grado di formare la qualità delle donne e degli uomini che formano questa comunità”. E, se non bastasse, ha richiamato l’esigenza della promozione nella vita del partito di (cito testualmente) “studio, elaborazione, discussione, e capacita di ascolto e rispetto”. Ha ricordato che il partito è un’associazione “che seleziona”, e non necessariamente con primarie, e che, per riprendere un tema che abbiamo già sfiorato, non può ridursi né a comitato elettorale né ad una confederazione o “club di anarchici liberi pensatori”.

(Ho trattato i temi della forma-partito, in particolare qui https://marcoplutino.com/2014/10/08/il-tesseramento-limportante-e-costruire-un-partito e https://marcoplutino.com/2014/10/08/il-tesseramento-limportante-e-costruire-un-partito )

A parte il tema del finanziamento ai partiti (le cui scelte in tema posso comprendere, ma non condividere, solo in chiave comunicativa, per recuperare un rapporto in gravissima crisi con l’opinione pubblica quale era quello che appariva nel 2013, del Pd e non solo) l’unico punto sul quale nutro delle perplessità, da sempre, è la visione di una legge elettorale a premio di maggioranza, o “con vincitore certo”, come prospettiva ineludibile. Perché la ritengo una scelta miope e sbagliato.

(Argomento meglio qui: https://marcoplutino.com/2014/09/19/il-premio-alla-lista-e-una-svolta-ma-e-un-giano-bifronte e qui https://marcoplutino.com/2014/09/12/prove-generali-di-legge-elettorale-nazionale-il-caso-toscana )

Non, si badi, il progetto di un partito maggioritario nel voto degli italiani (comunque lo si definisca, non mi interessa la discussione stucchevole a riguardo), ma la via istituzionale al suo perseguimento con – discutibili e controproducenti – escamotage giuridici ed in particolare con il conferimento del premio ad esito di un ballottaggio invece di una assai più proficua, eppure quanto più difficile, costruzione di un progetto politico che appare in questo momento non fuori portata, beninteso con le opportune strategie di alleanze e una legge meno drasticamente, e in modo più tecnicamente ineccepibile, ma pur sempre distorsiva.

Su altri piani invece Renzi ha fatto affermazioni di grande importanza e valore dopo due, se non tre, decenni di “discorso” istituzionale opposto. Pur mostrandosi debitore delle costruzioni (politiche) del “mandato popolare”, ha ricordato che i “mandati” devono essere corretti, integrati, interpretati secondo le circostanze (e tanto più, ha aggiunto, in risposta, quando le elezioni sulla base di quei mandati non sono state vinte!) e, in secondo luogo, ha detto espressamente – e forse è la prima volta – quello che pensiamo da sempre. Ovvero che la conquista del partito non sarebbe avvenuta se un pezzo del gruppo dirigente non si fosse aggregato, condividendolo, al progetto renziano e che, pertanto (aggiungiamo noi) le primarie straordinarie furono quelle del 2012, quando Renzi, senza contare sull’appoggio di alcun autorevole dirigente del partito (tranne Fassino, se non ricordo male), colse uno straordinario 35,5% dei consensi pari a 1.104 958 voti complessivi. Dunque grande rispolvero del partito e delle logiche politiche.

E infatti, a tale riguardo e a proposito di luna di miele finita. C’è qualcuno che ricorda ancora che Renzi non è stato “eletto” o “votato” (espressioni comunque tecnicamente scorrette) dal popolo italiano? C’è qualcuno che nell’azione di governo coglie la differenza tra chi vi arriva “baciato” dalle urne e chi, invece, da segretario del partito, con una legittimazione politica, assume per vie perfettamente parlamentari la guida del governo? Ecco, questa  è la cartina al tornasole della discussione. La puissance de la politique. Ovvero, con qualche minima grossolanità che è nulla rispetto al contributo che sta dando alla riabilitazione della politica in Italia, Matteo Renzi.

Relazione di Marco Damilano al Convegno de La Sapienza su Paolo VI nella lezione di Pietro Scoppola

stefanoceccanti

Cattolico a modo suo, Pietro Scoppola, così si intitola il suo ultimo libro uscito postumo e concluso nelle ultime settimane di vita, il suo scritto più personale e intenso. Cattolico a modo suo, come lo aveva definito Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI, difendendo lo storico da chi voleva le sue dimissioni dal comitato preparatorio del convegno ecclesiale del 1976. «È un cattolico a modo suo, ma è bene che rimanga», aveva detto il papa a monsignor Bartoletti.
Tra il papa bresciano e l’intellettuale cattolico c’è un rapporto a distanza profondissimo. Tutta l’opera di Pietro Scoppola, l’impegno culturale, civile, politico, religioso, il modo di argomentare e di affinare le analisi, è condizionato dalla figura di Montini. Il grande papa tormentato che era stato prima di tutto il maestro di una o due generazioni. «La mente fina, il maestro sottile di metodica pazienza, esempio vero di essa anche spiritualmente» di cui…

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NAPOLI, LA CAMPANIA E UN REDDE RATIONEM DA EVITARE

In termini economici Napoli e la Campania sono realtà che brutalmente possono definirsi moribonde, ove il dinamismo alligna in sparute sacche di imprenditoria e di società. E’ il riflesso di una gravissima crisi politica e di classe dirigente e di un impoverimento senza precedenti del tessuto civile. La sinistra nell’ultimo ventennio non è stata all’altezza delle sfide, e le alternative, da quelle populiste alla de Magistris a quelle con venature quasi tecnocratiche alla Caldoro , non si sono rivelate neanche lontanamente adeguate alle necessità. Il Partito Democratico in Campania non è mai nato. La sua pur folta pattuglia parlamentare è quasi irrilevante sul piano nazionale. Quanto al partito propriamente detto, sulle macerie di organizzazioni e bricioli di militanze pregresse, è ad oggi un arcipelago di una quindicina di notabili (parlamentari, consiglieri regionali, qualche sindaco) con le loro truppe. Una confederazione di piccoli potentati priva di centro decisionale e, spesso, anche solo di momenti di sintesi. Non esiste una dialettica democratica degna di questo nome praticamente ad alcun livello dell’organizzazione, né può apprezzarsi un funzionamento regolare degli organismi dirigenti. Non si pratica da anni un tesseramento che abbia la più lontana parvenza di regolarità e, immagino, l’incameramento delle quote e la stessa vita economica del partito ne subiscono i riflessi. Le primarie che si sono svolte sono sempre state all’insegna del far west delle regole (soprattutto sull’uso delle risorse) ed è mancato qualunque controllo ex post (noto l’episodio delle schede delle “parlamentarie” buttate nell’immondizia prima di qualunque riscotnro; nessun Albo degli elettori è esistente). Il centro ha provato a intervenire, ma non hanno sortito alcune effetto i commissariamenti (ben due hanno interessato Napoli) degli ultimi anni. Ne è emblema la direzione regionale del partito, che non si riunisce da sette mesi.

In questo quadro, ci troviamo davanti a qualcosa di prossimo ad un’anarchia istituzionale (e, a Napoli, sociale). Un comune capoluogo di regione che ha un sindaco sospeso. Una città metropolitana dagli incerti contorni appena insediata con i suoi organi e il suo corredo di nuovi luogotenenti dei ras. Una regione che si approssima al voto con un bilancio più sano ma con una eredità sul piano sociale raccapricciante (che peraltro sarebbe indebito collocare per inteso, anche maggioritariamente, sulle spalle di Caldoro). L’atteggiamento di laissez faire del Partito nazionale, che si limita a stigmatizzare qui e lì singole vicende locali che passano il segno della decenza (come a Vibo Valenzia), non sembra più dare adeguati frutti perchè i gravi problemi locali – di cui Napoli e la Campania sono un emblema – rischiano ormai di appannare gravemente gli sforzi rinnovatori del partito e del governo nazionale. In particolare, la prospettiva di voti disgiunti da campagne elettorali nazionali (come le elezioni politiche anticipate, che sono il convitato di pietra del 2015) appare foriera di disastri nonostante il vuoto di offerte politiche alternative, con la crisi del berlusconismo e il vuoto grillino. L’opinione pubblica napoletana è semplicemente indifferente al Pd e forse, ormai, alla politica. Una fetta assai piccola ma qualificata ha seguito o si è ritrovata, nelle settimane scorse, all’evento della Fonderia delle Idee, ma di questo si dirà subito.

Tra qualche giorno, il diciotto ottobre, si svolgerà (ma il condizionale sarebbe d’obbligo, dati i precedenti) la Direzione regionale del Partito democratico  chiamata a votare sul regolamento e la fissazione della data per le primarie. Al momento ci sono tre candidati ufficialmente in campo, ma già altri scaldano i motori secondo insistenti voci. I candidati allo stato sono Vincenzo De Luca, Andrea Cozzolino e Angela Saggese. Molti protagonisti della vita politica regionale, con ruoli istituzionali locali o nazionali, si mantengono prudenti, in attesa di comprendere gli sviluppi e gli eventuali movimenti dal “centro” (di cui avvisaglie sono state, non si sa con quanta “copertura” effettiva, in discorsi ed esternazioni di Orlando e Delrio). Le primarie, se ci saranno, si annunciano più che movimentate: la tempesta perfetta. Il sostanziale dualismo De Luca – Cozzolino (l’erede politico di Bassolino di maggiore consistenza) appare una riedizione con vent’anni di ritardo di un congresso regionale pidiessino. Se la candidatura della Saggese, in quota Letta (secondo schemi che appaiono obsoleti), appare per ora come frutto della necessità di misurare la forza di una componente che all’ultimo congresso era apparsa assai consistente, ma non pare irrevocabile, solo una iniziativa ha provato a smuovere le acque e, a detta di molti, avrebbe fallito. Una giovane generazione quasi per intero – e non era mai avvenuto – si è ritrovata nell’esperienza organizzativa della “Fonderia delle idee”, con impulso preminente di Pina Picierno e di Francesco Nicodemo (ma associando anche i parlamentari Valente, Impegno, Migliore) e ha realizzato con sapienza e spirito di apertura alla società un evento che è stato tutt’altro che fallimentare se non alla luce di una presupposizione che non era nei programmi ed anzi è sempre stata espressamente esclusa. Ovvero che l’evento dovesse formalmente concludersi non già con la messa in sistema delle forze migliori della regione, un lavoro tematico e la sintesi in un programma che si per sé era un progetto (tanto che sia Caldoro che De Luca l’hanno sostanzialmente assunto a punto di partenza), ma fatalmente e necessariamente – e con tempi serrati –  con l’indicazione di un nome atto a rappresentarlo e che occupasse il campo. E’ evidente che il rischio involutivo e la disillusione appaiono tanto più forti alla luce dei larghi consensi e dell’attenzione che ha registrato l’evento. Eppure appare prematuro ravvisare un esito fallimentare quando non si è fatto null’altro che mantenere la coerenza di un impegno (prima il programma, poi – a tempo debito – il nome) e, comunque, quando le primarie appaiono non ancora deliberate, né le date fissate e, a dirla tutta, non fatalmente già messe in cantiere. E’ possibile che il nome non ci sia, come raccontano i retroscenisti dai giornali e lamentano intellettuali, ma questo si vedrà presto. Personalmente mi rifiuto di credere che un evento di questo genere, con tremila presenze accreditate, quasi settecento contributi tematici, 180 interventi dal palco e in video, in un contesto affamato di buona politica, sia destinano a scoppiare come una bolla di sapone dopo appena tre settimane e, soprattutto, senza neanche abbozzare un tentativo di imprimere una svolta alla vita politica della Regione. E ciò anche alla luce della circostanza che alcuni organizzatori della “Fonderia”, avendo preso posizioni autonome, di fatto si sono allontanati dal progetto, rendendolo più omogeneo dal punto di vista della coerenza culturale, che era uno dei veri limiti di una operazione anche generazionale che era nata per includere e non per escludere, per unire e non per dividere.

Sabato saranno deliberate le primarie? Forse sì, forse no. Ma non è affatto detto che, quando anche fossero deliberate, che si terranno effettivamente.

E’ impossibile che il Nazareno non stia quantomeno raccogliendo segnali e monitorando la situazione, che si presenta già a livelli di guardia e che, temo, si presenterà presto come esplosiva. Sarà anche improbabile, alla luce delle condotte pregresse (che non prevedono né interferenza nelle contese né endorsement, e, di regola, neanche veti), ma non è del tutto escluso, che si decida di porre rimedio anzitempo ad un disastro annunciato che rischia di travolgere tutto e tutti, tranne chi è ancora in fasce, lasciando un terreno che scotta per altri dieci anni.

Le primarie dei prossimi mesi replicherebbero, e certamente in peggio, l’infausta esperienza che spalancò le porte a Luigi de Magistris. Prevedibilissime le forzature, le esagerazioni di candidati e “ras” a supporto (tanto più senza un quadro di regole affidabile); più che probabili le denunce di irregolarità non solo in sede politica ma anche nelle più qualificate sedi deputate alla verifica delle illegalità, e, dunque, verosimile l’attenzione e i riflettori che le Procure presto accenderebbero sull’evento. Il Pd non può permetterselo, perché già è in posizione vulnerabile. Quanto più sono alte le aspettative nei suoi confronti, tanto maggiore il rischio di passi falsi. E i due candidati più attendibili allo stato non offrono, da questo punto di vista, le migliori credenziali.

Cozzolino fu protagonista delle primarie napoletane che furono sospese, quindi (sostanzialmente) annullate e, a torto o ragione, ne ha riportato un non lieve offuscamento dell’immagine. Da un ulteriore danno di questo genere ogni sua prospettiva politica resterebbe stroncata. Senza dimenticare che, su altro piano, grava sulla sua candidatura un importante conflitto di interesse (meglio, di interessi) che lo investirebbe un domani su molteplici dossiers sia come candidato governatore che come candidato sindaco di Napoli, in conseguenza di un legame acquisito con una facoltosa famiglia di imprenditori napoletani (con affari anche spinosi, come l’ecomostro di Alimuri, la cui sorte è ancora incerta).

De Luca, da parte sua, è stato il protagonista assoluto e, presto, incontrastato, della vita politica salernitana ma non è mai riuscito a sfondare né a livello regionale né nazionale, ed è all’ultima spiaggia. Dal ventennio di (sostanziale) amministrazione (1993-2014) ha ricavato consenso, osanna, una candidatura sfortunata alla regione (ma si era “prenotato” già nel lontano 1999!), ma ingloriosamente archiviata con le subitanee dimissioni da capogruppo dell’opposizione e, infine, alcuni filoni di indagini i cui possibili esiti rischiano di vanificare immediatamente un’eventuale vittoria e alle primarie e alle elezioni regionali. Le precedenti primarie nel salernitano non si sono distinte molto, per stile, da quelle napoletane, ed anzi è ormai tipico di quella realtà l’assenza di qualunque contropotere (fatta eccezione una significativa presenza di Vaccaro) che, in un modo o nell’altro, magari attraverso patti scellerati come procedendo per risse e resse, a Napoli calmiera i tentativi egemonici. Salerno, del resto, oggi è una realtà in crisi non meno di Napoli. Quando passa, passa.

Dunque. Se il dossier non è sul tavolo di Renzi e dei due vice-segretari dovrebbe arrivarci presto, perché la Campania è la seconda regione italiana per popolazione e senza ripartire dalla Campania qualunque tentativo di aggredire il problema del divario territoriale tra il Meridione d’Italia e il resto del paese è del tutto vano, perchè l’area metropolitana di Napoli è (bisogna onestamente ammetterlo, anche se è doloroso) una zavorra.

La mia opinione personale è che la “Fonderia delle idee” dovrebbe in ogni caso giocare la propria partita con coraggio e determinazione con una leadership collettiva (più che con un Renzi napoletano, che mi pare non ci sia) per quanto completata, come inevitabile, da un front man, un’espressione esteriore che, come la generazione che dovrebbe rappresentare, non dovrà apparire logorato da mille battaglie politiche e che piuttosto potrebbe connotarsi nel senso di un solido e affidabile know how per amministrare una realtà difficilissima affrontando, a differenza di Caldoro (che si è limitato, in qualche modo perfino encomiabilmente, a fare il lavoro “sporco”), alcuni nodi strategici, dall’uso produttivo dei fondi comunitari al rilancio della manifattura, del turismo e dell’enogastronomia e così via. Ciò per mantenere, se non altro, un lumicino di speranza da cui iniziare una ricostruzione e un rammendo di un tessuto politico, culturale e civile gravemente malato.

Ma questa è, appunto, null’altro che un’opinione personale.

Il resto è, purtroppo, assai più di un’opinione, una facile profezia.

TRISTE, SOLITARIO Y FINAL. LA PARABOLA DI GRILLO

La parabola del Movimento 5 Stelle, fatte le dovute e inevitabili differenze, ricorda molto quell’Uomo qualunque. Un partito, anzi un movimento (non vollero mai chiamarsi e ritenersi partito) che crebbe sulle macerie di un fallimento di regime. Nacque subito grande, prima nell’opinione pubblica, poi nelle urne. Faceva del rifiuto delle culture politiche tradizionali e del professionismo politico la base del suo invero incerto e oscillante profilo identitario. Aveva un leader, piuttosto carismatico, che conosceva il pubblico e i suoi gusti. Un uomo di spettacolo, sempre con la battura pronta, qualche volta greve. Ad un certo punto sembrava che l’Italia fosse nelle loro (e di Lui) mani. Tutti li cercavano, tutti li vezzeggiavano. Colsero un risultato storico ma, chiamati a scrivere le nuove regole di un paese distrutto da una classe politica prepotente e ignorante, non riuscirono minimamente a incidere sui contenuti di quella svolta. Provarono in seguito a condizionare l’attivita’ di governi con risultati quasi nulli anche se di tanto in tanto rivendicavano per il loro orgoglio qualche improbabile risultato. Vennero i tempi difficili. Non erano politici navigati, molti erano solo opportunisti. La maggior parte gente senza ne’ arte ne’ parte. Si divisero sulla linea, furono permeati dalla sindrome, e qualche volta dalla pratica, del complotto. Il Fondatore fece partire raffiche di espulsioni anche  nei confronti dei piu’ autorevoli dirigenti.
Venne il secondo congresso, il movimento era sfibrato, l’opinione pubblica si volgeva rapidamente altrove. Nonostante cio’ il Fondatore infiammo’ (in verita’ tra le crescenti perplessita’) la platea e fu rieletto alla guida del movimento, per acclamazione. Le urne erano sempre piu’ amare. Le folle di elettori erano diventate sparuti plotoncini. Un loro compagno di strada, piu’ furbo e possidente degli altri, fece transitare rapidamente gli ultimi, o quasi, verso il suo nascente movimento. Il Fondatore provo’ a manovrare in parlamento. A destra, a sinistra. Mancava pero’ completamente non solo di capacita’ politiche ma anche di analisi, per quanto l’uomo fosse intelligente e per certi versi nient’affatto sgradevole. Semplicemente non comprendeva quello che accadeva attorno a lui. Non riconosceva piu’ quel paese. Erano trascorsi solo due anni dal trionfo al tonfo. Ne passarono quasi altri dieci, sempre piu’ patetici e malinconici. Il Fondatore diventava seguace di suoi antichi seguaci, chiedeva ospitalita’ a quelli che aveva sempre considerato nemici, si diede alle sempre piu’ frequenti, e penose, apparit0zioni televisive. Affogo’ tra i debiti e le recriminazioni. Convinto di essere stato tradito da tutti, di non essere stato capito. Torno’ allo spettacolo, ma anche li’, i gusti del paese erano cambiati. Fu un triste tramonto.
Mi e’ sembrato di rivedere questo “film”, vedendo Beppe Grillo affannarsi e sbavare tra battute e imprecazioni, sul palco del Circo Massimo davanti a militanti sempre piu’ perplessi.
Grillo, cinico e avido quanto era candido perfino nel suo opportunismo Giannini.
Grillo un uomo quasi solo avviato verso il tramonto, mentre ribadisce la sovranita’ del movimento e si attribuisce, con linguaggio da Internazionale, il compito del controllore, del Guardiano contro gli opportunisti e le deviazioni. Mentre afferma che chiudera’ il Parlamento appena potra’ (Giannini era uomo di formaziome, nonostante tutto, liberale).
Ma perfino nel movimento dove non si puo’ parlare liberamente ammettono ai microfoni dei tg, ormai, che sono impotenti e in stallo, che non si puo’ andare avanti cosi’. E qui viene il bello perche’ alcuni l’hanno capito. Loro non possono farci niente, anche volendo.
Allora fu la Dc che svuoto’ impietosamente il movimento dell’Uomo Qualunque. Oggi lo stesso sta avvenendo da parte del nuovo Pd, di Matteo Renzi.
Il pallino, ora come allora, ce l’ha il partito al governo. E’ inutile che ti sgoli, Beppe.