“DO THE RIGHT THING!”. PROVINCIALISMI E “PUZZE” FALSI PROBLEMI.

Oggi quasi tutti i giornali parlano di attacco frontale del Corriere e di avvertimento dei poteri “forti” (spero di vivere abbastanza per vederne uno in faccia) a Renzi.

Mi pare del tutto fuori luogo. De Bortoli, un grande giornalista, è stato franco e circostanziato, come sempre. E ha ribadito che Renzi non ha, allo stato, alternative e va sostenuto. Sono toni dissimili, anche se più critici, di quelli che utilizzò, mesi fa, un altro grande giornalista, Roberto Napoletano de Il sole 24 ore chiedendo a Renzi di prendere il timore e di fare presto e con energia. Peraltro non mancano voci diverse nel Corriere come ne Il Sole.

L’unica caduta di stile dell’editoriale di ieri mi è parsa, invero, quell’allusione alle massonerie, se non a complotti. Le cose o si sanno o non si sanno. E, se si sanno, e, sapendole, le si vogliono dire, o si dicono bene o non si dicono. Le “puzze”, le storie su Babbo Renzi, e le dietrologie sulla società toscana, lasciamole al Fatto Quotidiano.

La verità è più semplice.

Renzi all’inizio della sua esperienza ha dovuto scegliere un partner il più possibile affidabile per le riforme tra il M5S e Berlusconi. Scelta difficile, tra una gabbia di matti e un condannato in via definitiva per gravi reati. Io mi sarei trovato in ambasce. Renzi è un politico e ha dovuto scegliere. Ha scelto il secondo, perchè in grande difficoltà e in cerca di riscatto e, tutto sommato, perchè più affidabile nel suo rapporto proprietario col partito. Verdini è uno di quelli che più può garantire la compattezza di Forza Italia, che pure è ormai un partito inquieto e diviso, che lui e Berluscono tengono a malapena insieme, ma resta pur sempre – alla prova dei fatti – più affidabile del M5S.

E’ chiaro, figuriamoci, che chiacchierare tra conterranei può aiutare il dialogo (coi frizzi e lazzi conseguenti, che i fiorentini amano molto e noi li amiamo anche per questo). Ma i diversi restano tali. Vedere qualcosa di diverso è o scorgere il complotto o contemplare la fine della politica. Ed io non ci credo. Il provincialismo toscano e fiorentino lo vedo, nello staff di Renzi, ma lo staff è per definizione poco sindacabile perchè ne risponde il leader. Non mi pare che sia una cifra o una chiave di lettura di tutta l’attività di governo. Dove però non ho capito come funziona il rapporto tra scelte politiche e competenze tecniche (e tra i tecnici di staff e quelli che sono nei dicasteri). E non ho capito il pensiero di Renzi a riguardo, che mi pare un pò confuso. Come se Cavour fosse solo un politico e non anche uno straordinario uomo di competenze e come se un “tecnico” non fosse pur sempre un uomo che vive la sua realtà. Capisco la differenza tra mezzi e fini, ma la verità è che nella realtà questa differenza tende a sfumare e che comunque tutti immersi in un ambiente politico o, nella minimale ipotesi, in coordinate culturali, pregiudizi e presupposizioni.

Allora la verità è che un politico o quando parla un “tecnico” ne capisce abbastanza da poter vagliare quello che dice sul piano tecnico (cosa comunque difficilissima, perchè non siamo onniscienti: e poi perchè mai?), o ti affidi a politici di carriera con saperi specifici o a tecnici che hanno sempre mantenuto un rapporto con il background politico o una militanza (il Prodi di turno, dico per dire). O. O hai senso politico. E tutte queste possibilità, tutte, non sono tecnocrazia ma governo parlamentare.

Giolitti, prima di essere un grande politico, fu uno strepitoso, quasi leggendario, “tecnico”. E, all’opposto, Andreotti, uno che non ha fatto un altro lavoro nella sua vita diverso dal politico, capiva di tutto un pò più del suo interlocutore. Possibile? E in che senso? Non ne capiva di Finanza, magari, come un Franco Reviglio o di contabilità pubblica quanto il “suo” (nel senso di “andreottiano”) ministro Gaetano Stammati, che era stato giusto appena Ragioniere generale dello Stato; ma della scelta tecnica ne sapeva intuire la ricaduta politica, il risvolto ingenuo, l’integralismo, l’unilateralità. E si poneva, certamente, il problema del consenso, ma non prima di aver capito il resto. Non voglio certo idealizzare Andreotti, ma cogliere un tratto caratterizzante della politica tradizionale. Il senso politico. Attenzione, non è “animal spirit”. Il senso politico si colloca tra l’istinto politico (una dote naturale del leader) e l’efficace comunicazione del risultato (una necessità delle democrazie odierne). Ma è il senso politico, e solo quello, che ti fa fare la scelta politica giusta. E’ importante arrivare bene alla bandierina, per non prendere l’inforcata.

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