IL PREMIO ALLA LISTA E’ UNA SVOLTA MA E’ UN GIANO BIFRONTE.

Fatta rientrare per il momento ai box la revisione della Costituzione, il clima di diffusa tensione presente in parlamento e nel nostro sistema politico si riflette nella nuova centralità della discussione sulla legge elettorale. Attualmente, scontando l’estraneazione del Senato dal circuito fiduciario, essa si occupa soltanto della Camera dei deputati (cd. emendamento Lauricella-D’Attorre) ma se il clima dovesse peggiorare e a qualcuno dovesse venire la voglia di staccare la spina, non appena si profilerà la via delle urne verrà in rilievo la necessità di emendare la legge. Non si tratta una necessità in senso tecnico-giuridico. Una legge funzionante per il Senato, allo stato c’è e non è neanche malaccio. E’ quella risultante dalla sent. n 1 del 2014 della Corte costituzionale: prevede la distribuzione proporzionale dei seggi, sbarramenti e preferenze. Non prevede però, e questo non piace ai più, un premio di maggioranza. Un istituto che ormai è entrato a far parte del nostro paesaggio e a cui non si vuole affatto rinunciare, neanche avesse dato un buon rendimento. Berlusconi e Renzi, più di tutti, tengono molto a preservare lo scenario di un governo con numeri certi “la sera delle elezioni”. Capisco bene le esigenze di Berlusconi, meno quelle di Renzi. Comunque. Basterebbe dunque aggiungere il premio di maggioranza, con gli opportuni aggiustamenti. Ma che tipo di premio? E già, perché da qualche giorno si sarebbe avviata una riflessione a riguardo – con riferimento al sistema elettorale Camera – che  segnala potenzialmente anche una discontinuità di idee e soluzioni. Finora il totem, ribadito ad ogni nuovo incontro tra i due protagonisti delle riforme, era che il premio di maggioranza dovesse essere necessariamente assegnato alla lista o alle liste apparentate. Il che, in presenza di soglie di sbarramento differenziate e più alte per chi correva da soli, rendeva fatale la prospettiva che andasse alle liste apparentate (la cd. coalizione). Oggi si starebbe riflettendo, per la prima volta, di conferirlo alla lista più votata, il che rende irragionevoli soglie plurime e meno favorevoli per le singole liste. La prospettiva cioè di un partito “maggioritario”, sebbene per creazione legislativa. Infatti il premio di maggioranza, una tradizione italiana che già è un unicum al mondo, da un po’ di anni (2005, su modello delle elezioni locali) garantisce maggioranze, cioè le “fabbrica”. C’è del buono e del meno buono in questa possibile svolta. Il buono: vengono depotenziate le coalizioni. Prive di riferimenti costituzionali, ma ormai previste in sede legislativa, esse contribuiscono non poco ad appannare l’identità partitica e, contrariamente a quello che si pensi, per essere pre-elettorali (a causa del premio) non favoriscono affatto la governabilità perché sono create in vista di cogliere il bonus di seggi e sono dunque eterogenee. Inoltre puntare sui partiti è un bene in sé, e va incontro ad una precisa indicazione costituzionale (art. 49 Cost.). Un deciso passo avanti, dunque, perché la cd. Seconda Repubblica, che è stata regno di confusione e malgoverno (o, meglio, non governo) è stata una Repubblica di coalizioni. Anche questa un’anomalia mondiale. L’appendice che ne consegue, altrettanto buona, è l’eliminazione della stramberia degli sbarramenti plurimi, a forte sospetto di irragionevolezza.

Il meno buono di questa possibile svolta. Lo so è un pensiero che può apparire radicale (o conservatore), ma credo, ancora una volta, in linea con la Costituzione: è proprio il premio di maggioranza in quanto tale. A coalizioni o partiti conferire una forza artificiale con un meccanismo distorsivo che non ha nulla a che vedere con quelli correnti (non è una soglia di sbarramento, non è un gioco sull’ampiezza delle circoscrizioni e così via) non va bene. Da questo punto di vista, anzi, preoccupa più un premio di maggioranza al partito che non alla coalizione. Con questo scenario le critiche (comunque senz’altro eccessive) circa i rischi di una possibile involuzione autoritaria della nostra forma di governo sono destinati ad accentuarsi. E, da un certo punto di vista, non senza ragione, perché tutti sanno che le coalizioni sono un modo per dividere il potere, un efficace antidoto – certo – al decisionismo, come anche, però, alle decisioni. Se il premio di maggioranza è discutibile (con ogni probabilità illegittimo in sé) lo è ugualmente, ed anzi a maggior ragione, se dato ad una unica lista, con l’effetto di sovrarappresentarla ancora di più e di renderla del tutto artificiosamente arbitra del gioco politico. Dunque un passo avanti sull’identità partitica, uno indietro sulle garanzie democratiche. E’ il premio che non va. Il “vincitore certo” la sera delle elezioni non vale questa violenza usata ad un sistema politico. Sbarramento cospicuo e circoscrizioni piccole (qualche che sia il sistema di voto) sono necessarie e sufficienti. Forse non per creare una maggioranza “nelle urne” (che è comunque un’astrazione), ma per garantire una migliore governabilità. Se queste distorsioni, in uso dappertutto, non fossero sufficienti per creare il governo mono-partito (infrequente anche all’estero), ebbene, non sarà una tragedia una coalizione post-elettorale tra due-tre partiti sulla base di comprovata affinità programmatica. Non sarà possibile, magari, invocare il mitico “mandato popolare”, ma il patto di coalizione dovrebbe risultare preciso e puntuale e le verifiche periodiche inevitabili e, se non si esagera, salutari. Se nessuno farà il furbo si andrebbe avanti bene. Del resto contano molto le condizioni politiche: c’è qualcuno che se la sente di affermare che il problema dell’attuale governo è costituito dalle bizze del Nuovo Centrodestra, partner ritrovato in parlamento di un leader non baciato dalle urne? Su, siamo seri.

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Un pensiero su “IL PREMIO ALLA LISTA E’ UNA SVOLTA MA E’ UN GIANO BIFRONTE.

  1. cesare ferrari

    il premio di maggioranza, che a me non piace, può garantire governabilità solo se abbinato all’elezione diretta del premier (o come succede del sindaco). I casi Berlusconi-Fini o Letta-Renzi dimostrano che non funziona in un sistema parlamentare.

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