Archivio mensile:settembre 2014

“DO THE RIGHT THING!”. PROVINCIALISMI E “PUZZE” FALSI PROBLEMI.

Oggi quasi tutti i giornali parlano di attacco frontale del Corriere e di avvertimento dei poteri “forti” (spero di vivere abbastanza per vederne uno in faccia) a Renzi.

Mi pare del tutto fuori luogo. De Bortoli, un grande giornalista, è stato franco e circostanziato, come sempre. E ha ribadito che Renzi non ha, allo stato, alternative e va sostenuto. Sono toni dissimili, anche se più critici, di quelli che utilizzò, mesi fa, un altro grande giornalista, Roberto Napoletano de Il sole 24 ore chiedendo a Renzi di prendere il timore e di fare presto e con energia. Peraltro non mancano voci diverse nel Corriere come ne Il Sole.

L’unica caduta di stile dell’editoriale di ieri mi è parsa, invero, quell’allusione alle massonerie, se non a complotti. Le cose o si sanno o non si sanno. E, se si sanno, e, sapendole, le si vogliono dire, o si dicono bene o non si dicono. Le “puzze”, le storie su Babbo Renzi, e le dietrologie sulla società toscana, lasciamole al Fatto Quotidiano.

La verità è più semplice.

Renzi all’inizio della sua esperienza ha dovuto scegliere un partner il più possibile affidabile per le riforme tra il M5S e Berlusconi. Scelta difficile, tra una gabbia di matti e un condannato in via definitiva per gravi reati. Io mi sarei trovato in ambasce. Renzi è un politico e ha dovuto scegliere. Ha scelto il secondo, perchè in grande difficoltà e in cerca di riscatto e, tutto sommato, perchè più affidabile nel suo rapporto proprietario col partito. Verdini è uno di quelli che più può garantire la compattezza di Forza Italia, che pure è ormai un partito inquieto e diviso, che lui e Berluscono tengono a malapena insieme, ma resta pur sempre – alla prova dei fatti – più affidabile del M5S.

E’ chiaro, figuriamoci, che chiacchierare tra conterranei può aiutare il dialogo (coi frizzi e lazzi conseguenti, che i fiorentini amano molto e noi li amiamo anche per questo). Ma i diversi restano tali. Vedere qualcosa di diverso è o scorgere il complotto o contemplare la fine della politica. Ed io non ci credo. Il provincialismo toscano e fiorentino lo vedo, nello staff di Renzi, ma lo staff è per definizione poco sindacabile perchè ne risponde il leader. Non mi pare che sia una cifra o una chiave di lettura di tutta l’attività di governo. Dove però non ho capito come funziona il rapporto tra scelte politiche e competenze tecniche (e tra i tecnici di staff e quelli che sono nei dicasteri). E non ho capito il pensiero di Renzi a riguardo, che mi pare un pò confuso. Come se Cavour fosse solo un politico e non anche uno straordinario uomo di competenze e come se un “tecnico” non fosse pur sempre un uomo che vive la sua realtà. Capisco la differenza tra mezzi e fini, ma la verità è che nella realtà questa differenza tende a sfumare e che comunque tutti immersi in un ambiente politico o, nella minimale ipotesi, in coordinate culturali, pregiudizi e presupposizioni.

Allora la verità è che un politico o quando parla un “tecnico” ne capisce abbastanza da poter vagliare quello che dice sul piano tecnico (cosa comunque difficilissima, perchè non siamo onniscienti: e poi perchè mai?), o ti affidi a politici di carriera con saperi specifici o a tecnici che hanno sempre mantenuto un rapporto con il background politico o una militanza (il Prodi di turno, dico per dire). O. O hai senso politico. E tutte queste possibilità, tutte, non sono tecnocrazia ma governo parlamentare.

Giolitti, prima di essere un grande politico, fu uno strepitoso, quasi leggendario, “tecnico”. E, all’opposto, Andreotti, uno che non ha fatto un altro lavoro nella sua vita diverso dal politico, capiva di tutto un pò più del suo interlocutore. Possibile? E in che senso? Non ne capiva di Finanza, magari, come un Franco Reviglio o di contabilità pubblica quanto il “suo” (nel senso di “andreottiano”) ministro Gaetano Stammati, che era stato giusto appena Ragioniere generale dello Stato; ma della scelta tecnica ne sapeva intuire la ricaduta politica, il risvolto ingenuo, l’integralismo, l’unilateralità. E si poneva, certamente, il problema del consenso, ma non prima di aver capito il resto. Non voglio certo idealizzare Andreotti, ma cogliere un tratto caratterizzante della politica tradizionale. Il senso politico. Attenzione, non è “animal spirit”. Il senso politico si colloca tra l’istinto politico (una dote naturale del leader) e l’efficace comunicazione del risultato (una necessità delle democrazie odierne). Ma è il senso politico, e solo quello, che ti fa fare la scelta politica giusta. E’ importante arrivare bene alla bandierina, per non prendere l’inforcata.

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IL PREMIO ALLA LISTA E’ UNA SVOLTA MA E’ UN GIANO BIFRONTE.

Fatta rientrare per il momento ai box la revisione della Costituzione, il clima di diffusa tensione presente in parlamento e nel nostro sistema politico si riflette nella nuova centralità della discussione sulla legge elettorale. Attualmente, scontando l’estraneazione del Senato dal circuito fiduciario, essa si occupa soltanto della Camera dei deputati (cd. emendamento Lauricella-D’Attorre) ma se il clima dovesse peggiorare e a qualcuno dovesse venire la voglia di staccare la spina, non appena si profilerà la via delle urne verrà in rilievo la necessità di emendare la legge. Non si tratta una necessità in senso tecnico-giuridico. Una legge funzionante per il Senato, allo stato c’è e non è neanche malaccio. E’ quella risultante dalla sent. n 1 del 2014 della Corte costituzionale: prevede la distribuzione proporzionale dei seggi, sbarramenti e preferenze. Non prevede però, e questo non piace ai più, un premio di maggioranza. Un istituto che ormai è entrato a far parte del nostro paesaggio e a cui non si vuole affatto rinunciare, neanche avesse dato un buon rendimento. Berlusconi e Renzi, più di tutti, tengono molto a preservare lo scenario di un governo con numeri certi “la sera delle elezioni”. Capisco bene le esigenze di Berlusconi, meno quelle di Renzi. Comunque. Basterebbe dunque aggiungere il premio di maggioranza, con gli opportuni aggiustamenti. Ma che tipo di premio? E già, perché da qualche giorno si sarebbe avviata una riflessione a riguardo – con riferimento al sistema elettorale Camera – che  segnala potenzialmente anche una discontinuità di idee e soluzioni. Finora il totem, ribadito ad ogni nuovo incontro tra i due protagonisti delle riforme, era che il premio di maggioranza dovesse essere necessariamente assegnato alla lista o alle liste apparentate. Il che, in presenza di soglie di sbarramento differenziate e più alte per chi correva da soli, rendeva fatale la prospettiva che andasse alle liste apparentate (la cd. coalizione). Oggi si starebbe riflettendo, per la prima volta, di conferirlo alla lista più votata, il che rende irragionevoli soglie plurime e meno favorevoli per le singole liste. La prospettiva cioè di un partito “maggioritario”, sebbene per creazione legislativa. Infatti il premio di maggioranza, una tradizione italiana che già è un unicum al mondo, da un po’ di anni (2005, su modello delle elezioni locali) garantisce maggioranze, cioè le “fabbrica”. C’è del buono e del meno buono in questa possibile svolta. Il buono: vengono depotenziate le coalizioni. Prive di riferimenti costituzionali, ma ormai previste in sede legislativa, esse contribuiscono non poco ad appannare l’identità partitica e, contrariamente a quello che si pensi, per essere pre-elettorali (a causa del premio) non favoriscono affatto la governabilità perché sono create in vista di cogliere il bonus di seggi e sono dunque eterogenee. Inoltre puntare sui partiti è un bene in sé, e va incontro ad una precisa indicazione costituzionale (art. 49 Cost.). Un deciso passo avanti, dunque, perché la cd. Seconda Repubblica, che è stata regno di confusione e malgoverno (o, meglio, non governo) è stata una Repubblica di coalizioni. Anche questa un’anomalia mondiale. L’appendice che ne consegue, altrettanto buona, è l’eliminazione della stramberia degli sbarramenti plurimi, a forte sospetto di irragionevolezza.

Il meno buono di questa possibile svolta. Lo so è un pensiero che può apparire radicale (o conservatore), ma credo, ancora una volta, in linea con la Costituzione: è proprio il premio di maggioranza in quanto tale. A coalizioni o partiti conferire una forza artificiale con un meccanismo distorsivo che non ha nulla a che vedere con quelli correnti (non è una soglia di sbarramento, non è un gioco sull’ampiezza delle circoscrizioni e così via) non va bene. Da questo punto di vista, anzi, preoccupa più un premio di maggioranza al partito che non alla coalizione. Con questo scenario le critiche (comunque senz’altro eccessive) circa i rischi di una possibile involuzione autoritaria della nostra forma di governo sono destinati ad accentuarsi. E, da un certo punto di vista, non senza ragione, perché tutti sanno che le coalizioni sono un modo per dividere il potere, un efficace antidoto – certo – al decisionismo, come anche, però, alle decisioni. Se il premio di maggioranza è discutibile (con ogni probabilità illegittimo in sé) lo è ugualmente, ed anzi a maggior ragione, se dato ad una unica lista, con l’effetto di sovrarappresentarla ancora di più e di renderla del tutto artificiosamente arbitra del gioco politico. Dunque un passo avanti sull’identità partitica, uno indietro sulle garanzie democratiche. E’ il premio che non va. Il “vincitore certo” la sera delle elezioni non vale questa violenza usata ad un sistema politico. Sbarramento cospicuo e circoscrizioni piccole (qualche che sia il sistema di voto) sono necessarie e sufficienti. Forse non per creare una maggioranza “nelle urne” (che è comunque un’astrazione), ma per garantire una migliore governabilità. Se queste distorsioni, in uso dappertutto, non fossero sufficienti per creare il governo mono-partito (infrequente anche all’estero), ebbene, non sarà una tragedia una coalizione post-elettorale tra due-tre partiti sulla base di comprovata affinità programmatica. Non sarà possibile, magari, invocare il mitico “mandato popolare”, ma il patto di coalizione dovrebbe risultare preciso e puntuale e le verifiche periodiche inevitabili e, se non si esagera, salutari. Se nessuno farà il furbo si andrebbe avanti bene. Del resto contano molto le condizioni politiche: c’è qualcuno che se la sente di affermare che il problema dell’attuale governo è costituito dalle bizze del Nuovo Centrodestra, partner ritrovato in parlamento di un leader non baciato dalle urne? Su, siamo seri.

LA CULTURA DELLE REGOLE DAL MERIDIANO DI GREENWICH A QUELLO DI MONTE MARIO

In Gran Bretagna è stata accolta con polemiche e accusata di scorrettezza una dichiarazione della Regina di questo tenore: “Mi auguro che la gente pensi bene al futuro”. Certo, la posta in gioco non è piccola cosa: l’indipendenza della Scozia dopo alcuni secoli. Ma quasi come se la regina avesse fatto l’occhiolino alla telecamera, o avesse promesso all’elettore una scarpa prima del voto e l‘altro subito dopo, alla Achille Lauro, o una bicchierata per tutti la sera del referendum a spese della Corona.

Mi è tornato in mente un episodio della vita politica “democratica” dell’unico partito italiano rimasto in piedi, che si chiamerebbe anche – pour cause – “Partito democratico”. Nessuno, né nel Pd né sulla stampa, ebbe granchè da ridire quando, durante la discussione per la votazione della deroga allo Statuto del Partito democratico (ottobre del 2012) per consentire le primarie per l’elezione diretta del segretario, la presidente dell’Assemblea nazionale Rosi Bindi (ruolo di garanzia) all’atto della votazione se ne uscì, chiedendo se vi fosse contrari alla concessione della deroga (che lei non voleva), con la seguente appendice: “Lo so che in moltissimi vorrebbero alzare la tessera ma non lo faranno”. E, nel caso in cui a qualcuno fosse sfuggito il quasi impercettibile riferimento polemico verso il ruspante Renzi, rivolse a fine seduta questo caldo saluto all’assemblea: “Dunque in bocca al lupo a tutti noi ed ora al lavoro per sostenere compatti il nostro segretario Bersani”. Questo è quello che ci dice senso delle istituzioni! In quell’occasione rinviai a data da destinarsi i miei propositi di riflettere scientificamente sul diritto dei partiti.  Per dire, tradotto in inglese sarebbe, più o meno, come se la Regina di Inghilterra convocasse la tv 24 ore prima del voto e si soffiasse il naso con la bandiera della Scozia.

Se vogliamo dirla tutta poi, la Regina sarebbe tale con riferimento al Regno “Unito” (e non dimidiato) per cui mi pare che abbia anche un non trascurabile interesse istituzionale circa l’esito del referendum (e forse, prima, avrebbe potuto fare anche di più per evitarlo). La Bindi, come gran parte dei politici italiani, guardava solo alla propria poltrona di Presidente (dell’assemblea Pd) e, al massimo, all’antipatia istintiva e alla differenza antropologica con Renzi, come è dimostrato dal fatto che con la stagione di Renzi è praticamente l’unico politico del Pd che ha abbandonato la politica attiva e spara tuttora cannonate contro quello che sarebbe il suo partito.

La cultura delle regole e il senso delle istituzioni sono anche un fatto di costume dei popoli, direbbe Montesquieu. Pochi sanno che un meridiano attraversa anche Roma, presso Monte Mario, ma  praticamente tutti sappiamo che non è quello di Greenwich.

PROVE GENERALI DI LEGGE ELETTORALE NAZIONALE. IL CASO TOSCANA.

Come avvenne nel 2004-2005, è verosimile che la legge per l’elezione del Presidente della Giunta e del Consiglio regionale della Toscana, approvata ieri, anticipi le soluzioni che avremo a livello nazionale per la legge per l’elezione della Camera dei deputati. Anche perché la legge Toscana è frutto di un accordo tra il Pd e Forza Italia e, come noto, sono queste due le forze che costituiscono l’asse del percorso riformatore nazionali.

Vediamo allora rapidamente le soluzioni e offriamo una minima valutazione.

La legge, che conferma l’elezione diretta e popolare del Presidente della Giunta e riduce significativamente il numero dei consiglieri regionali, prevede il ripristino delle preferenze (era previsto il listino bloccato, e fece da matrice per la legge n. 270 del 2005), salvo un piccolo listino, facoltativo, di tre candidati – con alternanza di genere – per ciascuna lista (voluto, pare, da Forza Italia); il ballottaggio per i candidati Presidenti che non raggiungano al primo turno almeno il 40% dei voti espressi; nella distribuzione dei seggi, soglie di sbarramento differenziate a seconda che una lista corra da sola o in coalizione (rispettivamente 5% e 3%; nonché una soglia per la coalizione in quanto tale: 10%, e nel caso in cui la coalizione non superi la soglia alle liste le compongono si applicherà la medesima soglia delle liste non coalizzate, del 5%) e un premio di maggioranza variabile che porterà la coalizione vincente al 60% dei seggi se avrà ottenuto almeno il 45% dei voti o al 57,5% se avrà ottenuto una percentuale superiore al 40% (ma inferiore al 45%).

Qualche mal di pancia c’è stato visto che otto consiglieri su ventiquattro del Partito democratico (esattamente un terzo del gruppo) non ha partecipato alla votazione finale.

Tra le norme di dettaglio è passata una proposta volta a semplificare gli adempimenti per la presentazione delle liste per quelle espressione di gruppi “uscenti”, purchè costituiti almeno sei mesi prima della data di convocazione delle elezione. Sono state dettate norme specifiche sull’opzione obbligatoria per gli eletti sia come candidati regionali che circoscrizionali (escludendo tra l’altro le pluricandidature con opzioni) e sulla “grafica” della scheda elettorale (su questo v. subito infra). Si è inoltre introdotta, infine, una nuova disposizione che mira a salvaguardare la volontà dell’elettore nel caso in cui abbia espresso più preferenze di quelle consentite: qualora abbia espresso tre voti di preferenza, saranno validi i primi due ma riferiti a candidati di genere diverso.

Veniamo a qualche rilievo.

Un problema sembra derivare, almeno secondo le prime dichiarazioni delle opposizioni, dal fatto che sulla scheda elettorale essendovi le preferenze non comparirebbero in modo adeguatamente esplicito, cioè con indicazione prioritaria e sottratta all’espressione della preferenza, i nomi di coloro che fanno parte dell’eventuale listino bloccato sulle prime righe di ciascuna lista, anche se dalla scheda dovrebbe in qualche modo desumersi se la lista ha optato o meno per l’adozione del listino (va verificato il modo in cui è stato reso tecnicamente questo congegno). Al di là di questo aspetto, in un consiglio composto da “soli” 40 consiglieri, un listino anche così piccolo rischia di essere lo strumento esclusivo di elezione di una buona metà dei Consiglieri regionali (e anche le forze grandi potrebbero comunque ricorrervi per eleggere una quota-parte dei propri consiglieri), in quanto è del tutto ragionevole presumere, numeri alla mano, che forze che corrono da sole o in coalizione superando la soglia possano nella gran parte dei casi non andare oltre i tre eletti. Di conseguenza rispetto alla lista chiusa bloccata vigente fino ad oggi per l’elezione della generalità dei consiglieri non cambierebbe molto, se non per i partiti grandi.

Le soglie variabili, meccanismo per ridurre la frammentazione e incanalarla verso le aggregazioni delle coalizioni, danno sempre luogo a problemi in quanto le forze che restano sotto soglia entro la coalizione (che superi la soglia) vedono i propri voti utili alle liste sopra-soglia e, soprattutto, creare il meccanismo di travaso dei consensi-potenzialiseggi di cui si parla abbondantemente anche nel dibattito nazionale alle forze che accedono al Consiglio con eccessiva loro sovra-rappresentazione (prendono i seggi e il premio anche per chi non c’è).

Quanto alle politiche promozionali di genere il listino bloccato non è l’unico strumento per farle valere (con risultato potenzialmente ben esiguo: rapporto uomo donna 2 a 1, o viceversa), perché viene adottato per la parte proporzionale il meccanismo del doppio voto eventuale di genere (modello Campania), con il secondo voto esprimibile solo a candidato di genere diverso da quello per cui è stato espresso il primo voto. Aspetto, per chi crede nella bontà di queste politiche (ormai comunque riconosciute e dodate di copertura a livello costituzionale), certamente positivo.

In conclusione esce appieno confermato l’impianto bipolare e “maggioritarista” (anche se la distribuzione dei seggi è proporzionale ai voti la spinta alla personalizzazione imposta dall’elezione diretta del presidente e il cospicuo premio di maggioranza distorcono molto la base del sistema elettorale). L’introduzione delle preferenze per un ceto politico già dappertutto nell’occhio del ciclone rischia di non rendere, per quel che comunque varrà (data la presenza di tanti nominati), un buon servizio. In ogni caso, l’elezione contestuale di eletti e “nominati” (seppure non in senso tecnico) crea sempre gelosie e un sottile solco tra i consiglieri – lo si è visto in passato con i “listini” dei Presidenti –  che probabilmente non giovano, costringendo peraltro i meno fortunati ad un ancora più estenuante gara per catturare il consenso dei cittadini, amplificando sia i caratteri positivi che, soprattutto negativi, dell’istituto delle preferenze.

A chi scrive, la legge in questione pare un mix ben calibrato di cose discutibili e indigeste (alcune anche di dubbia legittimità, come il modo in cui è reso sulla scheda il listino; questione d
a verificare). Salviamo la riduzione del numero dei consiglieri e l’esclusione delle pluri-candidature e delle opzioni. Senza dimenticare che quello che è più tollerabile a livello regionale in forza di un sistema che è certamente non (o pseudo) parlamentare, è meno tollerabile, e comunque di adattabilità tutta da verificare, in un sistema, come quello nazionale, che – fino a prova contraria – è parlamentare e non improntato a logiche presidenzialiste.