IL “METODO RENZI” FOR DUMMIES

Le accuse di autoritarismo strisciante fioccano, investendo sia il merito della revisione costituzionale in itinere (spiegherò presto perchè non vedo pericoli di questo tipo) che il metodo stesso per effettuare le riforme.

I casi Mineo e Chiti sono stati chiariti nei loro termini tecnici qui e altrove da vari commentatori, ma sembra che non sia valso a nulla. 

Viene, inoltre, maltollerato, ascritto ad arroganza o maleducazione, il “Bestiario” di Renzi, che si arricchisce di giorno  in giorno: professoroni, gufi, rosiconi, frenatori, gli attaccati alle poltrone (epiteti anche cumulabili) e chi più ne ha ne metta (ora i gufi sono stati suddivisi in professori, brontoloni e indovini; Repubblica, 4 agosto). I cerchi dell’Inferno renziano sono pertanto quasi pieni in tutti gli ordini e gradi. Non entro nel merito della comunicazione di Renzi e mi riservo in altra sede una discussione del suo modo, forse riduttivo, di concepire i rapporti tra politica e tecnica.

Qui vorrei fare qualcosa di più costruttivo, ovvero decrittare e descrivere il “metodo Renzi” per le riforme.

E’ semplicissimo.

Primo punto. Dice: io solo il segretario del partito di maggioranza relativa e il Presidente del  Consiglio, pertanto ho l’onore e il dovere di darvi alcuni obiettivi di sistema (non del Pd) che considero irrinunciabili: il vincitore “certo” alle elezioni, i senatori “non eletti” e senza indennità, la fiducia “monocamerale”, e così via. Obiettivi, come si vede, talora macro-sistemici talora micro-sistemici, talora di sostanza talaltra, al contrario, quasi meramente comunicativi; talora ben definiti, talatra assolutamente generici.

Secondo punto: su questi obiettivi, dice Renzi, ho raggiunto un consenso sulle soluzioni conseguenti con il partner che reputo più affidabile per tenuta parlamentare, che è poi, meglio ancora, quello della guerra dei venti anni, che ormai è finita (cd. accordo del cd. Nazareno).

Terzo punto: si tratta di una base di partenza che deve costituire una garanzia ultima, voi (nessuno escluso), dice Renzi, fate semplicemente quello che volete. Siete liberi di cambiare tutto io vigilo solo su tre cose:

  • la fedeltà agli obiettivi delle soluzioni;
  • la garanzia dei tempi e di arrivare alla fine del processo, per offrire una dimostrazione che la politica non è inconcludente e sa decidere;
  • che entro i limiti di cui al punto 1) e 2) l’accordo comprenda (sempre per esigenze di tenuta e garanzia di arrivare al fondo del processo) coloro coi quali siamo partiti ma che possa estendersi ad altri e che altri, sempre previo consenso di tutti, ne chiedano la modifica di alcuni aspetti (ripetiamo: nella fedeltà degli obiettivi e nell’esigenza, ad un certo punto, di realizzare).

Il metodo Renzi è tutt’altro che autoritario e non cerca sulle singole soluzioni i numeri minimi sufficienti ma quelli più ampi. La posizione di Renzi è pertanto, al solito, molto pragmatica e arguta. Se posso muovere due addebiti, su un piano tutt’altro che di denuncia di un metodo autoritario, sono i seguenti:

1) dovrebbe far pesare di più la sua opinione di segretario del partito di maggioranza relativa: in questo senso mi pare troppo debole, non troppo forte;

2) semplifica oltremodo i complessi rapporti tra mezzi e fini e, ad esempio, tralascia quasi del tutto di assicurare, da Presidente del Consiglio autoproclamatosi garante delle riforme, la coerenza dei modelli. Tutto concentrato com’è sugli obiettivi (in primo luogo) e sulla ricerca del maggior consenso possibile (in secondo luogo), il rischio è quello del minimo comune denominatore. Che non va bene al paese. Direte: ma ci sono gli obiettivi, che vengono garantiti. E qui dovremmo entrare in una disputa sul rapporto tra mezzi e fini e tra politica e tecnica.

Risparmio esempi, ma sia sulla legge elettorale che sul Senato Renzi ha accettato (nel rapporto con Berlusconi, o insieme a lui nel rapporto con gli altri), quasi continui stravolgimenti di impianto e modello. Abbiamo girato l’Europa qualche decina di volta: Spagna, Francia, Austria, Gran Bretagna, Germania. Un ottovolante (misto). Alla fine, allo stato, abbiamo soluzioni “italiche” che sono ancora informi anche se formalmente idonee a realizzare gli obiettivi. La loro funzionalità, del Senato e della legge elettorale, è quantomeno dubbia. Aggiungo che tradire la buona teoria o tradire la coerenza dei modelli (e preciso non è adattare al caso italiano) non può essere un buon servizio al paese e agli obiettivi medesimi, che si smarriscono. Anche io so che la politica vive di accordi, ma Renzi sbaglia nel contrapporre la buona teoria e i vincoli tecnici agli accordi possibili. Se la bilancia pende dal primo lato non si fanno le riforme (e ha ragione), ma se pende dal secondo lato forse si fanno, ma serviranno a poco (quando non saranno nocive), se non ad affermare che si è stati finalmente in gradi di farle. Capisco che non è poco, ma non ci possiamo accontentare.

In conclusione se si può addebitare qualcosa a Renzi è essenzialmente una certa accondiscendenza. Ciò dipende dal suo metodo pragmatico che guarda ai fini relativamente disinteressandosi ai mezzi, frutto di una impostazione troppo semplicistica del rapporto tra politica e tecnica. Benvenga, comunque, la riaffermazione esplicita del primato della politica. Se è culturalmente ben nutrita, molto meglio. Ne riparleremo, quando ricorderemo che tanta parte della “Prima Repubblica” era fatta di signor politici molti dei quali erano “professoroni” (Moro e Fanfani in testa). E gli altri, i “professoroni” li ascoltavano attentamente, erano in grado di individuarne i punti di forza e i punti deboli e di trarne la sintesi politica.

Poi – ci permettiamo di arricchire il bestiario renziano – sono arrivati i “professoroni” della sottospecie dei “suggeritori”, che anche se non gufi fanno male alla causa perche’, abdicando al proprio ruolo, dicono ai politici quello che i politici vogliono sentirsi dire o quello che piace a loro. E i politici abboccano ingoiando amo, lenza e canna da pesca. La “Seconda Repubblica” è stato un disastro anche per questo. Perchè gli intellettuali si sono messi a far politica in modi non coerenti col proprio essere intellettuali mentre i politici hanno smesso, se non di essere intellettuali, almeno di essere intellettualmente attrezzati.

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