Archivio mensile:agosto 2014

ADDIO A CAPOTOSTI. LA SUA SAGGEZZA CI MANCHERA’.

Con Pier Alberto Capotosti se ne va uno dei costituzionalisti più acuti della sua generazione. Un modello di rigore non solo sul piano accademico ma anche – ed è molto più difficile – nell’impegno politico-istituzionale. La sua attività scientifica e di uomo prestato alle istituzioni è ricca di sagacia e prudenza. Mi piace sottolineare soprattutto l’assenza totale di qualunque integralismo o anche solo radicalismo di approccio. Capotosti è stato certamente un riformatore, piuttosto che un riformista. Un intellettuale che ha dato un notevole contributo al dibattito pubblico cercando sempre di orientare il cambiamento nella continuità dei grandi principi e degli assetti della nostra Costituzione, attento ad evitare ogni tipo di trauma o cesura. In questo, assai diverso da altri intellettuali democristiani (di sinistra) della sua generazione, iperattivi negli anni ’80, spesso attratti da grandi disegni, obiettivi ambiziosi, costruzioni astratte, e capacità di ricostruzione e comprensione del sistema normativo (anche perchè spesso non giuristi, come Scoppola o Ruffilli) notevolmente minori delle sue. Capotosti è stato prezioso trait d’union tra la nostra gloriosa tradizione parlamentaristica e le pulsioni dei rinnovatori alla ricerca, spesso attraverso strambe vie e ricette, della pozione magica per riparare i guasti del nostro sistema di governo sul piano della capacità decisionale. Anche nei suoi studi – come la bellissima monografia sugli accordi di coalizione – Capotosti è apparso sempre attento alle ragioni della sovranità popolare, e anche quando – con Ruffilli – l’ha declinata come “sovranità del cittadino” mai ha voluto percorrere, neanche in termini di mera proposta, un sentiero diverso da quello di una prudente razionalizzazione della nostra tradizione parlamentare. In ciò è esemplare il suo studio sui “contratti di coalizione” con riferimento all’esperienza tedesca, quasi agli antipodi di democrazie di “mandato” basate su investiture pre-elettorali (magari più o meno personali). Preferiva governare i cambiamenti piuttosto che provocarli. Capotosti, che pure aveva alle spalle una notevolissima carriera istituzionale, se n’è andato via nel pieno della sua attività di riflessione, stimolo, accompagnamento delle nostre vicende politico-costituzionale. La sua saggezza è venuta a mancare proprio quando ce ne sarebbe più bisogno, alla vigilia di importanti interventi sulla Costituzione. Non possiamo fare altro che leggerlo e rileggerlo (anche nelle sue pagine da commentatore) per trarne strumenti di analisi, ispirazione e stile.

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IL “METODO RENZI” FOR DUMMIES

Le accuse di autoritarismo strisciante fioccano, investendo sia il merito della revisione costituzionale in itinere (spiegherò presto perchè non vedo pericoli di questo tipo) che il metodo stesso per effettuare le riforme.

I casi Mineo e Chiti sono stati chiariti nei loro termini tecnici qui e altrove da vari commentatori, ma sembra che non sia valso a nulla. 

Viene, inoltre, maltollerato, ascritto ad arroganza o maleducazione, il “Bestiario” di Renzi, che si arricchisce di giorno  in giorno: professoroni, gufi, rosiconi, frenatori, gli attaccati alle poltrone (epiteti anche cumulabili) e chi più ne ha ne metta (ora i gufi sono stati suddivisi in professori, brontoloni e indovini; Repubblica, 4 agosto). I cerchi dell’Inferno renziano sono pertanto quasi pieni in tutti gli ordini e gradi. Non entro nel merito della comunicazione di Renzi e mi riservo in altra sede una discussione del suo modo, forse riduttivo, di concepire i rapporti tra politica e tecnica.

Qui vorrei fare qualcosa di più costruttivo, ovvero decrittare e descrivere il “metodo Renzi” per le riforme.

E’ semplicissimo.

Primo punto. Dice: io solo il segretario del partito di maggioranza relativa e il Presidente del  Consiglio, pertanto ho l’onore e il dovere di darvi alcuni obiettivi di sistema (non del Pd) che considero irrinunciabili: il vincitore “certo” alle elezioni, i senatori “non eletti” e senza indennità, la fiducia “monocamerale”, e così via. Obiettivi, come si vede, talora macro-sistemici talora micro-sistemici, talora di sostanza talaltra, al contrario, quasi meramente comunicativi; talora ben definiti, talatra assolutamente generici.

Secondo punto: su questi obiettivi, dice Renzi, ho raggiunto un consenso sulle soluzioni conseguenti con il partner che reputo più affidabile per tenuta parlamentare, che è poi, meglio ancora, quello della guerra dei venti anni, che ormai è finita (cd. accordo del cd. Nazareno).

Terzo punto: si tratta di una base di partenza che deve costituire una garanzia ultima, voi (nessuno escluso), dice Renzi, fate semplicemente quello che volete. Siete liberi di cambiare tutto io vigilo solo su tre cose:

  • la fedeltà agli obiettivi delle soluzioni;
  • la garanzia dei tempi e di arrivare alla fine del processo, per offrire una dimostrazione che la politica non è inconcludente e sa decidere;
  • che entro i limiti di cui al punto 1) e 2) l’accordo comprenda (sempre per esigenze di tenuta e garanzia di arrivare al fondo del processo) coloro coi quali siamo partiti ma che possa estendersi ad altri e che altri, sempre previo consenso di tutti, ne chiedano la modifica di alcuni aspetti (ripetiamo: nella fedeltà degli obiettivi e nell’esigenza, ad un certo punto, di realizzare).

Il metodo Renzi è tutt’altro che autoritario e non cerca sulle singole soluzioni i numeri minimi sufficienti ma quelli più ampi. La posizione di Renzi è pertanto, al solito, molto pragmatica e arguta. Se posso muovere due addebiti, su un piano tutt’altro che di denuncia di un metodo autoritario, sono i seguenti:

1) dovrebbe far pesare di più la sua opinione di segretario del partito di maggioranza relativa: in questo senso mi pare troppo debole, non troppo forte;

2) semplifica oltremodo i complessi rapporti tra mezzi e fini e, ad esempio, tralascia quasi del tutto di assicurare, da Presidente del Consiglio autoproclamatosi garante delle riforme, la coerenza dei modelli. Tutto concentrato com’è sugli obiettivi (in primo luogo) e sulla ricerca del maggior consenso possibile (in secondo luogo), il rischio è quello del minimo comune denominatore. Che non va bene al paese. Direte: ma ci sono gli obiettivi, che vengono garantiti. E qui dovremmo entrare in una disputa sul rapporto tra mezzi e fini e tra politica e tecnica.

Risparmio esempi, ma sia sulla legge elettorale che sul Senato Renzi ha accettato (nel rapporto con Berlusconi, o insieme a lui nel rapporto con gli altri), quasi continui stravolgimenti di impianto e modello. Abbiamo girato l’Europa qualche decina di volta: Spagna, Francia, Austria, Gran Bretagna, Germania. Un ottovolante (misto). Alla fine, allo stato, abbiamo soluzioni “italiche” che sono ancora informi anche se formalmente idonee a realizzare gli obiettivi. La loro funzionalità, del Senato e della legge elettorale, è quantomeno dubbia. Aggiungo che tradire la buona teoria o tradire la coerenza dei modelli (e preciso non è adattare al caso italiano) non può essere un buon servizio al paese e agli obiettivi medesimi, che si smarriscono. Anche io so che la politica vive di accordi, ma Renzi sbaglia nel contrapporre la buona teoria e i vincoli tecnici agli accordi possibili. Se la bilancia pende dal primo lato non si fanno le riforme (e ha ragione), ma se pende dal secondo lato forse si fanno, ma serviranno a poco (quando non saranno nocive), se non ad affermare che si è stati finalmente in gradi di farle. Capisco che non è poco, ma non ci possiamo accontentare.

In conclusione se si può addebitare qualcosa a Renzi è essenzialmente una certa accondiscendenza. Ciò dipende dal suo metodo pragmatico che guarda ai fini relativamente disinteressandosi ai mezzi, frutto di una impostazione troppo semplicistica del rapporto tra politica e tecnica. Benvenga, comunque, la riaffermazione esplicita del primato della politica. Se è culturalmente ben nutrita, molto meglio. Ne riparleremo, quando ricorderemo che tanta parte della “Prima Repubblica” era fatta di signor politici molti dei quali erano “professoroni” (Moro e Fanfani in testa). E gli altri, i “professoroni” li ascoltavano attentamente, erano in grado di individuarne i punti di forza e i punti deboli e di trarne la sintesi politica.

Poi – ci permettiamo di arricchire il bestiario renziano – sono arrivati i “professoroni” della sottospecie dei “suggeritori”, che anche se non gufi fanno male alla causa perche’, abdicando al proprio ruolo, dicono ai politici quello che i politici vogliono sentirsi dire o quello che piace a loro. E i politici abboccano ingoiando amo, lenza e canna da pesca. La “Seconda Repubblica” è stato un disastro anche per questo. Perchè gli intellettuali si sono messi a far politica in modi non coerenti col proprio essere intellettuali mentre i politici hanno smesso, se non di essere intellettuali, almeno di essere intellettualmente attrezzati.