SE IERI AVESSE PARLATO IL LEADER DI PARTITO E NON IL PRESIDENTE

Da quando si è appreso che il progetto di revisione costituzionale sarebbe stato incardinato presso il Senato si è capito che la via prescelta dal governo era quella di una prova di forza quale banco di prova, non privo di aspetti simbolici, dell’azione di governo. Approdato dalla commissione all’aula, il disegno di legge è gravato da quasi 8.000 emendamenti, in buona parte di provenienza della “seconda sinistra”, quella Sel che peraltro nei giorni scorsi ha perso un pezzo con la neonata “Libertà e diritti-Pse” di Migliore. Ieri con un uso piuttosto spinto delle norme e delle prassi parlamentari sono stati superati con la tecnica del “canguro” 1.400 di questi emendamenti, a costo di una seduta tesissima. In serata un tweet, non felicissimo a nostro avviso, del Presidente del Consiglio ha accusato i “frenatori” (ma l’espressione non è in questo caso utilizzata) di andare contro una precisa richiesta degli italiani “di cambiare un sistema politico che non funziona più”, che “le sceneggiate di oggi [ieri] dimostrano che alcuni senatori perdono tempo per paura di perdere la poltrona”, e che il governo non si sarebbe mai fatto “ricattare da nessuno”. Non entro nel merito di quanto fondamento abbia una posizione del governo da protagonista in un processo di consistente revisione del testo della Costituzione. Anche se si avesse un convincimento non restrittivo, il messaggio (un tweet) è parso un po’ sopra le righe, frutto esso stesso di un clima parlamentare concitato e gladiatorio al quale il Presidente del Consiglio dovrebbe rimanere per quanto più possibile estraneo. Dopo l’approvazione eventuale le dichiarazioni e le interviste saranno inevitabili. Oggi meglio tacere. O al massimo dire quel che le circostanze imporrebbero di dire, nelle opportune vesti di chi è in grado di dire certe cose.

Matteo Renzi avrebbe dovuto da tempo dotarsi di due profili privati ma più chiaramente distinti sui social. Per dire, ieri ha parlato il dottor Matteo Renzi ma abbastanza esplicitamente nelle vesti di Presidente del Consiglio (per quanto, ripetiamo, su un profilo privato di un social; ma non è che un leader del maggiore partito italiano sia, diversamente, un quivis de populo). Non ha parlato solo o soprattutto il leader di partito. Uno spazio in cui, peraltro, può parlare più liberamente, laddove un Presidente del Consiglio non può andare molto oltre la minaccia, più o meno credibile, di chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere. E dal partito sono venuti spunti. I suoi, giustamente, affermano che sono a rischio le future alleanze con Sel (sì, siamo ancora a questo, dopo venti anni di tira e molla con dazi onerosissimi per la governabilità). Renzi ha adottato fino una linea istituzionale. Ha lasciato intravvedere nei giorni scorsi che in cambio di una linea più morbida sulla revisione della costituzione avrebbe preso in considerazione, almeno entro certi limiti, la possibilità di rivedere alcuni dettagli del convitato di pietra della legge elettorale, a partire dall’abbassamento o da una rimodulazione delle soglie di sbarramento (o alle preferenze, e così via). Ora, io dico: non si mischiano pere e mele. Se legge elettorale e riforma della Costituzione avranno dei legami strutturali, ovviamente, tuttavia non è corretto implicare l’esito della discussione su alcuni aspetti apparentemente marginali della legge elettorale, ma in realtà qualificanti, in un baratto che abbia ad oggetto  la revisione della Costituzione.

In primo luogo perché l’esperienza ci insegna che mischiare questioni diverse non ha mai avuto fortuna (si pensi solo al tentativo veltroniano del 2008 e alla cd. Bozza Bianco).

In secondo luogo e soprattutto perché ogni oggetto ha le esigenze proprie, e una buona legge elettorale non può essere messa in discussione e pericolo per un’altra buona causa.

Un compromesso, se lo si vuole cercare, lo si fa solo entro la discussione della legge elettorale. Non so (o forse so) perché i maggiori partiti non afferrino un punto fondamentale: l’interesse dei grandi partiti e quello dei piccoli partiti saranno sempre contrastanti. E’ un gioco a somma zero. Uno guadagna l’altro perde. Sarebbe questione di parte, se non dovesse prendersi atto che una democrazia non funzionerà mai in modo decente se continua a incentivare, come fa, la frammentazione partitica (e parlamentare). E’ quello che, in sostanza, ha promesso, o lasciato intendere come possibile, Renzi. Soglie più basse-uguale-frammentazione. Le coalizioni pre-elettorali (dunque con soglie che penalizzano il correre da soli) avvantaggiano i piccoli partiti, la corsa solitaria dei partiti avvantaggia i grandi, che più credibilmente presentano agli elettori proposte di governo, mentre i piccolo sono impegnati a sopravvivere attaccando alle spalle un avversario che guarda altrove. Non mi sembra difficile comprenderlo, se ci liberiamo di una visione della governabilità che punta solo all’immediato del “vincitore certo”, ma che poi non riesce a … governare. Vogliamo ancora prove? Non sono bastate quelle degli ultimi venti anni? Renzi, anziché sbattere i pugni sul tavolo ieri sera (o rivolgersi al destino cinico e baro, eventualmente domani), avrebbe dovuto fare un’altra cosa, molto più semplice rivolta a Sel e alla cittadinanza tutta (ma senza quella fastidiosa sensazione di tirar per la giacchetta i cittadini, che mi è rimasta appiccicata addosso). Prendere atto della realtà, ovviamente come ognuno ovviamente la ricostruirà. A Renzi è chiara: Sel ostacola l’azione riformatrice del governo, e del resto non lo sostiene. Le due sinistre sono ai ferri corti. Un Pd sensato chiederebbe l’inserimento di un’unica soglia di sbarramento, al 5%. Ragionevole, efficace ma non punitiva. Niente coalizione (e niente premio, suggerisco). La parola all’elettore quando si tratterà di scegliere una prospettiva di governo: voterà la prima o la seconda sinistra, dato che saranno in concorrenza? Lo fece (solo in parte) Veltroni nel 2008, rinunciando ad una coalizione che pure le norme, non dissimili a quelle attualmente in discussione, invogliavano. Non si alleò con Sel e questa forza finì fuori dal parlamento. Pare che non ne abbia tratto molti insegnamenti, visto che approfittando della concezione ecumenica di Bersani è rientrato in una maggioranza nel 2013 ma subito si è separata dal Pd per seguire sentieri suoi.

Il Pd, dicevamo. Quel partito sfibrato, acciaccato nella leadership e del tutto logorano nella credibilità di governo, prese l’ormai famoso 33%, rinunciando all’alleanza con Sel. Un risultato che non dice tutto, perchè Veltroni si alleò con Di Pietro (e i radicali) con il risultato semplicemente di dislocare una buona parte dei voti di Sel dentro la coalizione di governo ma sempre sull’alleato minore (ripetiamo le coalizioni ingrassano i partiti minori, sia sul piano delle candidature che dei voti). Ebbene, quando sarebbe in grado potenzialmente di prendere il Pd di Renzi? Lo so, si richiedono idee nuove per tempi nuovi. Invece si propongono ricette vecchie (e fallimentari) per tempi nuovi. Manca un pensiero adeguato al progetto di un grande partito (qualcuno direbbe “a vocazione maggioritaria”, cioè tendenzialmente autosufficiente) che le elezioni europee ci hanno fatto intravvedere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...