ADELANTE, PEDRO, CON JUICIO

E’ solo apparente il contrasto tra il dire – come fa giustamente Renzi – che attendiamo le riforme da trent’anni e da altrettanto tempo si succedono le proposte e, d’altro canto, che le riforme attualmente in discussione hanno un non so che di frettoloso, come hanno detto in tanti e da ultimo Gherardo Colombo.

La ragione è semplice. Quel dibattito trentennale, che mi vanto di conoscere un poco, praticamente viene poco o punto considerato, e – si badi bene – ciò vale sia per i suoi termini (ancora) attuali, sia per quell (ormai) obsoleti. Quali riforme servono davvero al paese e, tra queste, quali sono urgenti se non urgentissime? Ebbene, qui c’è bruma.

Al di là di alcuni inputs fondamentali che appaiono appropriati (fiducia monocamerale, senato non elettivo e in qualche modo espressione dei territori, abolizione Cnel, ridimensionamento della potestà legislativa delle regioni) è tutto molto “random” e spesso ciò vale anche per le soluzioni indicare per tradurre in essere gli obiettivi fondamentali. Non ci si accorge (la cosa mi colpisce molto) che l’accoglimento alla leggera di un singolo emendamento pensando (ma solo pensando) che esso non tocchi gli obiettivi fondamentali – è già successo una decina di volte almeno – sfigura con un tratto di penna tutta la coerenza dei modelli. Sempre ammesso, e un pò comincio a dubitarne, che sia chiara a qualcuno.

Si tratta di un problema non da poco che è destinato a pesare sul rendimento delle riforme e che talora diventa perfino di legittimità costituzionale (tanto da prefigurare fin da ora un potere di rinvio del presidente della Repubblica: ad es. per lo stato attuale del dibattito, sulla mancata previsione di immunità e indennità ai senatori). La classe politica, o i loro consiglieri, non avverte questo rischio, invece concretissimo.Quindi il pasticcetto o il pasticcione sono sempre dietro l’angolo e il fatto che si non lavori più in commissione ma in aula non fa che aggravare il problema. 

Basti pensare, per limitarci al Senato e alla riforma conseguente del circuito dell’indirizzo politico, che c’è una confusione assoluta se il sistema prefigurato sia “bicamerale differenziato” (e il senato sia pertanto configurato come una camera parlamentare) o, invece, “monocamerale”, con differenze notevolissime a seconda delle conclusioni); così come vengono tirati per la giacchetta modelli (Spagna, Germania, Francia, perfino Austria) che non c’entrano poco a nulla perchè le soluzioni previste sono partite dal modello austriaco (mentre molti continuano a parlare di modello tedesco, che mi piacerebbe, ormai però citato a sproposito) ma ormai viaggiano per lidi italiani se non “italiesi”. Perfino l’adagio del Senato come “organo di garanzia” appare assolutamente ambigua e denota cose diversissime tra loro (e tutte tradotte in modo ambiguo o incompleto). Perchè, dunque, l’attuale proposta attribuirebbe al Senato un ruolo di garanzia? Perchè rappresenterebbe i territori? Perchè interverrebbe sulla funzione suprema della revisione costituzionale? Perchè conserverebbe un potere di interdizione su tanta parte di funzione legislativa? Perchè ci sono i senatori nominati dal Capo dello stato (e che ci fano, giacchè, ci siamo in un senato dei territori; esistono dunque una pluralità di “garanzie”)? Tutte affermazioni che spesso si elidono l’un l’altro e che pertanto meriterebbero approfondimenti e commenti, per lo più di natura critica.

In ogni caso, affermare in principio che la riforma è questione di vita o di morte e che qualunque riforma va bene purchè (finalmente!) si faccia, è sbagliato o miope. Sia perchè il nostro assetto costituzionale, salvo un paio di ritocchi puntuali (di cui dirò subito), non ha bisogno di urgentissime e improrogabili modifiche della Costituzione, mentre ha bisogno di molte e ben ponderate riforme integrate tra Costituzione, regolamenti parlamentari e leggi (tra cui ad es. l’introduzione della figura della legge organica; ma questi sono aspetti fondamentali cui nessuno pare interessato). Sia perchè una riforma fatta male non solo non serve a niente, se non a raccogliere un consenso immediato, ma si palesa come dannosa prestissimo, nell’arco al massimo di un paio di anni e poi occorrono molti anni per correggerla perfino quando si produce una larga convergenza di opinioni sull’esigenza di una revisione. Si veda la vicenda della riforma del titolo V, parte II, della Costituzione, approvata nel 2001, apparsa subito pessima e inadeguata, eppure solo ora, dopo 13 anni, in via di correzione (se non proprio smontata). Anche quella, si badi, fu fatta dopo decenni di dibattiti (ma anche un pò inseguendo strumentalmente la Lega), eppure fu approvata velocemente ed era pasticciatissima. Quanti punti di Pil ci è costata finora? 

Tornerò sull’argomento, ma mi preme sottolineare che le uniche riforme veramente urgentissime, alla stregua di un misto di apprezzamento politico e tecnico-sistemico, che è anche apprezzamento degli assetti dei principi costituzionali, sono:

1) l’esclusione del Senato dal circuito fiduciario;

2) una revisione della posizione del Governo in parlamento (che peraltro la riforma in questione non fa, adottando solo un’unica misura che “taglia la testa al toro”);

3) il riaccentramento di molte competenze legislative (e amministrative) in capo allo Stato;

4) l’abolizione del Cnel, non tanto per il rilievo (che è quasi solo simbolico, che è aspetto pure importante) ma perchè matura e praticamente incontroversa, per cui non procedervi immediatamente sarebbe una dimostrazione di lentezza e inconcludenza della politica.

Ebbene, solo il primo e il quarto punto sono acquisiti linearmente. E sul primo, che è quello importante, a dirla tutta grava ancora un’incognita non da poco circa i poteri legislativi delle regioni in materia di bilancio. Potere su decisioni di spesa al di fuori del circuito fiduciario?

Di qui, da questi quattro punti (ma in sostanza i primi tre) dovrebbe partire una rapida ma proficua discussione che si interroghi sui fondamentali e che sappia prefigurare le riforme di contorno strettamente necessarie e conseguenti. Non ci sottrarremo, nel nostro piccolo. 

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