VIROLI, “COSTITUZIONALISTA” ALLO SBARAGLIO.

E’ proprio vero quel che affermava un grande intellettuale liberale di cui non ricordo il nome (forse Popper). Quando un intellettuale o comunque uno specialista entra in un campo che non è il proprio le sue opinioni non sono più autorevoli di quelle di un quivis de populo (mi pare che la citazione in questione diceva, “di un bambino”).

Maurizio Viroli è un importante teorico della politica, e quindi studioso del potere, della “libertà” e della “servitù”. Temi affascinantissimi. Ieri ha deciso, e non è la prima volta, di dire la sua su questioni di attualità: su come opera il potere oggi e in Italia (“Il Fatto Quotidiano”).

Si accomodi, ormai tutti si sentono autorizzati a parlare di tutto ex professo, anche il barista. Tutti ovviamente possono dire la propria su una riforma che avrà un riflesso sul funzionamento delle istituzioni ma bisognerebbe avere almeno la consapevolezza che ogni valutazione in tema dipende dal possesso di precisi e sofisticati strumenti di analisi propri e tipici del giurista e non di un certo QI oppure di titoli altisonanti ma, per il tema, inconferenti.

Viroli non è il dominus e arbitro supremo di quando una norma giuridica o un insieme di norme giuridiche siano “illiberali”, per molte ragioni, ma innanzitutto perché quest’affermazione, calata nella concreta realtà, vuol dire interrogarsi su parametri costituzionali: cioè, in pratica, comprendere cosa “dice” la Costituzione, cosa consente, quali suoi contenuti possono essere modificati ed entro quali limiti. Lo ricorda lui stesso (ci vuole poco, per questo) affermando che una cosa è il potere costituente, altra il potere costituito. Poi però mostra di ritenere, con salto logico inaccettabile, che lui non solo conosce la differenza tra i due aspetti in teoria (ma su un piano per forza molto generico; quello che è il tema della “legittimità” del potere), ma li sa riconoscere in concreto. Che “il loro intento [dei riformatori]  non è la revisione, bensì la scrittura di una nuova costituzione”. La distinzione tra potere costituente e potere di revisione diventa il suo insindacabile giudizio sulla qualificazione hic ed nunc se la revisione attuale (formalmente una modifica, attraverso soppressione e integrazioni) di decine di articoli sia esercizio o meno di potere costituente. Comodo ragionare così, perché si evita di entrare nel merito, si rimane nelle petizioni di principio (con pretesa di auto-evidenza). In un’inarrestabile sequela di errori concettuali, da una premessa sbagliata – cioè che lui sa che questa in realtà sarebbe una nuova Costituzione – formula grossolanità su grossolanità. Così riassumibili: state facendo una nuova Costituzione, per farla ci vuole l’autorizzazione del sovrano, il sovrano è il popolo (“che lo vogliate o no”) e – capolavoro tra le sciocchezze  – “a voi è stata conferita soltanto l’autorità, in virtù delle elezioni del 2013, di governare e approvare le leggi entro la costituzione vigente, mai quella di scrivere una nuova costituzione”. Una sequenza con botto finale che contiene una tale quantità di errori concettuali, inesattezze tecniche e ambiguità di discorso da far spavento che uno così insegni in qualche università (per fortuna all’estero). Il problema è così formulabile: non occorre solo possedere una metodologia della propria disciplina, ma anche capirne i confini, i limiti invalicabili. Viroli si sente capace di parlare a tutto campo. Benissimo, i multiformi ingegni esistono. Solo che lui, evidentemente, non lo è.

Dunque? “una costituzione approvata in spregio alle minoranze non può essere una costituzione”. E chi l’ha detto che c’è “spregio”? E chi l’ha detto che una Costituzione non possa essere approvata a maggioranza, come previsto e, peraltro, inevitabile? E chi l’ha detto che è una nuova Costituzione? E che il “popolo” (già il popolo, per Viroli qualcosa di incarnato; un limite tipico del suo approccio) abbia dato un “mandato” (ma perché il corpo elettorale dà mandati?) per governare ma non per “cambiare”, modificare o sostituire che sia, la Costituzione? Lo dice Viroli. Ipse dixit.

Nella sua disciplina tutto è forza e consenso. Qui Viroli vede solo la forza (non il consenso) dell’operazione e allora, ecco, che ci deve essere in giro, oggi, in Italia, un Leviatano, un figlioletto di Hobbes o di Schmitt, meglio se con cadenza toscana.

Lo studioso in realtà dimostra, tra l’altro, che la sua disciplina (la teoria politica, il pensiero politico) è, ahimè, pressocchè totalmente ideologica e nulla ha  a che vedere con la scienza politica, che è una “scienza”. Ma ci mette del suo. Perchè lui (problema al limite esteso ai suoi studenti), pretende di calare le sue teorie nella realtà per offrire spunti (insegnamenti?), essendo totalmente a digiuno di elementi di diritto pubblico.

Viroli, dicevo, è studioso della legittimità del potere, non della sua legalità (conformità a procedure e regole; ratio di istituti). Anche se dice “ho a cuore prima di tutto le regole e le procedure” non è minimamente in grado, come è evidente, di entrare in tema. La sua è un’affermazione astratta nella quale crediamo. E salviamo, con molti sforzi, la buona fede. Ma mentre non si avvede che dalla legittimità (in senso filosofico) è passato a discettar di legalità, pur conoscendo in teoria molto meglio di me la differenza tra questi due aspetti, fa veramente la figura del cialtrone. Bobbio, il “suo” (e, se consente, anche un pò nostro) Bobbio, si rivolterà nella tomba.

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