E SUL RAPPORTO TRA DISCIPLINA DI PARTITO E TUTELA DEL DISSENSO UN INUTILE POLVERONE

Sulla disciplina di partito si continua a far confusione e le accuse di autoritarismo fioccano a profusione.

In occasione della revisione della Costituzione attualmente in discussione si dice: ma allora! … non ci si può dissociare in commissione, non lo si può fare neanche in aula … cosa resta del libero mandato parlamentare?!?

A mio avviso resta tutto. Immacolato, integro. Non intaccato per nulla nella sua portata di garanzia.

Quel divieto del partito di cui si parla, il cd. diktat, non tocca la garanzia costituzionale del mandato parlamentare e la scelta del partito si è manifestata in due momenti distinti e per due situazioni in realtà molto diverse, che oggi vengono assimilate impropriamente in una sorte di … mania di persecuzione. In un caso come impedimento dell’espressione di dissenso, nell’altro come perentoria indicazione di una linea di partito anche per i dissenzienti.

La Costituzione e i regolamenti parlamentari creano un assetto del seguente tipo. Non offrono una “garanzia” al parlamentare di esprimersi in dissenso rispetto al gruppo nella sede della commissione. Siccome in commissione il parlamentare rappresenta il gruppo, essendo da questo designato, potrà essere revocato (tecnicamente, sostituito) in qualunque momento e senza formali spiegazioni (ad libitum e ad nutum, direbbero i romani) se la dirigenza del gruppo parlamentare ha l’impressione che voterebbe contro su un dato progetto di legge. E questo è accaduto nel cd. caso Mineo – Chiti, anche se il Presidente del Senato ha voluto investire la Giunta per il regolamento della questione per un approfondimento sulla ratio delle norme e la Giunta in questione non si è pronunciata ancora.

Veniamo all’aula, al plenum. La situazione è completamente diversa. Esiste una garanzia costituzionale (che non opera in commissione, come abbiamo visto), che si chiama tradizionalmente “libero mandato parlamentare”, per cui il parlamentare rappresentando la Nazione, ed operando per previsione costituzionale espressa senza “vincolo di mandato”, ha alcune precise facoltà (o diritti) conferiti dai regolamenti tra cui, in particolare, quello di intervenire in dissenso rispetto alla posizione espressa dal gruppo e, non potendo essere sostituito (l’aula è la sede plenaria, per definizione composta da tutti i parlamentari che ne fanno parte) di votare contro il progetto nei singoli articoli e nella votazione finale.

Attenzione. Con riferimento all’aula – e siamo alle vicende di queste ore –  il partito o, meglio, il gruppo potrà dichiarare, come è avvenuto, di non considerare quella specifica votazione o quel progetto di legge come una “caso di coscienza” con le conseguenze del caso che avrebbe questo riconoscimento (concessione di una libertà di voto per tutti oppure uti singuli per ciascuno che fosse in dissenso rispetto alla linea ufficiale che pure esiste ma con tolleranza – politica –  del dissenso, cioè di fatto con una pubblica rinuncia del gruppo e del partito di azionare meccanismi sanzionatori sul piano disciplinare o politico in senso ampio).

Non entro nel merito se il caso in questione sia un caso in cui il partito debba preferibilmente riconoscere il ricorrere della materia di “coscienza”. La coscienza peraltro è coscienza. Non esiste una coscienza super-individuale. Per cui in ultima analisi ciascuno ne è supremo giudice. Quindi la questione vera è un’altra. E cioè che, presupposto che il parlamentare possa sempre invocare la ricorrenza della coscienza del caso secondo propria sensibilità, laddove esista una linea di partito e si invochi la compattezza (in questo senso, si disconosca l’esistenza di una materia di coscienza), l’invocazione della “coscienza” da parte del parlamentare è più che altro una clausola di stile: in primo luogo perché alla fin fine la coscienza è del singolo ma il coltello dalla parte del manico ce l’ha sempre il partito; in secondo luogo perché – come abbiamo visto –  il parlamentare in aula può sempre parlare e votare in dissenso.

Strana idea quella per cui il parlamentare possa invocare liberamente la coscienza e al gruppo parlamentare non tocchi che prenderne atto, e magari non resti che applaudire per l’alto senso di eticità con cui il parlamentare svolge la funzione.

V’è un equilibrio saggio tra disciplina e dissenso.

Il parlamentare avrà la garanzia del dissenso (e potrà ottenere consensi nell’opinione pubblica, attenzione di altri partiti, vedersi riconoscere una primazia nel caso di un ravvedimento postumo del partito e chissà cos’altro…), il partito utilizzerà, se ritiene, eventuali meccanismi sanzionatori, tra i quali è indisponibile la revoca dal mandato parlamentare finchè la legislatura avrà corso.

Dopo, liberi tutti. Ognuno farà le sue valutazioni: il parlamentare (che potrebbe decide anzitempo di lasciar il partito e il gruppo per il venir meno di un rapporto che non può che essere, innanzitutto, di riconoscimento di massima nelle liee del partito, di fiducia reciproca e di convinzione), del partito, degli elettori (nella misura in cui la loro scelta incida nell’ambito del meccanismo elettorale; è questo è punto, allo stato, delicato); dell’opinione pubblica.

In occasione della conclusione della legislatura, se il parlamentare sarà ancora interessato ad essere inserito in una lista che concorre alle elezioni (del suo partito originario o di altro), tutti trarranno, come potranno, delle conclusioni. Sarà desiderasse di essere ricandidato dal “suo” partito, sarà il partito a decidere se ricandidarlo o no; se lui o il suo partito non lo volessero, potrebbe essere candidato eventualmente da altra formazione; o da nessuno. La vita continua e la politica si può fare in mille modi.

In tutto questo invocare formali o sostanziali violazioni del libero mandato parlamentare o la scorrettezza di una parola (del partito) non mantenuta ci sembra del tutto fuori luogo. Quando dal partito fu detto: se vorranno si esprimeranno in dissenso in aula, si descriveva puramente e semplicemente il funzionamento costituzionale del sistema, e meno male che il partito se ne ricordò (la politica in questi anni non sempre ha ricordato cosa c’è scritto in Costituzione). Non si anticipava, evidentemente, la posizione che avrebbe assunto il partito a riguardo: disciplina o tolleranza del dissenso. Ora il nodo è sciolto. E se qualcuno si volesse esprimere in dissenso in aula, nessuno – infatti – glielo impedirà. Né potrebbe mai.

 

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