E SULL’ ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SIAMO A RISCHIO “AZIONE PARALLELA”.

Nel genio musiliano l’Azione Parallela è un’organizzazione creata per festeggiare il regno dell’imperatore Francesco Giuseppe. I membri dell’organizzazione sono in continuo impegnati a trovare un’Idea (che non troveranno) da porre a base dell’Azione. Nel frattempo si susseguiranno amori, tradimenti, passioni, e tutto il resto. L’emendamento Gotor rischia di innestare nelle nostre istituzioni la creazione di un’Azione Parallela ogni volta che si deve eleggere il Presidente della Repubblica.

In quegli giorni si sta sviluppando un’importante mobilitazione contro l’approvazione della legge di revisione costituzionale attualmente in discussione, tra l’altro riferimento all’assenza di adeguati contrappesi al potere del governo. Qui, in modo solo lontanamente connesso (e comunque con diversa ispirazione), poniamo il problema, per certi versi opposto, del barocco istituzionale italiano. Di un certo modo ingenuo e macchinoso di immaginare le riforme e i loro effetti e del loro presunto “garantismo”.

L’emendamento approvato ieri in tema di elezione del Capo dello Stato è solo un esempio tra i tanti possibili.

Detto che la maggioranza assoluta per eleggere una così alta carica ad un certo punto deve pure essere prevista, per quanti timori vi possano essere relativamente a quorum ormai a disposizione di qualunque governo (grazie al premio di maggioranza), l’innovazione intende raccogliere alcuni timori circa la prospettiva che con le regole attuali la maggioranza abbia gioco fin troppo facile per eleggere con i soli propri voti la più alta carica dello Stato. L’emendamento Gotor, ormai parte del testo (ma non ancora definitivo), innesta una fase nuova, che però potenzialmente allunga i tempi rispetto ad un evento – quello della richiesta di maggioranza assoluta – che, se si vuole, accadrà: una specie di condizione potestativa. Efficace o controproducente? Vedremo. Per ora spieghiamo. Tra le prime tre votazioni (con la riforma quattro) attualmente previste, che richiedono i due terzi dei voti delle due camere (e parliamo, per il Senato, di quello verosimilmente riformato), e la fase della votazione a maggioranza assoluta (nel testo attuale dalla quarta votazione, per il futuro dalla … nona), viene introdotta una lunga fase “cuscinetto”, con quorum decrescente ma ancora elevato, e non scontatamente disponibile alla sola maggioranza (ma non è detto). Questa fase intende incentivare la convergenza di consenso tra schieramenti. Dalla quinta votazione alla ottava votazione per eleggere il Capo dello Stato occorreranno i tre quinti dei voti degli aventi diritto, pari al 60% all’incirca del corpo (dopo che già la maggioranza di due terzi, come abbiamo detto viene richiesta non più “solo” per tre scrutini, ma per quattro). 

Lo capisco da me che il diritto cerca di supplire alle difficoltà della politica. Il problema è l’efficiacia di singole misure e gli effetti che comunque dispiegano. Teniamo intanto conto che la prassi ha registrato i più diversi risultati: dalle 21/23 votazioni per eleggere Saragat e Leone all’unica votazione richiesta in altri casi. La seconda elezione di Napolitano è avvenuta al sesto scrutinio.

Il problema essenziale a me pare il seguente: c’è volontà della politica di accettare la ratio della regole? Se sì, non mi pare che tra i due terzi e i tre quinti cambi molto. Se no, allo stesso modo, non mi pare che tra i tre quinti e la maggioranza assoluta cambi molto (dato che la maggioranza effettiva a disposizione in virtù del premio di maggioranza è sempre significativamente più ampia).

Del resto chi mastica qualcosa di teoria dei giochi sa bene che quando la procedura è nota, con un consenso decrescente, la voglia di contrattazione di chi ha il coltello dalla parte del manico può essere del tutto strumentale, funzionale a far trascorrere il tempo invano, col rischio di arrivare allo stesso risultato (un Presidente eletto dalla maggioranza di governo) e per di più sentirsi dire che le opposizioni non hanno mantenuto un atteggiamento realistico e costruttivo (mentre forse è il contrario, chi lo sa…). L’esito più probabile di una soluzione di questo tipo è solo di allungare i tempi, in un momento in cui l’efficienza viene considerata un valore preminente rispetto ad altri. Sarebbe sbagliato far prevalere l’efficienza se le lungaggini garantissero qualcosa d’altro. Il problema è che non è garantito proprio nulla se non l’allungamento dei tempi in sè.

Otto,  nove votazioni possono essere uno psicodramma, ma anche un teatrino inutile. I promotori della riforma sembrano presupporre che con il susseguirsi delle votazioni la graniticità della maggioranza potrebbe venir meno. Ma va detto in primo luogo che la situazione drammatica determinatasi con l’elezione di Napolitano, come certe elezioni gestite dai notabili democristiani in anni lontani (vere partite di scacchi senza vincitore prefigurato; si pensi per tutte a quelle che elessero Scalfano sotto il suono delle bombe), sono oggi e saranno destinate ad essere sempre più casi eccezionali. Il paese sta cambiando mentalità, certe cose non le tollera più. Inoltre, siamo ormai al ritorno dei partiti (sono ancora deboli ma sono tornati), e partiti ampiamente “lideristici”, dove c’è una linea e la si attua.

Ma poi, in secondo luogo, si vuole davvero questo? Si vuole che, sempre ammesso che una maggioranza di governo voglia mettere cappello sul Presidente senza cerca consenso più ampio, questa maggioranza si laceri, tra l’altro sapendo bene che rimanendo compatta raggiungerà con certezza l’obiettivo (non condiviso)? Allora o è il partito è unito, e allora non si farebbe certo spaventare da qualche votazione in più (lo sa da prima), o è diviso e allora tutto può accadere fin dalla prima votazione (chiedete a Bersani & co.).

Insomma il rischio è che si allunghino solo i tempi, dando uno spettacolo brutto, quanto più esso è una falsa rappresentazione. Si crea una procedura macchinosa (a che servono quattro votazioni con la medesima maggioranza!) più facilmente che lacerante. E, anche se fosse, si vuole portare la logica Civati-Minieo-Chiti, di invocare voti di coscienza a ogni piè sospinto anche nel solenne momento dell’elezione del Presidente della Repubblica. Ci sarà un deliberato di partito o no? si sarà discusso o no?

Del resto di una procedura così articolata non vi è alcuna traccia (al solito…) nelle democrazie repubblicane parlamentari consolidate. L’art. 54, co. 6 della Legge fondamentale di Bonn è di una sconcertante semplicità. I tedeschi sono gente pratica, il barocco amano solo ascoltarlo, non praticarlo. “È eletto chi riceve i voti della maggioranza dei membri della Assemblea federale. Se tale maggioranza non viene raggiunta dopo due votazioni da nessun candidato, viene eletto chi raccoglie il maggior numero di voti in una successiva votazione”. Due votazioni a maggioranza assoluta e poi elezione con voto del maggior numero. Al massimo alla terza votazione hanno eletto il Presidente. Si potrebbe dare uno sguardo anche alla Costituzione ceca e ad altre ancora, il risultato non cambierebbe molto.

Ed è un pensiero essenzialmente italico – frutto del complesso del tiranno e della diffidenza reciproca tra le parti politiche, più che della ratio oggettiva delle norme – che chi venga eletto da un voto “di parte” sarà un presidente, allo stesso modo, … di parte. Dove sta scritto, e dove è mai avvenuto, che un Presidente eletto si sentirà “politicamente” espressione della maggioranza che lo ha espresso? A parte il ruolo che gioca la personalità, il Presidente ha nella Costituzione degli argini precisi che limitano la sua discrezionalità. Infine le dinamiche politiche oggi – se il sistema riprenderà a funzionare (il che presuppone pochi partiti coesi, non lacerati) – ridurrà la discrezionalità dei Presidenti nel gioco politico, i quali, comunque, di grande massima sono sempre stati all’altezza del loro compito a prescindere dalle maggioranze. 

Dunque, se i partiti più rappresentativi l’accordo lo vogliono davvero, già oggi dispongono di ben tre votazioni per cercarlo, bastano e avanzano. E’ sufficiente che due dei tre maggiori partiti si accordino su un nome, magari con convergenza di qualche scheggia attualmente in parlamento. Sarebbe facile, ma in Italia – il paese del complesso del Tiranno – tutto diventa oscuro e difficile.

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