DIECI PEZZI FACILI. LE DIECI DOMANDE E MIEI OTTO Si’ (CON DUE IMPORTANTI NO)

Mi sono divertito a rispondere anche io alle dieci domande che il Pd ha rivolto al M5S in tema di riforme. E’ andata così.

  1. Per noi un vincitore ci vuole sempre. Vi chiediamo: siete disponibili a prevedere un ballottaggio, così da avere sempre la certezza di un vincitore? No grazie. Anche a me piacerebbe un governo che abbia sempre i numeri (peraltro il premio di maggioranza fornisce solo quelli iniziali), e meglio ancora se mono-partito. Peccato che la garanzia assoluta che ciò avvenga è incompatibile con i sistemi parlamentari, che tra l’altro si basano sul principio che debba essere il parlamento (non gli elettori) a investire il governo. E’ fondamentale, certo, il modo in cui nascono i governi: ma ciò depone in senso contrario a questo auspicato dalla domanda. La forza politica di un governo è più vera quanto più è frutto di processi politici spontanei, di convergenze vere, del rispetto delle identità partitiche; altrimenti l’esperienza ci insegna che i numeri durano poco: occorrono ancora prove? Su un piano più generale, nessun sistema elettorale al mondo è – al contrario di quello che vogliono farvi credere – “majority assuring”, cioè capace di assicurare GIURIDICAMENTE una maggioranza. Neanche l’Inghilterra, che infatti ha attualmente un governo di coalizione e post-elettorale (orrore, eh?!?). Le ragioni sono tante (e le tralascio) ma è strano che non vi venga il dubbio dal fatto che non esista sistema parlamentare con “vincitore certo” la sera delle elezioni? Si usa replicare, a questo punto, che c’è il “modello del sindaco” (il Sindaco d’Italia, diceva Segni). Ora, a parte che a livello nazionale quel sistema sarebbe intollerabile sul piano democratico (e grosso modo la riforma del centro-destra del 2005 lo ricalcava fortemente), c’è il piccolo particolare che quel sistema NON ha logiche parlamentari ed è la Costituzione a prevedere la forma di governo parlamentare (della cui revisione attualmente non si parla: Renzi ha rifiutato espressamente l’invito di Berlusconi). Il sistema del sindaco ha una logica presidenziale senza avere, peraltro, le garanzie di quei sistemi. E’ l’elezione popolare di una carica monocratica (cioè indivisibile, perché rinvia a una persona fisica) che trascina con sè – nel modello del sindaco – l’esigenza che abbia una maggioranza (cosa peraltro non vera nei presidenzialismi, che sono deboli proprio perchè manca un raccordo tra presidente e parlamento). Per concludere: è vero che il “premio di maggioranza”, assegnato al primo turno o a seguito di ballottaggio, è majority assuring. Peccato che il premio si usi solo in Italia e che in Grecia non sia majority assuring ma corrisponda a una quota fissa (che non garantisce alcuna maggioranza in seggi). A nessuno dunque, tranne che a noi, viene in mente di utilizzare un istituto che pure appare semplice, comodo e garantito. Chissà perchè. E tralasciamo che la maggioranza assoluta – conferita ope legis – è attualmente il principale quorum di garanzia previsto in Costituzione. Che ci si arrivi per forza politica si può capire. Per un regalo, questo no.

 

  1.  Siete disponibili ad assicurare un premio di maggioranza, al primo o al secondo turno, non superiore al 15 per cento, per garantire a chi ha vinto di avere un minimo di margine di governabilità? No grazie, davvero (non faccio cerimonie). Il premio di maggioranza non va bene a prescindere: non è questione di misura. C’è un equivoco e non è questione solo nominalistica ma sostanziale (un vizio). Il premio di maggioranza è frutto di un uso distorto dell’ingegneria costituzionale, che viene piegata dai nostri “apprendisti stregoni” a fini non disponibili su un duplice piano: della logica istituzionale e della Costituzione. Il premio di maggioranza in realtà è basato su travisamenti e su errori concettuali (lo dimostrerò subito appresso). Intanto, fa male la Corte Costituzionale a porre la questione nei termini di distorsione accettabile del principio rappresentativo per ragioni di governabilità, di quantum del premio, di un dosaggio che ha dei limiti ma entro il quale con l’ingegneria costituzionale si può far tutto. Eppure stranamente anche i costituzionalisti più parlamentaristi (una volta detti “nobilmente conservatori”, oggi ribattezzati “professoroni”) si incamminano sull’impervia via di discettare in quale misura il premio è legittimo (almeno il 40%, il 42,5 %, etc.), superata la quale diventa … illegittimo. Il che innanzitutto non scalfisce l’obiezione dell’inammissibile regalo per mettere mano alla Costituzione ed eleggere alte cariche (quorum di garanzia). Ma c’è anche altro. Sul nostro sistema elettorale (parlo della legge del 2005  e del cd. Italicum, non di quello attualmente vigente, privo di premio) bisogna intendersi. Ed è strano che ci si divida già sulla sua qualificazione. La Corte ad esempio, nel sostenere la tesi che il premio va bene ma se ragionevole, afferma che il nostro sistema elettorale è un “proporzionale”, sebbene variamente corretto, e tra le correzioni vi sarebbe anche il premio. D’Alimonte e altri, però, parlano di un sistema “maggioritario”. In un certo senso non a torto, anche se in modo del tutto paradossale, in quando qualunque studente di giurisprudenza del primo anno dovrebbe sapere che il nostro sistema ha indiscutibilmente una base proporzionale. Il problema è proprio il premio, non gli altri meccanismi di disproporzionalità (come le soglie).  I dubbi di qualificazione sono di per sé una patente di incostituzionalità perché almeno secondo la sentenza n. 1 del 2014 della Corte l’elettore deve usare in modo consapevole lo strumento elettorale e i difetti di qualificazione del sistema sonno di per sè un sintomo di grave oscurità non dei suoi effetti pratici ma di “riconoscibilità” del modo d’essere del sistema. Eccoci al punto. Cos’è veramente il cd. premio di maggioranza. Il “premio di maggioranza”, prima che nascesse il nome per segnalare qualcosa di nuovo, non è altro che l’effetto dell’applicazione del principio maggioritario (e i sistemi maggioritari erano gli unici praticamente esistenti nell’ottocento, tipici del parlamentarismo liberale). Il primo che arriva prende tutti i seggi in palio nel collegio, contro qualunque proporzionalità della loro distribuzione. Quello che poi diventerà l’invenzione italica del premio di maggioranza nasce dalla reazione che si determina in dottrina e negli ambienti politici per le distorsioni, talvolta odiose, provocate dall’applicazione integrale del principio maggioritario nei collegi plurinominali (importante: in quanto sono i collegi plurinominali il cavallo di Troia che fa transitare -. in Italia – logiche maggioritarie nei sistemi proporzionali, che sono plurinominali per definizione). Intanto il principio maggioritario per sua natura opera a livello di collegio. L’applicazione integrale del principio maggioritario poteva avere (e può avere) effetti distorsivi micidiali, potenzialmente non solo annullando nel collegio del tutto la presenza di minoranze (ciò è normale) ma facendolo a livello macro per la sommatoria dei risultati nei collegi (ipotesi rara, ma non del tutto astratta; si ricorda il cappotto 61 a 0 in Sicilia del Pdl contro l’Ulivo? Cosa sarebbe accaduto se ciò si fosse verificato ovunque? Zero seggi alle minoranze). Ragione per cui in Francia e altrove parecchi decenni fa si cominciò a prevedere un temperamento dell’applicazione del principio maggioritario, assicurando alle minoranze nel collegio in ogni caso una quota minima in percentuale di seggi (un premio di minoranza come limite all’applicazione del principio maggioritario: cioè l’esatto contrario di oggi!). Il maggioritario con garanzia per le minoranze diventa sistema proporzionale con “premio di maggioranza”, per pasticci e malandrinate che non sto qui a spiegare, con la famigerata legge Acerbo quando si parte dalla proporzionale e vi si innesta la logica del maggioritario corretto trasponendola dai collegi territoriali al collegio unico nazionale (in genere non utilizzato o utilizzato solo in sistemi proporzionali). Il meccanismo della legge Acerbo (ancora non chiamata “a premio di maggioranza”) viene riprodotto nel 1953 con la cd. legge truffa con la sola differenza che si corregge il più odioso dei suoi difetti quello di attribuire una maggioranza di seggi ad una minoranza, per cui la legge del 1953 “sdogana” in ambito democratico il premio stabilendo che esso debba unicamente rafforzare una maggioranza che già se ha una sua autonoma in seggi. Ma sempre truffa è, col premio si regalano seggi in un sistema proporzionale mentre il “regalo” dei  seggi in un sistema maggioritario non è un accidente ma proprio l’essenza del principio maggioritario (il vincitore prende tutto; nel collegio). Il problema è dunque che il principio maggioritario (sia pure limitato alla distribuzione di una quota parte di seggi) non è applicato in nessun luogo al mondo su scala nazionale ma sempre a livello di collegi, e mai e poi mai è regalo a livello nazionale a fini di governabilità. Tra l’altro creando l’illusione che un popolo abbiamo voluto investire un governo. Concludiamo: il nostro sistema del 2005 e anche quello dell’Italicum non è un proporzionale corretto (come ritiene la Corte), ma un “sistema misto”, in parte proporzionale in parte maggioritario. I sistemi misti già dei per sè funzionano maluccio perchè rispondono a logiche contraddittorie, ma nel nostro caso c’è di peggio: la singolarità assoluta (condivisa con la Grecia) che il principio maggioritario si applica a livello nazionale e che (e qui restiamo da soli, perchè la Grecia non ci segue) garantisce giuridicamente che la maggioranza fatta da liste apparentate sia autosufficiente in seggi (dopo il primo o il secondo turno, è attualmente in discussione). Precisazione: è del tutto scorretto operare un’assimilazione con i cd. premi di maggioranza impliciti (così lo chiamano, sbagliando, Quagliariello e D’Alimonte). Ciò serve a dire che in realtà i premi sono dovunque nelle leggi elettorali (superando l’obiezione che li abbiamo solo noi) ma l’affermazione è del tutto scorretta. I cd. premi di maggioranza implicita (l’espressione è inventata in Italia) sono in realtà tutt’altro: sono “soglie di sbarramento implicite” (questa l’espressione nota a tutti a livello internazionale) che scattano in base alla grandezza dei collegi ma che operano nei collegi. Il premio di maggioranza invece per sua “natura” (per così dire) opera nel collegio unico nazionale, tanto è vero che la Corte ha bocciato come irragionevoli e contraddittori i premi regionali (nella logica perversa del premio non fa una grinza). Le soglie implicite sono tutt’altro: nel lasciare fuori forze dall’attribuzione dei seggi sono meccanismi dis-proporzionali che operano in sistemi integralmente proporzionali. Sovra-rappresentano le forze che entrano nell’assemblea ma non sono premi di maggioranza (in quanto operano nei collegi ma usuali ed efficaci correttivi, insieme alle soglie di sbarramento esplicite (di cui il cd. ‘Italicum abbonda) per correggere i sistemi elettorali proporzionali. I premi di maggioranza dunque non esistono nella buona teoria e non dovrebbero esiste nella pratica, tra l’altro che sono in contraddizione con le soglie di sbarramento (i premi aggregano la frammentazione in coalizioni, le soglie combattono la frammentazione presupponendo la corsa solitaria dei partiti). Quanto ignoranza in tema!

 

  1.  Siete disponibili a ridurre l’estensione dei collegi? Si. In un sistema elettorale basato su collegi (senza premio) la grandezza dei collegi è una variabile fondamentale, soprattutto nei sistemi a base proporzionale, perché più grandi sono i collegi più si realizza l’effetto distorsivo (o dis-proporzionale) e ne beneficia la governabilità (attenzione, lo abbiamo già detto: solo se i risultati dei collegi sono omogenei tra loro e sul territorio nazionale. Siccome l’evenienza è rara i nostri “geni” hanno inventato il premio di maggioranza). In ogni caso collegi grandi = effetto meno proporzionale e soglia di sbarramento implicita molto alta (ben superiore a quella eventualmente prevista in modo espresso). Meno forze politiche accedono in parlamento più è facile che si realizzino le condizioni della governabilità. La frammentazione del sistema partitico (non diversamente il loro supposto rimedio, le coalizioni) sono i killer della principio di responsabilità e delle logiche democratico-rappresentative. La democrazia di investitura e di indirizzo, il mandato popolare possibile, sono tutte in questa equazione e non certo nei sistemi a premio di maggioranza che creano disfunzionalità al sistema e sono, a mio avviso, incostituzionali.

 

  1.  Siete disponibili a far verificare preventivamente la legge elettorale dalla Corte Costituzionale? Si. Buona idea (neanche nuova, per la verità). Andrebbe però inserita in un discorso più generale per evitare figli e figliastri in evenienze ancora più pericolose. In effetti dinanzi ad un deliberato palesemente incostituzionale occorrerebbe uno strumento che ne impedisca l’entrata in vigore onde evitare scenari davvero molto problematici. Ciò non vale solo per le leggi elettorali ma anche e soprattutto per le leggi di revisione della Costituzione, che oggi sono sindacabili dalla Corte solo dopo l’entrata in vigore (quando magari è troppo tardi per correre ai ripari e si è rotta la legalità costituzionale, magari corroborata, la rottura, dalla pronuncia del corpo elettorale con referendum popolare ex art. 138 Cost. ). Un effetto indiretto dell’assenza di questo istituto è che abbiamo un parlamento eletto con una legge illegittima che la Corte ha mostrato di ritenere del tutto legittimo. Certo le regole delle sua elezione sono state rispettate (la correttezza formale del processo elettorale), ma le questioni circa la sua legittimazione sono enormi.

 

  1.  Siete disponibili a ridurre il potere delle Regioni modificando il Titolo V e riportando in capo allo Stato funzioni come le grandi infrastrutture, l’energia, la promozione turistica? Si. Senz’altro. Al di là degli esempi la riforma del titolo V, parte II, della Costituzione (1999-2001) è stata una delle sciagure di questi ultimi decenni. Fonte di complicazioni e di sprechi. Troppe competenze alle regioni rispetto a quelle utili e che le regioni sono in grado di gestire, troppi conflitti con lo stato. Oggi nessuno ricorda che saremo sì uno Stato regionale ma ormai viviamo in un multilivel government che comprende anche l’Unione europea (che nella Costituzione del 1948 non era contemplata, e che è nata dopo). E vi sarete accorti che la globalizzazione impone ai sistemi paese di competere sul piano dell’efficienza oltre che della qualità. Bene. La complicazione istituzionale servirà al valore del pluralismo, della democrazia, della rappresentatività, ma non è tutto e del resto anche queste affermazioni sono vere più che altro solo in teoria (così come – per fare un esempio – il garantismo spinto all’eccesso non realizza il valore giustizia ma lo distrugge). In realtà impedendosi ogni forma di efficienza si divorano tutti i valori e si rende insoddisfatto il cittadino che chiede innanzitutto performance ai poteri pubblici. La verità è che si imporrebbero scelte drastiche, molto più di quelle presupposte dalla domanda. Caldoro, il Presidente della Campania, è l’unico che sta rompendo un assordante silenzio. Le Regioni non sono riformabili, ci stiamo muovendo solo nell’ottica della riduzione del danno. Erano una delle più grandi novità della Costituzione Repubblicana. Avrebbero dovuto rivitalizzare lo Stato e, invece, sono state un fattore importante della sua crisi (attraverso il debito pubblico, l’introduzione di complessità ingestibili e non solo). Personalmente non credo più ad una rivitalizzazione del regionalismo, e mi attesterei al massimo su forme di autonomia solo flebilmente politiche (se si volesse andare oltre dovremmo interrogarci se ci sono limiti in Costituzione). In teoria non c’è alcuna materia che si presta ad essere tipicamente (ed esclusivamente) regionale. Immaginiamo un caso semplice: i trasporti (diversi dalle grandi reti nazionali ovviamente). Lavoro a 100 km dalla città in cui vivo. Sono mio malgrado pendolare con auto (con costi e rischi connessi) in quanto esistono venti sistemi autoreferenziali regionali. Il limite tra territori regionali è, fatta eccezione per la dogana e profili più attinenti agli Interni, molto simile ad un confine nazionale, con muri invisibili, per la vita quotidiana del cittadino. Per me il discorso dell’autonomia, su queste basi, è semplicemente privo di senso, che si parli anche solo di turismo o artigianato. Figuriamoci se – in questo tempo di lupi – ci mettiamo in testa di attrarre capitali stranieri. Con 8000 applicazioni diverse (e 75.000 combinazioni possibili, calcola Giannini di Repubblica) della Tasi? Altro esempio: uno straniero vuole un agriturismo in Italia. Sceglie innanzitutto una zona che gli piace, poniamo il Trasimeno (Perugia, Umbria). Possibile che se cambia idea anche di pochi chilometri (mutando regione e comune) debba (non parliamo della pratica…) tutto lo studio daccapo perchè ci sono venti sistemi regionali e migliaia di sistemi locali in materia di agricoltura, urbanistica, edilizia, incentivi, etc.? Inoltre e infine: il governo fa un errore di valutazione, malconsigliato. Crede che il boom dei conflitti di questi anni tra Stato e Regioni dipendano dalle troppe materie di legislazione concorrente e che eliminando questo tipo di potestà legislativa si risolverà tutto o quasi. Non è così, e del resto la materia concorrente c’era già prima del 2001 e non andava così male. Abolire le materie concorrenti equivale a mettere la polvere sotto il tappeto pensando che scompaia. Il problema vero deriva dal potenziamento della potestà legislativa regionale, dalla dissociazione con le potestà regolamentari e amministrative, dall’assenza di sedi di risoluzione politica (ma è già più un palliativo…). I conflitti derivano in ultima analisi dagli intrecci di interessi che toccano le innumerevoli relazioni tra le materie e peggioreranno senza la potestà concorrente (che dà un pò tutto a tutti, ma fa anche da cuscinetto), perché in teoria avremo due campi di legislazione esclusiva ma in pratica – come oggi – nessuno sarà mai escluso per principio da nulla, salvo rari casi (si pensi alla difesa nazionale, alla moneta, etc.). E un giorno bisognerà spiegarlo al cittadino. Se proprio si vuole, allora, la via è quella di una dettagliatissima indicazione dei singoli profili di ciascuna materia, distribuendoli, volta a volta, allo Stato o alla Regione. Hanno fatto così in Germania. In Costituzione c’è un elenco di tre pagine. Brutto ma funzionale. Se proprio non si riesce a resistere alle sirene del decentramento politico, fattore di declino della competitività dell’Italia..
  2. Siete disponibili ad abbassare l’indennità del consigliere regionale a quella del sindaco del comune capoluogo ed eliminare ogni forma di rimborso ai gruppi consiliari delle Regioni?Si/No. L’indennità di consigliere regionale può essere utilmente equiparata a quella di sindaco di comune capoluogo di regione. Demagogico togliere i fondi ai gruppi regionali, solo perché se ne è fatto un pessimo uso in modo praticamente generalizzato. La politica, tanto più nelle istituzioni, ha bisogno di risorse e non col contagocce. La risposta è controlli, controlli, controlli. Le norme erano pessime e peggio applicate. E i consiglieri regionali vengono eletti con le preferenze, hanno una grandissima legittimazione politica ma – per la stessa ragione – tendono a fare un uso tendenzialmente clientelare di tutto ciò che gli capita a tiro. Una tendenza aumentata dalla distruzione delle correnti di partito, che controllavano in modo centralizzato (a livello di corrente) le preferenze. Ormai è guerra non per bande ma tra singoli ras. Sarebbero i nuovi senatori. Tanti auguri a tutti noi.
  3. Siete disponibili ad abolire il CNEL? Si. Sicuramente. E’ un organo di rilievo costituzionale. Nacque tra le fanfare, aveva un non so che di corporativo, ricordava i bei tempi andati e la metafora dell’alveare dove ognuno ha il suo posto. Cimitero per gli elefanti. In passato fu autorevolmente guidato (da Mauccio Ruini, ad esempio), senza grandi risultati, oggi è peggio ancora. Costoso e assolutamente inutile.
  4. Siete disponibili a superare il bicameralismo perfetto modificando il Senato in assemblea che non si esprime sulla fiducia e non vota il bilancio? Si. Il bicameralismo perfetto è solo una invenzione ingegnosa un sistema unico al mondo. Come è fantasiosa e bizzarra l’idea che il Senato della Repubblica serva a migliorare il prodotto legislativo: è un po’ contro-intuitivo che, unici al mondo, abbiamo una camera di meditazione e che da questa meditazione esca il peggiore sistema legislativo dell’Occidente. Senza alcun dubbio. Tuttavia la domanda mi sembra presupporre una scelta che non mi pare che il governo abbia fatto. Si vuole un bicameralismo imperfetto (o differenziato) o un monocameralismo? La domanda sembra orientare il governo verso la prima soluzione, ma la verità è che la domanda è viziata da un’utilizzazione poco tecnica dei termini e dal modo in cui è impostata la questione. Che si debba superare il bicameralismo perfetto non vuol dire, infatti, che si debba necessariamente propendere per il bicameralismo differenziato. La scelta è più ricca. Il governo non ha mai detto in modo consapevole che è per un sistema bicamerale e contro il mono-cameraliasmo, che non vuol dire una sola assemblea, ma un solo organo parlamentare (è il caso della Germania, che è un sistema monocamerale con l’aggiunta di un’assemblea espressiva dei territori, il Bundesrat, che però NON è una camera parlamentare: no fiducia, no immunità,  no status parlamentare, etc.). La scelta fondamentale non è stata ancora fatta in modo esplicito, come ho dimostrato nei precedenti post del blog. Attenzione. Il diavolo è nei particolari.
  5. Siete disponibili a che il ruolo del Senatore non sia più un incarico a tempo pieno e retribuito, ma il Senato sia semplicemente espressione delle autonomie territoriali? Si. Appunto. Ciò depone verso il modello tedesco (monocamerale). Il governo che dice? Non l’ho capito.
  6. Siete disponibili a trovare insieme una soluzione sul punto delle guarentigie costituzionali per i membri di Camera e Senato, individuando una risposta al tema immunità che non diventi occasione di impunità? Si. La risposta è semplice. Se fai una seconda camera parlamentare deve prevedere uno status di parlamentare del tutto analogo a quello dei deputati. Se fai una assemblea che non è una camera parlamentare eppure è espressione di territori, allora le guarentigie saranno al massimo previste a livello regionale (se saranno espressi dalle regione; ad es. dagli Statuti). Già oggi i consiglieri regionali, tutti, godono di insindacabilità e di altre prerogative. Non di immunità penale. Se il Senato non avrà alte funzioni o semplicemente funzioni che ruotano attorno al circuito popolo/sovranità (espresso dalla camera bassa) basta e avanza.

 

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