Archivio mensile:luglio 2014

LE MODIFICA ALL’EMENDAMENTO “ANTI DE LUCA” SONO MOLTO PEGGIORATIVE.

Abbiamo già parlato del cd. emendamento “Anti De Luca” in discussione nel Consiglio regionale della Campania, secondo cui qualora il sindaco di comune superiore ai 5.000 abitanti (altro che De Luca!) avesse voluto candidarsi per il Consiglio regionale avrebbe dovuto dimettersi non oltre il centottantesimo giorno antecedente la scadenza naturale del Consiglio regionale.

Potete recuperare il post qui: https://marcoplutino.com/2014/07/28/sulla-cd-norma-anti-del-luca-e-lo-scantonamento-delle-ineleggibilita/

Ebbene, durante la discussione si è ritenuto di porre riparo ad una soluzione per molti versi criticabile e da quasi tutti criticata. Come? Tornando sul termine dei 180 giorni e riducendolo a soli 30 giorni. D’altra parte, però, la portata della previsione, nella nuova versione, è stata estesa ad un novero ampissimo di soggetti: tutti i consiglieri comunali dei comuni sopra i 5.000 abitanti, i componenti della futura Giunta metropolitana, e i presidenti e assessori delle Giunte provinciali.

Soluzioni peggiorative, l’una e l’altra.  

Su un primo piano. Se fosse accolto l’emendamento, praticamente tutto il ceto politico locale degli eletti sarebbe ineleggibile al Consiglio regionale (salvo previe dimissioni, che equivale più o meno ad un salto buio senza paracadute, salvo che per i sindaci dei grandi comuni). Restano fuori … dirigenti di partito e segretari di circoli, cioè poco più – per chances di riuscita, in un’elezione che richiede parecchie migliaia di voti – che casalinghe e pensionati. Ci dicessero loro, i signori consiglieri regionali uscenti, chi devono essere i prossimi consiglieri regionali e facciamo prima e ci risparmiamo i costi e il fastidio delle urne!

Non si tratta allora di una miglioria. Da un lato l’estensione del novero dei soggetti potenzialmente incisi, in cambio di una riduzione dei termini per l’obbligo (o onere) delle dimissioni, realizza una generalizzazione del tutto impropria, assolutamente inaccettabile, di un istituto, quello dell’ineleggibilità, che dovrebbe essere eccezionale per la caratteristica di incidere fortemente in modo limitativo sul diritto di elettorato passivo dell’eletto.

Su altro piano – attenzione – non è positiva la riduzione del termine per le dimissioni (allineandolo in fatto con quello di presentazione delle candidature) perchè contrasta chiaramente con la ratio dell’istituto, che è quello di evitare che una concorrenza sleale di riversi sul processo democratico e non Quest’ultima è, invece, questa sì’, una concorrenza sleale di quelli che sono “dentro”, e hanno il dominio delle regole, su quelli che sono “fuori”. Una collusione, una chiusura, uno sviluppo quasi di tipo, direbbero gli economisti, oligopolistico o monopolistico.

Va detto anche con la modifica, infatti, sempre di ineleggibilità (e non di incompatibilità) si tratta.

Alcuni disposizioni esistenti nel nostro ordinamento potrebbero ingannare per la loro similitudine. Facciamo solo due esempi.

Per una certa serie di casi il d.P.R. n. 361 del 1957 (“Testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera del deputati”), all’art. 7 si prevede, è vero, un’abbreviazione dei termini rispetto all’onere delle dimissioni nel caso ci si voglia candidare, ma tale previsione è dettata dall’esigenza di tener conto che laddove v’è scioglimento anticipato delle camere di fatto salta il parametro fisso dei centottanta giorni (che per il resto rimane vigente, ma che presuppone la scadenza naturale della camera). E’ così si fissa un termine molto stringente (o elastico, a secondo delle vedute) di sette giorni dalla pubblicazione del decreto di scioglimento (nel caso in cui il decretato scioglimento della Camera dei deputati anticipi la chiusura della legislatura di almeno centoventi giorni).  

Ma sono sempre le regioni, quelle su cui dovremmo rifondare lo Stato repubblicano, a distinguersi. Nella legislazione regionale tale termine viene perfino collegato al termine per presentare le candidature (“non oltre il giorno fissato per la presentazione delle candidature”, ad es. F.V.G.). E siffatto termine è di regola, appunto, quello dei trenta giorni. Tuttavia la gran parte della legislazione regionale, pur errando in questo errore (concettuale, che è anche una furbizia per non cedere all’incompatibilità) di spostare in avanti il termine per le dimissioni, si riferisce per lo più a definire ineleggibilità per cariche amministrative o politico-amministrative.

L’istituto dell’ineleggibilità presuppone un conflitto e un’alterazione delle regole del gioco democratico, ma tale istituto nasce sul piano della corretta definizione dei rapporti tra politica e amministrazione ed è uno dei modi per non politicizzare l’amministrazione, soprattutto nel caso in cui un funzionario sia orientato a svolgere attività politica in futuro. Ad evitare un uso tendenzioso (anche se non necessariamente illegittimo) di cariche amministrative o politico-amministrative per evitare che rendite di posizione amministrative siano un indebito (indebito perché indebito diventa il modo in cui si utilizza la funzione) trampolino di lancio per la politica.

Estendere e generalizzare l’ineleggibilità a cariche politiche (e tutte, praticamente) contrasta con la logica profonda della politica, per cui si ascende da una carica all’altra e nulla a che vedere con le campagne di moralizzazione. E’ parte di un discorso di chiusura della politica: ognuno di chiude per quel che può. I consiglieri agli altri politici locali e la politica alla società. Brutta (e illegittima) piega. E’ solo su un piano non  tecnico che possiamo ammettere che un politico (poniamo il sindaco di una grande città) faccia una concorrenza sleale ad un altro politico (poniamo un consigliere regionale) per il tipo di ruolo che svolge, per il numero di amministrati che ha, per l’ampiezza della circoscrizione che amministra. E comunque, se pure fosse, le previsioni in questione vanno molto, molto oltre, in un’irragionevolezza assoluta di un’arbitraria restrizione del processo elettorale e democratico.

Il tema vero è dunque che la ratio oggettivo dell’ineleggibilità non è conforme con l’intentio dei proponenti (o meglio viceversa). E’ evidente: se la ratio è evitare l’alterazione delle regole di una competizione che senso ha annullare quasi il termine, quando ormai i buoi sono fuggiti? La competizione politica, la raccolta di consenso è solo qualche settimana di campagna elettorale? Così mostra di credere alla Regione (ma poi fatto tutt’altro, perché sono sempre in campagna elettorale, loro, come dimostrano queste misure). Ecco che, in generale, se si vuole disciplinare un’ineleggibilità un termine ampio (non esagerato) è ragionevole, uno molto ristretto (paradossale, ma è così) non lo è, perchè tradisce le vere intenzioni.

Il fatto è che con la candidatura il soggetto incoming è già nel processo elettorale ma c’è l’alea e non è ancora un eletto. Allora la soluzione più ragionevole è quella della incompatibilità, che comporta diritto di opzione, sulla base della ragionevole affermazione, che è una tendenza precisa del nostro ordinamento, per cui non si può svolgere bene più di una carica per volta. Ma quello dell’incompatibilità è tutt’altro piano (comportando la possibilità dell’elezione, salvo opzione), che non serve ai propositi dei nostri eroi e quindi non viene preso in considerazione. Ma per loro c’è un continuum tra i due istituti – diversissimi  – e pensano così di aver concesso il massimo possibile pur salvaguardando l’obiettivo (vero). Errore.

Dunque il Consiglio regionale non ha fatto altro che peggiorare tutto dal punto di vista del piano della legittimità. In più ha rivelato, oltre ogni ragionevole dubbio, le sue vere (e poco nobili) intenzioni. Una pistola fumante.

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SE IERI AVESSE PARLATO IL LEADER DI PARTITO E NON IL PRESIDENTE

Da quando si è appreso che il progetto di revisione costituzionale sarebbe stato incardinato presso il Senato si è capito che la via prescelta dal governo era quella di una prova di forza quale banco di prova, non privo di aspetti simbolici, dell’azione di governo. Approdato dalla commissione all’aula, il disegno di legge è gravato da quasi 8.000 emendamenti, in buona parte di provenienza della “seconda sinistra”, quella Sel che peraltro nei giorni scorsi ha perso un pezzo con la neonata “Libertà e diritti-Pse” di Migliore. Ieri con un uso piuttosto spinto delle norme e delle prassi parlamentari sono stati superati con la tecnica del “canguro” 1.400 di questi emendamenti, a costo di una seduta tesissima. In serata un tweet, non felicissimo a nostro avviso, del Presidente del Consiglio ha accusato i “frenatori” (ma l’espressione non è in questo caso utilizzata) di andare contro una precisa richiesta degli italiani “di cambiare un sistema politico che non funziona più”, che “le sceneggiate di oggi [ieri] dimostrano che alcuni senatori perdono tempo per paura di perdere la poltrona”, e che il governo non si sarebbe mai fatto “ricattare da nessuno”. Non entro nel merito di quanto fondamento abbia una posizione del governo da protagonista in un processo di consistente revisione del testo della Costituzione. Anche se si avesse un convincimento non restrittivo, il messaggio (un tweet) è parso un po’ sopra le righe, frutto esso stesso di un clima parlamentare concitato e gladiatorio al quale il Presidente del Consiglio dovrebbe rimanere per quanto più possibile estraneo. Dopo l’approvazione eventuale le dichiarazioni e le interviste saranno inevitabili. Oggi meglio tacere. O al massimo dire quel che le circostanze imporrebbero di dire, nelle opportune vesti di chi è in grado di dire certe cose.

Matteo Renzi avrebbe dovuto da tempo dotarsi di due profili privati ma più chiaramente distinti sui social. Per dire, ieri ha parlato il dottor Matteo Renzi ma abbastanza esplicitamente nelle vesti di Presidente del Consiglio (per quanto, ripetiamo, su un profilo privato di un social; ma non è che un leader del maggiore partito italiano sia, diversamente, un quivis de populo). Non ha parlato solo o soprattutto il leader di partito. Uno spazio in cui, peraltro, può parlare più liberamente, laddove un Presidente del Consiglio non può andare molto oltre la minaccia, più o meno credibile, di chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere. E dal partito sono venuti spunti. I suoi, giustamente, affermano che sono a rischio le future alleanze con Sel (sì, siamo ancora a questo, dopo venti anni di tira e molla con dazi onerosissimi per la governabilità). Renzi ha adottato fino una linea istituzionale. Ha lasciato intravvedere nei giorni scorsi che in cambio di una linea più morbida sulla revisione della costituzione avrebbe preso in considerazione, almeno entro certi limiti, la possibilità di rivedere alcuni dettagli del convitato di pietra della legge elettorale, a partire dall’abbassamento o da una rimodulazione delle soglie di sbarramento (o alle preferenze, e così via). Ora, io dico: non si mischiano pere e mele. Se legge elettorale e riforma della Costituzione avranno dei legami strutturali, ovviamente, tuttavia non è corretto implicare l’esito della discussione su alcuni aspetti apparentemente marginali della legge elettorale, ma in realtà qualificanti, in un baratto che abbia ad oggetto  la revisione della Costituzione.

In primo luogo perché l’esperienza ci insegna che mischiare questioni diverse non ha mai avuto fortuna (si pensi solo al tentativo veltroniano del 2008 e alla cd. Bozza Bianco).

In secondo luogo e soprattutto perché ogni oggetto ha le esigenze proprie, e una buona legge elettorale non può essere messa in discussione e pericolo per un’altra buona causa.

Un compromesso, se lo si vuole cercare, lo si fa solo entro la discussione della legge elettorale. Non so (o forse so) perché i maggiori partiti non afferrino un punto fondamentale: l’interesse dei grandi partiti e quello dei piccoli partiti saranno sempre contrastanti. E’ un gioco a somma zero. Uno guadagna l’altro perde. Sarebbe questione di parte, se non dovesse prendersi atto che una democrazia non funzionerà mai in modo decente se continua a incentivare, come fa, la frammentazione partitica (e parlamentare). E’ quello che, in sostanza, ha promesso, o lasciato intendere come possibile, Renzi. Soglie più basse-uguale-frammentazione. Le coalizioni pre-elettorali (dunque con soglie che penalizzano il correre da soli) avvantaggiano i piccoli partiti, la corsa solitaria dei partiti avvantaggia i grandi, che più credibilmente presentano agli elettori proposte di governo, mentre i piccolo sono impegnati a sopravvivere attaccando alle spalle un avversario che guarda altrove. Non mi sembra difficile comprenderlo, se ci liberiamo di una visione della governabilità che punta solo all’immediato del “vincitore certo”, ma che poi non riesce a … governare. Vogliamo ancora prove? Non sono bastate quelle degli ultimi venti anni? Renzi, anziché sbattere i pugni sul tavolo ieri sera (o rivolgersi al destino cinico e baro, eventualmente domani), avrebbe dovuto fare un’altra cosa, molto più semplice rivolta a Sel e alla cittadinanza tutta (ma senza quella fastidiosa sensazione di tirar per la giacchetta i cittadini, che mi è rimasta appiccicata addosso). Prendere atto della realtà, ovviamente come ognuno ovviamente la ricostruirà. A Renzi è chiara: Sel ostacola l’azione riformatrice del governo, e del resto non lo sostiene. Le due sinistre sono ai ferri corti. Un Pd sensato chiederebbe l’inserimento di un’unica soglia di sbarramento, al 5%. Ragionevole, efficace ma non punitiva. Niente coalizione (e niente premio, suggerisco). La parola all’elettore quando si tratterà di scegliere una prospettiva di governo: voterà la prima o la seconda sinistra, dato che saranno in concorrenza? Lo fece (solo in parte) Veltroni nel 2008, rinunciando ad una coalizione che pure le norme, non dissimili a quelle attualmente in discussione, invogliavano. Non si alleò con Sel e questa forza finì fuori dal parlamento. Pare che non ne abbia tratto molti insegnamenti, visto che approfittando della concezione ecumenica di Bersani è rientrato in una maggioranza nel 2013 ma subito si è separata dal Pd per seguire sentieri suoi.

Il Pd, dicevamo. Quel partito sfibrato, acciaccato nella leadership e del tutto logorano nella credibilità di governo, prese l’ormai famoso 33%, rinunciando all’alleanza con Sel. Un risultato che non dice tutto, perchè Veltroni si alleò con Di Pietro (e i radicali) con il risultato semplicemente di dislocare una buona parte dei voti di Sel dentro la coalizione di governo ma sempre sull’alleato minore (ripetiamo le coalizioni ingrassano i partiti minori, sia sul piano delle candidature che dei voti). Ebbene, quando sarebbe in grado potenzialmente di prendere il Pd di Renzi? Lo so, si richiedono idee nuove per tempi nuovi. Invece si propongono ricette vecchie (e fallimentari) per tempi nuovi. Manca un pensiero adeguato al progetto di un grande partito (qualcuno direbbe “a vocazione maggioritaria”, cioè tendenzialmente autosufficiente) che le elezioni europee ci hanno fatto intravvedere.

ADELANTE, PEDRO, CON JUICIO

E’ solo apparente il contrasto tra il dire – come fa giustamente Renzi – che attendiamo le riforme da trent’anni e da altrettanto tempo si succedono le proposte e, d’altro canto, che le riforme attualmente in discussione hanno un non so che di frettoloso, come hanno detto in tanti e da ultimo Gherardo Colombo.

La ragione è semplice. Quel dibattito trentennale, che mi vanto di conoscere un poco, praticamente viene poco o punto considerato, e – si badi bene – ciò vale sia per i suoi termini (ancora) attuali, sia per quell (ormai) obsoleti. Quali riforme servono davvero al paese e, tra queste, quali sono urgenti se non urgentissime? Ebbene, qui c’è bruma.

Al di là di alcuni inputs fondamentali che appaiono appropriati (fiducia monocamerale, senato non elettivo e in qualche modo espressione dei territori, abolizione Cnel, ridimensionamento della potestà legislativa delle regioni) è tutto molto “random” e spesso ciò vale anche per le soluzioni indicare per tradurre in essere gli obiettivi fondamentali. Non ci si accorge (la cosa mi colpisce molto) che l’accoglimento alla leggera di un singolo emendamento pensando (ma solo pensando) che esso non tocchi gli obiettivi fondamentali – è già successo una decina di volte almeno – sfigura con un tratto di penna tutta la coerenza dei modelli. Sempre ammesso, e un pò comincio a dubitarne, che sia chiara a qualcuno.

Si tratta di un problema non da poco che è destinato a pesare sul rendimento delle riforme e che talora diventa perfino di legittimità costituzionale (tanto da prefigurare fin da ora un potere di rinvio del presidente della Repubblica: ad es. per lo stato attuale del dibattito, sulla mancata previsione di immunità e indennità ai senatori). La classe politica, o i loro consiglieri, non avverte questo rischio, invece concretissimo.Quindi il pasticcetto o il pasticcione sono sempre dietro l’angolo e il fatto che si non lavori più in commissione ma in aula non fa che aggravare il problema. 

Basti pensare, per limitarci al Senato e alla riforma conseguente del circuito dell’indirizzo politico, che c’è una confusione assoluta se il sistema prefigurato sia “bicamerale differenziato” (e il senato sia pertanto configurato come una camera parlamentare) o, invece, “monocamerale”, con differenze notevolissime a seconda delle conclusioni); così come vengono tirati per la giacchetta modelli (Spagna, Germania, Francia, perfino Austria) che non c’entrano poco a nulla perchè le soluzioni previste sono partite dal modello austriaco (mentre molti continuano a parlare di modello tedesco, che mi piacerebbe, ormai però citato a sproposito) ma ormai viaggiano per lidi italiani se non “italiesi”. Perfino l’adagio del Senato come “organo di garanzia” appare assolutamente ambigua e denota cose diversissime tra loro (e tutte tradotte in modo ambiguo o incompleto). Perchè, dunque, l’attuale proposta attribuirebbe al Senato un ruolo di garanzia? Perchè rappresenterebbe i territori? Perchè interverrebbe sulla funzione suprema della revisione costituzionale? Perchè conserverebbe un potere di interdizione su tanta parte di funzione legislativa? Perchè ci sono i senatori nominati dal Capo dello stato (e che ci fano, giacchè, ci siamo in un senato dei territori; esistono dunque una pluralità di “garanzie”)? Tutte affermazioni che spesso si elidono l’un l’altro e che pertanto meriterebbero approfondimenti e commenti, per lo più di natura critica.

In ogni caso, affermare in principio che la riforma è questione di vita o di morte e che qualunque riforma va bene purchè (finalmente!) si faccia, è sbagliato o miope. Sia perchè il nostro assetto costituzionale, salvo un paio di ritocchi puntuali (di cui dirò subito), non ha bisogno di urgentissime e improrogabili modifiche della Costituzione, mentre ha bisogno di molte e ben ponderate riforme integrate tra Costituzione, regolamenti parlamentari e leggi (tra cui ad es. l’introduzione della figura della legge organica; ma questi sono aspetti fondamentali cui nessuno pare interessato). Sia perchè una riforma fatta male non solo non serve a niente, se non a raccogliere un consenso immediato, ma si palesa come dannosa prestissimo, nell’arco al massimo di un paio di anni e poi occorrono molti anni per correggerla perfino quando si produce una larga convergenza di opinioni sull’esigenza di una revisione. Si veda la vicenda della riforma del titolo V, parte II, della Costituzione, approvata nel 2001, apparsa subito pessima e inadeguata, eppure solo ora, dopo 13 anni, in via di correzione (se non proprio smontata). Anche quella, si badi, fu fatta dopo decenni di dibattiti (ma anche un pò inseguendo strumentalmente la Lega), eppure fu approvata velocemente ed era pasticciatissima. Quanti punti di Pil ci è costata finora? 

Tornerò sull’argomento, ma mi preme sottolineare che le uniche riforme veramente urgentissime, alla stregua di un misto di apprezzamento politico e tecnico-sistemico, che è anche apprezzamento degli assetti dei principi costituzionali, sono:

1) l’esclusione del Senato dal circuito fiduciario;

2) una revisione della posizione del Governo in parlamento (che peraltro la riforma in questione non fa, adottando solo un’unica misura che “taglia la testa al toro”);

3) il riaccentramento di molte competenze legislative (e amministrative) in capo allo Stato;

4) l’abolizione del Cnel, non tanto per il rilievo (che è quasi solo simbolico, che è aspetto pure importante) ma perchè matura e praticamente incontroversa, per cui non procedervi immediatamente sarebbe una dimostrazione di lentezza e inconcludenza della politica.

Ebbene, solo il primo e il quarto punto sono acquisiti linearmente. E sul primo, che è quello importante, a dirla tutta grava ancora un’incognita non da poco circa i poteri legislativi delle regioni in materia di bilancio. Potere su decisioni di spesa al di fuori del circuito fiduciario?

Di qui, da questi quattro punti (ma in sostanza i primi tre) dovrebbe partire una rapida ma proficua discussione che si interroghi sui fondamentali e che sappia prefigurare le riforme di contorno strettamente necessarie e conseguenti. Non ci sottrarremo, nel nostro piccolo. 

SULLA CD. NORMA “ANTI-DEL LUCA” E LO SCANTONAMENTO DELLE INELEGGIBILITA’

Dopo averci già provato negli anni scorsi il Consiglio regionale della Campania sta discutendo un emendamento collegato alla finanziaria con cui si prevede l’ineleggibilità a consigliere regionale dei sindaci dei comuni superiori a 5.000 abitanti, imponendo pertanto a costoro, in caso di volontà di candidarsi, di dimettersi dalla funzione entro i centottanta giorni antecedenti la scadenza naturale del Consiglio regionale. Chiedendo loro, dunque, un salto nel buio. La proposta, va detto, è già operativa in altre regioni.

Chiariamo il quadro. Le elezioni si avvicinano, i consiglieri regionali diminuiranno di dieci unità, il prossimo Consiglio regionale potrebbe peraltro giocare un ruolo importante, almeno secondo quanto emerge finora dalla revisione della Costituzione che interessa, tra l’altro, il Senato della Repubblica. La volontà di autoconservazione del proprio status è ancora maggiore del solito e si concreta nell’ideazione di ogni tipo di misura volta a ridurre al minimo la concorrenza potenziale. Le misure più “gettonate” a tal fine nelle legislazioni regionali sono quelle attinenti appunto a limitazioni del diritto di elettorato passivo, all’introduzione di soglie di sbarramento, all’innalzamento del numero di sottoscrizioni richieste per poter presentare una lista elettorale; di ciascuna di queste previsioni va misurata in concreto la non illegittimità. Questa in discussione presso il Consiglio regionale della Campania è a nostro avviso di assai dubbia illegittimità, almeno nella forma attuale, perché introduce una limitazione eccessiva e, pertanto, non ragionevole. Evitiamo di ricostruire, come pure sarebbe utile, tutto il quadro normativo e i suoi complessi sviluppi recenti. Ci attestiamo all’irragionevolezza di introdurre una limitazione dell’elettorato passivo per una platea così ampia di potenziali aspiranti (alcune centinaia di eletti, a occhio e croce), laddove le limitazioni dei diritti elettorali, trattandosi di diritti fondamentali, devono essere l’eccezione (ripete, da sempre, la Corte Costituzionale) e in questo senso sono possibili solo se ben ragionevolmente fondate. Tralasciamo le presunte ragioni per cui si ricorre alla norma (si parla di una norma anti-De Luca, ma anche ammesso è lecito dubitare che l’obiettivo fosse solo questo, anche perché la norma si sarebbe potuta scrivere in altra forma, anche presumibilmente non irragionevole, come ad es. di applicazione limitato ai soli sindaci dei grandi comuni). Consideriamo invece la ratio oggettiva della previsione, che è quella che conta e deve essere vagliata dalla Corte (semprechè, naturalmente, la previsione venga approvata e diventi una disposizione vera e propria). E’ su questo piano che appare l’abnormità della soluzione, stante anche la circostanza, di tutta evidenza, che amministrare un comune di 5.000 abitanti (certo trattasi di soglia minima, ma intanto si applica anche a questi casi) non consente affatto di avere in quanto tale una realistica possibilità di essere eletto in un Consiglio regionale ove vigono le preferenze (cd. doppie preferenze di genere), e ne occorrono parecchie migliaia (solo un consigliere dell’attuale Consiglio della Campania è risultato eletto con meno di 5.000 preferenze, ma in genere ne occorrono molte di più, per i grandi partiti attorno alle 15.000 e Mara Carfagna ne ebbe 55.000!).

Il che, però, non vuol dire che la norma sia inutiliter data dal momento che potrebbe limitare in fatto ben più concrete aspirazioni, ma vuol dire semplicemente che essa si rivela in quanto tale inidonea a creare una forma di concorrenza, e dunque anche la concorrenza “sleale” che si presuppone nell’istituto (espressione sulla quale dovremmo peraltro intenderci, ma sorvoliamo in questa sede) rispetto a chi di candida o come “uscente” o per altra via. Essendo del tutto escluso che la Corte possa indicare un limite quantitativo ragionevole, entrando così nell’esercizio di una forma di discrezionalità politica, se la disposizione fosse approvata nella migliore delle ipotesi la Corte pronuncerebbe una sentenza di accoglimento non meramente demolitoria, ma “manipolativa”, e specificamente volta a convertire l’istituto (come ha fatto in altri casi) in incompatibilità, rivelabile ex post rispetto al fatto dell’elezione, nient’affatto inficiante l’elezione e risolventesi semplicemente nell’esigenza di esprimere un’opzione a favore di una delle due cariche. Ma siffatte “conversioni” non sono in genere auspicabili, proprio perché in linea di massima consentite solo per un principio di conservazione dell’attività normativa svolto e della relativa volontà solo laddove vi siano indicazioni che il legislatore regionale abbia avuto un proposito legittimo seppure reso in una forma non congrua (nel caso, eccessivamente limitante i diritti). I due istituti invece, per quanto abbiamo relazioni, sono profondamente diversi, in quanto l’uno affonda sul rischio che si esorbiti da funzioni anche senza comportamenti illegittimi al fine di procurarsi consenso (il che però, per le funzioni politiche, pare abbastanza singolare, in quanto la politica è per definizione produzione di consenso, la cd. captatio voti: in ogni caso è un fatto che l’ordinamento preveda casi siffatti), l’altro sulla difficoltà funzionare di cumulare due incarichi (non sul loro conflitto di interessi nello svolgerli), per cui, validamente costituito i vincolo elettorale, si chiede all’eletto di optare. Tuttavia l’ordinamento si va orientando verso un non cumulo generalizzato di funzioni politiche (elettive, in particolare) e in questo senso da poco è stato introdotto nel nostro ordinamento, a livello statale, l’incompatibilità tra sindaco al di sopra del 5.000 abitanti e lo status di parlamentare, per cui, in definitiva, non è affatto escluso (e anzi sarebbe ragionevole, da questo punto di vista, per ragioni di logica), che tale sarebbe al limite la conclusione cui potrebbe pervenire la Corte (avendo una pronuncia sua, la sent. 277 del 2011 fatto da precedente prossimo della nuova norma statale, laddove dichiarava illegittima una vecchia previsione legislativa laddove non era prevista l’incompatibilità tra lo status di parlamentare e quello di sindaco di comune sopra i 20.000 abitanti, il cui ambito poi  il legislatore ha abbassato ulteriormente). Non nascondiamo che tutto l’assetto della materia oggi è tutt’altro che razionale, ma che in ogni caso ci sembra proprio quella richiesta di “salto nel buio” di cui abbiamo parlato in apertura sacrificio eccessivo e irragionevole a fronte di una soglia così limitata (5.000 abitanti). Se pure questa è la via presa dalla normativa statale (che già dal 1957 prevede l’ineleggibilità a parlamentare per i sindaci dei comuni al di sora del 20.000 abitanti), va detto, che ciò sta avvenendo a condizione di sfigurare gli istituti dell’incompatibilità e dell’ineleggibilità, i loro reciproci regimi, le loro rationes. Qui la finalità della norma appare in realtà fin tropo chiara e, ci pare, veramente poco nobile e tutelabile – per quanto già codificata in altre legislazioni regionali (ad es. Abruzzo) a fronte della limitazione imposta a diritti fondamentali per cui non dovrebbe essere davvero difficile provvedere a intravvedere una limite all’esplicarsi della discrezionalità del legislatore.  Anche perché la Corte con la sua giurisprudenza, e il legislatore statale e quelli regionali con la loro, stanno distruggendo uno dei caposaldi della politica, ovvero la natura ascensionale del cursus honorum. Se non deve provare a diventare consigliere regionale (tanto più in assenza dell’elettività dei consigli provinciali) un sindaco di una media e grande città, chi dovrebbe farlo? Pertanto prevedere l’ineleggibilità pare eccessivo, perché il rischio sarebbe troppo grande e il presunto contrasto di interessi nel caso specifico (captatio voti), ripetiamo, è il sale della politica. L’incompatibilità, con obbligo di optare dopo l’elezione, può andar benissimo, in quanto la gran parte dei sindaci si potrebbe candidare e non si avrebbe, tuttavia, in caso di elezione nessun cumulo delle cariche, questo sì, da evitare.

VIROLI, “COSTITUZIONALISTA” ALLO SBARAGLIO.

E’ proprio vero quel che affermava un grande intellettuale liberale di cui non ricordo il nome (forse Popper). Quando un intellettuale o comunque uno specialista entra in un campo che non è il proprio le sue opinioni non sono più autorevoli di quelle di un quivis de populo (mi pare che la citazione in questione diceva, “di un bambino”).

Maurizio Viroli è un importante teorico della politica, e quindi studioso del potere, della “libertà” e della “servitù”. Temi affascinantissimi. Ieri ha deciso, e non è la prima volta, di dire la sua su questioni di attualità: su come opera il potere oggi e in Italia (“Il Fatto Quotidiano”).

Si accomodi, ormai tutti si sentono autorizzati a parlare di tutto ex professo, anche il barista. Tutti ovviamente possono dire la propria su una riforma che avrà un riflesso sul funzionamento delle istituzioni ma bisognerebbe avere almeno la consapevolezza che ogni valutazione in tema dipende dal possesso di precisi e sofisticati strumenti di analisi propri e tipici del giurista e non di un certo QI oppure di titoli altisonanti ma, per il tema, inconferenti.

Viroli non è il dominus e arbitro supremo di quando una norma giuridica o un insieme di norme giuridiche siano “illiberali”, per molte ragioni, ma innanzitutto perché quest’affermazione, calata nella concreta realtà, vuol dire interrogarsi su parametri costituzionali: cioè, in pratica, comprendere cosa “dice” la Costituzione, cosa consente, quali suoi contenuti possono essere modificati ed entro quali limiti. Lo ricorda lui stesso (ci vuole poco, per questo) affermando che una cosa è il potere costituente, altra il potere costituito. Poi però mostra di ritenere, con salto logico inaccettabile, che lui non solo conosce la differenza tra i due aspetti in teoria (ma su un piano per forza molto generico; quello che è il tema della “legittimità” del potere), ma li sa riconoscere in concreto. Che “il loro intento [dei riformatori]  non è la revisione, bensì la scrittura di una nuova costituzione”. La distinzione tra potere costituente e potere di revisione diventa il suo insindacabile giudizio sulla qualificazione hic ed nunc se la revisione attuale (formalmente una modifica, attraverso soppressione e integrazioni) di decine di articoli sia esercizio o meno di potere costituente. Comodo ragionare così, perché si evita di entrare nel merito, si rimane nelle petizioni di principio (con pretesa di auto-evidenza). In un’inarrestabile sequela di errori concettuali, da una premessa sbagliata – cioè che lui sa che questa in realtà sarebbe una nuova Costituzione – formula grossolanità su grossolanità. Così riassumibili: state facendo una nuova Costituzione, per farla ci vuole l’autorizzazione del sovrano, il sovrano è il popolo (“che lo vogliate o no”) e – capolavoro tra le sciocchezze  – “a voi è stata conferita soltanto l’autorità, in virtù delle elezioni del 2013, di governare e approvare le leggi entro la costituzione vigente, mai quella di scrivere una nuova costituzione”. Una sequenza con botto finale che contiene una tale quantità di errori concettuali, inesattezze tecniche e ambiguità di discorso da far spavento che uno così insegni in qualche università (per fortuna all’estero). Il problema è così formulabile: non occorre solo possedere una metodologia della propria disciplina, ma anche capirne i confini, i limiti invalicabili. Viroli si sente capace di parlare a tutto campo. Benissimo, i multiformi ingegni esistono. Solo che lui, evidentemente, non lo è.

Dunque? “una costituzione approvata in spregio alle minoranze non può essere una costituzione”. E chi l’ha detto che c’è “spregio”? E chi l’ha detto che una Costituzione non possa essere approvata a maggioranza, come previsto e, peraltro, inevitabile? E chi l’ha detto che è una nuova Costituzione? E che il “popolo” (già il popolo, per Viroli qualcosa di incarnato; un limite tipico del suo approccio) abbia dato un “mandato” (ma perché il corpo elettorale dà mandati?) per governare ma non per “cambiare”, modificare o sostituire che sia, la Costituzione? Lo dice Viroli. Ipse dixit.

Nella sua disciplina tutto è forza e consenso. Qui Viroli vede solo la forza (non il consenso) dell’operazione e allora, ecco, che ci deve essere in giro, oggi, in Italia, un Leviatano, un figlioletto di Hobbes o di Schmitt, meglio se con cadenza toscana.

Lo studioso in realtà dimostra, tra l’altro, che la sua disciplina (la teoria politica, il pensiero politico) è, ahimè, pressocchè totalmente ideologica e nulla ha  a che vedere con la scienza politica, che è una “scienza”. Ma ci mette del suo. Perchè lui (problema al limite esteso ai suoi studenti), pretende di calare le sue teorie nella realtà per offrire spunti (insegnamenti?), essendo totalmente a digiuno di elementi di diritto pubblico.

Viroli, dicevo, è studioso della legittimità del potere, non della sua legalità (conformità a procedure e regole; ratio di istituti). Anche se dice “ho a cuore prima di tutto le regole e le procedure” non è minimamente in grado, come è evidente, di entrare in tema. La sua è un’affermazione astratta nella quale crediamo. E salviamo, con molti sforzi, la buona fede. Ma mentre non si avvede che dalla legittimità (in senso filosofico) è passato a discettar di legalità, pur conoscendo in teoria molto meglio di me la differenza tra questi due aspetti, fa veramente la figura del cialtrone. Bobbio, il “suo” (e, se consente, anche un pò nostro) Bobbio, si rivolterà nella tomba.

E SUL RAPPORTO TRA DISCIPLINA DI PARTITO E TUTELA DEL DISSENSO UN INUTILE POLVERONE

Sulla disciplina di partito si continua a far confusione e le accuse di autoritarismo fioccano a profusione.

In occasione della revisione della Costituzione attualmente in discussione si dice: ma allora! … non ci si può dissociare in commissione, non lo si può fare neanche in aula … cosa resta del libero mandato parlamentare?!?

A mio avviso resta tutto. Immacolato, integro. Non intaccato per nulla nella sua portata di garanzia.

Quel divieto del partito di cui si parla, il cd. diktat, non tocca la garanzia costituzionale del mandato parlamentare e la scelta del partito si è manifestata in due momenti distinti e per due situazioni in realtà molto diverse, che oggi vengono assimilate impropriamente in una sorte di … mania di persecuzione. In un caso come impedimento dell’espressione di dissenso, nell’altro come perentoria indicazione di una linea di partito anche per i dissenzienti.

La Costituzione e i regolamenti parlamentari creano un assetto del seguente tipo. Non offrono una “garanzia” al parlamentare di esprimersi in dissenso rispetto al gruppo nella sede della commissione. Siccome in commissione il parlamentare rappresenta il gruppo, essendo da questo designato, potrà essere revocato (tecnicamente, sostituito) in qualunque momento e senza formali spiegazioni (ad libitum e ad nutum, direbbero i romani) se la dirigenza del gruppo parlamentare ha l’impressione che voterebbe contro su un dato progetto di legge. E questo è accaduto nel cd. caso Mineo – Chiti, anche se il Presidente del Senato ha voluto investire la Giunta per il regolamento della questione per un approfondimento sulla ratio delle norme e la Giunta in questione non si è pronunciata ancora.

Veniamo all’aula, al plenum. La situazione è completamente diversa. Esiste una garanzia costituzionale (che non opera in commissione, come abbiamo visto), che si chiama tradizionalmente “libero mandato parlamentare”, per cui il parlamentare rappresentando la Nazione, ed operando per previsione costituzionale espressa senza “vincolo di mandato”, ha alcune precise facoltà (o diritti) conferiti dai regolamenti tra cui, in particolare, quello di intervenire in dissenso rispetto alla posizione espressa dal gruppo e, non potendo essere sostituito (l’aula è la sede plenaria, per definizione composta da tutti i parlamentari che ne fanno parte) di votare contro il progetto nei singoli articoli e nella votazione finale.

Attenzione. Con riferimento all’aula – e siamo alle vicende di queste ore –  il partito o, meglio, il gruppo potrà dichiarare, come è avvenuto, di non considerare quella specifica votazione o quel progetto di legge come una “caso di coscienza” con le conseguenze del caso che avrebbe questo riconoscimento (concessione di una libertà di voto per tutti oppure uti singuli per ciascuno che fosse in dissenso rispetto alla linea ufficiale che pure esiste ma con tolleranza – politica –  del dissenso, cioè di fatto con una pubblica rinuncia del gruppo e del partito di azionare meccanismi sanzionatori sul piano disciplinare o politico in senso ampio).

Non entro nel merito se il caso in questione sia un caso in cui il partito debba preferibilmente riconoscere il ricorrere della materia di “coscienza”. La coscienza peraltro è coscienza. Non esiste una coscienza super-individuale. Per cui in ultima analisi ciascuno ne è supremo giudice. Quindi la questione vera è un’altra. E cioè che, presupposto che il parlamentare possa sempre invocare la ricorrenza della coscienza del caso secondo propria sensibilità, laddove esista una linea di partito e si invochi la compattezza (in questo senso, si disconosca l’esistenza di una materia di coscienza), l’invocazione della “coscienza” da parte del parlamentare è più che altro una clausola di stile: in primo luogo perché alla fin fine la coscienza è del singolo ma il coltello dalla parte del manico ce l’ha sempre il partito; in secondo luogo perché – come abbiamo visto –  il parlamentare in aula può sempre parlare e votare in dissenso.

Strana idea quella per cui il parlamentare possa invocare liberamente la coscienza e al gruppo parlamentare non tocchi che prenderne atto, e magari non resti che applaudire per l’alto senso di eticità con cui il parlamentare svolge la funzione.

V’è un equilibrio saggio tra disciplina e dissenso.

Il parlamentare avrà la garanzia del dissenso (e potrà ottenere consensi nell’opinione pubblica, attenzione di altri partiti, vedersi riconoscere una primazia nel caso di un ravvedimento postumo del partito e chissà cos’altro…), il partito utilizzerà, se ritiene, eventuali meccanismi sanzionatori, tra i quali è indisponibile la revoca dal mandato parlamentare finchè la legislatura avrà corso.

Dopo, liberi tutti. Ognuno farà le sue valutazioni: il parlamentare (che potrebbe decide anzitempo di lasciar il partito e il gruppo per il venir meno di un rapporto che non può che essere, innanzitutto, di riconoscimento di massima nelle liee del partito, di fiducia reciproca e di convinzione), del partito, degli elettori (nella misura in cui la loro scelta incida nell’ambito del meccanismo elettorale; è questo è punto, allo stato, delicato); dell’opinione pubblica.

In occasione della conclusione della legislatura, se il parlamentare sarà ancora interessato ad essere inserito in una lista che concorre alle elezioni (del suo partito originario o di altro), tutti trarranno, come potranno, delle conclusioni. Sarà desiderasse di essere ricandidato dal “suo” partito, sarà il partito a decidere se ricandidarlo o no; se lui o il suo partito non lo volessero, potrebbe essere candidato eventualmente da altra formazione; o da nessuno. La vita continua e la politica si può fare in mille modi.

In tutto questo invocare formali o sostanziali violazioni del libero mandato parlamentare o la scorrettezza di una parola (del partito) non mantenuta ci sembra del tutto fuori luogo. Quando dal partito fu detto: se vorranno si esprimeranno in dissenso in aula, si descriveva puramente e semplicemente il funzionamento costituzionale del sistema, e meno male che il partito se ne ricordò (la politica in questi anni non sempre ha ricordato cosa c’è scritto in Costituzione). Non si anticipava, evidentemente, la posizione che avrebbe assunto il partito a riguardo: disciplina o tolleranza del dissenso. Ora il nodo è sciolto. E se qualcuno si volesse esprimere in dissenso in aula, nessuno – infatti – glielo impedirà. Né potrebbe mai.

 

RIFORME ISTITUZIONALI. STATO DELL’ARTE E QUALCHE NODO DA SCIOGLIERE.

L’Italia è ormai un cantiere istituzionale. Vediamone rapidamente lo stato dell’arte.

Esistono due progetti che viaggiano paralleli. Un disegno di legge costituzionale cosiddetto di “riforma del Senato e del titolo V” ma in realtà di revisione anche di altre parti organizzative della nostra Costituzione (come la posizione del governo in parlamento), e una disegno di legge ordinario recante la disciplina di un nuovo sistema elettorale per la Camera dei deputati (sul presupposto che il Senato della  Repubblica non sarà più direttamente elettivo).

Il disegno di legge costituzionale ha bisogno di più tempo per espletare il procedimento previsto per la sua approvazione, per non parlare dall’eventuale referendum, per cui ha avuto priorità nella discussione e nell’eventuale (prima) approvazione, ma sarà secondo e ultimo ad avere definitiva approvazione. Allo stato si immagina dicembre 2014 o gennaio 2015, salvo richiesta di referendum o introduzione una tantum di un referendum automatico.

La riforma della legge elettorale dovrebbe essere approvata prima, per il solo sistema elettorale Camera dei deputati ma non si dovrebbe arrivare allo scioglimento anticipato delle due camere se non dopo l’approvazione anche della revisione costituzionale, dunque non prima – verosimilmente – dell’autunno del 2015.

Lasciamo stare i problemi di coordinamento tra le due iniziative e concentriamoci sulla sostanza delle questioni, con particolare riferimento alla revisione costituzionale.

Qualche giorno fa Renzi ha rilasciato una lunga intervista al “Corriere della sera” nella quale ha dato una volta di più la dimostrazione di avere una notevole grinta e ambizione e una grande chiarezza di idee sugli obiettivi fondamentali, piuttosto che sui singoli aspetti dei relativi “dossier”. Egli afferma che il progetto di revisione costituzionale è fondamentale “perché simbolicamente significa che la classe politica non ha paura di cambiare se stessa”. Sarebbe affrettato tuttavia (almeno ci auguriamo) ascrivere una valenza solo comunicativa o simbolica all’iniziativa. Infatti il Presidente del Consiglio afferma che esiste un largo consenso su obiettivi. Questi sono:

–        la semplificazione dei libelli istituzionali;

–        il superamento dei “bicameralismo perfetto”;

–        la riduzione  del potere delle Regioni

–        aggiungiamo, non menzionato ma indubbio: il rafforzamento del governo in parlamento, che è parte del primo obiettivo ma poi è perseguito anche con misure ad hoc.

Secondo la stampa il governo dà per scontato che la Camera dei deputati apporterà modifiche al disegno di legge costituzionale, per cui vi sono ancora alcune settimane per incidere sul prodotto e arrivare alla versione finale, in quanto – occorre ricordare – dopo la prima deliberazione di ciascuna camera (il Senato dovrebbe nuovamente approvare, facendo propri, se ritiene, gli emendamenti della Camera) non sarà possibile apportare emendamenti. Il decorrere del tempo dunque varrà solo come termine di riflessione e decantazione per valutare se dare o no corso alla revisione costituzionale. Dovendo la seconda deliberazione di ciascuna camera necessariamente essere conforme alla prima, e con maggioranza necessariamente assoluta, cioè superiore a quella prescritta, le uniche questioni da verificare sono l’esistenza di un più ampio consenso (formalmente richiesto, ma già alla prima deliberazione si dovrebbe registrare – se la disciplina di partito di FI e Pd tiene – una maggioranza assoluta) o la volontà di procedere alla revisione, pena l’insabbiamento della revisione.

Vediamo rapidamente qualche problema tornando sull’agenda degli obiettivi condivisi. Renzi chiede pertanto a tutti “di discutere sulle grandi questioni del disegno di legge costituzionale” e noi accettiamo questo invito con qualche notazione, tralasciando molte altre questioni di cui pure si potrebbe dibattere e che attirano l’attenzione dei commentatori (come  le regole sulla elezione del Presidente della Repubblica).

 

Semplificazione dei livelli istituzionali. Per quanto consta, la semplificazione si traduce nella non (diretta) elettività di un livello di governo, la provincia (che in quanto tale resta, ma ente di secondo livello) e nella non (diretta) elettività di una camera parlamentare, il Senato della Repubblica (forse ribattezzato; vedremo), peraltro fortemente ridimensionato nei numeri, nelle attribuzioni e rinnovato nei criteri di composizione. Chi pensa che queste semplificazioni siano insufficienti, tenendo conto dell’aumento dei poteri politici dell’Unione europea (un livello di governo sopra-nazionale non previsto certo dai Costituenti), non potrebbe che incamminarsi su una revisione profonda del nostro regionalismo, di cui allo stato non v’è traccia. Va anzi preso atto che il regionalismo viene complessivamente potenziato, portando i territori nel cuore dello stato, anche se a costo di una rimodulazione delle competenze materiali all’insegna di una cospicua centralizzazione, appena bilanciata da nuovi spazi d’azione per il cd. regionalismo differenziato su alcune materie. Un assetto non privo di equilibrio, ma che forse è troppo generoso con il nostro regionalismo, che si immagina di rilanciare a scanso dei troppi elementi che ce lo fanno considerare – il regionalismo e la sua classe politica – uno dei problemi maggiori del paese. Vedremo.

 

Il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione dei poteri delle regioni. Partiamo dalla riduzione dei poteri delle regioni. Se ci si riferisce alle materie di legislazione regionale non v’è dubbio, e già la giurisprudenza costituzionale nel dirimere i conflitti si era molto adoperata per “razionalizzare” un sistema barocco e disfunzionale. Se ci si riferisce alla riduzione dei conflitti tra Stato e Regione è tutto da vedere se le soluzioni si riveleranno idonee (in particolare l’abolizione della competenza concorrente sembra un falso problema, se non fonte esso stesso di problemi e frutto di un errore concettuale: ne abbiamo già parlato in un precedente post). Se ci si riferisce alla classe politica, che delle regioni sono l’anima, il loro ridimensionamento passa più attorno alla riduzione dei flussi di spesa che gestiscono e attorno ad alcune riforme improrogabili della contabilità di Stato (ad esempio l’incredibile assenza, ad oggi, di un bilancio consolidato della “Repubblica” che tenga conto dei bilanci delle regioni e degli enti locali) che di per sé dalla riduzione delle competenze regionali. Intanto i più autorevoli consiglieri vengono portati nel cuore dello Stato. Però, attenzione, ai meccanismi che si sceglieranno in concreto, e in parte rinviati a una futura legge: potrebbero essere in parte alcuni degli attuali senatori. Se così non fosse per il cd. micronotabilato non sarebbe male, in quanto sarebbero muniti di indennità e probabilmente di immunità (molto comoda per chi viene eletto anche con parecchie decine di migliaia di voti; un consenso di cui Renzi pure giustamente ha presto atto e vuole valorizzare) e attribuiti di funzioni di non piccolo peso. L’osservazione forse stupisce, per lo stato attuale del dibattito. Ci spieghiamo. Siccome il disegno di legge costituzionale, a scanso dei riferimenti al caso tedesco (lo fa anche Renzi nell’intervista) sembra delineare una camera parlamentare, ogni equiparazione con lo status dei deputati sarà inevitabile magari a seguito di ricorsi che comporteranno interventi della Corte costituzionale. Se si vuole qualcosa di diverso, allora bisognerebbe andare davvero nel senso tedesco, cioè verso un mono-cameralismo (non un bicameralismo differenziato) e allora addio a status parlamentari (indennità, immunità e quant’altro). Insomma, preso atto della volontà di un elezione indiretta, restano i dubbi sulla coerenza del modello e di alcune singole soluzioni. Siamo così già in medias res sul secondo punto. Superare il bicameralismo “perfetto” non è dunque scegliere in automatico il suo contrario in senso stretto, il bicameralismo “imperfetto”, ma – se ne accorge il governo? –  sciogliere il dilemma tra bicameralismo differenziato e monocameralismo (che pure contempla un’assemblea delle autonomie, non camera parlamentare). Il fatto che i commentatori e politici parlino in modo indifferenziato di bicameralismo imperfetto e monocameralismo è la conferma che la confusione non è ancora dissipata.

 

Rafforzare il governo in parlamento. Pieno accordo sull’intollerabilità delle distorsioni nel sistema delle fonti, nei rapporti tra parlamento e governo e nella forma di governo a causa di regolamenti parlamentari e previsioni costituzionali sul tema ormai insoddisfacenti. Tuttavia la posizione del governo in parlamento, intanto più forte in quanto esistono partiti coesi e disciplinati, merita una revisione della Costituzione, dei regolamenti parlamentari e di alcune leggi di tipo sinergico piuttosto che un’anticipazione tranchant come quella costituita dalla sola disposizione approvata in commissione per cui se il governo dichiara un disegno di legge come “essenziale” (valutazione politica e insindacabile) la Camera dei deputati è tenuta alla sua approvazione entro sessanta giorni o comunque si vota senz’altro entro la scadenza del termine (come avviene attualmente per le questioni di fiducia). Si parte dalla fine, tagliando la testa al toro e non dal capo delle questioni. Si opera un misto della disciplina dei decreti legge (che però, come logica, dovrebbero essere l’eccezione) e della questione di fiducia (di cui non viene importato l’effetto più peculiare: la caduta automatica del governo se il progetto non viene approvato) creando una ghigliottina che ci sembra davvero draconiana, non comparabile con le soluzioni previste nelle maggiori democrazie (con la parziale eccezione degli artt. 44-45 della Costituzione francese). In particolar il fatto che non ci siano neanche limiti quantitativi e che il governo non rischi nulla lasciando dubbi. Anche solo una indicazione numerica in termini di tetto sarebbe qualcosa. Ma occorrerebbe andare molto oltre, con un attento ripensamento delle  dinamiche profonde della forma di governo. Senza dimenticare una cosa: pure se le regole sono importanti, in tutte le democrazie parlamentari i governi sono forti in parlamento per autorevolezza, per coesione dei partiti che lo reggono piuttosto che per soluzioni ingegneristiche che conferiscono una forza artificiale che, prima o poi, si paga in qualche modo con una reazione uguale e contraria da un’altra parte dei rapporti tra governo e parlamento.

Concludiamo.

La questione vera che sottostà a queste riforme è se la strumentazione predisposta è idonea al fine. Ciò non vuol dire “frenare”, perchè non è questione di tempi, ma interrogarsi accuratamente ancorchè rapidamente sulla bontà delle soluzioni ed eventualmente correre ai ripari. Il tempo stringe e forse l’Aula o, peggio, le “navette” tra le camere, non sono la sede più propizia per qualche sostanziosa correzione (potrebbero aversi al contrario altre distorsioni dei modelli, poi difficili da riparare), ma ormai pare che non sia rimasta altra via.

Le riforme saranno anche urgenti, e per quanto possibile abbiamo offerto e offriremo ancora un piccolo contributo di idee a riguardo, ma è urgente allo stesso modo dimostrare non solo di saperle portare a conclusione ma dare prova – oltretutto dopo la faticaccia fatta per arrivare in fondo al tunnel e alle resistenze da superare  – di sapere cosa fare e, soprattutto, come farlo. Anche per non tornarci sù tra qualche anno (come è stato necessario con il titolo V della parte II Costituzione). Crediamo di comprendere bene gli imperativi della comunicazione politica e il piano  simbolico (c’è da ricreare un rapporto di fiducia con la cittadinanza che è pesantemente incrinato) e siamo consapevoli della delicata posizione internazionale del paese, che cerca di uscire da una pesante crisi di credibilità. Ma proprio per questo sarebbe grave sprecare un’occasione storica. Gli indirizzi del governo, pertanto, quanto più rispondano effettivamente ad obiettivi largamente condivisi (anche oltre, aggiungiamo, il consenso formale di cui disporrebbero attualmente i progetti  di revisione) sono perciò preziosi, a patto che restino entro alcune compatibilità, per così dire, “tecniche”. Attenzione a strafalcioni e, ancor più, a incoerenze modellistiche.