RIFORMA DEL SENATO E DISCIPLINA DI PARTITO: NEL PD E’ CAOS (NON MOLTO) CALMO.

A ben guardare, le minoranze del Pd, in particolare quelle che si riconoscono nei leaders Bersani e Letta, ma non solo (ci sono i civatiani, e non mancano altre posizioni), sono attive almeno quanto “piè veloce” Renzi. Propongono a gran voce e contemporaneamente diverse e qualificanti modifiche del progetto di riforma del Senato rispetto ai suoi termini attuali, determinati dalla modifica alla deliberazione del Consiglio dei ministri del 31 marzo scorso (cd. disegno di legge Boschi) apportata a seguito dell’approfondimento svolto dai senatori Finocchiaro (Pd) e Calderoli (Lega), relatori del progetto. Sta di fatto che presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato pendono diverse centinaia di emendamenti e sub-emendamenti e alcuni, di rilievo, provengono da senatori del Pd. Questi, tra gli altri, propongono di ridurre contestualmente alla modifica della composizione e delle funzioni del Senato anche il numero dei deputati, per non creare sproporzioni tra le due camere parlamentari soprattutto in riferimento al ruolo svolto nell’elezione di organi di garanzia (Csm, Corte costituzionale, Capo dello Stato; emendamento Lo Moro 1.011, firmato da altri 26 senatori Pd); insistono sull’elezione diretta, e non indiretta, dei senatori (Chiti, 35 firme in tutto, di cui 16 Pd e altri due della maggioranza; fino a far affermare, poi chissà perché, che un “senato non elettivo non è compatibile con il nostro ordinamento”: Cuperlo); contestano che i consiglieri scelgano anche i sindaci che sarebbero destinati a far parte del Senato (Civati). E non parliamo del marasma attorno all’immunità dei senatori. Insomma la minoranza Pd vuole mettere mano in modo incisivo alla riforma attualmente in discussione. In effetti il fatto stesso che il governo abbia presentato un testo al parlamento, pure frutto di un previo accordo con esponenti di altri partiti e dichiarato modificabile, è in sé un problema: può il governo in tema di riforme costituzionali assumere la guida di un processo che tradizionalmente si ritiene di domino parlamentare? Questione tradizionale e, per la verità ormai recessiva o mutata di significato. Dal dominio dell’iniziativa (parlamentare o governativo) siamo passati alla ben più concreta questione della possibilità o necessità di rispettare la disciplina di partito di quel Pd che, grazie al premio di maggioranza, ha numeri ampi tra le due Camere, anche se al Senato decisamente minori rispetto all’altro ramo. Questione di partito ma anche di impatto ordinamentale, perché le democrazie odierne, soprattutto parlamentari, sono Stati di partiti. In Italia l’abbiamo scoperto solo ora perché veniamo da venti anni di frammentazione partitica cui facevano da pendent le assurde coalizioni ammucchiata. Il risultato quasi maggioritario del Pd alle europee, e le responsabilità che ne derivano, ripropone però alla grande la questione.

Vediamo alcune prese di posizione per capirci qualcosa. In merito agli emendamenti dei Pd Deborah Serracchiani, vice-segretaria del partito afferma che “un voto contrario sarebbe, naturalmente, del tutto legittimo”. Se fa riferimento al piano giuridico, non c’è dubbio e perfino ovvio: il dissenso è legittimo ed esprimibile in aula (da qui il cd. caso Mineo, dal nome del senatore che riteneva, contro le norme del regolamento Senato, che la già commissione si prestasse a manifestazioni di dissenso rispetto al gruppo).

(Lo ricostruisco qui https://marcoplutino.com/2014/06/12/autosospesi-e-caso-mineo-il-libero-mandato-non-centra-nulla/ )

Ma non a caso in quel piccolo promemoria proponevo di discutere della questione anche, se no soprattutto, sul piano dello spazio operativo – lecito e opportuno – per la disciplina di partito. Qui:

https://marcoplutino.com/2014/06/13/caso-mineo-cinquantanni-non-son-bastati-ovvero-leterno-ritorno-di-argomenti-sbagliati-e-la-cupio-dissolvi-del-bradipo-italia/

 

Risolto agevolmente il piano giuridico, che dire allora del piano politico? Il “diritto” al dissenso equivale all’affermazione che la linea decisa dal partito nei suoi organi dirigenti sia una mera indicazione al parlamentare privo di un proprio convincimento e si rivolga ai convinti o a quelli non sfiorati da dubbi? Pare difficile. Ho la sensazione che l’affermazione della Serracchiani trovi la sua base materiale nella quasi certezza che il dissenso della minoranza Pd non sarebbe aritmeticamente determinante. Diversamente, suonerebbero poco comprensibili le invocazioni di Renzi ad essere all’altezza di quel 41% dei voti presi alle europee (“ora la palla è tutta nel nostro campo”: nostro, non di Berlusconi e Calderoli) o l’antifona di Guerini, solido ed esperto uomo di partito e vice-segretario Pd che ieri, invitato e presente alla riunione di “Sinistradem”, l’area bersaniana riunita attorno a Cuperlo, ha affermato: “Ognuno mantiene la sua autonomia ma anche la sua responsabilità una volta presa la decisione finale”. Anche qui: si parla di far valere la disciplina di partito dopo libero e approfondito dibattito; si fa genericamente riferimento all’eventuale responsabilità assunta dai parlamenti di fronte all’opinione pubblica; o, ancora e infine, si sottende ad eventuali decisioni future che il partito si riserva di prendere di fronte al possibile contraccolpo di immagine per il partito? Il dubbio resta.

Un’intervista a Gotor di oggi, 30 giugno, su “Corriere della Sera” mette il dito nella piaga. Chiede l’intervistatore: “Voterà gli emendamenti di altri partiti?” Gotor risponde: “Io sono per la disciplina di partito”. La risposta è no, evidentemente. Qualcuno ha spiegato a Gotor che non votare emendamenti di altri partiti ha poco senso se si pensa poi di poter votare in dissenso dal proprio partito e che alcuni degli emendamenti più delicati sono stati proposti proprio da senatori Pd? Ha chiaro, Gotor, che se è davvero per la disciplina di partito (e la ritiene applicabile al caso delle riforme istituzionali) ciò vuol dire esattamente votare a favore delle proposte deliberate dalla maggioranza del partito, per quanto, si auspica, dopo libera e approfondita discussione? Il dubbio resta, perché il parlamentare afferma che ci sono problemi e accusa il progetto di riforma del Senato di avere nientepopodimenochè possibili implicazioni plebiscitarie, facendo l’esempio della Russia putiniana. Non entriamo nel merito dell’affermazione. Interessa che egli affermi, in aggiunta, “ma sono sicuro che il Pd vorrà correggerlo”. E se così non fosse? Gotor, con altri, invocherà il diritto al dissenso, o come addirittura pare dai suoi toni, la libertà di coscienza? La disciplina di partito, dunque, non varrà più perché le obiezioni della minoranza Pd non sono state tenute in considerazioni? Strana idea della disciplina di partito.

Questioni che sarebbe bene che Renzi discutesse esplicitamente con i senatori, che dovrebbe incontrare prestissimo, per evitare spiacevoli malintesi e code velenose. Anche perché un’intervista a Civati è fin troppo esplicita sul punto: “se lui [Renzi] ha l’accordo, adesso addirittura con Calderoli, e dice di averlo con Berlusconi, i voti di chi non è d’accordo non sono determinanti, quindi non c’è bisogno di far polemica, li porti in Aula e faccia queste riforme. Se non è così, non è colpa nostra”. Un Civati che invoca libertà d’azione pressocchè totale, fino al punto, sembra quasi, di voler rinunciare a ricompattare il partito su una posizione, se non ad auspicare il contrario, sfidando la maggioranza.

Una sfumatura proviene dal neo-Presidente Pd, Matteo Orfini, tradizionalmente ritenuto sensibile alle ragioni dell’unità del partito e non a caso appena “elevato” a una figura di garanzia. Orfini  sembra contemperare la libertà di voto con l’incasso del risultato: “I senatori potranno ovviamente votare contro le riforme costituzionali, ma è importante non bloccare il processo già avviato” (A. Montanari, la Repubblica, 29 giugno). E se, per l’appunto, il voto dei senatori (che poi si assommerebbe ad altre posizioni, nei più vari trasversalismi) si rivelasse determinante, tale da produrre un blocco del processo riformatore? Pare invocare un dissenso politicamente legittimo a patto che non sia determinante.

Si torna al dilemma tra libertà del parlamentare e immagine (vincente) del partito. Con alle spalle la questione del rapporto di fiducia incrinato tra cittadini e politica.

Chiudiamo con un uomo politico di lungo corso, Chiti, che introduce un nuovo elemento per il dibattito. La distinzione tra votazione degli emendamenti e la votazione sul complesso del progetto di legge (votazione finale). Egli afferma recisamente che voterà per la “sua” proposta nella votazione articolo per articolo, che sia assunta o meno o dal partito, ma afferma che quando si arriverà alla votazione finale non saprà ancora cosa fare: “devo prima vedere cosa avviene, come sarà il testo finale” (La Stampa, 27 giugno). Libertà di voto, quindi (e ripeto: stiamo parlando di spazio politico, nulla quaestio sui profili giuridici).

In tutto questo, per non agitare troppo gli animi, merce di scambio finiscono per essere anche questioni che andrebbero discusse essenzialmente su un piano tecnico e della coerenza interna dei modelli prescelti, come l’immunità per i senatori, introdotta rispetto al testo del governo, che non la prevedeva, e poi ritenuta dalla maggioranza Pd come rinunciabile se divisiva. (Come ho scritto qui: https://marcoplutino.com/2014/06/23/immunita-ai-senatori-e-pregiudiziale-chiarire-natura-e-funzioni-del-senato/)

E allora. D’accordo, se ne faccia pure una questione se passa o no la riforma; o di immagine per il Partito delle riforme e per il governo.

Ma facciamone anche un pochino questione di cos’è un partito e come stia insieme. E con ciò non offro una risposta se non notando che la disciplina – come qualunque reggimento – o è cosa seria o non è.

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