LA LEGGE ELETTORALE: IL CORAGGIO DI SFATARE I MITI DI QUESTI ANNI.

Credo che vi possa essere un largo consenso sull’opinione che la cd. Seconda Repubblica non sia stato certo un modello di buon governo. Oggi si usa dire, con espressione politologica, capace di esprimere “governabilità”.

Sia chiaro, ciò vale per tutte le sue manifestazioni.

Sul piano politico non lo è stata né per il centro-destra né per il centro-sinistra.

Sul piano istituzionale – che qui ci interessa maggiormente e taglia trasversalmente il piano politico – non lo è stata né nelle legislatura lunghe (1996-2001; 2001-2006) né in quelle più brevi (le altre; 1994-1996 e 2006-2008 in particolare) e neanche quando ha governato per cinque anni un Presidente del Consiglio con una maggioranza con numeri inusitati e sostanzialmente stabile (ancora 2001-2006) piuttosto che, più prevedibilmente, quando si sono alternati due o tre Presidenti del Consiglio nella legislatura e diverse formule politiche (1994-1996, 1996-2001; e 2008-2013; nel primo e nel terzo caso con accuse di “ribaltoni” parlamentari). Insomma, la Seconda Repubblica è stata pessima, da cui i terremoti politici degli ultimi anni con – per fare solo due esempi – il Movimento 5 Stelle passato da 0 al 25% in un’unica elezione (nato nato nel 2009) e il Pd rivoltato come un calzino.

Perchè non ci interroghiamo a fondo su un clamoroso fallimento del nostro sistema politico-istituzionale nelle sue più diverse manifestazioni, comprese quelle che secondo il “pensiero unico” disponevano di tutti gli ingredienti perchè venisse fuori un bel “manicaretto”? Come mai, ad esempio, si continua a considerare il “Matterellum” (la legge del 1993, un sistema misto a prevalenza maggioritario con collegio uninominale e recupero proporzionale) un sistema capace di garantire “governabilità”  – affermazione falsa, perchè accelerò tremendamente la frammentazione, che è nemica della governabilità,  paralizzando spesso l’azione dei governi – e nella legge n. 270 del 2005 cd. “Calderoli” (integralmente proporzionale con “premio di maggioranza”) una legge perfino migliore  in quanto in grado di conservare un esito maggioritario (sic, pur essendo proporzionale!) e garantire perfino un “governo certo”? Lasciamo stare una discussione più a fondo di questi venti anni o il giudizio sulle leggi elettorali appena citate, e ragioniamo su quel che occorre.

L’obiettivo vitale di un sistema politico, al contrario di quanto si crede in Italia, non è affatto “garantire” juris ed de jure una maggioranza, averne – come si dice spesso – una la sera alla chiusura delle urne, cioè produrla a tutti i costi con meccanismi che la determinano con certezza matematica. Non dobbiamo dimenticare, del resto, che la maggioranza sarebbe pur sempre maggioranza per salpare, ma poi dovrà affrontare i marosi di una legislatura di governo con eventi prevedibili e, spesso, molto meno prevedibili, i quali richiederanno degli aggiustamenti e delle messe a punto del programma. Cioè l’impegno della politica, la messa in discussione di quello che si ritiene essere una “investitura” popolare.

L’obiettivo supremo di un sistema politico è, contrariamente al “pensiero unico” di questi anni, altro ed è l’unico a poter porre solide premesse di “governabilità”: semplificare il sistema partitico a poche grande opzioni, che si ricolleghino – possiamo dire oggi – alle grandi famiglie politico-culturali presenti in Europa, entro un sostanzialmente bipolarismo “funzionale”. L’esigenza fondamentale è dunque di impedire l’accesso all’arena parlamentare a forze poco o punto rappresentative, cioè impedire la frammentazione del sistema partitico. E ciò perchè nei sistemi parlamentari è il parlamento (non gli elettori) che partorisce il governo e – quel che conta ancor più – lo sostiene nell’azione  politica. Quindi l’antitesi tra rappresentanza e governabilità è malposta, se non per intendere che il governo sarà politicamente espressione pur sempre solo di una parte del parlamento.

Se si pone questo come obiettivo immediato e lo si consegue con coerenza e lealtà verso gli elettori  senza cedere a trucchetti (come i cartelli tra partitini celati sotto le spoglie di pseudo-alleanze federative ma in realtà al solo fine di superare gli sbarramenti; simili escamotage dovrebbero essere severamente stigmatizzati dall’elettore), allora la produzione di maggioranze ne discende di regola, anche se non automaticamente. E avremo centrato tutti e due gli obiettivi: pochi partiti molto rappresentativi e governo forte. In tal modo – per servire i nostri “direttisti”, il sottoscritto credo molto di più nella “delega” e ritiene che l’elettore guardi ai risultati di buon governo e non si interessi alle architetture costituzionali (e oggi curiosamente lo si pensa) – si consente al principio di responsabilità di operare in un senso più conforme all’idea del “patto” tra elettori e cittadini, il governo di regola sarà stabile ed efficiente, il programma non sarà verosimilmente stravolto nel corso della legislatura rispetto a quello fissato all’inizio, gli elettori – infine – saranno in grado alla successiva campagna elettorale di valutare l’operato del governo (e ciò in verità presuppone un voto “retrospettivo”, ma non è detto che questo sia l’unico modo con cui l’elettorale si approccia al voto).

Rovesciando, come si fa di solito, il discorso e partendo dall’esigenza suprema di ottenere la garanzia di una maggioranza certa non si consegue necessariamente anche l’altro obiettivo (funzionale alla governabilità) ma si ha, invece, la certezza di un aumento della frammentazione, che nuocerà all’azione di governo. E ciò perché l’unico meccanismo veramente capace di garantire (in senso giuridico) una maggioranza (effetto giuridico certo) è il cosiddetto “premio di maggioranza” che incentiva ed anzi rende assolutamente indispensabili coalizioni e coalizioni pre-elettorali. Mentre la coalizione dovrebbe discendere da un’esigenza di garantire numeri sufficienti alla nascita di un governo (necessaria per produrre un governo) e dunque dovrebbe nascere dopo l’elezione, sulla base di risultati conseguiti da un’aspra competizione tra pochi partiti avente come protagonista l’identità partitica e progettuale di ciascuno di essi, le coalizioni fatte a prescindere e prima delle elezioni messe su solo per vincere le elezioni e cogliere il premio (necessarie per vincere). In queste coalizioni le piccole forze hanno un potere di ricatto notevole e un peso marginale decisivo né i grandi partiti di regola rifiuteranno piccoli partiti con un’offerta politica poco in linea con la loro ma che volessero entrare nelle coalizione (in Italia non si è visto, Prodi docet).

Per cui poi la coalizione di governo non si rivela, con ogni probabilità, dotata di quelle connotazioni di coesione, omogeneità e unità di indirizzo che fanno – loro e solo loro! – la fortuna dei sistemi parlamentari che funzionano. Non a caso i sistemi parlamentari che funzionano sono o quelli basati su governi sostenuti da un unico partito autosufficiente per numero di seggi in forza di un sistema elettorale distorsivo (sistema Westminister nel suo funzionamento regolare; nessun partito, di regola, può contare sul consenso di una maggioranza assoluta di cittadini che votano), o – più frequentemente (Germania, Spagna, alcune volte Gran Bretagna) – da coalizioni ridottissime (due, al massimo tre partiti; ma è chiaro che non è questione di numeri quanto soprattutto di coerenza programmativa e coesione d’azione). Queste coalizioni si sono immancabilmente formate per esigenze numeriche, per garantire la funzionalità del sistema parlamentare dopo le elezioni a fronte dall’assenza di un a maggioranza “data” dalle urne, sulla base di un accordo programmatico, auspicabilmente, preciso e dettagliato (il peso reciproco della propria effettiva forza, misurata dalle elezioni, agevola la trattativa più di un risultato prognostico). L’anticipazione di questo effetto con le coalizioni pre-elettorali (pressocchè sconosciute all’estero) che sottoscrivono programmi sembra far affidamento a patti con l’elettore, e alla conseguenze necessità di rispettarli dopo l’elezione, alla sigla di ferrei e successivamente indiscutibili vincoli tra le forze politiche, fattori che possono suggestionare nell’immediato ma che prestano il fianco a diverse gravi obiezioni in termini di funzionalità del maccanismo, tra cui uno macroscopico: non tiene e non può tener conto dei rapporti reciproci tra le forze della (futura) maggioranza (alcune delle quali, tra l’altro, potrebbero benissimo non superare la soglia infra-coalizionale e essere rappresentate in parlamento). Scusate se è poco.

In altre parole, per fermarci a queste annotazioni preliminari – sapendo bene che sarà necessario tornare sul tema diverse altre volte – i punti fondamentali di un sistema elettorale che possa garantire un buon rendimento sono appena due:

–        Presenza di una rilevante soglia di sbarramento (almeno 4%, meglio 5%; sconsigliate soglie superiori che si presterebbero a obiezioni di escludere forze discretamente rappresentative);

–        Assenza di premi di maggioranza e, dunque, di coalizioni pre-elettorali (assenza, per conseguenza, di una diversa e minore soglia infra-coalizionale).

Detto diversamente il premio di maggioranza incentiva la frammentazione, la soglia di sbarramento la scoraggia (se non viene elusa, ovviamente; dovrebbe vigilare l’elettore). Sono meccanismi antitetici. Le soglie migliorano le performance del sistema, e sono utilizzate diffusamente nel mondo democratico sia ove si fa uso di sistemi proporzionali che, a certe condizioni, nei sistemi maggioritari. Il premio di maggioranza è foriero di cattive prestazioni in termini di rendimento ed è parte (anche se ideato altrove) solo della tradizione “italica”.

Rispetto a ciò conta perfino meno se il sistema congegnato sia proporzionale o maggioritario, mono turno o a doppio turno, con preferenze o senza, e così via. In altre parole conta essenzialmente un dato: che i partiti affrontino la campagna elettorale puntando sulla propria identità e sulla propria proposta politica. Correre da soli. Già solo questa soluzione convenzionale (assistita da adeguate norme che la incentivino) consentirebbe di mettere in modo processi aggregativi veri e non effimeri, costituiti dall’attrazione dei piccoli soggetti verso prospettive di confluenza con quelli più grandi più vicini politicamente (del tipo quello che sta interessando parlamentari di Sel attratti dal Pd) e ottenere un parlamento di non più di quattro o cinque partiti. Partiti – attenzione – non solo molto rappresentativi e plurali ma che devono essere, di conseguenza, molto disciplinati, pena la riproduzione delle peggiori dinamiche coalizioni entro di essi (e non cambierebbe nulla).

Se ciò fosse, non sarebbe male per cominciare a rimettere le cose sui giusti binari.

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