CASO MINEO. CINQUANT’ANNI NON SON BASTATI. OVVERO: L’ETERNO RITORNO DI ARGOMENTI SBAGLIATI E LA “CUPIO DISSOLVI” DEL BRADIPO ITALIA

Ancora sul “caso Mineo” e sulle spropositate ripercussioni politiche conseguenti.

Abbiamo già argomentato la perfetta legittimità di quanto è avvenuto, la piena rispondenza al dettato costituzionale di una mera “sostituzione” (di questo si tratta) di un senatore dal suo lavoro di commissario. Del rifluire della questione in fatto, com’è giusto, di partito, non costituzionale o affaire di Stato. https://marcoplutino.com/2014/06/12/autosospesi-e-caso-mineo-il-libero-mandato-non-centra-nulla

Leggiamo quanto scrive Mario Scelba, nel 1962, polemizzando sulle pagine de “Il Resto del Carlino” con il censore Giuseppe Maranini e la sua indefessa battaglia contro la “partitocrazia” (attenzione: non semplice espressione polemica, ma proprio inteso quale regime di “dominio” dei partiti espropriatore della sovranità popolare dell’art. 1 Cost.): “Se l’esistenza di un regime democratico è condizionata dalla presenza dei partiti politici, non è pensabile che la loro influenza si arresti alla soglia dell’aula parlamentare o delle aule minori ove si esprime il regime rappresentativo. In contrario, si invoca l’art. 67 Cost. […] ma la stessa data di nascita della norma dimostra ch’essa non fu ispirata dal proposito di creare un Parlamento autonomo dai partiti.[…] La disciplina dei partiti è il prodotto della organizzazione; e questa è imposta dal fatto che non è possibile perseguire fini di politica nazionale senza organizzazione […] Il singolo può creare il partito politico, guidarlo o influenzarne la condotta, ma non può sostituirsi ad esso”.  Come dire: Mineo vuole sostituirsi al partito? Il partito … sostituisce Mineo. Il quale si esprimerà, se ritiene, in dissenso in Aula.

E, piuttosto, a tal proposito se potessi permettermi di dare un consiglio a Renzi (e Lotti) eviterei l’argomento polemico-comunicativo di “giocare” la volontà degli elettori contro la minoranza dissenziente; degli elettori di Renzi contro quelli di Mineo. Argomento efficace ma scivoloso. Certo, v’è un largo consenso di massima sul significato politico (politico) del voto del 25 maggio, un voto che rafforza il Presidente del Consiglio, contro gli “anti” a prescindere. Ma diciamo che l’argomento, per quanto possa apparire a qualcuno fondato, non è elegante da usare contro un compagno di partito. Sarebbe preferibile, più proficuo e perfino educativo – per la cittadinanza avvelenata da decenni di impotenti richiami ad unzioni popolari – ragionare terra terra. Laicamente. Da uomini di partito. Imposterei la questione in termini di rapporto tra maggioranza e minoranza, di linea di partito discussa, approvata e da portare a realizzazione, dopo gli opportuni compromessi parlamentari (con gli altri gruppi, non con il proprio!). Se risponda o meno alla volontà degli elettori, ad un interesse generale del paese, ovvero ad un capriccio dell’uomo solo al comando, beh, questo si vedrà presto. Abbiamo tutti gli strumenti  per capirlo.

Al limite, dunque, vogliamo discutere di cose serie?

Discutiamo allora dei limiti che deve avere la disciplina in un partito (il dissenso, perfino – ma non è certo questo il caso –  l’obiezione di coscienza). Scelba rimarca l’essenzialità dei partiti per la democrazia e sottolinea la loro funzione di disciplinamento e organizzazione. Sartori, magistralmente: “non si organizza per creare un organismo democratico; si organizza, in primo luogo, per creare  un organismo ordinato e efficiente” (“Democrazia. Cos’è”; ogni riferimento è puramente casuale). Non vogliamo stabilire priorità a prescindere tra i due valori della democraticità e dell’efficienza? Giusto, c’è la Costituzione che prevale su considerazioni di ordine “prescrittive” sì, ma non giuridiche sebbene politologiche.

Senonchè nell’art. 49 Cost. il riferimento al “metodo democratico” è piuttosto ambiguo: è il partito che dev’essere democratico o la lotta politica tra i partiti? Non lo sappiamo juris ed de jure finchè non interverrà una legge a dirlo. E, anche nel primo caso, il Pd avrebbe smesso di esserlo per far passare una linea di maggioranze nelle istituzioni? E infatti, c’è un partito che, guarda caso, si chiama, impegnativamente, “democratico”. Pone il pluralismo ma anche il rispetto delle regole, tra cui la regola di maggioranza (non dimentichiamolo) a proprio base fondativa.

Quindi? L’ha detto benissimo la Serracchiani, impostando la questione come suggerivo: “Il partito è un luogo di confronto ma lì, dopo il confronto, si assumono decisioni nell’interesse del Paese e, sia pure nell’assenza del vincolo di mandato, ci si deve sforzare di esprimere una posizione univoca”. Oggi la questione dell’efficienza di un partito è qualcosa di più e di diverso di un richiamo dal sapore “tecnocratico” (i partiti, ci mancherebbe!). E’ una questione preliminare per avere una felice comunicazione (e quanto conta!), di più: di credibilità della politica, di qualità della democrazia.

Discutiamo, al limite, se le riforme sono, secondo il richiamo di Scelba, “politiche nazionali”, intestate quale funzione costituzionale ai partiti; meglio: se sono “politiche” (lo sono certamente) che si prestano a ordini di scuderia, che sia governativi o partitici. Però. C’è un però. Teniamo conto anche di fattori di contorno, del “contesto”. Il fattore frustrazione e quello rabbia, il fattore disillusione e l’astensionismo. Il fattore tempo, insomma. Il tempo perduto dalla politica, il patto incrinato tra i partiti e cittadini per decenni di promesse mancate. Non – come tenderebbero in molti a pensare – retroagendo solo ai referendum del 1991-1993 o alla mitologica “Grande riforma” di craxiana memoria. Cose di ieri l’altro impresse perfino nella mia mente di TQ (Trenta-Quarantenne, classe ‘74).

Basti un riferimento. Ancora 1962. Anno dei mondiali di calcio in Cile. Anno del Nobel della Letteratura a John Steinbeck. Di costituzione dei Rolling Stones, della morte di Marilyn Monroe, del primo numero di Diabolik, del Vaticano II e del primo singolo dei Beatles. Ferruccio Disnan, liberale, auspica, contro il conservatorismo di comunisti e socialisti che difendevano la Carta costituzionale così com’era, “un Senato che non sia un semplice doppione della Camera, com’è oggi, e di una diversificazione fatta a qualsiasi titolo”. Era percepito già così, allora. 1962. Cinquantadue anni che ne discutiamo. Nel frattempo da posizioni marginali sono diventate patrimonio comune di tutti anche se le soluzioni possono differire. Ma siamo ancora ai maldipancia, alla necessità dell’approfondimenti, ai “si però”. Ancora lì.

Non dirò conservatori contro riformisti, non amo queste casacche che in termini assoluti vogliono dire poco. Ma allora come oggi c’è un contrasto evidente tra due posizioni, due modi di guardare il ruolo e le responsabilità della politica democratica. Per le etichette, fate un po’ voi.

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