Archivio mensile:giugno 2014

RIFORMA DEL SENATO E DISCIPLINA DI PARTITO: NEL PD E’ CAOS (NON MOLTO) CALMO.

A ben guardare, le minoranze del Pd, in particolare quelle che si riconoscono nei leaders Bersani e Letta, ma non solo (ci sono i civatiani, e non mancano altre posizioni), sono attive almeno quanto “piè veloce” Renzi. Propongono a gran voce e contemporaneamente diverse e qualificanti modifiche del progetto di riforma del Senato rispetto ai suoi termini attuali, determinati dalla modifica alla deliberazione del Consiglio dei ministri del 31 marzo scorso (cd. disegno di legge Boschi) apportata a seguito dell’approfondimento svolto dai senatori Finocchiaro (Pd) e Calderoli (Lega), relatori del progetto. Sta di fatto che presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato pendono diverse centinaia di emendamenti e sub-emendamenti e alcuni, di rilievo, provengono da senatori del Pd. Questi, tra gli altri, propongono di ridurre contestualmente alla modifica della composizione e delle funzioni del Senato anche il numero dei deputati, per non creare sproporzioni tra le due camere parlamentari soprattutto in riferimento al ruolo svolto nell’elezione di organi di garanzia (Csm, Corte costituzionale, Capo dello Stato; emendamento Lo Moro 1.011, firmato da altri 26 senatori Pd); insistono sull’elezione diretta, e non indiretta, dei senatori (Chiti, 35 firme in tutto, di cui 16 Pd e altri due della maggioranza; fino a far affermare, poi chissà perché, che un “senato non elettivo non è compatibile con il nostro ordinamento”: Cuperlo); contestano che i consiglieri scelgano anche i sindaci che sarebbero destinati a far parte del Senato (Civati). E non parliamo del marasma attorno all’immunità dei senatori. Insomma la minoranza Pd vuole mettere mano in modo incisivo alla riforma attualmente in discussione. In effetti il fatto stesso che il governo abbia presentato un testo al parlamento, pure frutto di un previo accordo con esponenti di altri partiti e dichiarato modificabile, è in sé un problema: può il governo in tema di riforme costituzionali assumere la guida di un processo che tradizionalmente si ritiene di domino parlamentare? Questione tradizionale e, per la verità ormai recessiva o mutata di significato. Dal dominio dell’iniziativa (parlamentare o governativo) siamo passati alla ben più concreta questione della possibilità o necessità di rispettare la disciplina di partito di quel Pd che, grazie al premio di maggioranza, ha numeri ampi tra le due Camere, anche se al Senato decisamente minori rispetto all’altro ramo. Questione di partito ma anche di impatto ordinamentale, perché le democrazie odierne, soprattutto parlamentari, sono Stati di partiti. In Italia l’abbiamo scoperto solo ora perché veniamo da venti anni di frammentazione partitica cui facevano da pendent le assurde coalizioni ammucchiata. Il risultato quasi maggioritario del Pd alle europee, e le responsabilità che ne derivano, ripropone però alla grande la questione.

Vediamo alcune prese di posizione per capirci qualcosa. In merito agli emendamenti dei Pd Deborah Serracchiani, vice-segretaria del partito afferma che “un voto contrario sarebbe, naturalmente, del tutto legittimo”. Se fa riferimento al piano giuridico, non c’è dubbio e perfino ovvio: il dissenso è legittimo ed esprimibile in aula (da qui il cd. caso Mineo, dal nome del senatore che riteneva, contro le norme del regolamento Senato, che la già commissione si prestasse a manifestazioni di dissenso rispetto al gruppo).

(Lo ricostruisco qui https://marcoplutino.com/2014/06/12/autosospesi-e-caso-mineo-il-libero-mandato-non-centra-nulla/ )

Ma non a caso in quel piccolo promemoria proponevo di discutere della questione anche, se no soprattutto, sul piano dello spazio operativo – lecito e opportuno – per la disciplina di partito. Qui:

https://marcoplutino.com/2014/06/13/caso-mineo-cinquantanni-non-son-bastati-ovvero-leterno-ritorno-di-argomenti-sbagliati-e-la-cupio-dissolvi-del-bradipo-italia/

 

Risolto agevolmente il piano giuridico, che dire allora del piano politico? Il “diritto” al dissenso equivale all’affermazione che la linea decisa dal partito nei suoi organi dirigenti sia una mera indicazione al parlamentare privo di un proprio convincimento e si rivolga ai convinti o a quelli non sfiorati da dubbi? Pare difficile. Ho la sensazione che l’affermazione della Serracchiani trovi la sua base materiale nella quasi certezza che il dissenso della minoranza Pd non sarebbe aritmeticamente determinante. Diversamente, suonerebbero poco comprensibili le invocazioni di Renzi ad essere all’altezza di quel 41% dei voti presi alle europee (“ora la palla è tutta nel nostro campo”: nostro, non di Berlusconi e Calderoli) o l’antifona di Guerini, solido ed esperto uomo di partito e vice-segretario Pd che ieri, invitato e presente alla riunione di “Sinistradem”, l’area bersaniana riunita attorno a Cuperlo, ha affermato: “Ognuno mantiene la sua autonomia ma anche la sua responsabilità una volta presa la decisione finale”. Anche qui: si parla di far valere la disciplina di partito dopo libero e approfondito dibattito; si fa genericamente riferimento all’eventuale responsabilità assunta dai parlamenti di fronte all’opinione pubblica; o, ancora e infine, si sottende ad eventuali decisioni future che il partito si riserva di prendere di fronte al possibile contraccolpo di immagine per il partito? Il dubbio resta.

Un’intervista a Gotor di oggi, 30 giugno, su “Corriere della Sera” mette il dito nella piaga. Chiede l’intervistatore: “Voterà gli emendamenti di altri partiti?” Gotor risponde: “Io sono per la disciplina di partito”. La risposta è no, evidentemente. Qualcuno ha spiegato a Gotor che non votare emendamenti di altri partiti ha poco senso se si pensa poi di poter votare in dissenso dal proprio partito e che alcuni degli emendamenti più delicati sono stati proposti proprio da senatori Pd? Ha chiaro, Gotor, che se è davvero per la disciplina di partito (e la ritiene applicabile al caso delle riforme istituzionali) ciò vuol dire esattamente votare a favore delle proposte deliberate dalla maggioranza del partito, per quanto, si auspica, dopo libera e approfondita discussione? Il dubbio resta, perché il parlamentare afferma che ci sono problemi e accusa il progetto di riforma del Senato di avere nientepopodimenochè possibili implicazioni plebiscitarie, facendo l’esempio della Russia putiniana. Non entriamo nel merito dell’affermazione. Interessa che egli affermi, in aggiunta, “ma sono sicuro che il Pd vorrà correggerlo”. E se così non fosse? Gotor, con altri, invocherà il diritto al dissenso, o come addirittura pare dai suoi toni, la libertà di coscienza? La disciplina di partito, dunque, non varrà più perché le obiezioni della minoranza Pd non sono state tenute in considerazioni? Strana idea della disciplina di partito.

Questioni che sarebbe bene che Renzi discutesse esplicitamente con i senatori, che dovrebbe incontrare prestissimo, per evitare spiacevoli malintesi e code velenose. Anche perché un’intervista a Civati è fin troppo esplicita sul punto: “se lui [Renzi] ha l’accordo, adesso addirittura con Calderoli, e dice di averlo con Berlusconi, i voti di chi non è d’accordo non sono determinanti, quindi non c’è bisogno di far polemica, li porti in Aula e faccia queste riforme. Se non è così, non è colpa nostra”. Un Civati che invoca libertà d’azione pressocchè totale, fino al punto, sembra quasi, di voler rinunciare a ricompattare il partito su una posizione, se non ad auspicare il contrario, sfidando la maggioranza.

Una sfumatura proviene dal neo-Presidente Pd, Matteo Orfini, tradizionalmente ritenuto sensibile alle ragioni dell’unità del partito e non a caso appena “elevato” a una figura di garanzia. Orfini  sembra contemperare la libertà di voto con l’incasso del risultato: “I senatori potranno ovviamente votare contro le riforme costituzionali, ma è importante non bloccare il processo già avviato” (A. Montanari, la Repubblica, 29 giugno). E se, per l’appunto, il voto dei senatori (che poi si assommerebbe ad altre posizioni, nei più vari trasversalismi) si rivelasse determinante, tale da produrre un blocco del processo riformatore? Pare invocare un dissenso politicamente legittimo a patto che non sia determinante.

Si torna al dilemma tra libertà del parlamentare e immagine (vincente) del partito. Con alle spalle la questione del rapporto di fiducia incrinato tra cittadini e politica.

Chiudiamo con un uomo politico di lungo corso, Chiti, che introduce un nuovo elemento per il dibattito. La distinzione tra votazione degli emendamenti e la votazione sul complesso del progetto di legge (votazione finale). Egli afferma recisamente che voterà per la “sua” proposta nella votazione articolo per articolo, che sia assunta o meno o dal partito, ma afferma che quando si arriverà alla votazione finale non saprà ancora cosa fare: “devo prima vedere cosa avviene, come sarà il testo finale” (La Stampa, 27 giugno). Libertà di voto, quindi (e ripeto: stiamo parlando di spazio politico, nulla quaestio sui profili giuridici).

In tutto questo, per non agitare troppo gli animi, merce di scambio finiscono per essere anche questioni che andrebbero discusse essenzialmente su un piano tecnico e della coerenza interna dei modelli prescelti, come l’immunità per i senatori, introdotta rispetto al testo del governo, che non la prevedeva, e poi ritenuta dalla maggioranza Pd come rinunciabile se divisiva. (Come ho scritto qui: https://marcoplutino.com/2014/06/23/immunita-ai-senatori-e-pregiudiziale-chiarire-natura-e-funzioni-del-senato/)

E allora. D’accordo, se ne faccia pure una questione se passa o no la riforma; o di immagine per il Partito delle riforme e per il governo.

Ma facciamone anche un pochino questione di cos’è un partito e come stia insieme. E con ciò non offro una risposta se non notando che la disciplina – come qualunque reggimento – o è cosa seria o non è.

Annunci

LA LEGGE ELETTORALE: IL CORAGGIO DI SFATARE I MITI DI QUESTI ANNI.

Credo che vi possa essere un largo consenso sull’opinione che la cd. Seconda Repubblica non sia stato certo un modello di buon governo. Oggi si usa dire, con espressione politologica, capace di esprimere “governabilità”.

Sia chiaro, ciò vale per tutte le sue manifestazioni.

Sul piano politico non lo è stata né per il centro-destra né per il centro-sinistra.

Sul piano istituzionale – che qui ci interessa maggiormente e taglia trasversalmente il piano politico – non lo è stata né nelle legislatura lunghe (1996-2001; 2001-2006) né in quelle più brevi (le altre; 1994-1996 e 2006-2008 in particolare) e neanche quando ha governato per cinque anni un Presidente del Consiglio con una maggioranza con numeri inusitati e sostanzialmente stabile (ancora 2001-2006) piuttosto che, più prevedibilmente, quando si sono alternati due o tre Presidenti del Consiglio nella legislatura e diverse formule politiche (1994-1996, 1996-2001; e 2008-2013; nel primo e nel terzo caso con accuse di “ribaltoni” parlamentari). Insomma, la Seconda Repubblica è stata pessima, da cui i terremoti politici degli ultimi anni con – per fare solo due esempi – il Movimento 5 Stelle passato da 0 al 25% in un’unica elezione (nato nato nel 2009) e il Pd rivoltato come un calzino.

Perchè non ci interroghiamo a fondo su un clamoroso fallimento del nostro sistema politico-istituzionale nelle sue più diverse manifestazioni, comprese quelle che secondo il “pensiero unico” disponevano di tutti gli ingredienti perchè venisse fuori un bel “manicaretto”? Come mai, ad esempio, si continua a considerare il “Matterellum” (la legge del 1993, un sistema misto a prevalenza maggioritario con collegio uninominale e recupero proporzionale) un sistema capace di garantire “governabilità”  – affermazione falsa, perchè accelerò tremendamente la frammentazione, che è nemica della governabilità,  paralizzando spesso l’azione dei governi – e nella legge n. 270 del 2005 cd. “Calderoli” (integralmente proporzionale con “premio di maggioranza”) una legge perfino migliore  in quanto in grado di conservare un esito maggioritario (sic, pur essendo proporzionale!) e garantire perfino un “governo certo”? Lasciamo stare una discussione più a fondo di questi venti anni o il giudizio sulle leggi elettorali appena citate, e ragioniamo su quel che occorre.

L’obiettivo vitale di un sistema politico, al contrario di quanto si crede in Italia, non è affatto “garantire” juris ed de jure una maggioranza, averne – come si dice spesso – una la sera alla chiusura delle urne, cioè produrla a tutti i costi con meccanismi che la determinano con certezza matematica. Non dobbiamo dimenticare, del resto, che la maggioranza sarebbe pur sempre maggioranza per salpare, ma poi dovrà affrontare i marosi di una legislatura di governo con eventi prevedibili e, spesso, molto meno prevedibili, i quali richiederanno degli aggiustamenti e delle messe a punto del programma. Cioè l’impegno della politica, la messa in discussione di quello che si ritiene essere una “investitura” popolare.

L’obiettivo supremo di un sistema politico è, contrariamente al “pensiero unico” di questi anni, altro ed è l’unico a poter porre solide premesse di “governabilità”: semplificare il sistema partitico a poche grande opzioni, che si ricolleghino – possiamo dire oggi – alle grandi famiglie politico-culturali presenti in Europa, entro un sostanzialmente bipolarismo “funzionale”. L’esigenza fondamentale è dunque di impedire l’accesso all’arena parlamentare a forze poco o punto rappresentative, cioè impedire la frammentazione del sistema partitico. E ciò perchè nei sistemi parlamentari è il parlamento (non gli elettori) che partorisce il governo e – quel che conta ancor più – lo sostiene nell’azione  politica. Quindi l’antitesi tra rappresentanza e governabilità è malposta, se non per intendere che il governo sarà politicamente espressione pur sempre solo di una parte del parlamento.

Se si pone questo come obiettivo immediato e lo si consegue con coerenza e lealtà verso gli elettori  senza cedere a trucchetti (come i cartelli tra partitini celati sotto le spoglie di pseudo-alleanze federative ma in realtà al solo fine di superare gli sbarramenti; simili escamotage dovrebbero essere severamente stigmatizzati dall’elettore), allora la produzione di maggioranze ne discende di regola, anche se non automaticamente. E avremo centrato tutti e due gli obiettivi: pochi partiti molto rappresentativi e governo forte. In tal modo – per servire i nostri “direttisti”, il sottoscritto credo molto di più nella “delega” e ritiene che l’elettore guardi ai risultati di buon governo e non si interessi alle architetture costituzionali (e oggi curiosamente lo si pensa) – si consente al principio di responsabilità di operare in un senso più conforme all’idea del “patto” tra elettori e cittadini, il governo di regola sarà stabile ed efficiente, il programma non sarà verosimilmente stravolto nel corso della legislatura rispetto a quello fissato all’inizio, gli elettori – infine – saranno in grado alla successiva campagna elettorale di valutare l’operato del governo (e ciò in verità presuppone un voto “retrospettivo”, ma non è detto che questo sia l’unico modo con cui l’elettorale si approccia al voto).

Rovesciando, come si fa di solito, il discorso e partendo dall’esigenza suprema di ottenere la garanzia di una maggioranza certa non si consegue necessariamente anche l’altro obiettivo (funzionale alla governabilità) ma si ha, invece, la certezza di un aumento della frammentazione, che nuocerà all’azione di governo. E ciò perché l’unico meccanismo veramente capace di garantire (in senso giuridico) una maggioranza (effetto giuridico certo) è il cosiddetto “premio di maggioranza” che incentiva ed anzi rende assolutamente indispensabili coalizioni e coalizioni pre-elettorali. Mentre la coalizione dovrebbe discendere da un’esigenza di garantire numeri sufficienti alla nascita di un governo (necessaria per produrre un governo) e dunque dovrebbe nascere dopo l’elezione, sulla base di risultati conseguiti da un’aspra competizione tra pochi partiti avente come protagonista l’identità partitica e progettuale di ciascuno di essi, le coalizioni fatte a prescindere e prima delle elezioni messe su solo per vincere le elezioni e cogliere il premio (necessarie per vincere). In queste coalizioni le piccole forze hanno un potere di ricatto notevole e un peso marginale decisivo né i grandi partiti di regola rifiuteranno piccoli partiti con un’offerta politica poco in linea con la loro ma che volessero entrare nelle coalizione (in Italia non si è visto, Prodi docet).

Per cui poi la coalizione di governo non si rivela, con ogni probabilità, dotata di quelle connotazioni di coesione, omogeneità e unità di indirizzo che fanno – loro e solo loro! – la fortuna dei sistemi parlamentari che funzionano. Non a caso i sistemi parlamentari che funzionano sono o quelli basati su governi sostenuti da un unico partito autosufficiente per numero di seggi in forza di un sistema elettorale distorsivo (sistema Westminister nel suo funzionamento regolare; nessun partito, di regola, può contare sul consenso di una maggioranza assoluta di cittadini che votano), o – più frequentemente (Germania, Spagna, alcune volte Gran Bretagna) – da coalizioni ridottissime (due, al massimo tre partiti; ma è chiaro che non è questione di numeri quanto soprattutto di coerenza programmativa e coesione d’azione). Queste coalizioni si sono immancabilmente formate per esigenze numeriche, per garantire la funzionalità del sistema parlamentare dopo le elezioni a fronte dall’assenza di un a maggioranza “data” dalle urne, sulla base di un accordo programmatico, auspicabilmente, preciso e dettagliato (il peso reciproco della propria effettiva forza, misurata dalle elezioni, agevola la trattativa più di un risultato prognostico). L’anticipazione di questo effetto con le coalizioni pre-elettorali (pressocchè sconosciute all’estero) che sottoscrivono programmi sembra far affidamento a patti con l’elettore, e alla conseguenze necessità di rispettarli dopo l’elezione, alla sigla di ferrei e successivamente indiscutibili vincoli tra le forze politiche, fattori che possono suggestionare nell’immediato ma che prestano il fianco a diverse gravi obiezioni in termini di funzionalità del maccanismo, tra cui uno macroscopico: non tiene e non può tener conto dei rapporti reciproci tra le forze della (futura) maggioranza (alcune delle quali, tra l’altro, potrebbero benissimo non superare la soglia infra-coalizionale e essere rappresentate in parlamento). Scusate se è poco.

In altre parole, per fermarci a queste annotazioni preliminari – sapendo bene che sarà necessario tornare sul tema diverse altre volte – i punti fondamentali di un sistema elettorale che possa garantire un buon rendimento sono appena due:

–        Presenza di una rilevante soglia di sbarramento (almeno 4%, meglio 5%; sconsigliate soglie superiori che si presterebbero a obiezioni di escludere forze discretamente rappresentative);

–        Assenza di premi di maggioranza e, dunque, di coalizioni pre-elettorali (assenza, per conseguenza, di una diversa e minore soglia infra-coalizionale).

Detto diversamente il premio di maggioranza incentiva la frammentazione, la soglia di sbarramento la scoraggia (se non viene elusa, ovviamente; dovrebbe vigilare l’elettore). Sono meccanismi antitetici. Le soglie migliorano le performance del sistema, e sono utilizzate diffusamente nel mondo democratico sia ove si fa uso di sistemi proporzionali che, a certe condizioni, nei sistemi maggioritari. Il premio di maggioranza è foriero di cattive prestazioni in termini di rendimento ed è parte (anche se ideato altrove) solo della tradizione “italica”.

Rispetto a ciò conta perfino meno se il sistema congegnato sia proporzionale o maggioritario, mono turno o a doppio turno, con preferenze o senza, e così via. In altre parole conta essenzialmente un dato: che i partiti affrontino la campagna elettorale puntando sulla propria identità e sulla propria proposta politica. Correre da soli. Già solo questa soluzione convenzionale (assistita da adeguate norme che la incentivino) consentirebbe di mettere in modo processi aggregativi veri e non effimeri, costituiti dall’attrazione dei piccoli soggetti verso prospettive di confluenza con quelli più grandi più vicini politicamente (del tipo quello che sta interessando parlamentari di Sel attratti dal Pd) e ottenere un parlamento di non più di quattro o cinque partiti. Partiti – attenzione – non solo molto rappresentativi e plurali ma che devono essere, di conseguenza, molto disciplinati, pena la riproduzione delle peggiori dinamiche coalizioni entro di essi (e non cambierebbe nulla).

Se ciò fosse, non sarebbe male per cominciare a rimettere le cose sui giusti binari.

REGIME DELLE INCOMPATIBILITA’ E ETICA DELLA POLITICA: I 46.378 VOTI INUTILI DI LUPI.

E così Maurizio Lupi, Mister 50.000 voti (non tanti ma neanche pochi) alle elezioni europee, non andrà a Strasburgo a sedere nel Parlamento europeo. Degli undici parlamentari italiani eletti sarà l’unico che non opterà per la nuova carica e resterà parlamentare, e ministro, in Italia. Aveva scherzato.

Lecitissimo, ma ragioniamoci un po’ su.

La cosiddetta Seconda Repubblica, tra le altre cose, si è caratterizzata per alcune cattive abitudini sul piano del rapporto “fiduciario” tra elettori e classe politica. Tutto si può dire della famigerata “Prima Repubblica” ma non che difettasse un’attenzione grande, anzi, strenua per le esigenze del cittadini. A scanso della nenia sulla “partitocrazia” e sui difetti della nostra democrazia, la “rappresentatività” della classe politica è sempre stata alle stelle almeno fino alla fine degli anni ’80 (ma anche oltre, in realtà).

In questi venti anni, invece, partiti deboli hanno cercato di supplire all’assenza di consenso e di legittimazione con un uso decisamente distorto, piegato alle proprie esigenze autoreferenziali, di diversi istituti che operano di contorno alla rappresentanza politica piegati a usi insoliti o addirittura ponendo nuove regole molto discutibili. Basti pensare, su piani diversi, alla odiosa regola che ha esteso oltremodo le pluricandidature, consentendo ad un medesimo candidato di presentarsi in molte circoscrizioni svolgendo una campagna elettorale dove mancano di sottolineare che, in assenza del dono dell’ubiquità, si chiede un voto senza essere capaci, se eletti, di ripagarlo adeguatamente sul piano dell’impegno politico (e al tempo del maggioritario con collegi si trattava di un pesante difetto del sistema). Oppure ad un utilizzo legittimo da capzioso delle regole sulle incompatibiltà disciplinanti l’evenienza che un parlamentare venisse a ricoprire successivi incarichi oggettivamente non cumulabili, sul piano del rendimento, e chiedendogli pertanto di optare (rispetto alle pluri-elezioni, spesso) entro un tempo prefissato per l’uno o l’altro incarico (nella gran parte dei casi si è trattato di optare tra la carica di parlamentare e quella di sindaco o tra parlamentare e consigliere regionale: nelle cui vicende si sono registrati siparietti assai grotteschi, ma in realtà vergognosi, che hanno richiesto anche interventi giurisprudenziali al massimo livello, generalmente non risolutivi).

Attraverso questi mezzucci la politica ha fatto prosperare partiti personali basati sul Leader dove uno portava voti per tutti (facendo perfino sparire, ad un tratto, i manifesti degli altri candidati del partito nella circoscrizione perchè interferenti nel rapporto di investitura plebiscitaria; vedi quanto si dirà in chiusura) o fatto sopravvivere fatti di uno o pochi notabili attirando voti che altrimenti non avrebbe avuto (in quelle proporzioni).

Gli effetti sistemici sono stati comunque molto negativi perchè si è alimentata una frammentazione a fronte di una rappresentanza e rappresentatività drogate in modo artificioso.

Diversi piccoli partiti, semplicemente, hanno superato le soglie di sbarramento previste dalle singole leggi elettorali seguendo questi escamotage (rafforzati, dove previsti, dalla previsione di premi di maggioranza per cui per i partiti coalizzati, e il premio era un formidabile incentivo alla coalizione, valeva una più bassa soglia – spesso ridicola – rispetto a quelli non coalizzati).

Ma la cose peggiore di queste tristi vicende è stata proprio la scarsa considerazione dell’elettore, il venir meno di un rapporto chiaro e improntato alla correttezza, che caratterizzava, e caratterizza tuttora simili espedienti.

E così è oggi con Maurizio Lupi, uomo vicino a Comunione e Liberazione, e pertanto grande alfiere del tema dell’etica in politica. Di cui però non ha probabilmente compreso molto.

Lupi si è candidato, ha raccolto una notevole quantità di voti e, di fronte ad una incompatibilità sopravvenuta (ma di cui conosceva bene l’eventualità), ha … scelto di non optare per il Parlamento europeo. Perché si è candidato? (e non si dica che all’epoca della candidatura si era ancora indecisi, perché prenderci per i fondelli di questi tempi è davvero pericoloso…).

E allora vale la pena di riprendere qualche passaggio della lettera aperta rivolta da Lupi ai suoi elettori (e che a torto si sarebbero reputati tali):

“Cari amici,
sono candidato come capolista per la circoscrizione Nord Ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta) per il Nuovo Centrodestra alle elezioni per il Parlamento europeo.

Penso che sia ora di cambiare il ritornello stanco che ci sentiamo ripetere da anni: “Ce lo chiede l’Europa”. Noi che cosa chiediamo all’Europa? E soprattutto: che cosa possiamo dare all’Europa perché l’Europa ritrovi se stessa?

Muoviamoci! Insieme.
E’ lo slogan che ho scelto per la mia campagna elettorale. […]

Serve una nuova Europa, che torni a respirare lo spirito che l’ha fatta nascere.
[…]

Bisogna muoversi per cambiare un modo d’essere dell’Europa che non entusiasma più nessuno.
Esattamente come successo in Italia, bisogna muoversi per sconfiggere scetticismi e rassegnazione, […]

Il Nuovo Centrodestra è nato per questo. Di fronte a chi giocava allo sfascio o passava il tempo a lamentarsi, il Nuovo Centrodestra ha scommesso sulla responsabilità, e innanzitutto sulla responsabilità personale.

[…]

In una situazione simile chiunque ha qualcosa da dare deve mettersi in gioco.

Ecco perché mi sono candidato.
[…]
Dico grazie sin d’ora a chi vorrà accompagnarmi in questa sfida: con i suoi consigli, con la sua partecipazione attiva, con le sue obiezioni utili a costruire o semplicemente anche con il semplice gesto del suo voto.

Maurizio Lupi”

Bravo Lupi! Hai fregato la gran parte di 46.378 persone per accomodamenti di partito. Certo nel partito tutto sapevano che ben difficilmente avresti lasciato la poltrona di ministro. Certo, la sceneggiata sui giornali è andata avanti un bel po’ ma il gioco era quasi scoperto se è vero che il 6 giugno, pochi giorni dopo l’elezione (venti giorni fa), Salvatore Dama su Libero già titolava che “salvo soprese” l’intenzione era quella di rimanere ministro… Certo, forse ad un certo punto ti sei convinto davvero anche tu che sarebbe dipeso da come sarebbero andate le elezioni, dalla logica del “facciamolo, poi vediamo…” e poi, siccome le elezioni per il tuo partito sono andate male, tutto è rientrato in ballo.

Ma questa politica è politica spiccia, non c’entra con l’etica.

Spiegami perché un capolista (capolista!) che ha avuto una simile affermazione poi non dovrebbe andare a fare quello per cui è stato eletto. Lo hai detto tu il giorno dopo le elezioni a “Porta a Porta”: “di fronte a 50.000 voti raccolti mi sembra giusto prendere atto della volontà di chi mi ha votato. La decisione non è stata ancora presa, la prenderà nei prossimi giorni insieme al partito”. Che decisione dovevi prendere con il partito? Se onorare o no, come dici stesso tu, i tuoi elettori o tornare utile per altre, imperscrutabili, strategie? Hai preso la decisione cui ti facoltizzava il diritto, ma è sbagliata perché tu stesso hai deciso di candidarti e quindi del tutto naturale sarebbe stato (come lo è stato per gli altri colleghi tuoi) di scegliere la carica sopravvenuta.

E allora.

Non dirmi più “che cosa possiamo dare all’Europa perché l’Europa ritrovi se stessa”, perché non hai niente da dare.

E non dire più “Muoviamoci! Insieme” perché chi ti ha votato farebbe bene a prendere le misure e le distanze da te”.

E non farci più il sermone sul fatto che “Serve una nuova Europa, che torni a respirare lo spirito che l’ha fatta nascere”, perché con comportamenti come i tuoi (sconosciuti, ovviamente all’Estero, dove sarebbero tanto stigmatizzati da non incamminarcisi in partenza) l’Italia non ha molto da dare.

E non dirci, proprio tu, che “bisogna muoversi per sconfiggere scetticismi e rassegnazione” perché il tuo comportamento alimenta questi sentimenti. Infine non dire, proprio tu che “il Nuovo Centrodestra ha scommesso sulla responsabilità, e innanzitutto sulla responsabilità personale”, perché non optare per la carica successiva è sempre e comune un comportamento, lecito, ma assolutamente irresponsabile sul piano politico.

Anzi visto che le incompatibilità hanno una ben precisa, e preziosa, funzione, forse – nella persistente assenza di adeguata etica politica – è il caso di interrogarsi su una modifica della legge (occorrerebbe una revisione organica dell’intera materia, da troppo tempo attesa), prevedendo non l’opzione ma la decadenza automatica dal mandato (divenuto) incompatibile, creando una presunzione assoluta che chi si candidi per un ruolo incompatibile con quello che ricopre lo faccia, se eletto, per svolgerlo.

Una regoletta per contribuire a ridare dignità alla politica anche suo malgrado.

Per non far candidare più a vanvera alcuno, con evidente distorsione del processo democratico (quanti voti in meno avrebbe preso l’Udc in quella circoscrizione senza Lupi candidato, in un sistema a tre preferenze dove il suo nome, il nome di un ministro, “trainava” così forte?).

Nella tua lettera, Lupi, affermi che le obiezioni dell’elettore sono “utili a costruire” o che tanto può anche “il semplice gesto del suo voto”. Ministro, hai trasformato il voto semplice dell’elettore – semplice nella richiesta – in qualcosa di assai più complicato e meno bello. Quello che hai fatto tuo, che mai e poi mai avresti lasciato il posto di un importante ministero per fare l’oscuro ma prezioso lavoro di parlamentare europeo (lontano dal potere) in politichese si chiama “candidatura di servizio” (lo ha detto la Lorenzin, altro ministro del tuo partito, non è stata eletta ma avete il vizio: “la mia è una candidatura di servizio”). Ma rende un cattivo servizio.

p.s. Infine, al Pd così serio da mandare tutti i suoi parlamentari eletti a Strasburgo, e da non prendere neanche in lontana considerazione di candidare il Presidente Renzi, come in teoria possibile e come fece vergognosamente Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, nel 2009 presentandosi in tutte e cinque le circoscrizioni e prendendo 2,7 milioni di voti di preferenze (quanti ne avrebbe presi Renzi, 6 milioni? Di più?): un ministro così non è in linea con l’immagine di novità e di fiducia che si vuole trasmettere al paese. Si chieda conto a Lupi del suo comportamento (lo si sarebbe dovuto far prima…mettendo regole chiare per sé e anche per gli alleati) e, se del caso, si dia seguito.

.

NUOVO SENATO: ANCORA ALCUNI NODI DA SCIOGLIERE

Nel post di ieri sul tema della introduzione della immunità penale per i futuri Senatori mi limitavo a far notare che la questione non può prescindere dalla natura e dal ruolo che si vuole attribuire al Senato.

https://marcoplutino.com/2014/06/23/immunita-ai-senatori-e-pregiudiziale-chiarire-natura-e-funzioni-del-senato/

L’amico Prof. Salvatore Curreri in un’acuta analisi, proprio a partire dalla natura del Senato nell’attuale disegno di legge del Governo e ai sensi degli accordi e delle discussioni da ultimo intervenute afferma che le immunità sono dovute.

http://www.huffingtonpost.it/salvatore-curreri/immunita-antipolitica_b_5522213.html?utm_hp_ref=tw.

Va ribadito tuttavia che la natura del Senato, allora stato, non mi pare del tutto risolta e che residuano questioni di coerenza del modello scelto.

Occorre prendere atto che il disegno di legge presentato dal ministro Boschi è dichiaratamente finalizzato al superamento del “bicameralismo perfetto” e tanto nella relazione introduttiva quanto nell’articolato afferma che il parlamento sarà bicamerale ma con funzioni differenziate.

(Qui il testo: http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/testi/44283_testi.htm, poi sono intervenuti ulteriori accordi politici e sono stati proposti emendamenti)

Ma è tutto così chiaro? Il problema è tutto qui e dipende, aggiungo, solo in piccola parte dalla natura elettiva o meno del Senato.

La verità è che il disegno di legge resta in bilico tra la soluzione tedesca e altre soluzioni, a partire da quella francese.

Vediamo le differenze.

La soluzione francese (che però opera entro un regionalismo decisamente debole) è bicamerale (art. 24, “Il Parlamento comprende l’Assemblea nazionale e il Senato”), ed è improntata alla rappresentanza delle Autonomie non solo regionali. Il Senato francese ha, alla stregua del medesimo articolo, “la rappresentanza delle collettività” e i senatori si vedono riconosciuti di riflesso allo status del Senato tutte le guarentigie previste per l’Assemblea nazionale (o camera bassa), comprese le immunità parlamentari e – attenzione – il libero mandato parlamentare.

Dall’altra capo delle alternative esiste la soluzione tedesca, da sempre di grande attrattiva per le soluzioni fortemente regionaliste o federaliste, che prevede componenti nominati dagli esecutivi dei Lander (le regioni tedesche), non rappresentanti del “popolo tedesco” ma dei territori dei Lander, privi di immunità parlamentari e di altre guarentigie tipiche dei parlamentari, tra cui il libero mandato. La rappresentanza di questi senatori è infatti “vincolata” nell’espressione delle posizioni e nell’assunzione delle decisioni e dei conseguenti voti dalle volontà dell’organo, per cui sono in sostanza “delegati” con un margine di discrezionalità piuttosto ridotto.

Sia la soluzioni francese che tedesca configurano, infine, il Senato come una camera non elettiva, o, meglio, composta con elezione “indiretta”.

Alla stregua di queste notazioni, Il disegno di legge “Boschi” (Atto Senato n. 1429) non appare del tutto risolto, perchè mentre parla espressamente di Parlamento bicamerale (alla francese), che rappresenta i territori (e questo è pressocchè pacifico per tutte le seconde camere, tedesca come francese), non prevede immunità (come in Germania, al contrario della Francia) e riconosce (al contrario che in Germania, ove è espressamente escluso) il libero mandato parlamentare mediante la riformulazione dell’art. 67 Cost. (e qui tralasciamo gli eventuali problemi della soppressione dell’indicazione della Nazione come termine della rappresentanza, perché qui non rilevano).

Quindi sembra che il modello tedesco sia sostanzialmente disatteso per la gran parte dei suoi profili caratterizzanti, ma seguito per il mancato riconoscimento delle immunità che, pertanto, per coerenza modellistica dovrebbero essere introdotte.

Tuttavia, a parte ciò, non è d’altro canto esattamente vero che il Senato sia espressione solo del mondo delle autonomie, come è chiaro per la presenza di alcuni componenti nominati dal Capo dello Stato (transitori? Diversi dai senatori a vita? Come interagiscono i due istituti?), nonché dalla (probabile) presenza degli ex presidenti della Repubblica e, soprattutto e dal conferimento di funzioni di alta garanzia “repubblicana”.

Insomma vi sono ancora nodi da sciogliere e che gli emendamenti presentati finora al disegno di legge governativo solo non sono risolutivi ma anzi rischiano di ingarbugliare alquanto le cose (diversi sono stati presentati per raggiungere quest’obiettivo…), anche se va riconosciuto che alcuni – come quelli sull’introduzione dell’immunità per i senatori – muovono indubbiamente per risolvere la progettazione del nuovo Senato verso una natura limpidamente di camera parlamentare. Il Senato si differenzierebbe da oggi essenzialmente per la non elettività dei suoi componenti e per la diversità di funzioni rispetto alla Camera dei deputati.

Un tratto peculiare degli ultimi accordi è, attenzione, che la scelta di tutti i senatori “eletti” (95 su 100) deriverebbe dai consigli regionali non facendo eccezione la componente espressione di enti locali (i comuni), per cui difficilmente potremmo qualificare tale Senato come una camera autenticamente “autonomica” (come quella spagnola, ad esempio), quanto semmai una Camera delle regioni attraverso la quale si tenta di rappresentare anche i territori. La soluzione suscita più di un dubbio anche se è da prendere atto che il modello è centrato, in coerenza con l’assetto regionalista, sulle regioni e manifesta un’oggettiva fiducia per la classe politica regionale. Del resto nel regionalismo o ci si crede o non ci si crede e pasticciare con gli enti locali è un modo per manifestare sfiducia verso le regioni (ognuno può giudicare e ognuno giudicherà se tale fiducia è ben riposta).

Infine, se il Senato è una camera parlamentare, per coerenza, bisognerebbe porre, tra le altre questioni, anche la previsione di un’adeguata indennità di funzione, che è proprio del lavoro del parlamentare e che verosimilmente dovrebbe essere posta a carico dello Stato perché a nulla rileverebbe che i senatori sono rappresentanti dei territori e già rivestono altre funzioni in sede locale se sono considerati come parlamentari a tutti gli effetti (da cui il tema delicato dei tempi di lavoro e dell’efficienza dell’organo e tante questioni collegate, come quella di consentire eventuali sostituzioni per singole sedute).

Quanto alle guarentigie che vengono ascritte all’immunità in senso ampio, non è inutile precisare che quale che sarà la soluzione finale, la “irresponsabilità delle opinioni espresse e dei voti” deve essere riconosciuta (se è già contemplata o no, andrà specificato in base al modo in cui sarà scritto il testo finale: per ora il disegno di legge governativo nella sua versione originaria la prevede in quanto abroga espressamente per i senatori la sola immunità penale). Tale guarentigia è coerente e imposta, che il Senato abbia natura di ramo del parlamento o che non l’abbia, dalla presenza di qualunque collegio che discute e decide ad altissimo livello istituzionale e va ricordato che già oggi i consiglieri regionali ne beneficiano.

In conclusione, ripetendo quanto detto ieri e sulla base di una più diffusa argomentazione nel merito, possiamo concludere che occorre sciogliere in modo più chiaro la questione della natura e delle funzioni del Senato per discutere in modo proficuo e arrivare rapidamente ad una conclusione sulla doverosità o meno (non opportunità!) del riconoscimento di alcuni istituti.

Francamente se posso spingermi ad interpretare la volontà del Governo in base alle dichiarazioni e alle prese di posizione in un lungo arco di tempo mi pare che si ambisse a creare una camera delle autonomie i cui capisaldi, e non esprimo valutazioni in merito, fossero l’elezione indiretta e l’assenza di indennità parlamentare. Se fosse così, forse il disegno di legge del governo “plus dixit quam voluit”, cioè presenta uno iato tra l’intentio in senso latissimo del governo e la ratio obiettiva che risulta dal testo attuale (che si ritrova nella relazione).

La mia impressione è sbagliata? Allora, visto che il testo propende con una certa decisione anche se in modo non del tutto risolto per una camera parlamentare, bisognerebbe prenderne atto e andare fino in fondo con tutto ciò che ne consegue, immunità e indennità in primis.

IMMUNITA’ AI SENATORI: E’ PREGIUDIZIALE CHIARIRE NATURA E FUNZIONI DEL SENATO

Avverto qualche perplessità nel leggere che per il governo quello delle immunità dei (futuri) senatori “non è un problema centrale” (ministro Boschi), per dire che si intende fugare il rischio che la questione diventi terreno di sconto o di contrapposizione; o che il Presidente del Consiglio Renzi dichiari “Non si può compromettere un obiettivo storico” lasciando intendere che pertanto si faccia come meglio si crede purchè presto. Il punto è che se le immunità non possono diventare terreno di scontro, non possono diventare neanche terreno di … compromesso. Vorrei spiegarmi meglio.

Ogni riforma istituzionale ha dei vincoli tecnici (siano essi di logica istituzionale o propriamente rimontanti a prescrizioni costituzionali). Questi limiti di ordine tecnico vanno compresi, perchè se non vengono compresi e affrontati di conseguenza non si fa altro che alimentare l’irrazionalità del sistema senza che ne derivi nulla di buono.

Ci limiteremo pertanto solo al tracciamento di alcuni muri maestri, evitando di entrare in tante questioni minute che però dovrebbero essere rischiarate dall’impostazione del problema.

E il problema è: i senatori sono “parlamentari” o no? Il parlamento italiano sarà bicamerale o no? La questione è tutta qui, ed è dirimente per decidere di contemplare eventuali immunità, e lo è ancor piùdi quanto non lo sia la questione, alquanto drammatizzata nei giorni scorsi, della elettività o meno dei senatori.

Ora bisogna comprendere bene che il riconoscimento o meno della “guarentigia“ in parola si riflette, retroagisce, sulla natura dell’organo cui viene attribuita. Se pertanto viene riconosciuta la guarentigia ma non se ne prende atto il minimo che può capitare è fare un pasticcio.

Discutere allora del si, forse, meglio si, meglio no, fate un po’ come volete; ecco, lascia intendere che si guardi alla cd. immunità penale (di questo si parla; che immunizza nessuno ma richiede “autorizzazione” della camera di appartenenza per la compressione del godimento di alcuni diritti fondamentali quando richiesta dalla magistratura) come se fosse un qualcosa che, di per sé astrattamente sempre possibile nella sua introduzione, va dall’opportuno (per riequilibrare i rapporti tra politica e magistratura) all’osceno (l’immunità come privilegio di casta). E ciò è vero soltanto se si è deciso di avere un parlamento bicamerale.

Ciò dunque pregiudica la decisione fondamentale ed è giusto che la decisione fondamentale, invece, venga prima e resta altra: cos’è il Senato che si sta andando a creare?

Sarebbe curioso che tutto si imposti sulla base della qualità della classe politica regionale e dei possibili abusi della prerogativa (anche se, aggiungo, è poi fatale che sia così; le riforme devono essere calate nella realtà).

L’immunità penale è semplicemente una garanzia per l’esercizio della funzione (parlamentare). Mentre si ritiene che l’insindacabilità (delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio della funzione) spetti anche ai consiglieri regionali, perché partecipi di un corpo legislativo, l’immunità penale è invece il cuore del sistema e richiama la sovranità e gli equilibri supremi. Posso capire delle riserve a riguardo su questa distinzione che separi i destini di insindacabilità e immunità penale (i due aspetti dell’art. 68 Cost.) ma fino ad oggi è pacificamente così. L’immunità penale è stata sempre riservata ai soli parlamentari, mentre l’insindacabilità spetta ad un vasto novero di soggetti investiti di delicate funzioni istituzionali (non solo legislative) che si vogliono preservare nella libera formazione della decisione: per esempio oltre ai consiglieri regionali, i giudici costituzionali. L’immunità non preserva solo la libertà del processo decisionale ma la libertà e l’integrità dell’organo tout court, che potrebbe essere pregiudicata, con menomazione di suoi membri, da azioni giudiziarie non dotate di sommaria fondatezza (da cui la necessità di accertare l’eventuale sussistenza del “fumus persecutionis” prima di concedere l’autorizzazione, e altrimenti negarla; questo l’unico parametro).

Senza la previsione dell’immunità, allora, molto semplicemente, il Senato ben difficilmente può essere considerato parte del Parlamento e a sua volta, dunque, “organo costituzionale” (o parte di esso).

Le guarentigie dei parlamentari, infatti, sono tutte godute dai singoli di riflesso alla preservazione dei caratteri del parlamento entro il novero ristrettissimo degli organi costituzionali in quanto (com-)partecipi della sovranità popolare (indefettibilità, qualità di superiore non recognoscens, autonoma-indipendenza etc., posizione di vertice nella struttura statale, etc.).

La disciplina delle immunità parlamentari è pertanto un problema significativo della democrazia da due punti di vista: su un primo piano in quanto, se siamo in presenza di un organo costituzionale, ed ancor più del parlamento (in virtù dell’immediatezza del suo rapporto con l’elettorato) sono uno strumento di cerniera per regolare i rapporti e i conflitti in senso lato tra politica e magistratura, che parlano due linguaggi diversi (la magistratura non svolge attività politica per definizione, da cui l’impossibilità di acquisire una logica compromissoria o transazionale).

Su un secondo piano, ma che concettualmente viene prima, la mancata previsione delle immunità parlamentari equivale in sostanza al mancato riconoscimento del futuro Senato come di un organo costituzionale (statale) di status analogo alla Camera dei deputati (da cui si differenzierebbe per funzioni) e quindi pregiudica a monte la decisione sulle funzioni e sulla natura del Senato.

Ve n’è consapevolezza?

Elezione diretta e indiretta, da questo punto di vista, sono assai meno rilevanti, eppure anche già la sola elezione indiretta (come in Germania, ove i senatori sono espressione degli esecutivi regionali), su cui il governo tiene moltissimo, viene considerato una prova della caratterizzazione monocamerale del sistema (ma va anche detto che il Bundesrat), con tutto ciò che ne consegue.

Facciamo un esempio. La Legge fondamentale della Germania prevede all’art. 38  che “I deputati del Bundestag sono eletti a suffragio universale, diretto, libero, uguale e segreto. Essi sono i rappresentanti di tutto il popolo, non sono vincolati da mandati né da direttive e sono soggetti soltanto alla loro coscienza” e a tale stregua contempla ampie garanzie di irresponsabilità e immunità (il nostro art. 68 Cost.) nell’art. 46.

Diversamente il Bundesrat “è composto da membri dei governi dei Länder, che li nominano e li revocano” (art. 50) e i suoi membri non risultano godere per previsione costituzionale di analoghe prerogative.

Il cuore della questione è proprio che il Bundesrat non rappresenta l’interezza del popolo tedesco (ma le comunità regionali).

E così difficile? Secondo me no, ma ancora oggi nella rassegna stampa non trovo traccia di questa impostazione. Trovo traccia invece di una congerie di tesi e argomenti stravaganti.

Ad esempio, ne cito uno per tutto, mi sembra anche un po’ singolare che anche illustri studiosi facciano valere un’esigenza di pari trattamento tra deputati e senatori. Ciò mi lascia doppiamente perplesso. In primo luogo perché ciò pregiudica la domanda fondamentale che spetta alla politica (se il Senato è un ramo del parlamento); in secondo luogo e soprattutto perché si afferma entro tale linea di pensiero che la prerogativa o viene prevista per entrambi i rami del parlamento o abolita per entrambi. Addirittura! Caso in cui il principio di eguaglianza diventa super-principio che tutto, potenzialmente, divora.

A me sembra, per le ragioni predette, e pur riconoscendo che nel 1993 con la legge cost. n. 3, si sia già modificato l’art. 68 Cost., abolendo la cd. autorizzazione a procedere (che invero all’estero non è generalmente prevista), che la previsione dell’immunità penale – insieme ad una indennità di funzione e a qualche altra prerogativa –  sia il “minimo sindacale” per un parlamentare, una forma non di rispetto ossequioso, né tantomeno di odioso privilegio, quanto una garanzia istituzionale che si deve ad un organo costituzionale. Che il pari trattamento vada dunque garantito ai senatori se riconosciuti componenti di un ramo in cui si articola l’attività del parlamento e che in tal caso non sarebbe comunque possibile, in nome dell’eguaglianza, privare i deputati della guarentigia in parola. (su una rimodulazione naturalmente la discussione resterebbe sempre aperta, ma nulla c’entra con i temi di oggi).

Si prenda innanzitutto, dunque, una decisione sulla natura e le funzioni del Senato. Si decida quindi per l’immunità se, e solo se, al Senato viene riconosciuta (come pare non si voglia fare in linea di massima) natura di organo parlamentare.

Se questo non piace perché la retorica imperante o i numeri politici non lo consentono, si imbocchi l’altra via, anche se è un po’ curioso prendere una decisione fondamentale sull’assetto dello Stato sulla base di una questione così più tanto specifica.

IL VECCHIO LEADER E IL PRESIDENZIALISMO TRA 138 E … 118 (prendendo la “variante”)

Quando un politico italiano è in difficoltà o in crisi di visibilità non manca mai di fare una dichiarazione sulla riforma più urgente e indifferibile che occorre al paese: il presidenzialismo. Il Politico vi arriva generalmente da solo, per animal spirit. Ma non gli chiedete mai se parla di Francia o Stati Uniti: al massimo dirà che l’importante è che il Capo dello stato venga eletto dai cittadini “perché ce lo chiedono da tanto tempo”, “perchè gli italiani sono presidenzialisti e non lo sanno” e così via. E, mi raccomando, mai replicare per sapere il nome di un cittadino-uno che vuole il presidenzialismo perché pensa di risolvere problemi di mutui, bollette e figlie da impalmare.

Però. Se la proposta è stravagante allora, statene certi, dietro di lui c’è un “Rasputin”, un “Professore”. Un consigliere del principe o aspirante tale. Il quale si guarderà bene dal suggerire al leader – una volta per tutte – se debba lasciarsi cadere sul presidenzialismo alla statunitense o alla francese, illustrandogli i pro e i contro dei modelli, ma gli dirà che ha detto bene, benissimo, e circonderà la soluzione di immancabile “oltrismo” per fare sicuro colpo (e magari spuntare un seggio al prossimo giro di giostra). Strano ruolo, quello che si assegnano i “tecnici”d’oggi. Paese strano quello dove le cose più stravaganti è la tecnica – cioè il saper fare – che le suggerisce alla politica. Anzi al Corpo del Leader.

Per quella che è la situazione italiana – dirà il “Professore” con voce ispirata calando vagamente gli occhiali sul naso e guardando di sbieco –  non basta più la riforma elettorale (che non si è fatta), non basterà più la riforma della seconda camera (che non si è fatta ancora e forse non si sarebbe mai fatta, senza il permesso di Mineo), e figuriamoci se tutte insieme la riforma della p.a., del  lavoro, della giustizia, degli incentivi alle imprese, dell’università e chi più ne ha ne metta possono qualcosa contro il lento declino del paese, chessò un posto di lavoro. As-so-lu-ta-men-te nulla. Ci vuole ben altro, anzi #benaltro. Uno shock che faccia tornare gli investitori, che attiri fondi di investimento come fossero mosche, che porti gli imprenditori del Nord-Est a rioccupare i capannoni dismessi e che certo non può essere l’esenzione dalla Tasi appena varata da gran parte dei sindaci: acqua fresca.

Occorre una riforma istituzionale alla italiana!

Il leader trasecolerà: com’è che non ci ho pensato! Il “suo” presidenzialismo non basta più, è ammaccato, tirato fuori quella doppia dozzina di volte in un ventennio sempre in maniera tattica e strumentale, sempre per buttare la palla in tribuna, sempre per sperare che nel campo avversario per non esser da meno vengano a vedere e poi imbrogliare tutto. Sempre senza alcuna possibilità di riuscita (tranne un caso, al massimo).

E allora il leader comincia a sfogliare la margherita. L’elezione diretta del Premier già l’ha realizzata di fatto questo giovanotto nelle ultime elezioni dove non era candidato (fila tutto…). La forma direttoriale è vigente solo in Svizzera, la sua base materiale è nei cantoni e tra le montagne, in più qui al bar e dal barbiere nessuno sa cosa sia (di presidenzialismo si parla ininterrottamente, in alternativa al calcio) e comunque pare davvero poco adatta agli italici visto come vanno le cose perfino nei piccoli condomini. Il regime confederale-tribale di tipo centro-africano non si confà alle nostre istituzioni anche se il paese è sempre più ingessato nella sue mille corporazioni e almeno la società sembra ben predisposta per accoglierlo. Ci sarebbe la soluzione eschimese o aborigena, ma …

Il Vecchio Leader, che tanto ricorda il Presidente del romanzo di Simenon, traccheggia.

Cosa occorre, dunque? A quel punto il “Professore” pronuncia lentamente, con gli occhi chiusi e un filo di voce, ieratico: una legislatura “costituente” caratterizzata da un pronunciamento popolare (va da sè:“costituente”) sul presidenzialismo.

Il Leader è come percosso, stordito. Sente solo un abbaiare di mute di cani, come visioni sciamaniche, come se avesse appena assunto la più potente delle sostanze psicotrope, il DMT.

Poi l’uomo rotto a tutto si riprende. Voilà. E” la Via.

Tutti a pensare di passare “solo” per l’art. 138 Cost. (revisione della Costituzione) e nessuno aveva mai pensato a prendere la “variante” (referendum + revisione della Costituzione). Un atto plebiscitario. Un nuovo inizio. Un referendum che cui gli italiani si pronuncino sul presidenzialismo, dirà il Suggeritore; voglio proprio vedere se poi i politici non daranno seguito al referendum scrivendo “sotto dettatura” del popolo (cit. Scalfaro) una revisione della Costituzione.

Ma che succede? Per un attimo il leader acciglia la fronte, la mente non è più quella di una volta, i pensieri circolari sui “canidi” interferiscono con le strategie politiche (“ma voi sapete quanti proprietari di cani ci sono in Italia? Vo-ta-no!”), ma poi trova il punto: ha una antica laurea in giurisprudenza (mentre giocava in una serie Adi calcio in una dimensione parallela alla nostra: ci sono i Mondiali), e gli pare di ricordare che l’art. 70 della Costituzione parla di referendum su leggi (ordinarie) e atti aventi forza di legge e comunque è solo abrogativo. La Costituzione non prevede referendum propositivi, prevede al massimo referendum su leggi costituzionali e di revisione già approvate dal parlamento e in attesa di eventuale promulgazione.

Ma quel che gli viene proposto nessuno l’ha ancora detto? Bene, allora l’argomento nell’Italia del 2014 si ammanta del crisma dell’ipse dixit come se il Suggeritore fosse il ventriloquo Aristotele in persona. Meraviglioso, irresistibile.

Quindi? Le riforme sono urgenti? E allora sapete che c’è, approviamo una legge di revisione costituzionale (un anno o poco meno) per introdurre una tantum nell’ordinamento un referendum non previsto, come avvenne nel 1989 su tematiche europee. Senza alcun effetto giuridico. E poi? E poi diremo che il referendum consultivo è un atto costituente, che il popolo comunque si è pronunciato-che-vuoi-stare-davvero-dietro-alle-forme-roba-vecchia-da-liberali, che il parlamento sarà “obbligato” a fare una nuova revisione costituzionale (un altro annetto o quasi) per mutare, ora sì, la forma di governo da parlamentare in presidenziale. Francia o Stati Uniti? Bah, intanto fissiamo il principio del presidente eletto dal popolo. Magari ti trovi Roosvelt, magari Hollande.

Qualche commentatore abbocca (“il momento è quello giusto”), i “foglianti” sempre, perché c’è sempre qualche commentatore che abbocca e i “foglianti” sempre.

Manca un inizio scoppiettante però. Possibile che dobbiamo limitarci a presentare una grigia iniziativa legislativa per approvare una legge di revisione? E che siamo smorti studenti di giurisprudenza? Noi siamo politici! Abbiamo il dovere di esercitare la nostra fantasia per risolvere i problemi!

A quel punto si inserisce nella tragedia attica il personaggio del “Delfino ingrato”, che cerca uno spazietto e dichiara mussolinianamente come stesse parlando della lira a quota-90: “Noi avvieremo una petizione popolare e raccoglieremo le firme per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica”. (petizione + referendum + revisione della Costituzione; per due anni il divertimento è assicurato).

Una petizione popolare sul mutamento della forma di governo. Già, chissenegrega.

Si danno di gomito e si sganasciano, mentre ripetono il mantra: petizione + referendum + legge di revisione. Petizione + referendum + legge di revisione. […] Allora capito?

Li scuote dal trance istituzionale la padrona di casa. S’è fatto tardi, c’è la partita in tv. Nessuna traccia più degli antichi fasti, un brodino tutti insieme davanti alla tv e poi a nanna. All’urgentissimissimo “presidenzialismo all’italiana” ci pensiamo domani.

Eventualmente anche all’ambulanza del Servizio Sanitario di Urgenza ed Emergenza. Sono tutti molto preoccupati, ma nessuno vuol chiamarla, vuoi per timore, vuoi per riconoscenza, vuoi per interesse. Ci penserà Dadà. Lucido e capace canide come pochi.

Magari lo candidiamo, chissà, magari in tandem con una persona … Perchè no.

Ma lo sapete che in Italia ci sono sessanta milioni di animali domestici? Votano? No, ma i loro padroni sì.

CASO MINEO. CINQUANT’ANNI NON SON BASTATI. OVVERO: L’ETERNO RITORNO DI ARGOMENTI SBAGLIATI E LA “CUPIO DISSOLVI” DEL BRADIPO ITALIA

Ancora sul “caso Mineo” e sulle spropositate ripercussioni politiche conseguenti.

Abbiamo già argomentato la perfetta legittimità di quanto è avvenuto, la piena rispondenza al dettato costituzionale di una mera “sostituzione” (di questo si tratta) di un senatore dal suo lavoro di commissario. Del rifluire della questione in fatto, com’è giusto, di partito, non costituzionale o affaire di Stato. https://marcoplutino.com/2014/06/12/autosospesi-e-caso-mineo-il-libero-mandato-non-centra-nulla

Leggiamo quanto scrive Mario Scelba, nel 1962, polemizzando sulle pagine de “Il Resto del Carlino” con il censore Giuseppe Maranini e la sua indefessa battaglia contro la “partitocrazia” (attenzione: non semplice espressione polemica, ma proprio inteso quale regime di “dominio” dei partiti espropriatore della sovranità popolare dell’art. 1 Cost.): “Se l’esistenza di un regime democratico è condizionata dalla presenza dei partiti politici, non è pensabile che la loro influenza si arresti alla soglia dell’aula parlamentare o delle aule minori ove si esprime il regime rappresentativo. In contrario, si invoca l’art. 67 Cost. […] ma la stessa data di nascita della norma dimostra ch’essa non fu ispirata dal proposito di creare un Parlamento autonomo dai partiti.[…] La disciplina dei partiti è il prodotto della organizzazione; e questa è imposta dal fatto che non è possibile perseguire fini di politica nazionale senza organizzazione […] Il singolo può creare il partito politico, guidarlo o influenzarne la condotta, ma non può sostituirsi ad esso”.  Come dire: Mineo vuole sostituirsi al partito? Il partito … sostituisce Mineo. Il quale si esprimerà, se ritiene, in dissenso in Aula.

E, piuttosto, a tal proposito se potessi permettermi di dare un consiglio a Renzi (e Lotti) eviterei l’argomento polemico-comunicativo di “giocare” la volontà degli elettori contro la minoranza dissenziente; degli elettori di Renzi contro quelli di Mineo. Argomento efficace ma scivoloso. Certo, v’è un largo consenso di massima sul significato politico (politico) del voto del 25 maggio, un voto che rafforza il Presidente del Consiglio, contro gli “anti” a prescindere. Ma diciamo che l’argomento, per quanto possa apparire a qualcuno fondato, non è elegante da usare contro un compagno di partito. Sarebbe preferibile, più proficuo e perfino educativo – per la cittadinanza avvelenata da decenni di impotenti richiami ad unzioni popolari – ragionare terra terra. Laicamente. Da uomini di partito. Imposterei la questione in termini di rapporto tra maggioranza e minoranza, di linea di partito discussa, approvata e da portare a realizzazione, dopo gli opportuni compromessi parlamentari (con gli altri gruppi, non con il proprio!). Se risponda o meno alla volontà degli elettori, ad un interesse generale del paese, ovvero ad un capriccio dell’uomo solo al comando, beh, questo si vedrà presto. Abbiamo tutti gli strumenti  per capirlo.

Al limite, dunque, vogliamo discutere di cose serie?

Discutiamo allora dei limiti che deve avere la disciplina in un partito (il dissenso, perfino – ma non è certo questo il caso –  l’obiezione di coscienza). Scelba rimarca l’essenzialità dei partiti per la democrazia e sottolinea la loro funzione di disciplinamento e organizzazione. Sartori, magistralmente: “non si organizza per creare un organismo democratico; si organizza, in primo luogo, per creare  un organismo ordinato e efficiente” (“Democrazia. Cos’è”; ogni riferimento è puramente casuale). Non vogliamo stabilire priorità a prescindere tra i due valori della democraticità e dell’efficienza? Giusto, c’è la Costituzione che prevale su considerazioni di ordine “prescrittive” sì, ma non giuridiche sebbene politologiche.

Senonchè nell’art. 49 Cost. il riferimento al “metodo democratico” è piuttosto ambiguo: è il partito che dev’essere democratico o la lotta politica tra i partiti? Non lo sappiamo juris ed de jure finchè non interverrà una legge a dirlo. E, anche nel primo caso, il Pd avrebbe smesso di esserlo per far passare una linea di maggioranze nelle istituzioni? E infatti, c’è un partito che, guarda caso, si chiama, impegnativamente, “democratico”. Pone il pluralismo ma anche il rispetto delle regole, tra cui la regola di maggioranza (non dimentichiamolo) a proprio base fondativa.

Quindi? L’ha detto benissimo la Serracchiani, impostando la questione come suggerivo: “Il partito è un luogo di confronto ma lì, dopo il confronto, si assumono decisioni nell’interesse del Paese e, sia pure nell’assenza del vincolo di mandato, ci si deve sforzare di esprimere una posizione univoca”. Oggi la questione dell’efficienza di un partito è qualcosa di più e di diverso di un richiamo dal sapore “tecnocratico” (i partiti, ci mancherebbe!). E’ una questione preliminare per avere una felice comunicazione (e quanto conta!), di più: di credibilità della politica, di qualità della democrazia.

Discutiamo, al limite, se le riforme sono, secondo il richiamo di Scelba, “politiche nazionali”, intestate quale funzione costituzionale ai partiti; meglio: se sono “politiche” (lo sono certamente) che si prestano a ordini di scuderia, che sia governativi o partitici. Però. C’è un però. Teniamo conto anche di fattori di contorno, del “contesto”. Il fattore frustrazione e quello rabbia, il fattore disillusione e l’astensionismo. Il fattore tempo, insomma. Il tempo perduto dalla politica, il patto incrinato tra i partiti e cittadini per decenni di promesse mancate. Non – come tenderebbero in molti a pensare – retroagendo solo ai referendum del 1991-1993 o alla mitologica “Grande riforma” di craxiana memoria. Cose di ieri l’altro impresse perfino nella mia mente di TQ (Trenta-Quarantenne, classe ‘74).

Basti un riferimento. Ancora 1962. Anno dei mondiali di calcio in Cile. Anno del Nobel della Letteratura a John Steinbeck. Di costituzione dei Rolling Stones, della morte di Marilyn Monroe, del primo numero di Diabolik, del Vaticano II e del primo singolo dei Beatles. Ferruccio Disnan, liberale, auspica, contro il conservatorismo di comunisti e socialisti che difendevano la Carta costituzionale così com’era, “un Senato che non sia un semplice doppione della Camera, com’è oggi, e di una diversificazione fatta a qualsiasi titolo”. Era percepito già così, allora. 1962. Cinquantadue anni che ne discutiamo. Nel frattempo da posizioni marginali sono diventate patrimonio comune di tutti anche se le soluzioni possono differire. Ma siamo ancora ai maldipancia, alla necessità dell’approfondimenti, ai “si però”. Ancora lì.

Non dirò conservatori contro riformisti, non amo queste casacche che in termini assoluti vogliono dire poco. Ma allora come oggi c’è un contrasto evidente tra due posizioni, due modi di guardare il ruolo e le responsabilità della politica democratica. Per le etichette, fate un po’ voi.